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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People on the Move -
N°
88-89, April - December 2002
L’emigrazione:
odissea traumatica della memoria collettiva*
Rev. P. Vaclav UMLAUF, S.I.
[German summary, English
summary]
Abbiamo pensato di qui pubblicare questo articolo perché si presenta
paradigmatico, soprattutto dal punto di vista psicologico-storico (si tratta in
fondo della “psicologia della storia”, come si dice), di situazioni d’emigrazione.
La componente “memoria” diventa in effetti sempre più importante nella
ricerca della stabilità e della pace tra i popoli e le nazioni. E la componente
della “purificazione della memoria”, che caratterizza ormai il Pontificato
di Giovanni Paolo II, ce lo conferma.
Di particolare rilievo, nell’articolo, sono le seguenti affermazioni: “nella
natura è ampiamente presente il fenomeno dell’emigrazione”,
“l’emigrazione costituisce una parte della memoria collettiva” e “non
esiste soltanto la sofferenza dell’emigrazione, ma anche un orizzonte comune
di amore che ha cura, di simpatie per le ‘vittime’ e di lotta impegnata per
la giustizia politica basata sull’inviolabilità dei diritti umani”.
(S. E. Mons.Agostino Marchetto)
Nella natura è ampiamente presente il fenomeno dell'emigrazione. Essa consente,
ad esempio, agli uccelli di stabilirsi in aree nelle quali la vita non sarebbe
possibile per animali incapaci di spostamenti rapidi. Anche l'uomo, come essere
migratorio, fa parte della natura. La specie umana iniziò la sua conquista del
mondo in Africa circa un milione di anni fa. Gli ultimi 40.000 anni del suo
vagabondaggio in tutto il globo costituiscono un miracolo di movimento rapido da
un punto di vista biologico. In ogni caso, quello che interessa al filosofo,
come chi scrive, è la capacità dell'essere umano di superare la natura in
termini di libertà, consapevolezza, espressione simbolica e religione. In una
parola, la natura umana ha una significativa componente culturale. Ecco perché
l'emigrazione ha senso non soltanto in relazione al tempo naturale, ma anche a
quello storico: la storia delle nazioni, la. storia delle civiltà, la storia
della salvezza, la storia della vita individuale.
L'emigrazione costituisce una parte della memoria collettiva. La coscienza
europea esiste anche grazie al fatto che le tribù indoeuropee emigrarono
nell'area del Mediterraneo 5.000 anni fa. L’Europa del primo Medioevo (IV-X
secolo) fu fondata anche grazie alle invasioni delle tribù nomadi: i goti, le
popolazioni slave e i magiari. L’insediamento delle culture nomadi nell'Europa
postromana condusse alla fondazione del Sacro Romano Impero, la base dei moderni
Stati europei. La storia europea deve anche considerare i tentativi di invasione
unna e islamica dei secoli V-VIII. La colonizzazione europea del mondo intero
nei secoli XVI e XVII determinò il destino delle civiltà mobili occidentali.
Esse crebbero anche grazie all'emigrazione.
Il filosofo non può definire la migrazione oggettivamente, enumerando le
cause che conducono i popoli dalle loro case alla strada. Le contingenze della
natura e della storia, come i raccolti andati male, le carestie, i disastri
naturali, le guerre, le chiusure dei confini e le atrocità etniche sono
incorporate nella temporalità del corpo vivente, che vive non di solo pane, ma
anche del senso della vita. Il tempo e lo spazio incorporati in una storia
individuale del corpo forniscono a certi momenti nel tempo e a determinati
luoghi un linguaggio simbolico del tempo e dello spazio. Tutti conosciamo l'importanza
di certi momenti e spazi quando celebriamo compleanni, matrimoni, funerali, l'anno
nuovo, visitiamo i cimiteri, preghiamo nelle chiese. I cosiddetti «riti di
passaggio» o «riti di iniziazione» segnano il tempo con il sigillo del senso
collettivo o personale. Senza la struttura simbolica del tempo e dello spazio,
non vi sarebbe più spazio sacro, nessuna chiesa e nessuna celebrazione
liturgica. La fenomenologia e l'ermeneutica investigano le condizioni
fondamentali che rendono possibile che lo spazio e il tempo assumano un
significato simbolico. Poi vengono la storia, l'antropologia e le altre scienze
umane che operano con i concetti del tempo e dello spazio oggettivi.
Ora abbiamo trovato il punto di partenza della ricerca filosofica sul tema
dell'emigrazione. Essendo un'espressione specifica del comportamento umano, essa
e incorporata nel tempo oggettivo della storia. Ciò nondimeno, la capacità del
soggetto umano di interpretare l'esistenza personale come lo spazio del «mio»
corpo costituisce la base del tempo vissuto, che significa qualche cosa di
importante per noi. Questa bipolarità del tempo - come fonte del sé
personale e come fonte di storia vissuta collettivamente - assicura l'integrità
personale e sociale di ogni individuo.
Il filosofo Paul Ricoeur sottolinea, nel suo ultimo libro sulla memoria storica,
che ambedue le memorie sono fragili: la storia personale e quella collettiva[1].
La loro fonte è il corpo, vivente. Poiché il tempo storico presuppone l'identità
del sé nel tempo-esistenza, la storia individuale e quella collettiva possono
essere cancellate, deformate ideologicamente o patologicamente influenzate dalla
soppressione di certe esperienze nella coscienza individuale e collettiva. D'altro
canto, possiamo avere la storia, poiché siamo i soli esseri del pianeta capaci
di averla. Quello che costituisce la dignità umana è la nostra capacità di
decidere azioni libere al di fuori della determinazione naturale. La libertà
conferisce senso alla vita umana, la quale dev'essere posta in una continuità
significativa di esperienze. Ma gli esseri umani sono liberi e possono resistere
ad essa. L’uomo e in grado di distruggere la propria vita e le vite degli
altri. Possiamo condannare gli altri al totale oblio come fecero i romani con la
pena della damnatio memoriae, quando la memoria degli individui o di una
città veniva cancellata dai registri ufficiali.
L'emigrazione forzata di milioni di tedeschi
Dopo la seconda guerra mondiale si verificò la maggiore migrazione forzata
nell'Europa centrale. Più di 4 milioni di tedeschi furono costretti a lasciare
le loro case in Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia e a trasferirsi in Germania e
Austria. Un tale esodo dà un senso tragico allo spazio simbolico contrassegnato
dalle frontiere dello Stato.
Cerchiamo ora di articolare il significato filosofico dell'emigrazione come
un'azione umana specifica, che trasforma la visione del tempo e dello spazio in
cui viviamo come esseri individuali e sociali, ossia come cittadini di uno Stato.
Il significato personale del tempo e dello spazio come espressione di
un'esistenza personale viene inserito nel tempo e nello spazio simbolici di uno
specifico gruppo storico. Il significato simbolico del tempo incontra il
significato simbolico dello spazio. Ogni migrazione ha luogo in un tempo
specifico, che rappresenta il tempo-kairos per una specifica comunità. A un
certo momento, i migranti attraversano la frontiera tra due Stati che delimita
il luogo simbolico. Il tempo dell'esodo e la frontiera tra due Stati
rappresentano l'importanza maggiore dell'emigrazione. Il confine imposto
arbitrariamente non ha nulla a che vedere con la determinazione naturale. Il
confine è basato su una convenzione simbolica degli esseri umani.
Il confine storico tra mondo slavo e germanico risale al XII secolo, quando fu
fondata la dinastia indipendente dei re cechi (Premislidi). Nel XIII secolo essi
invitarono gli artigiani e i contadini tedeschi a colonizzare la terra di
confine tra il Regno ceco e lo Stato tedesco. Un'altra colonizzazione tedesca
coltivò le terre di confine tra il Regno ceco e la Polonia. Ambedue i territori
sono noti con il nome tedesco di «Sudeti». La prima guerra mondiale
interruppe più di un migliaio di anni di pacifica coesistenza. I Sudeti da
terra storica dei re boemi divennero, dopo la conferenza di pace di Parigi (Trattato
di St.-Germain, 1918), parte integrante della Repubblica cecoslovacca da poco
indipendente. L'interesse nazionale dei tedeschi e dei cechi sovrastimò l'importanza
della frontiera. La popolazione tedesca non assunse lo Stato democratico come
proprio Stato. Essi si sentivano cittadini di seconda classe, in parte a causa
del nazionalismo ceco più o meno manifesto. L’ascesa del nazismo in Germania
sotto Hitler fomentò l'ideologia nazionalistica nei Sudeti. La Sudetendeutsche
Parteí di ispirazione nazista, sotto la guida di Konrad -Henlein,
rappresentò almeno il 70% dei quasi 4 milioni di tedeschi che vivevano nei
Sudeti. Essi chiesero la cessione dei Sudeti alla Germania., Il patto di Monaco
concluso nel settembre 1939 chiuse la prima parte della vicenda. I Governi di
Italia, Francia e Gran Bretagna spinsero la Cecoslovacchia a consegnare a Hitler
la totalità dei Sudeti. Iniziò il primo esodo dei cecoslovacchi dai territori
occupati dal regime nazista. I confini tra la Cecoslovacchia e la Germania
assunsero un significato tragico.
Non solo le frontiere dovevano cambiare. Il registro ufficiale del tribunale di
Norimberga mostra la damnatio memoriae praticata dai nazisti. Hitler
ordinò la totale germanizzazione della gente ceca e la distruzione di cittadini
politicamente o razzialmente inadatti. Tre fasi condannarono un'intera nazione a
morte. Il numero di 250.000 vittime di guerra ceche conferma il tragico
significato dell'idea tedesca di Lebensraum (spazio vitale). Non è solo
un termine geografico. Come spazio simbolico connesso alla memoria collettiva
della nazione germanica l'idea del Lebensraum assume un significato
altamente rilevante per la storia dell'Europa centrale e orientale. È bene
ricordare che i nazisti dei Sudetí avevano già stilato il primo piano per la
distruzione della popolazione ceca nel maggio del 1938. Esso differiva soltanto
per pochi dettagli dalla strategia hitleriana. L’estinzione della nazione ceca
era segnalata come una condizione necessaria per l'insediamento tedesco
nell'Europa centrale[2]. Il documento
fu rivenuto nel quartier generale del partito di Henlein e servì come prova
contro il Reichsprotektor K. H. Frank, giustiziato come criminale
di guerra nel 1945.
Dopo la guerra giunse il secondo atto. Il Governo ceco intendeva espellere l'intera
popolazione tedesca dal suo territorio, nel quale erano stati reincorporati i
Sudeti. Le nazioni dell'Europa centrale non credevano più nella pacifica
coabitazione della minoranza tedesca., Gli alleati concordavano con una tale
decisione (cfr Patto di Potsdam nell'agosto del 1945). Il paragrafo 13
sanciva il trasferimento della popolazione tedesca da Polonia, Cecoslovacchia e
Ungheria con la seguente nota importante: «I tre Governi concordano [ ...] che,
qualsiasi trasferimento abbia luogo, debba essere effettuato in maniera umana e
ordinata». Hitler intendeva distruggere la popolazione ceca; non vi riuscì. I
cechi volevano sbarazzarsi della popolazione tedesca che viveva nella
Cecoslovacchia del dopoguerra; vi riuscirono. In base al Patto di Potsdam, le
autorità cecoslovacche organizzarono l'esodo di massa di tre milioni di
tedeschi dai Sudeti negli anni dal 1945 al 1947. Soltanto 200.000
tedeschi restarono nella Cecoslovacchia del dopo guerra. Le proprietà private
dei tedeschi espulsi furono confiscate come risarcimento per i danni di guerra.
La popolazione ceca giunse dall'interno, cioè dal resto della Cecoslovacchia e
colonizzò il Paese devastato.
La memoria collettiva contrapposta
Il termine Vertreibung (cacciata) in tedesco o odsun in ceco
indica la maggiore migrazione organizzata nella storia contemporanea europea. È
evidente che ambedue i termini non hanno lo stesso significato per i tedeschi
espulsi e per i cechi che espulsero. La cronologia neutrale dei registri storici
contrasta con la memoria collettiva delle due comunità nazionali molto diverse.
Il significato contraddittorio di tempo-kairos ci ricorda le due lancette
delle ore nel famoso orologio astronomico di Praga. La lancetta del quadrante
con i numeri ebraici va in senso opposto alla lancetta sul quadrante con i
numeri romani. Il tempo dell'esodo e il significato della terra (Sudeti) sono
stati divisi in due memorie collettive, finora. Nel libro riguardante la storia
dell'espulsione che si trova nella libreria statale di Monaco, tutti i nomi
cechi delle città nei Sudeti furono cancellati e sostituiti con nomi tedeschi.
Si tratta della prova che l'uomo vive nel suo tempo e spazio contraddistinto da
significati simbolici e non da misure astronomiche o geografiche. Il tempo-kairos
può essere cancellato e annullato poiché e espressione della fragile
temporalità collegata all’essere mortale. Ha ben poco a che fare con la
cronologia neutrale del tempo misurato astronomicamente.
Che tipo di oblio contraddistingue entrambi le parti? I tedeschi dei Sudeti
vogliono dimenticare il loro coinvolgimento nella distruzione dello Stato
democratico ceco. La forma più paradossale di oblio si può riscontrare nei
gruppi dei Sudeti che contano il numero di vittime tedesche morte durante la Vertreibung.
Lo fanno statisticamente, confrontando lo sviluppo demografico anteguerra
con il numero di tedeschi che si sono insediati nell'Ovest dopo l'espulsione.
Questo modo di contare comprende, per esempio, tutti i soldati tedeschi nati nei
Sudeti e uccisi in guerra. Molti di loro morirono dopo la guerra in prigionia,
specialmente nel campi siberiani. Il modo più ironico di dimenticare riguarda
la storia dei 6.000 ebrei tedeschi. Essi vivevano nei Sudeti e condivisero lo
stesso destino tragico dei 90.000 ebrei cechi e slovacchi annientati nei campi
di sterminio. Il dr. Walter Becher, capo ideologico del Consiglio dei Sudeti
tedeschi, li includeva nelle statistiche generali della brutalità ceca[3].
Nati nei Sudeti, essi erano tedeschi dei Sudeti uccisi, ovviamente.
La perdita della memoria storica è seguita da un fenomeno opposto: l'eccesso di
memoria. Gli opuscoli di molti gruppi di tedeschi espulsi mostrano tuttora il «loro»
Paese come parte integrante del Terzo Reich di Hitler. In un opuscolo
ufficiale pubblicato nel 1998, i membri della Landsmannscbaft (associazione
patriottica) riconoscono soltanto le frontiere della Germania nazista dopo il
patto di Monaco nel settembre 1939. Quello fu sicuramente il passato glorioso
dei tedeschi dei Sudeti, alleati fedeli di Hitler in quei giorni. Essi divennero
membri di un Reicb millenario che durò 6 anni. Pagarono un prezzo
elevato per il loro sogno nazionalista: decine di migliaia di tedeschi dei
Sudeti morirono durante la guerra, specialmente sul fronte russo. Nessuno ne
conosce il numero esatto. Essi erano cittadini di seconda classe anche nello
Stato nazista, abbastanza buoni da essere Kanonenfutter (carne da cannone)
per l'inverno russo e le katjuscia (cannoni sovietici). L'ideologia
ufficiale della Landsmannschaft non vuole ricordare quegli anni. Nei
documenti ufficiali in lingua inglese circa le espulsioni nei Sudeti esiste
soltanto una pagina che tratta dell'occupazione della Cecoslovacchia nel
1939-45. Gli autori ripetono l'argomento della propaganda nazista circa le
condizioni di vita relativamente buone dei cechi sotto il regime nazista.
«Durante la guerra la popolazione ceca non offrì alcuna considerevole
resistenza e neppure praticò alcun efficace sabotaggio militare contro la
macchina da guerra della Germania. I cechi furono esonerati dal servizio
militare. Il cibo non era peggiore, forse era persino migliore che in Germania»[4].
Non sono menzionati né il numero delle vittime di guerra ceche né le azioni di
resistenza domestica organizzata, come l'insurrezione di Praga, per esempio, o
l'insurrezione nazionale slovacca. I tedeschi dei Sudeti cancellarono il passato
nazista dalla loro memoria collettiva. Essi ufficialmente si consolarono con il
buon sentimento di essere protettori pieni di attenzioni di una nazione ceca
immatura durante gli anni bellici.
L'orologio storico della memoria dei Sudeti iniziò a funzionare dopo l'8 maggio
1945, quando iniziò il tempo-kairos del ricordo collettivo dei Sudeti. Quello
fu esattamente il tempo in cui la memoria dei cechi si arrestò. L'orologio ceco
funzionò fino all'8 maggio 1945. Dopo quel giorno si verificò un blackout. Che
cosa non andava nell'oblio del popolo ceco? Primo, dobbiamo menzionare la
legge dell'8 maggio 1946. Il primo paragrafo garantisce l’impunità per coloro
che perpetrarono atrocità sulla popolazione tedesca.
«Qualsiasi atto commesso tra il 30 settembre 1938 e il 28 ottobre 1945, il cui
oggetto fosse di aiuto nella lotta per la libertà dei cechi e degli slovacchi
o che rappresentasse soltanto una vendetta per l'azione delle forze di
occupazione e i loro complici, non è illegale, anche se tali azioni possono
in altri casi essere punite dalla legge».
Il Governo ceco arbitrariamente prolungò lo stato di guerra per altri sei mesi.
Le rapine, le torture, le violenze e l'uccisione dei tedeschi continuarono con
immunità per sei mesi. Questi sei mesi rappresentano l'incubo dei tedeschi
espulsi, in base ai loro registri ufficiali. Il presidente della Repubblica
Edward Beneš condannò pubblicamente queste atrocità (a Plzeò, giugno 1945) e
alcuni dei peggiori criminali furono imprigionati. Non si trattava di un pogrom
collettivo organizzato dallo Stato (come si verificò nella Germania nazista),
ma di uno scoppio di brutalità individuale, innescata da un odio incontrollato
contro la nazione occupante. Un esempio del significato simbolico dello spazio
messo in relazione al tempo della memoria sono le fosse comuni di Pohořelice
annullate dalla memoria collettiva ceca per 50 anni. Le vittime della brutalità
ceca sepolte divennero non-persone; come se i tedeschi espulsi non fossero
mai vissuti nella città di Brno. Furono cacciati dalle loro case, furono
derubati, violentati, uccisi. I loro documenti di identità furono distrutti e
finirono nelle fosse comuni ufficialmente dimenticate. Una crocerossina
tedesca, che fu ripetutamente violentata nello stesso campo, ricorda il luogo
dell'orrore nel seguente modo:
«Sessanta o settanta persone morivano giornalmente nel campo; i corpi venivano
derubati delle scarpe e frequentemente anche degli abiti; i cadaveri erano
accatastati e giacevano al sole per ore ricoperti di mosche. Di fronte alle
capanne c'erano uomini e donne sul punto di morire o che morivano di fame
sull'erba dove si trovavano o erano tormentati dalle mosche. Questi
sventurati non avevano assolutamente mai cibo»[5].
Il terreno di sepoltura non era simbolicamente identificato come una tomba,
poiché il campo venne coltivato per un altro mezzo secolo. È possibile capire
che questi luoghi non hanno lo stesso significato simbolico per la memoria
collettiva di cechi e tedeschi.
Esiste anche un eccesso di memoria ceca. L’ideologia del comunismo presentava
soltanto le atrocità del regime nazista per coprire i propri misfatti. Non era
difficile trovare esempi di genocidio nazista commessi sulla popolazione civile
ceca. Qui non si intende riportare un numero statistico di prigionieri uccisi
nei campi di concentramento; e neppure i nomi dei villaggi, i cui abitanti -
bambini e donne - furono bruciati vivi in casa. L’ermeneutica sottolinea l'importanza
della narrazione (récit nella terminologia di Rícoeur). Abbiamo udito
la storia della brutalità ceca dopo la guerra riportata dai tedeschi.Audiatur et altera pars.Proprio al termine della guerra alcune truppe tedesche commisero atrocità
inumane senza alcun motivo. Ecco la storia delle atrocità commesse a Praga l'8
maggio 1945 da giovani SS di età compresa tra i 17 e i 20 anni.
«In seguito si trovò una grande quantità di corpi di civili cechi nella
piccola chiesa. Comprendevano uomini, donne e anche bambini da uno a tre anni di
età, tutti uccisi in modi terribili. Le teste e le orecchie erano state
mozzate, gli occhi cavati e i corpi trapassati più volte dalle baionette.
Alcune donne erano incinte, e i loro corpi erano stati squartati. Ventitré
uomini in un palazzo furono uccisi nel cortile dopo essere stati torturati a
lungo»[6].
Le crudeltà commesse dall'esercito tedesco sui civili al termine della guerra
intensificarono l'odio della popolazione ceca verso chiunque fosse di origine
tedesca. Come sempre, i civili tedeschi innocenti che vivevano nei Sudeti
pagarono il prezzo dell'ira ceca. La propaganda comunista sfruttò il capitale
di repulsione etnica per mezzo secolo. La memoria ceca sovraccaricata dalla
sofferenza durante la guerra dimenticò facilmente i maltrattamenti inumani dei
tedeschi espulsi dai Sudeti dopo la guerra.
Rimedi?
Quale tipo di rimedio si può trovare nella traumatizzata memoria collettiva
delle due nazioni? Possiamo vedere che il vuoto di memoria si comporta
esattamente come quello di un individuo nevrotico[7].
La memoria collettiva ceca e tedesca potrebbe funzionare in base al meccanismo
individuato da S. Freud, ebreo tedesco nato nei Sudeti. Cerchiamo di applicare
la sua teoria alla memoria traumatica della migrazione ceco-tedesca. Ecco
l’anatomia di una memoria traumatica in tre fasi.
1) I nevrotici cercano, di espellere i momenti traumatici dalla loro memoria
cosciente (Verdrängung). Abbiamo mostrato i contenuti soppressi della
storia ceca e tedesca. Quando un orologio della memoria nazionale si ferma,
l'altro inizia a funzionare. Il tempo-kairos di entrambe le memorie si pone in
relazione alla data cronologica della fine della seconda guerra mondiale.
2) I sentimenti dolorosi messi in relazione ai contenuti traumatici sono
inconsciamente diretti a contenuti coscienti, senza apparente connessione al
conflitto originale e soppresso (Verschiebung). Quel fenomeno ricorda
la memoria sovraccaricata dei cechi o dei tedeschi. Essi rifiutano di vedere i
lati oscuri della loro storia, ponendo in evidenza quelli opposti (la
cosiddetta Verschiebung ins Gegenteil). La mancanza inconscia di
memoria viene compensata dall'eccesso di memoria cosciente. Ambedue le parti
scrivono studi storici circa la loro sofferenza. Era vero, così che hanno
ragione nel fare questo. L’ingiustizia commessa dai cechi o dai tedeschi è
rimossa.
3) I contenuti dell'inconscio espulso ritornano in forma di impulso compulsivo di
comportamento (Wiederholungzwag). Sul livello della memoria
collettiva soppressa giunge la creazione dell'ideologia ufficiale, che glorifica
il «sacro passato» delle sofferenze tedesche o ceche. Una tale ideologia
ripete ad infinitum che le rivendicazioni di una o
dell'altra parte sono pienamente giustificate. La trama compulsiva
dell'ideologia congelata richiede un'espulsione dei traditori o proclama «il
diritto alla nazione». Il circolo vizioso di una memoria nevrotica è così
completato.
Quale tipo di rimedio può essere applicato alla memoria nevrotica? Ci
piacerebbe sottolineare con P. Ricoeur il lavoro dell'anamnēsis, platonica[8].
Il saggio Socrate muove la memoria dello schiavo Menone in modo tale che egli
possa ricordare il teorema di Pitagora. Il concetto platonico e freudiano di «lavorare
attraverso» (durcharbeiten) la memoria traumatizzata viene realizzato
con il dialogo amichevole. Anche questo è il modo dell'anamnēsis
ceco-tedesca. Il dialogo ufficiale risale al primo Trattato di
intesa del 1973. Il patto di Monaco fu riconosciuto come non valido, ma il
documento evitò di parlare del passato traumatico. Questa fase fu intrapresa
nella Dichiarazione congiunta ceco-tedesca del 1996. Ambedue i Paesi cercarono
di valutare il passato proclamando un mea culpa sull'occupazione nazista
e sull'espulsione dei tedeschi dei Sudeti. In base al trattato, il Governo ceco
e quello tedesco non aggraveranno le relazioni mutue con richieste di
risarcimento a seguito del passato traumatico. Significa nessun risarcimento di
guerra pagato dai tedeschi ai cechi perseguitati e nessun risarcimento per
l'espulsione dei tedeschi pagato dai cechi. Il rapporto ufficiale di una
Commissione di storici cechi e tedeschi cercò di valutare gli ultimi 50 anni
di memoria traumatica, specialmente il numero di vittime morte durante
l'espulsione (circa 20.000). I vescovi cechi e tedeschi pubblicarono due lettere
sulla riconciliazione negli anni che vanno dal 1990 al 1995. Esiste
inoltre l'eccellente documentazione della Chiesa riformata dei fratelli cechi.
Presentavano una veduta storica imparziale della secolare coabitazione
ceco-tedesca basata sulla saggezza biblica dell'amore del vicino[9].
Infine vorremmo far menzione della biografia di una personalità straordinaria.
Il suo nome è Prěmysl Pitter (1895-1976), membro della Chiesa
riformata dei fratelli cechi. Soprannominato l'«Albert Schweitzer ceco»,
consacrò la sua vita intera ai bimbi abbandonati. La storia del suo
interessamento va di pari passo con la storia traumatica del Paese. Nel 1938 si
prese cura dei bimbi cechi espulsi dai Sudeti; poi salvò dalla morte molti
bambini ebrei, i genitori dei quali erano morti nei campi di sterminio. P.
Pitter fu un attivo dissidente contro il regime comunista. Dovette lasciare la
Cecoslovacchia e morì in esilio. Praticamente é molto poco conosciuto, ma è
ben noto in Israele e in Germania. L’albero piantato sulla montagna della
Rimembranza a Gerusalemme ricorda il suo nome. Il presidente tedesco Gustav
Heinemann lo insignì della più alta onorificenza della Repubblica tedesca (Bundesverdienskreutz,
I. Klasse)[10]. L’esempio di
una tale persona mostra che non esiste soltanto la sofferenza dell'emigrazione,
ma anche un orizzonte comune di amore che ha cura, di simpatia per le vittime e
di lotta impegnata per la giustizia politica basata sull'inviolabilità dei
diritti umani. Ossia il solo rimedio per la cura della memoria collettiva ferita.
Note:
*L’articolo è tratto da una relazione tenuta al Congresso dei sociologi
gesuiti europei sul tema “Di fronte all’emigrazione” (Berlino , 27 agosto
- 2 settembre 2001), pubblicato da “La Civiltà Cattolica”, quaderno n.
3635, del 1° dicembre 2001. Ringraziamo tale Rivista per la gentile concessione
di qui riprodurre.
[1]CfrP. RICOEUR, La mémoíre, l'histoire, l'oubli, Paris, Seuil,
2000, 98.
[2] Cfr R. LUŽA, The Transfer of the Sudeten Germans, London, Routledge,
1964, 156.
[4]
ASSOCIATION FOR THE PROTECTION OF SUDETEN GERMAN INTERESTS, Documents
on the Expulsion of the Sudeten Germans, Munich, University Press,
1953, XIX.
[6] R. LUŽA, The
Transfer of the Sudeten Germans, cit., 260.
[7]CfrP. RICOEUR, La mémoire....cit., 83 e 581-583.
[9]Cfr P. PITHART - P. PříHODA, Die abgeschobéne Geschichte. Ein
po1ititisch-historisches Lesebuch, München, Institutum Bohamicum -
Ackermann-Gemeinde, 1999, 330-338.
[10]Croce per il servizio federale, di prima classe.
Die Auswanderung: ein traumatischer Leidensweg in der gemeinsamen
Erinnerung.
Zusammenfassung
Nach dem zweiten Weltkrieg ereignete sich die größte erzwungene Emigration in
Mitteleuropa. Über 3 Millionen Deutsche mußten ihre Häuser in Polen, Ungarn
und der Tschechoslowakei verlassen und nach Deutschland und Österreich übersiedeln.
Ein solcher Exodus gibt dem symbolischen Raum, der durch die Grenzen eines
Staates gekennzeichnet wird, eine dramatische Bedeutung.
Der böhmische Autor, ein Forscher an der philosophischen Fakultät der Jesuiten
in München, schildert diese zweifache, erzwungene Emigration aus den Sudeten (geografisches Gebiet zwischen dem tscheschichen Reich und
Polen), das von l938
bis l945 Deutschland angeschlossen worden war. Erst mußte die tschechische Bevölkerung
gehen, dann die deutsche.
Dieses Geschehnis beginnt mit dem Pakt von München von l939. Die Regierungen
Italiens, Frankreichs und Groß Britanniens überzeugten die Tschechoslowakei,
Hitler das ganze Gebiet der Sudeten zu übergeben. Die Grenze zwischen der
Tschechoslowakei und Deutschland nahm so eine tragische Bedeutung an. Hitler
befahl die totale‚ Deutschmachung’ der tschechischen Bevölkerung, und die
Vernichtung der politisch oder rassisch unpassenden Bürger.
Nach dem Kriege begann der zweite Akt. Aufgrund des Traktates von Potsdam, vom
August l945, organisierte die tschechoslowakische Behörde, im Einverständnis
mit den Alliierten, von l945 bis l947 eine Massenvertreibung von drei Millionen
Deutschen aus den Sudeten. Nur 200.000 Deutsche blieben in der Tschechoslowakei
des Nachkrieges. Die privaten Besitztümer der vertriebenen Deutschen wurden als
Kriegsentschädigung beschlagnahmt. Die tschechische Bevölkerung kam vom Innern
des Landes, von der Rest-Tschechoslowakei, und kolonisierte das verwüstete
Gebiet.
Der Autor sucht nach einer psychologischen Erklärung der kollektiven ling
traumatisierten Erinnerung: unbewusstes Ausfallen der Erinnerung und übertrieben
bewusste Erinnerung.
Nach 50 Jahren haben die tschechischen und die deutschen Behörden, mit der
Unterstützung der Kirchen, im Jahre l996 die Aussöhnung mit einer gemeinsamen
Erklärung sanktioniert.
Emigration: a traumatic odyssey of the collective memory
Summary
After the Second World War, the greatest forced migration in Central Europe took
place. More than three million Germans were forced to leave their houses in
Poland, Hungary and Czechoslovakia and move to Germany and Austria.
Such an exodus gives a dramatic sense to the symbolic space marked by the
boundaries of the State.
The Author, Bohemian, a researcher in Philosophy at the Jesuit Faculty in
Munich, reconstructs the tragic event of a forced double emigration from the
territory of Sudeti (the geographical area delimited by the Czech kingdom and
Poland), annexed to Germany from 1938 to 1945: first, by the Czech population,
then by the German population.
The whole thing began with the Pact of Munich, in September 1939. The
Governments of Italy, France and Great Britain urged Czechoslovakia to hand over
to Hitler the whole of Sudeti. Thus, the boundaries between Czechoslovakia and
Germany acquired a tragic significance. Hitler ordered the Czech people to be
totally Germanized and that citizens who are politically or racially unfit be
eliminated.
After the War came the Act II. On the basis of the Treaty of Potsdam, in August
1945, the Czech Authorities, with the consensus of the Allies, organized the
mass exodus of three million Germans from Sudeti, in the period between 1945 to
1947. Only 200,000 Germans remained in Czechoslovakia after the war. The private
property of Germans who were sent away were confiscated as indemnity for war
damages. The Czech population came from the interior part of the country, that
is, from the rest of Czechoslovakia and colonized the devastated area.
The author looks for a psychological explanation of the traumatized collective
memory: unconscious lack of memory and excessive conscious memory.
After fifty years, the Czech and German Governments, with the support of the
Churches, sanctioned reconciliation with a joint declaration, in 1996.
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