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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People on the Move -
N°
88-89, April - December 2002
Religione, mutamenti epocali
e sfide dell'intercultura*
Rev. P. Angelo NEGRINI, C.S.
Officiale del Pontificio Consiglio
[German
summary, English
summary]
Introduzione: Un mondo inintelligibile
"In questo fine millennio le nostre società sono alla ricerca di se stesse.
Tutto viene rimesso in discussione e non si salva nessuno dei capisaldi
fondamentali degli Stati (…) Stiamo affrontando una crisi di inintelligibilità:
il divario tra ciò che si dovrebbe comprendere e gli strumenti concettuali
necessari alla comprensione si allarga sempre più. Un mondo scosso da
formidabili mutazioni tecnologiche, dal persistere di disordini economici e da
crescenti pericoli ecologici. Queste scosse si traducono, in particolare, in un
disorientamento sociale, nell'esplosione delle disuguaglianze, nell'apparizione
di nuove forme di povertà e di esclusione, nella crisi del valore rappresentato
dal lavoro, nel malessere del potere, nella disoccupazione di massa,
nell'avanzare dell'irrazionale, nella proliferazione dei nazionalismi, degli
integralismi, della xenofobia e simultaneamente in una ripresa delle
preoccupazioni etiche" (Ignacio Ramonet, Un mondo senza rotta, "Le
Monde Diplomatique", n. 10, ottobre 1995)
Questa affermazione di Ramonet ci introduce nel nostro discorso e ci indica
alcuni interrogativi e problemi ai quali vorremmo rispondere. Anzitutto:
qual è il clima culturale del nostro tempo? Come e in che cosa esso è cambiato
rispetto al passato?
Ecco un problema che oggi si dibatte tra filosofi, sociologi e uomini di cultura,
a partire dai termini modernità e post-modernità, che, in
estrema sintesi esprimerebbero il punto di partenza (la "modernità) e il
punto di arrivo (la "post-modernità") del cammino compiuto dalla
cultura del nostro tempo. La post-modernità sarebbe la dissoluzione della
sintesi culturale moderna, e il passaggio dall'una all'altra rappresenterebbe
una svolta epocale: la "condizione postmoderna" (J. F. Lyotard 1981)
segnerebbe la "fine della modernità" (G. Vattimo, 1994) e la
"fine dell'Utopia" (H. Marcuse 1968); sarebbe l'avvento del "pensiero
debole" (G. Vattimo, P. A. Rovatti 1983), e quindi la "crisi della
ragione" (A. Gargani 1988).
Per J. Habermas e altri invece non si tratterebbe di "fine della modernità"
e d'inizio di un'epoca radicalmente nuova (come nel passaggio dal Medio Evo
all'Evo Moderno nel 1492) bensì del giungere finalmente a compimento l'evoluzione
iniziata col Rinascimento, quando, per una serie di circostanze, non si realizzò
la sintesi tra il meglio della tradizione col meglio dell'innovazione, verso un
futuro migliore, ma incominciò la progressiva divaricazione tra fede e ragione,
Chiesa e Stato, ecc. ( De Lubac 1977 e Patella 1991).
Non vogliamo entrare direttamente in questo dibattito ma soffermarci invece
sulla condizione in cui viene a trovarsi la Religione in genere e la fede
cristiana in particolare nel cosiddetto mondo postmoderno, sulle difficoltà e
pericoli cui va incontro e sulle possibilità nuove che ad essa apre la
transizione epocale dalla modernità alla postmodernità.
Parte prima: Mutamenti epocali e dinamiche culturali
1. Passaggi culturali
Se la postmodernità è ritenuta la crisi e la dissoluzione della modernità,
per comprenderla è necessario vedere che cosa è la modernità.
1.1. Questa parola indica anzitutto un periodo della storia europea che va
dall'Umanesimo/Rinascimento del Quattro-Cinquecento fino al Novecento.
"Moderno" si oppone a "medievale". La "modernità"
quindi, storicamente, segna la fine del Medioevo e della sua cultura: con essa
si entra in una nuova epoca storica, segnata da una nuova cultura, da una nuova
concezione della vita, da nuovi modi di pensare e da nuovi stili di vita, da
nuove istituzioni politiche e sociali.
All'interno della modernità si è verificata una profonda evoluzione: il
cambiamento inteso come miglioramento, progresso. Il "nuovo" è stato
ritenuto automaticamente "migliore". Così nella modernità è insita
l'idea di "progresso indefinito": mentre la tradizione è rivolta al
passato, la modernità è essenzialmente rivolta al futuro.
1.2. La modernità è caratterizzata da una serie di "passaggi":
- col Rinascimento, si passa da una visione teocentrica, religiosa e
soprannaturale a una visione antropocentrica, terrestre e naturalistica: cioè
al centro della realtà non c'è più Dio, Creatore e Signore dell'uomo e della
storia, che dà all'uomo la sua legge e governa il mondo e la storia, ma c'è l'uomo,
che non riconosce nessuno sopra di sé, che è legge a se stesso e che è
padrone del mondo e della storia. La terra è il luogo dell'uomo e la vita non
è più un pellegrinaggio verso Dio;
- con Copernico si passa da una visione dell'universo con la terra al centro, a
una visione che ha al centro il sole;
- Con Galileo si passa dall' "autorità" (come criterio di verità)
all'esperienza e alla sperimentazione scientifica;
- con Bacone si passa dal sapere come contemplazione e come ricerca della verità
al sapere come "potere" sulla natura (scire est posse): questa
non è più vista come opera di Dio, delle cui ricchezze l'uomo si serve per
vivere, ringraziando la bontà di Dio e delle cui bellezze egli si serve per
contemplare la grandezza e la sapienza di Dio e lodarlo, ma è vista come ciò
che l'uomo, col suo sapere-potere scientifico, deve trasformare e manifestare a
suo vantaggio;
- con Macchiavelli si passa dalla politica soggetta alla legge morale, alla
politica sganciata da ogni norma morale;
- con la Riforma protestante si passa da una religione "oggettiva" di
Chiesa, al soggettivismo religioso, che pone l'uomo di fronte a Dio senza alcuna
mediazione ecclesiale e rende ognuno interprete della Sacra Scrittura sotto il
diretto impulso dello Spirito Santo.
1.3. In uno stadio successivo (Seicento-Settecento) la modernità è
caratterizzata da quattro grandi rivoluzioni:
a. La rivoluzione culturale, che prende le mosse da Cartesio e
giunge fino a Kant, e che ha la sua massima espressione nel movimento
dell'Illuminismo, che oppone "la luce della ragione" alla "oscurità
del mistero e del dogma" e quindi fa della "ragione umana" la
norma unica e suprema del vero e del giusto, rigettando come falso tutto quello
che pretende di essere "sopra" la ragione, ma che in realtà è "contro"
la ragione: la religione cristiana e i suoi dogmi. (Tiliette 2001; Cfr. anche
Paolo Miccoli, L'ascesa e il tramonto della categoria filosofica
dell'Anschauung, in "Osservatore Romano", 5.12.2001)
- Di qui una critica radicale al cristianesimo che pretende di essere una
religione rivelata, e lo sforzo di ricondurre "la Religione entro i limiti
della pura Ragione" (Die Religion innerhalb der Grenzen der blossen
Vernunft, come si esprime Kant nel 1793).
- Di qui lo sforzo di applicare ai libri sacri (ispirati) criteri e metodi che
si applicano ai libri profani: i Vangeli sono racconti mitici, di nessun valore
storico (Reimarus) e Gesù non è il Figlio di Dio, ma un semplice uomo, sia
pure di genio in campo religioso e morale (Lessing).
- Di qui infine, lo sforzo di mettere la ragione e la natura alla base della
vita morale, sociale e politica, rigettando ogni fondamento religioso e
soprannaturale.
Così l'Illuminismo pone al centro della sua visione del mondo l'uomo, con la
"luce" che gli dà la ragione e con il "potere" che gli
fornisce la scienza: fondandosi su queste due forze (scienza e ragione) l'uomo
è sulla via del "progresso", che sarà tanto più straordinario,
quanto più la luce della ragione allontanerà le tenebre dell'ignoranza e del
dogma e quanto più la scienza riuscirà a dominare la natura e porla a servizio
dell'uomo.
b. La rivoluzione scientifica, inaugurata da Galileo con le sue
scoperte in campo fisico e astronomico e con il suo metodo sperimentale, e
soprattutto da Newton, con la formulazione della legge della gravitazione
universale: l'universo non è governato direttamente da Dio, ma da leggi fisiche
deterministiche e può essere tranquillamente spiegato senza far ricorso
all'"ipotesi Dio", come disse Laplace a Napoleone. Il compito
dell'uomo non è più quello di lodare Dio, contemplando l'ordine dell'universo,
ma quello di scoprire le leggi che lo governano meccanicamente. Le leggi fisiche
svuotano il simbolismo, i cieli non parlano più se non di se stessi. "I
cieli narrano la gloria di Dio", diceva il Salmo; dopo Newton, Pascal
scrive: "Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa…"(A. Jeannière, Qu'est-ce que la modernitè in Etudes, 1990).
c. La rivoluzione politica: chi fonda e legittima il potere non è
più Dio (come era nella teoria del "potere divino dei re"), ma il
popolo divenuto "nazione" attraverso un "contratto sociale"
(Rousseau). Il potere perciò non è più "teocratico", ma "democratico":
si esercita in nome del popolo e si radica in esso. La democrazia pertanto è l'unica
forma moderna dello Stato (Locke).
Al "suddito" di un potere autocratico, proveniente "da fuori",
si sostituisce il "cittadino", soggetto unicamente a se stesso, in
quanto è lui che delega il potere e può sempre ritirare la delega. Questa
rivoluzione politica trova la sua espressione con la rivoluzione americana
(1776) e la rivoluzione francese (1789).
d. La rivoluzione industriale, iniziata nella seconda metà del
Settecento in Inghilterra con l'introduzione, nell'attività produttiva, di
nuovi strumenti di lavoro (le macchine a vapore), di nuove fonti di energia (il
carbon fossile) e di nuovi mezzi di trasporto (la ferrovia) e con una nuova
organizzazione del lavoro (la fabbrica capitalistica) che portò alla
concentrazione nelle città di numerosi salariati dalle campagne (l'urbanizzazione)
e quindi alla creazione di un vasto proletariato urbano. Successivamente
verranno altre innovazioni tecnologiche sempre più soofisticate e complesse (come
l'informatizzazione e la robotizzazione) fino a far parlare di post-industrializzazione.
2. Il progetto umanistico della modernità
2.1. L'Ottocento è l'epoca
- in cui si affermano le "libertà moderne" (di pensiero, di coscienza,
di stampa, di associazione: il liberalismo, appunto);
- in cui nascono i grandi sistemi di pensiero, fondati sul soggettivismo e
sull'autonomia dell'uomo da Dio e ispirati a ideologie totalizzanti come l'idealismo
trascendentale, immanentista e storicista di Hegel, il positivismo di Comte, il
materialismo storico di Marx, l'evoluzionismo di Darwin, lo scientismo di
Haeckel;
- in cui si diffondono le monarchie costituzionali e le repubbliche parlamentari
in seguito ai moti rivoluzionari che scoppiano in tutta l'Europa;
- in cui, in campo economico, trionfano il capitalismo e il liberismo mentre lo
sviluppo prodigioso delle scienze e delle tecniche accrescono enormemente la
produttività: si afferma l'idea del progresso indefinito dell'umanità da
realizzare attraverso il continuo sviluppo della scienza e della tecnica;
soprattutto si afferma l'idea che l'uomo, con la "razionalità scientifica",
può costruire un mondo sempre più perfetto e vincere i mali che lo affliggono:
la povertà, le malattie, l'ignoranza, l'oppressione politica.
La modernità nasce così sotto il segno dell'ottimismo ma soprattutto sotto il
segno della "volontà di potenza": per costruire un mondo migliore
bisogna "dominare" la natura nonché i popoli arretrati e sfruttare le
loro ricchezze e farli godere dei benefici della modernità: l'Ottocento è
infatti il secolo del colonialismo, messo in atto dalle grandi potenze
dell'Europa.
2.2. La modernità dunque,
- sotto l'aspetto culturale, è soggettivismo, autonomia della
coscienza, primato della ragione, immanentismo, libertà assoluta, progresso
indefinito;
- sotto l'aspetto politico, è democrazia liberale, distinzione
tra politica e religione, separazione tra Stato e Chiesa, privatizzazione della
Religione, primato della legge e uguaglianza dei diritti;
- sotto il profilo scientifico, è l'assoluta fiducia nella "razionalità
scientifica", e quindi nella capacità della scienza e della tecnica di
portare l'umanità a un livello sempre più alto di progresso e di benessere
materiale;
- sotto il profilo sociale, è mobilità e cambiamento continuo, è
incessante superamento e rinnovamento dei modelli anteriori, è cultura di massa
mediante la diffusione capillare e gigantesca degli strumenti della
comunicazione sociale (prima la stampa, poi la radio, il cinema, la televisione,
internet); ed è anche dissoluzione della famiglia patriarcale e riduzione della
fecondità; è passaggio dalla civiltà contadina, rurale, alla civiltà
industriale, urbana.
2.3. Così il mondo moderno
È tutto dominato da un grande progetto umanistico: realizzare sulla terra una
vita degna dell'uomo, vale a dire un modello di vita da cui siano eliminate,
nella misura più ampia possibile, la sofferenza, l'oppressione, le
discriminazioni e la paura; in cui l'uomo possa essere libero e sicuro nel
possesso dei beni, nell'esercizio dei diritti civili, nella pace.
3. Le ambiguità
Che ne è stato di questo progetto?
Quali sono stati i risultati dei giganteschi sforzi compiuti per tradurlo nella
realtà?
Qui si rivela, a mio parere, la radicale ambiguità del mondo moderno, il quale,
da una parte, ha raggiunto mete straordinarie in ogni campo e ha fatto emergere
nuovi valori, ma, dall'altra, ha condotto l'umanità a una situazione drammatica.
3.1. Vi sono certamente delle grandi conquiste che l'età moderna ci ha
assicurato.
a. Al suo attivo vanno posti gli straordinari miglioramenti del livello
culturale, della sanità, e del tenore di vita:
- sono stati debellati flagelli (quali la mortalità infantile, le carestie, la
peste) che insieme con la guerra costituivano l'incubo delle generazioni
precedenti,
- la durata media della vita si è elevata in misura inimmaginabile nel
passato;
- sono stati resi enormemente più facili e sicuri i viaggi e i trasporti;
- si sono incrementati i rapporti commerciali;
- le comunicazioni tra gli uomini si sono infittite;
- con la pratica abolizione delle distanze operata dai mass media, il mondo è
diventato un "villaggio planetario" (McLuhan).
Questi successi possono essere apprezzati adeguatamente, solo se si riflette che
le condizioni di vita della gente nell'epoca precedente erano incredibilmente
misere e spaventose e che il livello spirituale e culturale della massima parte
della popolazione era estremamente basso.
b. Ancora all'attivo del mondo moderno va posta la crescita nella coscienza
umana di alcuni grandi valori quali:
- il senso della dignità della persona umana e delle libertà
fondamentali;
- il senso della tolleranza e del pluralismo, per cui l'altro è accettato e
valorizzato per quello che è;
- il senso della solidarietà che lega gli uomini in un solo destino;
- il rifiuto del razzismo e di ogni discriminazione di ordine culturale,
politico, religioso;
- il senso dell'uguaglianza degli uomini e della necessità che tutti godano dei
beni della terra e degli essenziali diritti umani;
- il rifiuto della tortura, della pena di morte, della guerra e l'aspirazione
alla pace;
- la preferenza data alla democrazia come regime politico in cui l'uomo è più
rispettato e le sue esigenze meglio soddisfatte;
- la valorizzazione della donna.
c. Questi valori hanno costituito la spinta di iniziative importanti, sia sul
piano internazionale, sia sul piano nazionale e locale:
- si pensi all'ONU, all'UNESCO, alla FAO;
- si pensi alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo;
- si pensi alle altre "carte" dei diritti umani: alle risoluzioni di
Helsinki e di Belgrado; ad Amnesty International e a Pax Christi;
alle numerosissime iniziative di volontariato giovanile a favore del Terzo Mondo;
alle iniziative della Caritas per i profughi, per le persone colpite da
calamità naturali, per coloro che soffrono la fame;
- si pensi infine ai movimenti e alle marce per la pace.
3.2. Ma se c'è molto all'attivo del mondo moderno, c'è anche molto di passivo.
a. Si deve infatti ammettere che, nonostante i successi ora ricordati, il mondo
moderno non è riuscito a generare quell'umanità felice e libera,
razionale e pacifica, che aveva promesso.
Il suo progetto di rendere l'uomo più felice è dunque sostanzialmente fallito.
In realtà, in confronto al passato, l'uomo di oggi è certamente più istruito,
più ricco, più aperto, ma non più felice. Se, da una parte, vive nel
benessere, o addirittura nell'opulenza, se ha una gamma immensamente estesa di
possibilità, più spesso, dall'altra, è vittima della solitudine, della
incomunicabilità, dell'insoddisfazione, dell'angoscia.
La stessa libertà è oggi minacciata dalla manipolazione dell'uomo operata da
forze occulte, potenti e incontrollabili.
D'altra parte, l'uomo di oggi non si dimostra davvero più ragionevole, più
capace di dominare gli istinti di violenza e di dominio. Forse non si è mai
tanto ucciso e torturato quanto nell'epoca moderna, che ha visto due grandi
guerre mondiali, la deportazione di immense masse umane, i campi di
concentramento e di sterminio, una criminalità organizzata con metodi
scientifici, la folle corsa agli armamenti.
b. Soprattutto, il mondo moderno non è riuscito a creare l'agognato ordine
sociale giusto e umano. Il progresso culturale, scientifico e
tecnologico, che indubbiamente c'è stato, ha favorito solo una piccola parte di
privilegiati, lasciando interi continenti in preda al sottosviluppo, alla fame e
all'ignoranza. Così, accanto ai "popoli dell'opulenza" più sprecona
e scandalosa, ci sono oggi i "popoli dell'indigenza e della fame",
prigionieri di un circolo vizioso (la fame crea il sottosviluppo e il
sottosviluppo crea la fame) da cui sono incapaci di uscire.
c. Ma il dramma più grave del mondo moderno non è il presente bensì il
futuro.
In questo inizio del XXI secolo, esso vive in un clima apocalittico. Non a caso
i futurologi disegnano per il prossimo ventennio scenari spaventosi. Il più
minaccioso è quello di una guerra termonucleare o chimica, che - dato l'immenso
potenziale distruttivo di cui oggi dispongono le potenze nucleari - segnerebbe
la fine dell'umanità o almeno della nostra civiltà.
Ma non meno minaccioso è quello della fame: nei prossimi decenni, se non
si interviene in maniera rapida e su vasta scala, le risorse alimentari del
pianeta subiranno una contrazione fortissima proprio nelle zone più povere e
affamate.
Anche i Paesi sviluppati subiranno un arresto nello sviluppo, a motivo
della diminuzione delle materie prime, causata dalla pazzesca dilapidazione
delle risorse naturali a cui ci si è abbandonati nei passati decenni: la crisi
del petrolio del 1974, la guerra del Golfo dei primi anni Novanta e l'attuale
feroce contenzioso col mondo arabo dopo l'11 settembre potrebbe segnare la fine
dell'abbondanza, e l'inizio di una lotta spietata fra le nazioni per assicurare
le risorse necessarie allo sviluppo. Così le prospettive per l'economia dei
prossimi decenni è quella di una stagnazione (la cosiddetta "crescita
zero") o addirittura di un arretramento, con gravi ripercussioni sul
livello di vita, sull'occupazione e sulla vita sociale, che verrebbe sottoposta
a fortissime tensioni.
d. Con i mostri della guerra, della fame e della stagnazione e depressione
economica, altri ne compaiono all'orizzonte non meno paurosi:
- La minaccia più grave è quella che pesa sulla salute fisica e mentale,
a causa del lento ma crescente processo di avvelenamento a cui sono sottoposte
le fonti della vita (l'aria, l'acqua, il suolo, gli alimenti), e anche a causa
di quella che è stata chiamata la "bomba chimica", del cui alto
potenziale distruttivo ci si rende sempre più conto.
- Insieme con la salute è minacciata la libertà umana. Infatti le
tecniche sempre più sottili e occulte di propaganda e di condizionamento del
pensiero e della volontà umana, il processo di massificazione a cui è
sottoposta la società, l'introduzione in tutti i settori della vita - anche in
quelli più intimi e personali - della computerizzazione, l'avocazione da parte
dei tecnocrati della massima parte delle decisioni in tutti i campi della vita
rischiano di limitare enormemente, se non addirittura di sopprimere, la libertà
della persona e dei gruppi.
- Infine, gli enormi progressi compiuti nel campo della biologia umana e,
in particolare, dell'ingegneria genetica, se possono apportare grandi vantaggi,
permettendo di intervenire nei primi mesi di vita e così prevenire gravi
malattie o limitarne i danni, possono anche portare a manipolazioni e interventi
gravemente contrastanti con il rispetto dovuto alla vita umana e alla dignità
della persona.
4. La crisi dei grandi miti
4.1 La modernità
È passata così attraverso una serie di crisi che rivelano il carattere mitico
e utopico di molti suoi aspetti. I momenti più drammatici della crisi della
modernità sono le due grandi guerre del secolo scorso che hanno fatto parlare
addirittura di un "tramonto dell'Occidente" (O. Spengler)
Inoltre sono entrati in crisi tutti i grandi miti del mondo moderno:
- è entrato in crisi il mito del progresso senza fine e, con esso, il
liberalismo economico, secondo il quale i processi economici, lasciati liberi di
agire, avrebbero portato ad una armonizzazione dei diversi interessi e quindi a
una equa distribuzione della ricchezza e del benessere: in realtà esso ha
prodotto gravi disparità economiche, creando masse sempre più grandi di
proletari provocando la nascita dei movimenti socialisti e comunisti in
contrasto col liberalismo capitalista.
- E' entrata in crisi l'idea che il progresso scientifico-tecnico potesse
assicurare all'umanità un periodo di benessere e di pace, perché proprio a
causa delle scoperte più straordinarie della scienza (lìelettronica e
l'energia nucleare combinate insieme) l'umanità, per la prima volta nella sua
storia, vive ora sotto l'incubo della "morte totale", cioè della
distruzione di ogni forma di vita sul nostro pianeta.
- E' entrato in crisi il mito della scienza, la quale appare oggi in
tutta la sua ambiguità: può accrescere il benessere dell'uomo e migliorarne le
condizioni di vita, ma può anche divenire strumento di distruzione e di rovina;
la scienza e la tecnica hanno acquistato un potere proprio, sempre più
indipendente dalla volontà umana e tendono quindi a sottomettere l'uomo,
privandolo della sua autonomia.
- E' entrato in crisi il processo di industrializzazione, ritenuto
responsabile dell'inquinamento delle fonti della vita (acqua, aria, alimenti)
tale da mettere in pericolo la salute delle persone e il futuro stesso di ogni
forma di vita sulla terra.
- E' entrato in crisi anche il mito illuministico, secondo il quale
bastava che l'uomo fosse "illuminato" con la luce della ragione e
liberato dalle tenebre dell'ignoranza per comportarsi razionalmente e
onestamente.
- A sua volta il mito della libertà si è oggi molto appannato, sia
perché di fatto essa è sempre più limitata e minacciata, sia perché spesso
tende a convertirsi in libertarismo, in licenza e in forme di individualismo
egoistico.
- Anche i miti della rivoluzione e della democrazia hanno subito dei duri
colpi: una dopo l'altra le rivoluzioni sono fallite, non avendo dato i risultati
sperati; da parte loro, nei Paesi sviluppati, i regimi democratici si rivelano
sempre più difficilmente governabili, mentre in altri Paesi si sono imposti
regimi totalitari e autoritari.
4.2.La caduta di questi grandi "miti" della modernità
- ha creato una situazione spirituale di smarrimento, di incertezza e di paura
rispetto al futuro, che non appare più luminoso ma minaccioso e oscuro;
- ha portato a una sorta di sfiducia nella ragione umana, ritenuta incapace di
raggiungere la verità: di qui il prevalere del "pensiero debole" e
dei "frammenti" di verità a scapito del "pensiero
metafisico" e dei sistemi di pensiero "globali";
- ha portato alla frammentarietà della verità e allo sbriciolamento dei
valori, tra i quali ognuno può scegliere quelle verità e quei valori che
ritiene più convenienti alla sua situazione soggettiva e più adatti alla
propria crescita e al proprio benessere;
- ha portato infine a una situazione di scetticismo intellettuale e di
nichilismo etico e quindi a concentrare tutti i propri sforzi non nella ricerca
della verità e nel perseguimento dei valori, ma nella ricerca del maggiore
benessere individuale (consumismo).
Si tratta dunque di una condizione spirituale completamente nuova del nostro
tempo rispetto al passato, il cui effetto principale è un totale
scombussolamento mentale di fronte a un futuro che appare minaccioso e oscuro, e
una grande incertezza sulle cose che bisogna fare per rispondere a quello che
Toffler chiama "lo shock del futuro", vale a dire la sfida che
all'uomo d'oggi lancia il mondo nuovo, "postmoderno" che sta
nascendo.
Questa non consiste soltanto nella capacità e nello sforzo che si richiedono
oggi per dominare e guidare il progresso scientifico e tecnico, in modo che esso
non nuoccia, ma serva alla crescita dell'uomo. La sfida che il mondo postmoderno
lancia a tutti noi è quello di operare un radicale mutamento di prospettiva per
quanto riguarda il rapporto uomo-strutture e uomo-ideologie.
Il sostanziale fallimento del progetto del mondo moderno è stato determinato
dal fatto che le strutture e le ideologie hanno preso il sopravvento sull'uomo,
in un'ottica economicistica e materialistica.
Per superare dunque la drammatica crisi che ci travaglia e per evitare nuovi
fallimenti, occorre compiere una chiara "scelta per l'uomo",
restituendogli il primo posto. Del resto non vanno forse in tal senso i valori
che la stessa crisi del mondo moderno ha fatto emergere con vigore? Occorre
perciò favorire tali valori, svilupparli, aprirli alla visione di un umanesimo
plenario.
Così al centro della sfida del mondo postmoderno rimane il problema dell'uomo.
Perciò dobbiamo chiederci: chi è l'uomo? Quale progetto d'uomo vogliamo
realizzare? Ogni coscienza retta si sente interpellata da questo interrogativo.
In particolare i cristiani, i quali sanno di essere portatori di un contributo
che si può rivelare determinante.
5. Le sfide
Quali sono dunque le sfide nate dalla crisi del mondo moderno? E, anzitutto,
perché guardando ai problemi del futuro, usiamo il termine "sfida"?
Studiando la nascita delle civiltà umane, lo storico A. J. Toynbee osserva che
una civiltà nasce come "risposta" a una "sfida", vale a
dire è il risultato di uno sforzo compiuto da un popolo per riuscire a vivere e
a svilupparsi in una situazione ambientale o storica particolarmente difficile
(Toynbee 1983).
Ci sono condizioni ambientali o dati storici che, per essere superati, esigono
duri sforzi: sono precisamente le "sfide" di cui parliamo. Possono
essere di diversa natura e gravità. Alcune possono essere mortali, nel senso
che se non vengono affrontate vittoriosamente portano alla morte della civiltà.
In realtà se le civiltà nascono perché un gruppo umano riesce a rispondere
positivamente alle sfide dell'ambiente e della storia, decadono e muoiono quando
divengono incapaci di vincere le sfide delle forze di disgregazione che ogni
civiltà porta in sé e sviluppa a mano a mano che diviene più matura.
Quali sono le principali sfide che siamo chiamati ad affrontare nel mondo
postmoderno?
5.1. La pace
Tutte le civiltà sono state sotto l'incubo della guerra, ma con l'avvento
dell'era atomica e delle armi di distruzione di massa la guerra ha cambiato
radicalmente natura. Non è più il mezzo estremo a cui ricorrere per riparare
un torto subito e avere giustizia, per difendersi da un attacco che mette in
pericolo l'esistenza e la libertà di un popolo, per esigere con la forza il
rispetto di un diritto che si ritiene di avere. Nell'era atomica la guerra non
solo è divenuta talmente distruttiva e dannosa che non si può far ricorso ad
essa, non potendo mai esserci proporzione tra i vantaggi che se ne sperano e i
mali che causa, ma pone in questione l'esistenza stessa dell'uomo sulla terra e
la sopravvivenza della civiltà. "O l'umanità elimina la guerra o questa
distruggerà l'umanità" (Horkheimer 1975).
Perciò la sfida della pace è per l'umanità di oggi in senso pieno e
realistico (e non solo in senso figurato) una sfida "mortale", la cui
posta è il destino dell'uomo. Mai, durante la storia, questi si è trovato a
dover far fronte a una situazione così drammatica. Purtroppo non tutti oggi
hanno preso coscienza che quello della pace è un problema non di
"ben-essere" ma semplicemente di "essere", di sopravvivenza
e che quindi deve avere la prevalenza su tutti gli altri, perché, nella
situazione attuale, senza la pace non c'è neppure l'uomo e ogni discorso sugli
altri problemi umani cade da sé.
5.2. La fame e il sottosviluppo
Si tratta in primo luogo di una questione di giustizia, poiché è gravemente
ingiusto che i beni della terra, destinati da Dio a tutti gli uomini, vengano
accaparrati da pochi a loro esclusivo profitto oppure bruciati nella folle corsa
agli armamenti, mentre immense masse umane vengono lasciate in spaventose
condizioni di miseria, di fame e di sottosviluppo.
Ma si tratta anche di una questione che ha stretta attinenza col problema della
pace. Non è infatti pensabile che possa esserci pace in un mondo in cui un
gruppo di popoli fortunati vive in scandalosa opulenza, assediato da altri
popoli in cui il livello di vita è destinato non a crescere ma a diminuire. La
tensione che tale stato di cose crea necessariamente potrebbe crescere
paurosamente fino a sfociare nel conflitto armato. Non a caso gli osservatori
politici vedono una possibile causa di guerra nella crescente divaricazione tra
il Nord e il Sud del pianeta, vale a dire tra i popoli ricchi che diventano
sempre più ricchi e i popoli poveri sempre più poveri.
5.3. Il progresso scientifico
Un'altra grande sfida del mondo postmoderno è costituita dall'immenso potere
che il progresso scientifico mette nelle mani dell'uomo. Così i progressi in
campo biologico danno la possibilità di intervenire nei più delicati processi
vitali fin dalle primissime fasi della vita umana (non prendiamo neppure in
considerazione l'aberrante ipotesi della clonazione di un essere umano). Tali
interventi di ingegneria genetica possono essere a beneficio dell'uomo e dei
valori umani, ma possono anche avvenire a scapito della sua "umanità",
cioè della sua dignità di persona. Non c'è dubbio che nei prossimi anni gli
sviluppi della bioscienza e della biotecnologia permetteranno di modificare e di
ristrutturare in maniera irreversibile l'organismo umano, e quindi di
pianificare un "nuovo" uomo, con nuovi e diversi caratteri genetici.
Un altro aspetto della sfida che il progresso scientifico fa pesare sull'uomo è
se questi sarà capace di dominarlo o se invece ne sarà dominato. Già oggi la
massima parte dell'umanità non è in grado neppure di comprendere quello che
avviene in campo scientifico, anche perché il progresso in tale campo è così
rapido e travolgente che quel poco che con grande fatica si riesce a capire è
ben presto largamente superato. Per la maggior parte degli uomini non si può
quindi parlare di possibilità e di capacità di dominare il progresso
scientifico-tecnico. Essi ne saranno inesorabilmente dominati. Anzi è probabile
che gli stessi tecnocrati e gli stessi uomini di scienza non saranno più in
grado di dominarlo e controllarlo, mantenendolo "a misura d'uomo". Ad
ogni modo, essendo essi i soli a possedere i segreti della scienza, disporranno
di un potere immenso e praticamente incontrollabile.
Una particolare sfida già fin d'ora comincia a lanciare il progresso
scientifico-tecnico nel campo del lavoro. L'introduzione delle tecnologie
informatiche e microelettroniche nei processi di produzione e di distribuzione
con la conseguente automazione dei sistemi produttivi e distributivi, porterà
in campo industriale a un "collasso di lavoro" (Sherman 1979), cioè a
una drastica contrazione dei posti di lavoro.
Alcune previsioni indicano che entro alcuni anni, nei settori più tipici della
produzione di massa, specialmente in quella dei beni di consumo durevoli, almeno
la metà dei posti di lavoro degli operai potrebbe risultare superflua. Anche il
settore dei servizi tende a una sempre più larga automazione con fortissimi
risparmi di manodopera: la Federazione Internazionale dei Lavoratori del
Commercio prevede il licenziamento, nel giro di pochi anni, del 20-25 %
dell'attuale personale impiegatizio nei Paesi CEE.
Con l'introduzione delle nuove generazioni di robot in grado di automatizzare le
varie fasi del montaggio dei prodotti, l'impatto dell'automazione
sull'occupazione, in alcuni settori è diventato drammatico. Questo
"collasso di lavoro" esigerà, sempre più, oltre a una diminuzione
dell'orario di lavoro, forti interventi dei poteri pubblici per governare il
processo di cambiamento, in modo che la caduta dell'occupazione nell'industria e
nei servizi sia controbilanciata dall'aumento dell'occupazione nei servizi
educativi, sociali, del tempo libero e nelle produzioni necessarie al
miglioramento della qualità della vita. Non c'è dubbio tuttavia che esso già
ora pone gravissimi problemi sociali, se appena consideriamo che la
disoccupazione giovanile in Sicilia raggiunge in certe parti addirittura il 50%.
5.4. La libertà
In realtà la sfida che nasce dal progresso scientifico-tecnico è quella della
libertà. E' chiaro infatti che l'estendersi della computerizzazione a tutti i
settori della vita e dell'attività umana restringerà enormemente (se
addirittura non lo eliminerà del tutto) il campo delle decisioni e delle scelte
dell'uomo, poiché sarà il computer a dire quello che in una data situazione è
meglio, anzi, è necessario fare. E all'uomo non resterà che eseguire.
D'altra parte il computer dirà quello che i tecnocrati vorranno fargli dire
essendo essi a "programmare", cioè a scegliere i dati da fornire al
calcolatore, il quale non farà se non elaborarli. Questo rischia perciò di
divenire strumento di potere in mano a una nuova classe sociale (quella dei
tecnocrati) sulla quale ogni controllo, non solo "dal basso", ma anche
da parte dei responsabili politici, sarà praticamente impossibile.
5.5. Il nichilismo
Ma forse la sfida più grave che il mondo postmoderno deve affrontare è quella
del nichilismo. Esistono nel mondo attuale (e, a quanto è dato prevedere,
diverranno sempre più vigorose in futuro) potenti forze di distruzione sia
della vita umana, sia dei valori che la rendono degna di essere vissuta.
Infatti, alla base delle pratiche contraccettive, abortive ed eugenetiche, che
causano l'eliminazione di un numero sempre crescente di esseri umani e pongono
per i popoli dell'Occidente gravi problemi di sopravvivenza, non ci sono solo
motivazioni di ordine economico e sociale, ma anche motivi ispirati alla
sfiducia nel futuro, oltre che all'edonismo, e soprattutto al rifiuto della vita
come valore per il quale abbia senso e valga la pena fare qualche sacrificio e
imporsi alcune rinunce.
L'interrogativo che è posto drammaticamente all'uomo di oggi è dunque questo:
la vita umana ha valore, ha senso, oppure è senza valore e senza senso? Meglio
ancora: la vita ha un valore assoluto, sacro, per cui va protetta e difesa in
qualsiasi condizione, anche negativa (malattia, sofferenza, vecchiaia) oppure ha
un valore relativo, per cui può essere sacrificata ad altri valori che si
ritengono più importanti, come la salute, il benessere, il piacere?
5.6. Il disagio esistenziale dei giovani
Fermiamoci, per ovvie ragioni, alla situazione italiana:
- la diffusione della violenza: i media comunicano avvenimenti dai
contorni inquietanti. Adolescenti e giovani che buttano pietre dai cavalcavia
sulle vetture in transito, che si stendono sulle corsie delle arterie stradali
oppure sui binari ferroviari sfidando follemente la sorte, che commettono
omicidi e atti vandalici per emulare gli "eroi" di una pellicola
cinematografica oppure di un fatto di cronaca, che si buttano a tutta velocità
con la propria auto contro un muro, oppure che giocano alla roulette russa per
vedere se ne escono vivi, che consumano aberranti omicidi ai danni dei genitori,
dei congiunti, degli amici, di gente sconosciuta;
- la diffusione della tossicodipendenza, un problema purtroppo noto da
tempo (cfr. gli Atti della Conferenza nazionale sulla droga, tenutasi a Napoli
dal 13 al 15 marzo 1997);
- la precocizzazione della criminalità, un fenomeno dai contorni più
recenti: il numero degli adolescenti denunciati, negli ultimi anni è passato da
21.264 unità nel 1987 a 44.788 nel 1992 (cfr. Istituto Nazionale di Statistica,
I minorenni e la giustizia e altri aspetti della condizione giovanile - anni
1987-1992, Roma, ISTAT, 1994);
- la diffusione del suicidio fra adolescenti e giovani, che registra un
inquietante incremento in tutte le società "complesse" in cui, negli
ultimi vent'anni il numero dei suicidi dei giovani è raddoppiato, raggiungendo
la quota di 30 ogni 100.000 unità (CENSIS, L'orizzontalità del mondo
giovanile, Roma, Censis, 1992). Sono agghiaccianti i messaggi di addio
lasciati dagli autori di questi gesti disperati: essi testimoniano la fatica
di crescere, cioè l'incapacità di "integrare l'identità con
l'alterità implicata nel processo dello sviluppo al fine del conseguimento
della identità matura" (Cfr. S. De Pieri, La fatica di crescere, in
"Rassegna CNOS", 1994).
Le giovani generazioni sono colpite particolarmente dalla sindrome del non senso
della vita e perciò non sono capaci di sacrificio. Siamo tutti interpellati dal
problema del "disagio verso la vita" che costituisce una vera e
propria contraddizione rispetto all'azione educativa che dovrebbe preparare alla
vita. In particolare, all'interno della riflessione che stiamo conducendo,
occorre riflettere su quanto questa condizione risenta della cultura refrattaria
alla situazione religiosa. E' importante, per sciogliere questo nodo
problematico, interrogarci situandoci da una prospettiva di tipo pedagogico. Si
può preparare all' "alterità della vita" senza aprirsi all'
"alterità dell'Altro"?, si chiede G. Mari , e risponde: "I
sintomi di disaffezione rispetto alla vita e alla realtà, che giungono da
adolescenti e giovani, sono accomunati dalla fatica di interagire con l'alterità;
ritengo che ciò dipenda anche dalla emarginazione del fattore religioso il
quale è iniziazione all'alterità in quanto correlato alla trascendenza che è
Alterità" (cfr. L'ateismo nel cambiamento: la negazione di Dio in un
mondo che si trasforma, fogli ciclostilati, 1995).
6. La risposta cristiana
6.1. Di fronte a queste difficoltà ci chiediamo se l'uomo ha la capacità di
affrontarevittoriosamente le sfide che abbiamo accennato.
Noi rispondiamo affermativamente anche a motivo della fede che professiamo.
Questa è fede in Dio, ma non in un Dio qualsiasi, ma in un Dio creatore e padre
dell'uomo: è perciò anche fede nell'uomo. Se infatti Dio lo ha creato a sua
immagine e gli ha dato il potere di dominare il mondo, si deve ritenere che
esistono in lui potenzialità quasi infinite e capacità ancora inespresse che
possono manifestarsi proprio di fronte a sfide nuove e inedite della storia. In
quanto è immagine di Dio creatore, l'uomo riflette l'infinità divina ed è
perciò, a suo modo infinito.
6.2. Ma la fede cristiana fornisce un motivo di speranza ancora più solido e
profondo, perché fondato su due verità essenziali del cristianesimo:
l'Incarnazione e la Resurrezione.
- Con l'Incarnazione, Dio stesso, facendosi uomo, è entrato nella storia umana
e ha fatto proprio il destino dell'uomo, con tutto quello che esso ha di
drammatico e terribile. Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi, partecipa della
nostra storia, dà alla storia quel che gli eventi anche più fragorosi non
danno: cioè un riferimento sicuro e non la instabilità, la progressione in
avanti e non il caos. La venuta di Dio nel mondo è un grande annuncio di
responsabilità a costruire storia interpretando e gestendo gli eventi, senza
essere da loro psichicamente dipendenti. La connessione fra i drammi degli
ultimi mesi e la celebrazione dell'Avvento che stiamo vivendo è quindi
fortissima: più le cose del mondo diventano difficili più impegnano la nostra
responsabilità; più ci fanno capire che anche nel nostro piccolo quotidiano
portiamo avanti un pezzetto non revocabile della storia del mondo; e più ci
fanno avvertire che tale storia non potrebbe farsi se Dio non fosse venuto ad
abitare in mezzo a noi. Dopo l' 11 settembre il rinserramento nella religiosità
personale non basta più, occorre continuare con calma a fare storia.
- Con la Resurrezione Cristo ha vinto le forze del male e ha immesso nella
storia la "potenza della Resurrezione" (Fil 3,10) cioè una fora di
liberazione e di rinnovamento dell'uomo e del mondo, una forza che "fa
nuove tutte le cose" (Ap. 21,5). Ora, se Cristo è presente nella storia
umana con la potenza della Resurrezione, l'umanità non può andare verso la
catastrofe e la morte, ma pur tra sofferenze e convulsioni, va verso la vita,
cammina verso il Regno di Dio.
E' chiaro però che Dio non si sostituisce all'uomo nei compiti storici
propriamente umani; lo ispira, lo incalza, lo sostiene, gli è vicino, ma lo
lascia libero di decidere, di fare o di non fare, di far bene o di far male.
Perciò il destino del mondo è nelle mani di Dio, ma anche nelle mani
dell'uomo. La storia del mondo è in gran parte la storia della libertà umana.
Ecco perché per rispondere alle sfide del mondo postmoderno, è necessaria una
fortissima tensione morale.
7. L'umanesimo moderno
7.1.Questa tensione non può tuttavia poggiare sul vuoto. Deve avere come base una
visione dell'uomo e del mondo che possa ispirarla e sostenerla: quindi una
cultura.
Una cultura che faccia perno sull'uomo e sui valori umani, che metta l'uomo e i
suoi valori al primo posto e ne riconosca la priorità sulle ideologie e sulle
strutture sociali, politiche ed economiche. Dunque una cultura umanistica.
Quale umanesimo può fondare il grande impegno morale che oggi si richiede per
rispondere alle sfide del mondo postmoderno e per ristabilire il primato della
persona e dei suoi valori essenziali? Sono questi, forse, gli interrogativi più
decisivi che si pongono all'uomo d'oggi.
La "cultura moderna" ha voluto certamente essere una cultura
umanistica, una cultura cioè che pone l'uomo al suo centro e ne esalta i
valori. Storicamente ha avuto il grande merito di aver fatto emergere e di aver
sviluppato nella coscienza dell'uomo i valori della dignità e della libertà
della persona, della tolleranza, del pluralismo, della solidarietà,
dell'uguaglianza, del rifiuto del razzismo e di ogni forma di discriminazione.
Tuttavia l'umanesimo della cultura moderna, nonostante i suoi aspetti positivi,
è gravemente riduttivo, secondo noi, per due motivi.
7.2.In primo luogo è un umanesimo laicistico, che cioè o ignora Dio
ritenendolo "irrilevante" per l'uomo e per il suo destino, o lo
combatte come suo nemico e avversario. Ciò ha portato all'esclusione di Dio
dalla vita, sia individuale che sociale, e alla costruzione di un mondo chiuso
in se stesso e refrattario a ogni idea di trascendenza.
Ma un umanesimo agnostico e ateo può essere un umanesimo plenario? Ecco un
problema sul quale credenti e non credenti sono irriducibilmente divisi. In
realtà, Dio è costitutivo dell'uomo e ne fonda l'"umanità", cosicché
senza Dio l'uomo si dissolve e la sua umanità, cioè i valori che lo
costituiscono uomo, resta senza solido fondamento. Se muore Dio, muore e finisce
anche l'uomo.
Ne ebbe l'intuizione lo stesso Nietzsche, quando nella Gaia Scienza (n.
126) faceva dire al folle che annunciava l'uccisione di Dio: "Che mai
facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Non è il nostro un
eterno precipitare? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?
Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a
venire notte, sempre più notte? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino
all'ultima goccia?"… Ecco dunque: nichilismo, manca il fine, manca la
risposta al "perché", non c'è una verità, non c'è una "cosa
in sé"; alle cose non corrisponde nessuna realtà. I valori svalorizzati
sono il principio primo (Dio) e il fine ultimo (l'essere, il bene, la verità).
Molti vedono nel nichilismo la categoria riassuntiva della modernità
filosofica. "Il nichilismo infatti implica la nullificazione del senso
dell'essere, il rifiuto di ogni fondamento, la negazione di qualsiasi verità
oggettiva, la completa mancanza di scopi nel divenire umano e cosmico. Da esso
consegue, sul piano morale, lo scetticismo intorno alle certezze, al senso, ai
valori" (G. Mucci, "Il nichilismo nell'enciclica Fides et
Ratio" in "Civiltà Cattolica", 1999 I, 359)
Ciò che distingue l'uomo da tutti gli altri esseri è il suo carattere di
assolutezza. Ora tale carattere gli viene dal fatto che egli partecipa
dell'assolutezza di Dio, in quanto è creato a sua immagine, riflette nella sua
intelligenza e nella sua volontà l'infinità divina e ha Dio per fine supremo.
7.3.In secondo luogo l'umanesimo della cultura moderna è naturalistico e
materialistico nel senso che riduce l'uomo a un mero elemento della natura,
a un frammento del mondo materiale soprattutto nel senso che lo spirito umano
altro non sarebbe che un epifenomeno della materia, un prodotto dell'evoluzione
biologica: "Io sono un insieme di acqua, calcio e molecole organiche
chiamato Carl Sagan" (Time, del 20 ottobre 1990). Ma se le cose
stanno così, che cosa distingue l'uomo dagli altri esseri viventi, soprattutto
dagli animali superiori? Se egli non è che una "scimmia nuda" - naked
ape - ( Morris 1967) che cosa proibisce di trattarlo al pari degli altri
esseri viventi? Perché avrebbe una "dignità" che gli altri viventi
non hanno?
In realtà, la dignità dell'uomo viene dal fatto che egli non è un semplice
elemento della natura, un aggregato di materia, ma è una persona: un essere cioè
che, se per il corpo fa parte del mondo materiale, per lo spirito si eleva al di
sopra della materia e con l'intelligenza e la libertà è capace di dominarla;
un essere il quale non è totalmente chiuso nella temporalità, ma per
l'immortalità (che è un carattere dello spirito) trascende il tempo; un essere
che è sempre fine e non può mai essere ridotto a mezzo o usato come strumento
per il raggiungimento di altri fini.
Perciò un umanesimo laicistico, materialistico e naturalistico non può fondare
una morale pienamente umana, in quanto non può offrire principi di azione che
rispettino l'uomo nella sua integrità di persona e ne salvaguardino e
promuovano, armonizzando gli uni con gli altri, tutti i valori: non solo quelli
attinenti alla componente biologica del suo essere, ma anche quelli riguardanti
la sua realtà spirituale, quali sono i valori morali e religiosi; non solo i
valori individuali ma anche quelli sociali.
8. Per un umanesimo integrale
L'umanesimo della cultura moderna va dunque corretto e integrato con una visione
umanistica che, mentre ne conserva i valori positivi, colmi i suoi caratteri
manchevoli e riduttivi. Il mondo postmoderno ha cioè bisogno di un umanesimo
"integrale" e "plenario". Questo deve poggiare su alcuni
fondamenti che, alla luce della crisi del mondo moderno, appaiono essenziali e
tra loro strettamente legati.
8.1. L'apertura a Dio
Infatti solo Dio può fondare l'uomo come valore assoluto e giustificare
l'intangibilità e l'inalienabilità della persona umana. A questo proposito va
rilevato che il più grave equivoco dell'umanesimo moderno (il suo errore più
radicale con le conseguenze che tutti lamentiamo) è stato quello di credere che
Dio fosse un rivale e un avversario dell'uomo e che quindi per consentire a
questi di essere pienamente se stesso, bisognasse eliminare Dio.
Infatti l'ateismo moderno è essenzialmente "postulatorio": non si
cura cioè di provare che Dio non esiste, ma ne "postula" la
non-esistenza come condizione perché l'uomo esista. Per esso non conta che
realmente Dio ci sia o non ci sia. Semplicemente "non deve esistere",
affinché l'uomo possa essere.
Questo concetto di Dio come negazione, anzi come "vampiro" dell'uomo
è quanto di più demoniaco la mente umana abbia potuto escogitare: è la
menzogna radicale. Infatti Dio non toglie ma dà, poiché è Lui che fa essere;
non è nemico dell'uomo, ma padre e amico; non ha invidia che l'uomo sia, ma ne
gioisce; la sua gloria non sono l'umiliazione e la morte, ma la grandezza e la
vita dell'uomo: "La gloria di Dio è l'uomo che vive" (Gloria Dei
vivens homo) ha scritto S. Ireneo. Perciò un umanesimo aperto a Dio non è
un umanesimo diminuito e impoverito, ma più ricco e più pieno.
8.2. L'assolutezza dell'ordine etico
E' importante rilevare che l'ordine etico non è estrinseco all'uomo, ma è
l'espressione del suo essere, della sua natura umana, in quanto questa è
principio di azione. In altre parole, la norma morale è la legge dell'uomo, del
suo essere e del suo divenire; è la legge che ne guida dal di dentro lo
sviluppo nel senso dell' "umanità"; cosicché solo seguendola si
diviene pienamente e veramente "uomo". Perciò un umanesimo amorale e
immorale è inesorabilmente un anti-umanesimo; così come un umanesimo fondato
sul relativismo della norma morale (storicismo) non potrà mai salvare
l'assolutezza della persona.
Dobbiamo qui ricordare che il relativismo e il soggettivismo morali, così
spesso esaltati come un progresso rispetto all'assolutezza e all'oggettività
della norma etica, non hanno favorito la crescita dell'uomo e l'espansione della
sua libertà, ma hanno spianato la strada al libertarismo e al permessivismo,
fino alle forme più gravi di violenza e di disprezzo della vita umana.
In quanto legge dell' "umanità" dell'uomo, l'etica non può essere
disgiunta e separata dalle altre attività umane, ma tutte deve guidare affinché
la dignità e l'integrità dell'uomo siano tutelate. Perciò nella visione di un
umanesimo integrale, la scienza, la politica e l'economia non possono essere
separate dall'etica, altrimenti diventano non forze di costruzione e di
promozione dei valori più autenticamente umani, ma forze di distruzione.
La scienza
E' deleterio il divorzio tra scienza ed etica, tra ricerca scientifica e
problemi etici in essa implicati. Più che nel passato ci rendiamo conto oggi
della radicale ambivalenza della scienza: essa può rendere grandi servizi
all'uomo, ma anche distruggerne i valori (vedi la clonazione dell'embrione
umano) e perfino provocarne la morte, se si ritiene sciolta da ogni norma
morale. Nell'era atomica l'umanità potrebbe morire proprio di progresso
scientifico!
La politica
La separazione tra l'etica e la politica ci ha condotto a riconoscere alla
politica il primato, fino a fare della ragione politica (la "ragion di
Stato") e dell'interesse politico (la Realpolitik) la norma e la
giustificazione della condotta degli Stati, generando così situazioni
oppressive e ingiuste, che sono all'origine di innumerevoli conflitti dell'epoca
moderna.
L'economia
Lo sganciamento dell'economia da ogni norma etica - caratteristico del mondo
moderno - ha portato a sacrificare l'uomo, i suoi valori ed esigenze alle leggi
"ferree" dell'economia, alle esigenze del profitto e della produttività.
E' stato l'errore dell'economicismo, che "considera il lavoro umano
esclusivamente secondo la sua finalità economica" (Laborem exercens, 13)
8.3. L'importanza della ragione
Non la ragione "strumentale", che è la riduzione di questa facoltà
specifica dell'uomo a puro strumento di razionalizzazione della realtà, in
vista di una più grande produttività economica o di una migliore
organizzazione della società, ma la ragione metafisica, che è la facoltà
propria dell'uomo di cercare, discernere e trovare la verità in ogni campo,
vincendo l'irrazionalismo, l'emotività, le passioni, l'istintività. Poiché
l'intelligenza umana è fatta per la verità, tutti possono convenire nella
verità che la ragione scopre; questa perciò è una facoltà di per sé
unificante, capace di creare tra gli uomini una comunione profonda. Soprattutto
è una facoltà umanizzante, perché si è uomo nella misura in cui si usa bene
la ragione e ci si lascia guidare da essa nel proprio agire.
Perciò, contro tutte le forme d'irrazionalismo, di esaltazione dell'istintività,
di disistima della razionalità, bisogna oggi riaffermare il valore della
ragione. Anche una certa tendenza al fideismo ( e più in generale, alla
sfiducia nella ragione) che va diffondendosi tra alcuni cristiani del nostro
tempo, deve essere respinta, sia come un attentato alla fede, di cui in tal modo
si misconosce la razionalità e quindi l'umanità, sia come un pericolo per il
credente, perché una fede non fondata razionalmente non può resistere a lungo
alla forza corrosiva del dubbio. Del resto è stato gloria e merito del pensiero
cristiano aver esaltato e tenuto nel massimo conto il valore della ragione
umana: San Tommaso scrive che la ragione è ciò che c'è di più grande nella
natura umana (principatum tenet in natura humana) anzi è ciò che la
perfeziona (hominis ratio perficit naturam ipsius).
8.4. La solidarietà tra gli uomini
Tale solidarietà trae origine dal fatto che abbiamo tutti una identica natura e
un identico destino, e quindi la stessa nobiltà e lo stesso valore; e anche dal
fatto che, per giungere alla pienezza umana, abbiamo bisogno gli uni degli
altri. L'uomo è per sua natura un essere sociale; perciò gli altri non sono
"l'inferno" (Sartre), non sono estranei, avversari, nemici, ma
fratelli. Un individuo è "uomo" nella misura in cui tratta gli altri
come amici e fratelli, perciò con giustizia e carità. L'homo homini lupus è
dunque espressione di inumanità; e chi si comporta con gli altri come
"lupo" si pone a un livello subumano: è un "barbaro", per
quanto alto possa essere il suo livello di perfezione tecnica. Ecco perché il
mondo attuale, diviso in blocchi che si fronteggiano minacciosamente con armi di
terribile potenza distruttiva e contrassegnato da una situazione di radicale
ingiustizia e di mancanza di solidarietà da parte dei popoli ricchi nei
confronti dei popoli poveri, non è un mondo umano e civile, ma inumano e
barbaro.
8.5. Umanesimo e fede cristiana
Promuovere una nuova cultura all'insegna dell'umanesimo plenario come condizione
per una risposta adeguata alle sfide del mondo postmoderno, è dunque il grande
compito della nostra generazione. Alla realizzazione di questo compito la fede
cristiana può dare un contributo molto importante. Infatti, rivelando che Dio
ha elevato l'uomo alla dignità di figlio suo, facendolo "partecipe della
natura divina" ( 2 Pt 1,4) e che Cristo lo ha redento "a prezzo del
suo sangue" (At 20,28), la fede rafforza la dignità della persona umana:
- facendo della legge morale l'espressione della volontà di amore e di salvezza
di Dio per l'uomo, la rende più salda;
- illuminando con la propria luce soprannaturale la ragione umana, la rende più
perspicace, più certa e più sicura nella ricerca della verità e soprattutto
ne rende più ampio l'orizzonte;
- infine rivelando che Dio è Padre di tutti gli uomini e che questi in Cristo
sono fratelli e devono amarsi e servirsi fino a dare la propria vita gli uni per
gli altri, rafforza la fraternità e la solidarietà tra gli uomini, stimola a
realizzare la giustizia e a perfezionarla con la carità.
In tal modo la fede cristiana è generatrice di umanesimo; e l'azione della
Chiesa, pur essendo essenzialmente religiosa, contribuisce a promuovere
l'umanesimo integrale.
"La chiesa - afferma il Concilio - perseguendo il suo proprio fine di
salvezza, non solo comunica all'uomo la vita divina, ma diffonde anche la sua
luce con ripercussione in qualche modo su tutto il mondo, soprattutto per il
fatto che risana ed eleva la dignità della persona umana, consolida la
compagine dell'umana società e immette nel lavoro quotidiano degli uomini un più
profondo senso e significato. Così la chiesa, con i suoi singoli membri e con
tutta intera la sua comunità, crede di poter largamente contribuire a rendere
più umana la famiglia degli uomini e la sua storia" (Gaudium et Spes,
40).
E' stato affermato che dopo l'11 settembre o ci facciamo carico delle
ingiustizie fra i popoli o il mondo civile non avrà futuro (Giovanni Bazoli, in
Avvenire, 28.11.2001).
Sta a noi cristiani impegnati, affinché - in questo difficile momento di
transizione dal mondo moderno al postmoderno - la fede sia fermento di un
umanesimo integrale e contribuisca a porre le basi di una nuova civiltà,
segnata dal primato della persona umana, dalla giustizia e dalla solidarietà.
"I valori della modernità, a cominciare dalla democrazia liberale e
dall'idea dei diritti umani, sono applicazioni dell'eredità biblica, attuate
dal cristianesimo. Nella misura in cui pongono l'accento centrale sulla dignità
della persona umana essi realizzano il senso essenziale del messaggio evangelico
che è la carità" (Vattimo, in Liberal, giugno-luglio 2000).
Tutto questo noi lo chiamiamo "civiltà dell'amore".
Parte seconda: Le sfide del postmoderno e dinamiche educative
1. La sfida dell'inculturazione
1.1. Inculturazione e fede
Parlando a docenti di Religione mi sembra importante chiarire il concetto di inculturazione
della fede, che consiste in una inserzione del vangelo (considerato come
evento di rivelazione e di salvezza e non come corpo di dottrine) in un concreto
spazio culturale in modo da aprirne le espressioni di vita a nuovi orizzonti e
da permettere alla fede di svilupparsi secondo le risorse e il genio proprio del
popolo o categoria di persone a cui quella cultura appartiene. Il punto
decisivo, come ricorda Y. Congar, è che la fede non è una cultura ma storia e
vita; questa stessa fede, tuttavia, non può esistere che inculturata e
riespressa nelle forme proprie di una cultura (Congar1976). Nel nostro caso
nella mentalità dei ragazzi a noi affidati.
Il risultato di questo processo è comunque chiaro: vi sono tante forme di
cristianesimo quante sono le culture che questi ha assunto e trasformato
(Luzbetak 1971).
In questo senso lo sviluppo della Chiesa lungo il primo millennio non è che un
lungo processo di inculturazione in cui la Chiesa si è misurata con il mondo
giudaico, con la cultura greco-latina, con quella slava e con quella germanica;
in questo impegno la Chiesa si era caratterizzata per la sua straordinaria
capacità di accogliere, integrare e trasformare il patrimonio tradizionale dei
popoli che incontrava. Nel secondo millennio invece, dando vita alla grandiosa
figura medioevale della christianitas, la Chiesa si è come irrigidita
sulle posizioni acquisite: anche sotto la spinta delle scoperte geografiche
prima, della rivoluzione tecnologica e informatica poi, fatica a prendere le
distanze da quella "forma occidentale" che l'ha lungamente
contrassegnata.
1.2. Inculturazione e vita
Mi pare opportuno ricordare che la cultura, per noi, è il modo specifico di
esistere dell'uomo: è il frutto della sua intelligenza e della sua libertà nel
progettare, volere e realizzare il rapporto con sé, con il mondo, con Dio. E'
ciò per cui un uomo diventa più uomo e accede alla sua vita. Per questo è
irrinunciabile: senza cultura non c'è umanità perché questa non esiste a
monte delle sue realizzazioni culturali, ma solo in esse e attraverso esse.
Queste affermazioni spiegano il ritrovato interesse per il posto della religione
nei processi storici dell'umanità. Abbandonata la visione marxista di una
religione oppio del popolo, il nostro tempo conosce un rinnovato interesse per
il mondo religioso. Da Assisi ai vari organismi di collegamento mondiale tra le
religioni, lo sforzo è quello di interrogarsi sul contributo delle varie fedi
al cammino storico di questa umanità; anche là dove l'interpretazione del
"religioso" prescinde dal Trascendente per fermarsi solo al piano
etico, l'interesse e la rinnovata fiducia per questa dimensione aprono ad un
vivo senso di responsabilità.
I "nodi" che una teologia dell'inculturazione si trova ad affrontare
sono alla fin fine tre. Il primo riguarda il rapporto tra la singolarità di
Cristo e la cattolicità della chiesa. Il secondo dato è la scoperta dell'altro
(Levinas 1980), la scoperta di una alterità che deve rimanere se stessa senza
venire integrata o, peggio ancora, distrutta in una logica di assimilazione. Il
terzo elemento è la riscoperta oggi del valore della religione e del suo
apporto al cammino storico del mondo. Teologicamente parlando invece il senso
dell'inculturazione è definitivamente stabilito in Cristo: in Lui l'umano e il
divino sono definitivamente legati in una unità personale.(Colzani 1996).
1.3. Inculturazione e vangelo
Confrontata con questo modello concreto, l'inculturazione trova le sue ragioni e
il suo senso.
- Anzitutto vi trova la sua sorgente, l'amore universale del Padre.La proclamazione di questa buona notizia si collega all'umanità di Gesù, ma
risale pure alla storia intima delle persone divine. L'amore evangelico perciò
non va pensato solo in termini di efficienza caritativa ma anche , e
soprattutto, in termini di comunione di persone realizzate nella loro diversità
proprio in forza del dono di sé all'altro. Raggiunto da questo vangelo, il
credente è rinnovato da esso e da esso è reso capace di irraggiarlo sul mondo
intero.
- Va poi ribadita la struttura dialogico-incarnatoria di questo vangelo
cristiano. Con l'incarnazione di Gesù il vangelo dell'amore del Padre assume la
corporeità e la spiritualità umana e, attraverso essa, raggiunge tutta la
creazione.Con Gesù l'umanità è introdotta nell'amore di Dio secondo quella
modalità svelata nel crocifisso rivelatore del regno, il dono di sé.
- Va poi richiamata anche la struttura pasquale del vangelo dell'amore:la crocifissione di Gesù "fuori le mura" (Eb 13,13) ricorda come il
dato dell'avvenimento pasquale sia un Gesù che si spoglia della sua identità
di israelita e, nella assolutezza del dono di sé, muore per tutti, cioè si fa
incontro ad ogni identità culturale facendola sua. Ogni particolarità storica
che si riveli discriminante rispetto ai grandi temi dell'amore di Dio e
dell'amore per l'uomo e il suo mondo, è qui abbandonata. Ogni particolarità
storica che si riveli capace di servire il progetto di Dio è invece assunta e
valorizzata.
- Infine va ricordata la struttura pentecostale del vangelo dell'amore:è infatti lo Spirito che raduna i popoli di ogni lingua, etnia e cultura in
una riconciliazione universale operata da Gesù.
Questo è dunque il compito della Chiesa: sacramento di salvezza, essa opera per
illuminare e animare ogni cultura con il vangelo; sono "tentazioni"
tutte le figure integriste o sincretiste che cercano di deviarla da questa
missione. A tutti e a tutte le culture dovrà richiamare la necessità di uscire
da una logica possessiva e conflittuale per tendere a una prospettiva di
confronto, di dialogo e di accoglienza reciproca. Le diverse identità culturali
vanno aperte ad una logica universale non già sconfessando le proprie
caratteristiche ma mettendole a servizio dell'intera umanità.
1.4. Inculturazione e società odierna
In questa prospettiva la situazione culturale odierna, nella sua dinamica
globale, rappresenta una sfida senza precedenti.
Il punto cruciale è il vorticoso mutamento in cui viviamo: siamo entrati in un
pluralismo culturale e religioso mai sperimentato finora. Da una parte si va
verso una apertura mondiale, facilitata dalla tecnologia e dai media, che arriva
a porre a contatto universi culturali e religiosi tradizionalmente diversi ed
estranei tra loro; dall'altra nascono esigenze di identità locale difficili da
gestire. Da qui una tensione tra universalismo e particolarismo non facile da
interpretare e da controllare.
Si deve comunque ritenere assodata la fine dell'eurocentrismo, almeno in termini
politici e culturali anche se non ancora economici. La situazione culturale del
mondo appare oggi notevolmente diversificata: l'area democratico-tecnologica
dell'occidente è profondamente diversa da quella islamica, da quella delle
tradizionali religioni africane, da quella asiatica e da quella
latino-americana. Questa fluidità culturale rende ancor più indispensabile
l'inculturazione: non si può evangelizzare senza entrare in profondo dialogo
con questi mondi. La fine dell'eurocentrismo trascina con sé la fine del
modello cristiano occidentale come modello esportabile ovunque e per tutti. La
fine di questa determinazione occidentale della fede comporta un diverso livello
di comunicazione di idee e di pensiero, un diverso modello dei rapporti tra fede
e società, tra vangelo e vita, aldilà delle problematiche, quasi
esclusivamente europee, della secolarizzazione e dell'ateismo, della tecnologia
e del benessere.
1.5. Inculturazione e promozione della persona
Per conto mio l'inculturazione deve cominciare con l'ascolto, con la conoscenza
di coloro a cui si annuncia il vangelo. Non basta il rispetto ma occorre
simpatizzare con l'identità culturale degli interlocutori, identificandosi, fin
dove è possibile, con la loro vita e le loro tradizioni. Solo così nasce il
dialogo, la comprensione e la fiducia. L'attenzione al vangelo si fa così
attenzione alle persone, con i problemi della loro dignità e della loro libertà.
Promuovere la persona nella sua integralità esige impegno per la fraternità e
la solidarietà, il servizio e la giustizia, la liberazione e la crescita
comune.
2. La sfida delle culture
2.1. L'uomo narcisistico e l'uomo comunitario
La cultura occidentale, negli ultimi secoli, ha commesso "l'errore di
Narciso" (Lavelle 1970). Sia l'individuo sia il gruppo sono stati tentati
di ripiegamento; spesso si sono autocentrati, dimenticando le tradizioni di
apertura dello spirito europeo. Su questo sentiero si è approdati alla
solitudine e all'incomunicabilità sul piano individuale; al razzismo, al
nazionalismo, al corporativismo, sul piano societario.
L'uomo comunitario, che si profila in alternativa a quello narcisistico, è
anzitutto l'uomo aperto in profondità (capace di cogliere i propri
valori) in lunghezza (proiettato verso il futuro), in larghezza (capace
di accogliere l'altro, il diverso, persino l'avversario, riconoscendo in
ciascuno un titolare di qualche riflesso di verità dell'uomo e per l'uomo),
aperto soprattutto in altezza (alla ricerca incessante del totalmente
Altro, come fondamento e approdo della storia). La chiusura ad extra è
morte ad intra (Palumberi 1993).
2.2. Dominio e conflittualità
In occidente il criterio di azione dell'uomo dell'ultimo millennio è lo spirito
del dominio, generatore di conflittualità. E' in questo bubbone che va operata
l'incisione e la sostituzione della radice marcia, con lo spirito della
convivialità, generatrice di comunità.
L'avidità come atteggiamento e il profitto assoluto come valore-guida hanno
rinnegato, rispettivamente, la solidarietà e la giustizia, che sono i
coefficienti primi della convivialità insieme all'uguaglianza. "La grande
inversione di valori, che comincia a delinearsi su scala mondiale, può essere
interpretata come una rivalutazione di atteggiamenti e valori considerati
"tipicamente femminili" e una svalutazione di quelli considerati
"tipicamente maschili": la forza, l'aggressività, il produttivismo,
il disinteresse per il corpo sono sempre meno apprezzati; la tenerezza, la
sensibilità, la capacità di creare il proprio nido d'amore, lo sono sempre di
più" (Jungk 1975).
2.3. Interiorità e convivialità
Questo spirito di convivialità va assunto come l'anima di una nuova civiltà
che, o passerà attraverso questi confini o si perpetuerà nel prossimo
millennio la spirale della frenesia del possesso, della concorrenza, della
conflittualità.
E' la tesi largamente approfondita da I. Illich. Non si può essere conviviali
con gli altri se non si è uomini interiori. L'interiorità, che è equilibrio
della vita di coscienza, è la convivialità dell'uomo con se stesso. Chi non ha
fatto convivio dentro di sé non può essere esperto del convivio fuori di sé.
Solo chi sa stare bene in solitudine con se stesso è atto a stare bene in
compagnia con gli altri.
Il compito primo dell'educatore è sulla linea di questo duplice passaggio:
dalla banalità all'interiorità e poi dall'interiorità conflittuale a quella
conviviale. Il dominatore frenetico non sa vivere con se stesso, è sempre al di
fuori di sé. E corre. Cioè trans-corre da un oggetto all'altro, dal suo ring
di lotta ad un altro, magari di maggiore violenza. Il conviviale è chi, esperto
dell'incontro con se stesso, sa discendere anche nell'altro (Illich 1981).
3. La sfida delle religioni
3.1. Il dialogo interreligioso
Nei dialoghi tra fedeli delle diverse religioni, oggi sempre più frequenti,
prima o poi sorgono delle domande sulle caratteristiche fondamentali e sulle
differenze che intercorrono tra una fede e l'altra.
I tratti polemici, che sussistevano nel passato e che minavano fortemente
qualsiasi tipo di avvicinamento, sono sempre più riconosciuti oggi (pur con le
dolorose eccezioni dei vari fondamentalismi) come inaccettabili e la pretesa di
affermare la propria superiorità negando ogni valore all'esperienza altrui
sembra ormai cedere il passo alla disponibilità a camminare insieme nella
conoscenza dei valori presenti in ogni confessione religiosa.
La preoccupazione di individuare e offrire le ricchezze della propria tradizione
religiosa e nello stesso tempo il desiderio di accogliere quelle delle altre,
infatti, costituisce l'essenza del dialogo interreligioso.
Il Concilio ha certamente dato alla Chiesa Cattolica una forte spinta in questa
direzione, anche se il cammino da fare è ancora lungo sia a livello di
accoglienza, sia a livello di riflessione teologica. Tuttavia l'atteggiamento di
ascolto e di dialogo risulta ormai irrinunciabile per una chiesa che si è
riscoperta pellegrina assieme a tutti gli uomini verso la pienezza del Regno.
Il dialogo interreligioso si dimostra una delle sfide più importanti del nostro
tempo, non solo nell'ottica della convivenza, ma anche in quella della
autocomprensione della fede. Esso infatti è la strada, attraverso la quale
ciascuna religione può penetrare sempre più profondamente dentro la ricchezza
della propria tradizione, cogliendone ed esprimendone l'essenziale. Perciò tale
sfida dovrà coinvolgere l'impegno di tutti i credenti, nella quotidianità
della loro esperienza di incontro e di convivenza. Tale "spazio" ci è
offerto oggi soprattutto dalla presenza degli immigrati musulmani.
3.2. L'Islam tra differenziazione e dialogo culturale
3.2.1 La questioni islamica
Il mondo islamico offre oggi lo spettacolo di un universo variegato e lacerato,
pencolante tra forze centripete della 'Umma (o comunità di Maometto) e
quelle centrifughe della Watan (o patria). L'Islam rappresenta,
nell'immaginario collettivo, l' "altro" per eccellenza. Nel mondo,
dopo la caduta del comunismo, è certamente la più grande alternativa alla
cultura occidentale e, in Occidente, la maggiore alternativa al cristianesimo
tradizionale.
L'Islam a noi italiani appare anzitutto come un mistero: non lo conosciamo e
spesso ci fa paura. Tendiamo a concepirlo con categorie spesso inadeguate;
crediamo si tratti di una questione di "politica estera", che riguarda
gli stranieri, e interpretiamo le sue manifestazioni in Italia a partire
dall'immagine che abbiamo delle vicende dei paesi di origine degli immigrati.
Non riusciamo ancora a coglierlo come una storica novità interna.
I mezzi di comunicazione diffondono immagini stereotipate e pregiudiziali, dando
spazio alle manifestazioni estreme, evidenziando le notizie sensazionali, eppure
man mano che l'Islam italiano acquisterà la sua fisionomia, vedremo cambiare
molte cose della nostra vita quotidiana: le strutture sanitarie, i cimiteri, le
banche, la macellazione e la ristorazione, le festività e le ferie,
l'abbigliamento, i costumi. I musulmani sono portatori di elementi che mettono
in discussione il rapporto tra fede e laicità dello stato, il ruolo sociale
della donna, il rapporto tra i sessi, la cultura del corpo, il significato del
matrimonio, le forme dell'educazione.
L'Islam non è una novità nella nostra storia: abbiamo testimonianze evidenti
della presenza musulmana in terra italiana, specialmente in Sicilia, ma pochi
sanno indicare quanto della nostra cultura tradizionale è eredità della
dominazione islamica del passato. Proviamo ancora difficoltà ad immaginare dei
pii islamici pienamente cittadini italiani, anche se in Italia, come in gran
parte dell'Europa, quella musulmana è diventata ormai una presenza costante e
definitiva. Assistiamo a una svolta storica, ad una rapida crescita di quello
che per secoli è stato considerato, e per alcuni lo è ancora, il nemico della
cristianità e della civiltà europea.
Per gli stessi islamici la presenza in Occidente rappresenta una novità dagli
esiti difficilmente prevedibili: appartengono spesso a comunità etniche
minoritarie con un radicamento sociale debole. Devono reggere il confronto con
realtà religiose e culturali maggioritarie e quindi potenti, e questo li porta
da un lato a doversi mostrare benevolmente disposti verso lo Stato e i
cittadini, e dall'altro ad apparire spesso chiusi nei loro confronti.
Difficilmente riusciamo a cogliere la loro grande diversità interna, legata
alla provenienza geografica e ai modi più vari di vivere la fede. I musulmani
ci appaiono un blocco monolitico eppure l'Islam europeo, a differenza che nei
paesi di origine, si caratterizza per una considerevole pluralità interna.
La cultura scolastica ci è poco utile alla comprensione di questo mondo che
ormai vive tra noi. I nostri studenti poi non possiedono gli strumenti per
cogliere la rilevanza, nella loro vita, di elementi legati all'appartenenza
culturale. Su queste tematiche l'insegnamento della Religione Cattolica, penso,
ha oggi ancora molto da recepire ed eventualmente da includere nei suoi
programmi didattici.
3.2.2. La sfida dell'Islam
Il Mediterraneo è sempre stato laboratorio di futuro e crogiolo di civiltà: già
ieri, quando vigevano scambi frequenti anche se limitati nei mezzi, tanto più
oggi quando gli scambi si fanno sempre più intensi. Il suo spazio-test diventa
pertanto più alto per la sua dimensione di interculturalità e plurietnicità
che oggi costituiscono una delle sfide primarie all'Occidente.
Ieri il bacino del Mediterraneo si presentava come melting pot di civiltà
greca, romana, normanna, spagnola, islamica. Era luogo di intrecci culturali, di
esperienza di comunicazione, di accoglienza, di tolleranza. Oggi rischia di
rivelarsi come spazio di incomunicabilità. La guerra del Golfo, e ancor più i
fatti dell'11 settembre, hanno rivelato la tendenza da parte dei paesi
occidentali alla presa di distanza dagli interessi degli arabi, con la condanna
unilaterale, con la mentalità del più forte economicamente, con lo
schieramento bellico. Occorre riavvicinarsi al mondo islamico, ancora e sempre
motivo di fascino e diffidenza. La tendenza alla mondialità, che sta
caratterizzando l'inizio di una nuova cultura, è accoglienza del diverso. Deve
esserlo tanto più del vicino diverso (Negrini 1999).
Da quale base si può partire per fissare una solidità di scambi culturali,
affinché alla fase del contrasto di civiltà subentri quella della
collaborazione fra popoli?
Il punto di inizio non può essere quello di tipo puramente economico.
Esso infatti è segnato in occidente da logiche di profitto e di concorrenza. E
la sua assunzione sarebbe una sconfitta in partenza per i più deboli. Né può
essere quello di carattere politico, impregnato come è di ideologie e di
pregiudizi. Occorre piuttosto studiare forme di dialogo culturale e
interreligioso, con atteggiamento di grande rispetto reciproco per le
diversità dei valori della giustizia, della pace, della difesa dell'ambiente,
della libertà religiosa.
Il dialogo ad extra verso il mondo dell'Islam, si rende più credibile
con il dialogo ad intra nei confronti del mondo islamico presente in casa
nostra. Il flusso di immigrazione proveniente dai paesi arabi è un problema
culturale e politico di primissimo piano. E' un fatto di giustizia, all'interno
di un'ottica di mondialità, al di là delle logiche polarizzate
dell'indifferenza, da una parte, e della repressione poliziesca, dall'altra.
Anche le strutture dell’Unione Europea sono chiamate a trasformarsi nelle loro
radici culturali. Va superata l'impostazione della problematica nei termini
dell'antiterrorismo e dell'anticriminalità internazionale, che costituisce
ancora la base statutaria delle strutture dell'Unione Europea interessate al
problema del mondo islamico.
3.3. La sfida dell'intercultura
3.3.1. L'educazione alla mondialità
La soglia del terzo millennio, propiziata dagli strumenti di comunicazione
sempre più universalizzanti, è pronta per un'operazione di completamento
dell'evoluzione, in cui l'unità è convergenza e la diversità è ricchezza. La
vera rinascita della comunità umana comincia dalla coscienza della sua unità
(Huizinga, 1962). E' il vero rinascimento del terzo millennio, che, diversamente
da quello della metà del secondo millennio, presentatosi eurocentrico e
letterario, si offre invece come planetario e interculturale.
Il nuovo concetto di autocoscienza planetaria supera quello hegeliano di
autocoscienza europea e germanica come centro del mondo, che ne è la base,
perché condensato dello spirito assoluto (Fromm 1975).
Il provincialismo è il bloccaggio della speranza, perché marcia contro la
storia. L'unico correttivo è la formazione alla mondialità per una convivialità
delle persone e delle culture. Tale convivialità comporta una concreta
educazione alla pace, la quale infine costituisce un bene-sintesi, nei vari
contesti della vita della famiglia, della scuola, della Chiesa, degli spazi di
società amministrativa, politica, sindacale. Educare alla mondializzazione
dunque è, a livello di coscienze personali, aiutare a coltivare le premesse di
pace, come la tolleranza, la giustizia, la magnanimità, il perdono (Nanni,
1986).
A livello radicale della mente, ciò comporta la demistificazione di certe
letture ideologizzanti di non pochi nostri testi di storia, carichi di
ipocrisia, come sottolineava Don Milani.
L'ecumene interculturale trova il suo fondamento nel riconoscimento
dell'unico Dio creatore e padre degli uomini, che caratterizza le tre grandi
religioni monoteiste dell'ebraismo, del cristianesimo e dell'islamismo. L'uomo
pienamente uomo si può sviluppare con una fede matura in Dio e con una
sensibilità planetaria nei riguardi della comunità. Grazie ai media e alle
strumentazioni dei satelliti, le barriere sono saltate e il "villaggio
globale" si estende. Ora però è urgente formare la "famiglia
umana" sul piano della conoscenza e degli obiettivi: l'uomo planetario è
colui che si spoglia delle ideologie e avverte la convivialità universale come
passione. E così cerca l'uomo nella sua umanità, ovunque si trovi, chiunque
egli sia (Balducci 1992).
"Gesù disse: quando sarò sollevato da terra attirerò tutti a me. Non
prima dunque, ma proprio nel momento in cui, sollevato sulla croce, egli entrò
nell'agonia ed emise il suo spirito, spogliato di tutte le determinazioni. Non
era più allora né di razza semitica, né ebreo, né figlio di David. Era
universale, come è universale il nulla della morte, e come è universale la
qualità che in quell'annullarsi divampò: l'amore per gli altri fino
all'annientamento di sé. E' in questo annientamento per amore la definizione di
Gesù, uomo planetario (…). La sua universalità va riposta qui, in questo suo
libero insediarsi, per amore degli uomini, nel cuore della totale negatività"
(Balducci 1985).
L'unico umanesimo oggi valido è quello dell'uomo planetario. E' un ecumenismo
sostanziale: la sostanza comune è l'umanità; le specificazioni del ruolo
professionale, dell'appartenenza nazionale e culturale, dell'istituzione
religiosa, politica, vengono in secondo piano. L'uomo planetario mette al centro
dei suoi valori l'uguaglianza che si traduce nel riconoscimento della dignità
dell'altro, non perché è bianco o è ricco, ma perché è uomo, titolare cioè
degli stessi diritti da riconoscere, a partire da quello dell'esistenza fisica a
quelli della sussistenza, del pane, del lavoro, della casa, della salute; a
quelli del livello morale, della libertà; a quello spirituale, al
riconoscimento della coscienza, e della propria religione. La storia ha giocato
contro questo umanesimo dell'uguaglianza oggi urgente. I forti hanno perfino
idealizzato le loro posizioni, attraverso le varie forme di razzismo, tendente a
giustificare (con argomenti persino biblici) la differenza della razza bianca da
quella nera (i negri, trattati come schiavi, venivano fatti risalire a Cam,
sotto il segno della maledizione di Noè). Questo germe patogeno del razzismo,
è scoppiato nel secolo scorso nella forma del nazismo e dell'apartheid,
ed oggi nelle manifestazioni di xenofobia e di violenza contro gli
immigrati.
3.4. La sfida dell'accoglienza del diverso
Uno dei segni più vistosi della nostra storia recente è il flusso incessante
dell'immigrazione. Essa non è uno sfizio: è necessità di vita causata
dall'aggravamento delle condizioni economiche e spesso politiche delle aree
terzomondiali, in concomitanza con un notevole aumento di popolazione giovanile
e di una domanda di cultura e di lavoro qualificato.
La povertà di mezzi costituisce il fattore determinante. Nel 1997 il reddito pro
capite del Terzo Mondo si aggirava sulle 900.000 all'anno, mentre in Europa
oscillava dai 15 ai 18 milioni. Gli aiuti dei Paesi industrializzati, nello
stesso periodo, si sono aggirati appena sullo 0,36% del PIL, livello che
peraltro è risultato assorbito e spesso superato per il pagamento delle rate e
degli interessi sui debiti. Si aggiungano pure altri fattori, quali la
corruzione di certa classe dirigente e politica, l'impreparazione tecnica,
l'alto investimento in armi, i conflitti interni che dissanguano spesso in tutti
i sensi quelle popolazioni povere.
La vita media nell'Africa settentrionale oscilla intorno ai 40 anni. Quella
dell'Occidente si aggira sui 76 anni. Le condizioni di miseria si vanno
aggravando. Il divario si va allargando. Il livello degli squilibri va
aumentando. L'80% degli abitanti del pianeta è costituito dalla fascia dei
"dannati della terra". E di questo 80%, la maggioranza assoluta è
formata da giovani. Di contro, la più vasta aerea della popolazione del mondo
opulento è fatta di anziani.
Di qui, dal primo versante, la necessità fisiologica e dall'altro, quella
operativa, la necessità dell'emigrazione. Di qui, ancora, da parte dell'Ovest,
la sindrome dell'assedio di uomini poveri e bisognosi di tutto e il panico
nell'atto di accogliere masse sempre più numerose dalle sponde del Sud del
Mediterraneo e dell'Atlantico. Di qui, infine, il rilancio delle Leghe, le
serrate di fila nella cittadella fortificata, l'esasperazione e demonizzazione
di disagi e degradi.
La sfida forse più importante del Duemila si chiama l'accoglienza del
diverso. Certamente, la soluzione del dramma immigratorio è in gran parte
di tipo politico. L'unica uscita di sicurezza consiste nel riformulare le
politiche di accoglienza con un piano di solidarietà concordata, per gestire il
fenomeno con scelte preventive. Un nuovo modello di sviluppo potrebbe essere
proprio l'aprire le frontiere con una programmazione illuminata e concordata.
L'immigrazione nei nostri Paesi diventa, a questo punto, necessità economica
non solo per gli ospitati ma anche per gli ospitanti. I quali sono chiamati ad
un chiaro test di civiltà che si fonda sulla giustizia e sul rispetto
della dignità dell'uomo mai trattato come mezzo, ma sempre come fine.
L'immigrazione può trasformarsi in sottoproduzione di nuove schiavitù,
all'interno di una società senza valori, con una amministrazione pubblica e
servizi sociali spesso carenti.
La storia più recente conferma che questo rapportarsi al valore
dell'uguaglianza è entrato ormai nel tessuto della coscienza occidentale.
L'Occidente del terzo millennio è al banco di prova della sua identità e, sul
terreno dell'emigrazione, gioca la partita della sua credibilità. La tentazione
di barricarsi nel proprio palazzo, ignorando coloro che bussano alla nostra
porta - i quali peraltro non vengono ad elemosinare ma a collaborare -
costituirebbe la perdita di un'occasione storica per costruire una civiltà più
ricca di valori. La multirazzialità deve passare dallo stadio di pura necessità
ad una vera scelta di civiltà. Il razzismo è anzitutto una anti-dimensione
all'interno del cuore dell'uomo, prima che essere un comportamento
socio-politico.
Tra i tanti principi, che teoricamente si danno per scontati, ma che in pratica
restano smentiti, primeggia oggi questo: il Nord e il Sud, un solo mondo. La
conseguenza, tanto logica quanto disattesa, è che il futuro
dell'umanità è uno e indivisibile.
I fenomeni delle guerre, inquinamenti, spaccio di droga, come pure i fenomeni
del turismo, di movimenti per la pace e l'ecologia, di interazione di borse e
finanze, ci convincono sempre più che l'interdipendenza planetaria (la
mondializzazione) sia ormai un dato incontrovertibile, nel bene e nel male. E
questo punto di non ritorno ci vieta di impostare i problemi ancora in un'ottica
di provincialismo.
L'umanità tende, oggi più che mai, a diventare in pienezza ciò che è già
nel suo codice genetico: una e plurima nella giustizia. E' una: tutti gli
uomini appartengono alla stessa specie. Godono pertanto della stessa dignità
(in se stessi) e dell'uguaglianza (sul piano relazionale). E' questo il
messaggio dell'ebraismo-cristianesimo. E' plurima: la diversità è letta
ormai come dislivello antinaturale. Da questa visione derivano le tratte dei
negri, i campi di sterminio, i pogrom e i gulag, le torture per i reati
di opinione, i razzismi e i nazionalismi. Il futuro passa per la complessità e
unità del mondo, che ormai è il trend evidentissimo della comunità
storica (Peccei 1984).
3.5. La sfida della formazione
Se ci prefiguriamo il mondo che ci attende e valutiamo in che misura i nostri
allievi siano stati preparati ad affrontarlo, penso sia lecito affermare che la
scuola italiana non corre certo al passo coi tempi. I giovani più attenti
rimangono sconcertati dal contrasto tra la vivacità dei problemi legati alla
società multiculturale e l'estraneità dei curricula scolastici su questi
stessi temi.
Il futuro passa dunque per la coscienza planetaria e l'impegno interetnico.
L'Italia sta cambiando e cambierà sempre di più. Il pluralismo nel nostro
paese crescerà e nello stesso tempo crescerà la portata internazionale delle
questioni che richiedono ampie conoscenze. Una volta capito che cosa e in che
direzione sta cambiando, occorre dirigere i mutamenti e chiederci soprattutto:
che genere di cittadini produce il nostro sistema formativo?
Martha Nussbaum, parlando della società americana, nota: "Come cittadini
siamo frequentemente chiamati a prendere decisioni che richiedono un certo grado
di conoscenza dei gruppi razziali, etnici e religiosi, nonché della situazione
delle donne e delle minoranze (…) La nuova enfasi sulla "differenza"
nei programmi del college e delle università è soprattutto un modo per
cimentarsi con quanto si richiede alla cittadinanza, un tentativo di formare
adulti che possano essere cittadini non solo di alcune aree geografiche
circoscritte a gruppi, ma anche e soprattutto, cittadini di un mondo complesso e
irrelato" (Nussbaum, 1999).
Esperienze del genere, provenienti da contesti in cui le questioni
multiculturali risultano più mature, ci fanno capire l'urgenza del problema e
suggeriscono alcune direzioni verso cui incamminarci.
Prossimità e lontananza, differenze e dialogo, pluralità e identità … che
cosa di tutto questo possono dire e in che misura sono in grado di interpretarlo
in maniera originale i nostri allievi? La scuola dovrebbe essere il luogo in cui
si formano personalità capaci di fare sintesi e di elaborare nuovi significati
comuni, nuovi modelli di appartenenza. Si tratta di riconoscere che la ricerca
di identità passa da un dialogo mai definito con l'altro, lo straniero,
l'estraneo. E' un'opera di traduzione, di mediazione tra mondi culturali
diversi, una mediazione che diventa completamento reciproco dei frammenti di
verità.
Spesso si considera come allarmante il fatto che i giovani sono i soggetti meno
legati alla tradizione, ma questo ci facilita anche nella capacità di una
simile opera di mediazione. Dall'esperienza ecclesiale (cattolica, cioè
universale) ci sentiamo interpellati a riflettere, a proporre e a preparare nel
presente le condizioni per la convivenza, la comunione dialettica, il
riconoscimento, l'appartenenza, la partecipazione e la cittadinanza in una
società plurale e multiculturale. Condizioni che vorrei precisare con alcune
proposte:
1. Identità, appartenenza e dialogo
La nostra identità e la nostra tradizione devono essere ripensate e
reinterpretate se vogliamo perseguire un autentico dialogo tra le culture. E'
necessario capire quali sono gli elementi caratterizzanti e di distinzione, e
incoraggiare la convivenza con elementi eterogenei come una abitudine normale di
pensare e comportarsi. L'affacciarsi all'orizzonte di nuove comunità attraverso
l'immigrazione offre la possibilità di realizzare questo indispensabile
ripensamento e di superare una immagine pregiudiziale e stereotipata dello
straniero.
Se il dialogo ha bisogno di reciprocità tra culture diverse, ne consegue la
necessità per la società di incoraggiare lo sviluppo e la coscienza della
diversità. E' importante evitare qualsiasi chiusura pregiudiziale nelle
politiche dell'immigrazione.
2. La Chiesa nella società plurale
Se gli immigrati trovano nelle istituzioni religiose una possibilità di
identificazione e di riconoscimento delle proprie peculiarità culturali,
dobbiamo accettare con serenità anche la loro "visibilità" nello
spazio pubblico.
Nell'ambito della formazione spirituale ed ecclesiale dei nostri allievi, serve
molto poco serrare le fila e rinvigorire dogmi e dottrine. Piuttosto è
necessario il recupero di ciò che è davvero importante: essenzialità
evangelica e maturità culturale. Fondare i progetti formativi su Parola e
cultura significa da un lato aiutare a trovare una identità all'interno del
pluralismo e, dall'altro, educare i cristiani a una grande apertura. Così che
la comunità cristiana, facendosi prossima a ciò che oggi ci appare
"lontano", sarà in grado di comunicare credibilmente il Vangelo.
3. L'insegnamento delle religioni a scuola
Sono convinto che le religioni, in quanto elementi fondamentali delle culture,
sono - e saranno in maniera crescente - elementi chiave per la convivenza. Lo
studio delle religioni non può perciò restare estraneo all'ambiente
scolastico, in cui per eccellenza si formano i cittadini. Un bagaglio di
conoscenze relative all'ambito religioso sarà sempre più indispensabile nella
vita quotidiana.
Poiché una tentazione costante in certi cristiani è quella di identificare il
Regno di Dio con qualche sua realizzazione storica e particolare, penso sia
necessario che la comunità cristiana (in modo particolare l'insegnante di
religione) cerchi di evitare, nella tensione della inculturazione della fede, di
confondere certe categorie occidentali con la fede stessa.
4. La questione islamica
L'attuale impostazione scolastica non è molto utile alla comprensione del mondo
musulmano che ormai si è insediato stabilmente in mezzo a noi. I nostri allievi
non possiedono gli strumenti per cogliere nella loro vita gli elementi legati
all'appartenenza culturale dei migranti islamici (etica, sessualità,
alimentazione, costumi sociali). Su queste tematiche la scuola oggi insiste
ancora troppo poco e pertanto i curricula dovrebbero essere ricalibrati in senso
interculturale.
5. Per una nuova idea di formazione
Per riacquistare credibilità la scuola deve partecipare alla ricerca di
soluzioni ai problemi umani più urgenti: soluzioni non certo di carattere
tecnologico ma etico. Per questo è importante investire nell'insegnamento la
ricerca sui temi riguardanti la democrazia, i diritti umani, la pace,
l'ambiente, la cooperazione e comprensione internazionale, la popolazione, la
povertà, il dialogo interreligioso e tutte le questioni connesse allo sviluppo
sostenibile: tutti problemi che, sia pure non in modo esclusivo, non possono non
rientrare anche nel programma di insegnamento della Religione cattolica.
La scuola attuale educa sempre più persone che conoscono sempre più cose su
altre culture, ma che non sono in grado di valorizzare ciò che hanno imparato,
di dire cosa è giusto, cosa è ragionevole e cosa lo è meno nelle singole
culture e religioni. Queste persone imparano "su" altre culture e
religioni, ma non imparano "da" altre religioni e culture.
3.6. La sfida di un nuovo ordine mondiale
Il futuro passa dunque per la coscienza planetaria e l'impegno interetnico.
Bartolomeo Sorge, con un pizzico di utopia, sintetizzava così, alcuni anni fa,
le nuove frontiere del terzo millennio: "Nasce l'uomo planetario. La società
del Duemila sarà certamente una società planetaria, unificata, universale. Lo
annunciano in modo inequivocabile i processi di mondializzazione, che già
caratterizzano l'ultimo scorcio del XX secolo.
Siamo in cammino verso un nuovo ordine economico mondiale, alla ricerca
di un equilibrio diverso tra Nord e Sud, tra Paesi in via di sviluppo e Paesi già
sviluppati, legati paradossalmente da un unico destino; la coscienza e lo
sviluppo dei diritti fondamentali dell'uomo e delle relazioni internazionali tra
i popoli esigono un nuovo ordine giuridico mondiale, nel quale diritti e
doveri siano garantiti da una autorità sovranazionale effettiva; nello stesso
tempo, l'avvento dell'era atomica ha tolto significato alla esistenza di blocchi
militari e ideologici contrapposti, imponendo la creazione di un nuovo ordine
politico mondiale, dove la pace si fondi non già su un assurdo equilibrio
delle armi o dei missili o sulla paura, bensì su una cultura nuova di
fratellanza e di solidarietà; infine è già nato il bisogno impellente di
stabilire un nuovo ordine mondiale della comunicazione e dell'informazione,
che, attraverso le nuove prodigiose tecnologie, diffonda cultura, conoscenze e
notizie, in modo da servire alla mutua comprensione tra i popoli e alla crescita
morale di una comunità unita, nella ricchezza del suo pluralismo" (Sorge
1989).
Speriamo che almeno alcune di queste previsioni possano avverarsi. Il farsi
uomini senza barriere è la condizione necessaria per tendere verso le nuove
frontiere. Se il futuro (punto focale di tutto il nostro discorso) significa non
un puro svolgimento cronologico, ma coinvolgimento che ci veda impegnati
personalmente, queste nuove frontiere costituiscono un appuntamento inderogabile
per tutti noi.
Conclusione: Verso la pienezza dell'uomo
Tutti noi siamo stati educati nella convinzione che al fondo del nostro
atteggiamento di superiorità nei confronti delle altre etnie (poniamo del mondo
arabo) c'è la certezza che ogni popolo che voglia battere le vie della civiltà
non può che passare per la nostra strada. Si tratta di un razzismo culturale
estremamente pericoloso.
Gorbaciov, a suo tempo, ha affermato che la lotta di classe è un criterio
inadatto a comprendere le contraddizioni, perché quando sono in gioco i supremi
valori dell'uomo il principio è quello della collaborazione, e questo è il
salto necessario che implica una conversione culturale, a cui tutti dobbiamo
collaborare, ciascuno al suo posto. Konrad Lorenz diceva che l'uomo d'oggi è
uno scalino verso la pienezza dell'uomo se saprà valorizzare la diversità
delle razze.
Vi è una legge, nella nostra evoluzione, che ci ha portato alla civiltà
planetaria: gli studiosi la chiamano la civiltà della ominizzazione (Balducci
1985).
Mentre nella fase pre-umana, gli esseri viventi si selezionano attraverso la
lotta per la vita, si distruggono a vicenda per vivere, l'uomo - nel momento in
cui ha avuto il lampo del pensiero e della coscienza libera - ha cominciato a
conoscere un altro tipo di rapporto, quello della collaborazione. Però l'uomo
ha conservato in sé anche i meccanismi della lotta per la vita. L'uomo è
duplice: si ritrova addosso l'aggressività tipica della fase pre-umana e nello
stesso tempo la capacità di comprensione della fase umana. Un fatto, questo,
che faceva dire a Theilard de Chardin: "Noi siamo ancora nella preistoria,
nel neolitico". Nel neolitico infatti è nata la civiltà: proprio là dove
c'è Bin Laden e Saddam Hussein, dove ci sono i pozzi di petrolio, là è nata
la civiltà e là forse potrebbe finire. La civiltà è nata come sintesi, come
tentativo di equilibrio fra l'aggressività pre-umana e la comprensione umana.
La categoria del nemico è una categoria che ha prolungato dentro la storia
dell'uomo la spinta pre-umana della distruzione dell'altro.
Ora dunque ci troviamo nella fase "planetaria" dell'evoluzione umana,
per cui occorre una coscienza adeguata alla dimensione dei problemi. Una
dimensione che sul piano ormai del linguaggio politico ricorrente si chiama la
categoria della "interdipendenza". Occorre una coscienza dove
finalmente il "nemico" diventa l'"altro". Il senso del
futuro che viene è l'epifania dell'altro (Levinas 1984). Al di là di qualsiasi
differenza - politica, culturale, religiosa - vi è una unità di fondo, che ci
deriva dall'essere uomini: è una tensione verso la pienezza umana. Le diversità
etniche invece ci presentano una realizzazione di umanità parziale, e questo è
il nostro dramma. La strada che dobbiamo battere è quella della differenza
nell'uguaglianza. La differenza non è una menomazione, è una ricchezza. E
dobbiamo realizzare l'uguaglianza fra gli uomini nel rispetto della differenza:
per questo però dobbiamo liberarci della categoria del "nemico" perché
demonizza il diverso, lo rende degno di distruzione.
Sta cominciando una nuova storia, una storia estremamente più ricca, quella
degli scambi fra le culture, della convivenza fra le culture, per convivere con
loro, creare città multietniche, multiculturali.
In questo processo il momento religioso è certamente il più spinoso. Chi ha
della fede cristiana un'immagine culturale non sa come cavarsela. Chi, invece,
della fede cristiana ha una visione evangelica, sa che la fede non è una
dottrina, una cultura, ma è una profezia, la cui pienezza è nell'ultimo
evento. Allora riconosce che il cristianesimo deve far rifiorire la profezia che
assume forme nuove nel mondo nuovo in cui viviamo, forme planetarie, e abolire
la categoria del nemico.
La presenza degli immigrati è una provvidenziale provocazione perché essi ci
consentono di portare avanti la nostra rivoluzione culturale a quei livelli cui
abbiamo accennato
Ne va della nostra identità cristiana, quell'identità a volte così a
sproposito sbandierata quando ci vogliamo difendere dal confronto con le altre
culture e le altre religioni, quasi contrapponendo un nostro silenzioso
fondamentalismo ad altri più numerosi e violenti fondamentalismi. La nostra
fede religiosa è infatti una fede non intrisa di rivalità, ma di apertura e
accoglienza; è una fede non volta a combattere i processi di evoluzione storica
ma a vivificarla dall'interno; è una fede che, esaltando la persona umana tende
a valorizzare le diversità, senza fagocitarle o tentare di assimilarle; è una
fede quotidianamente organizzata in un corpo sociale planetario e multipolare e
non si chiude in posizioni chiuse e grette.
Se vivremo coerentemente questa fede creeremo per davvero una società
multietnica in cui non ci sarà la semplice giustapposizione, l'una accanto
all'altra, di culture diverse, ma ci sarà il dialogo, lo scambio. Dobbiamo
garantire l'uguaglianza alle differenze, e questo è un compito fondamentale per
noi cristiani di oggi.
Gli Stati europei hanno elaborato gli accordi (polizieschi) di Schengen. Di
fronte ad un evento epocale come l'emigrazione si risponde quasi soltanto con
misure di cautela, necessarie certamente ma non sufficienti. Capisco bene che
non si possono addossare ai politici tutte le colpe; sarebbe ingiusto, perché
la politica che facciamo non è che il riflesso della cultura che abbiamo. E la
vera rivoluzione dobbiamo realizzarla anzitutto a livello culturale: la
categoria amico-nemico scomparirà e ci accorgeremo come gli immigrati ci
prospettino la necessità di una revisione dei rapporti tra gli uomini. Se viene
un immigrato che non è in regola, io gli dico: "Tu non sei regolare con la
mia legge, ma col diritto ‘cosmopolitico’ sei in piena regola, perché nel
diritto cosmopolitico nessun uomo è straniero in nessuna parte del mondo".
Non è una bella frase accomodante: è la deduzione della concezione del nuovo
codice giuridico internazionale in vigore dal '48 in poi. E' una enorme
tematica, questa.
Sono convinto che incontri come questo, promossi da questo sentimento di
responsabilità sociale e dal presentimento che dobbiamo cambiare cultura e
stile di vita privata e pubblica, rappresentino utili occasioni per portare
avanti questa vera, grande rivoluzione, che porterà l'uomo dalla fase di
"ominizzazione", in cui dominava la cultura del nemico, alla fase
"planetaria", in cui il nemico non c'è più. C'è soltanto l'altro,
con il quale stringere un rapporto di mutua fecondazione e reciproco rispetto e
aiuto.
Bibliografia consultata
- Balducci, E. L'uomo planetario, Camunia, Brescia 1985
- Balducci E. La terra del tramonto, Cultura della Pace, Firenze 1992
- Colzani G. L'inculturazione, fogli ciclostilati, 1996
- Congar Y. Cristianesimo come fede e come cultura, Università Urbaniana,
Roma 1976
- De Lubac H. L'alba incompiuta del Rinascimento, Jaca Book, Milano 1977
- Fromm E. Anatomia dell'aggressività umana, Mondadori, Milano 1975
- Gargani A. Sguardo e destino, Laterza, Bari 1988
- Horkheimer M. L'eclisse della ragione, Guida, Napoli 1975
- Huizinga J. La crisi della civiltà, Einaudi, Torino 1962
- Illich I. Per una storia dei bisogni, Mondadori, Milano 1981
- Jung R. L'uomo del millennio, Einaudi, Torino 1975
- Lavelle L. L'errore di Narciso, Liviana, Padova 1970
- Lévinas E. Il volto dell'altro, Città Nuova, Roma 1984
- Lyotard J. La condizine postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli,
Milano 1981
- Marcuse H. La fine dell'utopia, Laterza, Bari 1968
- Morris D. La scimmia nuda, Bompiani, Roma, 1967
- Nanni C. Educazione e scienze dell'educazione, LAS, Roma 1986
- Negrini A. I musulmani tra noi, Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1999
- Nussbaum M. Coltivare l'umanità, Carocci, Firenze 1999
- Palumberi S. L'uomo e il futuro, EDR, Roma 1993
- Patella G. Sul postmoderno, Studium, Roma 1991
- Peccei L. Il mondo di domani, Laterza, Bari 1984
- Sorge B. Uscire dal tempio, Marietti, Genova, 1989
- Toynbee A. Civiltà al paragone, Bompiani, Milano 1983
Nota:
*Relazione tenuta al sesto Convegno di aggiornamento per docenti di Religione
cattolica sul tema "Le sfide delle culture nella società globale",
presso l'Istituto Teologico S. Tommaso, Messina, 7-9 dicembre 2001.
Zusammenfassung
Dieser Artikel ist die einleitende Vorlesung zum sechsten Fortbildungs-Kongress
für Dozenten der katholischen Religion, zum Thema: „ Die Herausforderungen
der Kulturen in der globalen Gesellschaft“. Er wurde organisiert vom
Theologischen Institut ‚S.Tommaso’, Messina, vom 7. bis 9. Dezember
2001.
Der Autor nimmt sich vor, auf einige Fragen zu antworten: ausgehend von
Begriffen wie „Modernität“ und „Postmodernität und, welches sind die
charakterisierenden Merkmale unserer Zeit? Welche Rolle muss die Religion, und
besonders die katholische Kirche im augenblicklichen kulturellen Zusammenhang
ausführen? Welches sind die Herausforderungen, die uns von einer Gesellschaft
kommen, die immer mehr interkulturell und globalisiert wird?
Nach der Beschreibung einiger „kultureller Übergänge“, welche die Modernität
gekennzeichnet haben (besonders die kulturelle, die wissenschaftliche, die
politische und die industrielle Revolution), zählt der Referent die größten
Doppelsinnigkeiten auf, welche dem humanistischen Projekt der Modernität
innewohnen (die Bedrohung der persönlichen Freiheit, eine soziale Ordnung, die
im wesentlichen ungerecht geblieben ist und besonders die Angst vor der Zukunft,
welche die Menschen heute quält). Diese Doppelsinnigkeiten, die an die Stelle
der Krise der großen modernen Mythen getreten sind (der Mythos der Wissenschaft, des Fortschrittes ohne
Ende, des Industrialisierungsprozesses, der
Ideen der Aufklärung, der schlecht verstandenen Freiheit, der demokratischen
Ordnung) und die Gefahr laufen, einige große Werte, welche die heutige
Gesellschaft besonders braucht, zu gefährden: der Weltfrieden und die Freiheit
des Einzelnen
Oder sie heben besonders einige Unwerte hervor, die heute mehr denn je aktuell
sind, wie der Hunger in der Welt, die Unterentwicklung, der philosophische und
existenzielle Nihilismus, das Unbehagen der Jugendlichen.
Die christliche Antwort basiert auf einem integralen
Humanismus, der offen ist für
die Transzendenz, das Absolute der ethischen Ordnung, der Solidarität unter den
Menschen.
Die größten Herausforderungen der Postmoderne kommen aus der
Schwierigkeit,
den interreligiösen und den interkulturellen Dialog korrekt zu formulieren;
beide verlangen eine angemessene Bildung des Christen. Der christliche
Humanismus zeigt sich als wahrer, vollständiger Humanismus, denn er stellt die
Ganzheit des Menschen sicher in seiner Dimension der gegenseitigen Abhängigkeit
und der Solidarität im Vergleich mit den andern und in seinem fundamentalen
Streben nach Transzendenz, in der Gegenüberstellung mit dem Andern.
Summary
This article was the inaugural address given at the Sixth Refresher Conference
for Catholic Religion teachers, on the theme: “The challenges of cultures in
the global society.” It was organized by the San Tommaso Theological Institute
of Messina, from 7 to 9 December 2001.
The author aims to answer some questions: Taking the lead from terms like
“modernity” and “post-modernity”, what features characterize our times?
In the present cultural context, what role is to be played by Religion, and the
Catholic Church in particular? What challenges does a society, that is becoming
more and more intercultural and globalized, present to us?
After describing some “cultural passages” that characterized “modernity”
(particularly the cultural, scientific, political and industrial revolution),
the author enumerates the major ambiguities inherent in the “humanistic”
design of modernity (the threat to personal freedom, a social order that has
remained fundamentally unjust, and, above all, the fear of the future that is
gripping the people of today). These ambiguities substituted the crisis suffered
by the great modern myths (the myth of science, of endless progress, of the
process of industrialization, of the concepts taken from the period of the
Enlightenment, of an ill-conceived freedom, of democratic order) and run the
risk of endangering some major values - like world peace and individual freedom
- which today’s society particularly needs. They could also underline some
negative values, which are actual today, more than ever, like hunger in the
world, underdevelopment, philosophical and existential nihilism, poverty of the
youth. The Christian response is founded on integral humanism, made up of
openness to transcendence, absoluteness of the ethical order, solidarity among
human beings.
The major challenges of the postmodern era come from the difficulty in correctly
establishing inter-religious and inter-cultural dialogue, both of which
presuppose an adequate Christian formation. Christian humanism appears as a true
integral humanism because it ensures the full realization of the human person.
This is founded on his dimension of interdependence and solidarity, in relating
with others, and in his fundamental aspiration for the transcendent, in relating
with the Other.
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