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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move - N° 90,  December 2002, p. 101-109

Il Concilio Vaticano II e i “movimenti ecclesiali”

(con Appello ad un loro maggior impegno fra i migranti e gli itineranti)*

 

S.E. Mons. Agostino MARCHETTO,

Segretario del Pontificio Consiglio

della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

Ha scritto un noto teologo-politologo, in occasione dell’ultimo Meeting di Rimini: “Dopo il Vaticano II, i teologi cattolici hanno chiesto e ottenuto la medesima libertà dei teologi protestanti in tutti i campi, a partire da quella dell’esegesi biblica, di cui  i protestanti avevano l’egemonia. Non rimaneva di cattolico che la fede dei semplici, e quindi benvenuti la 'adesione a Gesù' di don Giussani, l’amor fraterno di Chiara Lubich, la dura scuola neocatecumenale di Kiko Argüello e la nascita del Pentecostalismo neoprotestante della Chiesa cattolica con il 'Rinnovamento carismatico': tutti modi di esistenza cristiana in cui la teologia non conta più nulla. E Giovanni Paolo II si è affidato alla fede dei semplici, alla Madonna, ai santi e ai martiri, ha dato alla fede dei semplici il primato sui ragionamenti dei teologi alla ricerca della modernità”.1

Pur nelle semplificazioni giornalistiche e nel suo andar per estremi, vi è un’anima di verità in tali affermazioni, ma anche un grave errore di valutazione, quello - per noi - di non considerare “teologica” la base dei nuovi movimenti ecclesiali, naturalmente di una teologia che affonda in pieno le sue radici nel Concilio Vaticano II, “ricevuto” nella sua interezza, senza quelle deformazioni ideologiche che hanno inficiato il suo insegnamento (l’aggiornamento, cioè, nella fedeltà alla grande tradizione ecclesiale) di cui i ponderosi volumi della Storia del Concilio Vaticano II, diretta da G. Alberigo, sono la espressione principe.2

Importante, comunque, fu il Concilio Vaticano II per valore dottrinale, spirituale e pastorale. E’ icona del Cattolicesimo, costituzionalmente: comunione, anche con il passato, con le origini, identità in evoluzione, fedeltà nel rinnovamento. Magno fu dunque il Concilio e lo testimoniano altresì gli Atti ufficiali raccolti in ben 62 grossi tomi: base sicura per la ricezione e una corretta sua interpretazione (ermeneutica). Molti invece hanno cominciato a scrivere la storia del concilio, anche senza che fossero pubblicati i tomi, fondamentali per la comprensione conciliare, relativi agli Organismi Direttivi del Concilio stesso, basandosi invece su scritti privati (Diari personali), su giornali contemporanei e cronache, pur a volte egregie, e qui penso a quella del P. Caprile.

E’ questione certo di vaglio degli scritti privati, di critica che dovrebbe essere incrociata, poiché già una semplice lettura di essi rivela discrepanze e varietà di attribuzioni e “meriti” (per certe posizioni “vincenti”), conoscenza parziale rispetto a complessità di cose sinodali (tela di regolamenti, ‘pressioni’, e movimenti, “battaglie” contro il “conservativismo”, o la Curia, o a difesa della tradizione, o dell’avanguardia, magistero del Magistero, o interpretazioni di indirizzo pastorale-ecumenico di Giovanni XXIII).

Con questo non si rifiuta naturalmente l’apporto dei Diari; essi danno, fra l’altro, sapore e ingredienti al tutto, ma sottomessi agli Atti ufficiali, senza scivolare verso una storia di frammenti, una cronaca o un enciclopedismo, con dispersione, dissezione, vivisezione o scorticatura del Concilio stesso. Che ciò si possa fare convenientemente lo dimostra l’ultimo Diario pubblicato, quello, durissimo, per il frasario usato e pure i “titoli” dati agli avversari, o supposti tali, di Y. Congar, molto illuminante.

In effetti il suo editore, Eric Mahieu, ha cura di riferire tutto agli “Acta Synodalia” ufficiali, segnalando di conseguenza gli errori che appaiono nel testo congariano. Purtroppo però ciò si riferisce solo ai discorsi dei Padri sinodali, riassunti dal Congar nel suo Diario, e non alle “voci”, ai  “si dice”, alle indiscrezioni e ai giudizi (a volte peraltro già corretti dall’Autore con il trascorrere nel tempo) che avrebbero dovuto essere confrontati con i tomi relativi agli Organismi Direttivi del Concilio stesso, già pubblicati.

Problematica soggiacente all’utilizzo dei Diari è, per molti, l’impegno a diminuire l’importanza dei documenti finali conciliari per esaltare quello che si definisce lo “spirito” del Concilio, - che per noi dev’essere naturalmente, invece, spirito di questo “corpus” (i documenti finali), sintesi di tradizione e rinnovamento (= aggiornamento)  - per far prevalere una “mirata” (in precedenza) ricerca, che ci è risultata ideologica fin dagli inizi. Essa punta cioè solo agli aspetti innovativi del Concilio, sulla discontinuità, in fondo, rispetto alla tradizione.

Il puntare su di essa è anche frutto, direi, dell’attuale tendenza storiografica generale (dopo e contro Braudel e gli “Annales”) che privilegia, nell’interpretazione storica, l’“evento”, inteso  come discontinuità e mutamento traumatico. Orbene, nella Chiesa, se “evento” non è tanto un fatto importante, ma una rottura, una novità assoluta, il nascere quasi di una nuova Chiesa, una rivoluzione copernicana, il passaggio insomma ad un altro Cattolicesimo, – perdendone le caratteristiche inconfondibili – detta prospettiva non potrà e dovrà essere accettata proprio per la specificità cattolica.

Ebbene, per ritornare ai ponderosi volumi sopracitati di una “Storia” particolare, diretta dal Prof. Alberigo, del Vaticano II, ci troviamo davanti a una posizione “scentrata”,  monopolistica, di interpretazione conciliare estrema, oltranzista (no al “consenso”), quella propria, durante il Concilio, di una fascia (minoritaria) all’interno della cosiddetta maggioranza conciliare.

Ma ritorniamo alla “ricezione”, cosa fondamentale per il “successo” di un Concilio – come si sa -.

“Ricevuto”, dicevamo, e non pensiamo a una speciale “recezione carismatica”3, quasi  diversa dalla necessaria “recezione” tout court in cui tutti, con alterne vicende, siamo o dovremmo essere imbarcati. Certo è che i movimenti ecclesiali sono segno di, derivano da, esprimono carismi, ma non sono gli unici, - pensiamo a quelli dei semplici fedeli, anche singolarmente considerati - né dobbiamo dimenticare il rinnovamento postconciliare della vita religiosa in genere, che si configura pure nei carismi dei Fondatori e che devono articolarsi, oggi, altresì con quelli dei movimenti ecclesiali. Ci sono qui relazioni da approfondire, seppur Papa Giovanni Paolo II già si è inoltrato in un indirizzo di riflessione e guida4.

Vi è poi la grande questione dell’articolazione dei movimenti con la Chiesa particolare, locale, con il suo Pastore e non solo con la Chiesa universale, con il Pastore Universale, poiché proprio il Concilio Vaticano II ha riportato all’attenzione la “località” ecclesiale.

Pur essendo, quindi, i movimenti, una “novità inattesa, e talora persino dirompente”, “riconosciuti ufficialmente dall’autorità ecclesiastica si propongono come forme di auto-realizzazione e riflessi dell’unica Chiesa”. Così lo affermava Giovanni Paolo II nel suo importante discorso del 28 maggio 1998 al IV Congresso Mondiale dei Movimenti e delle Nuove Comunità5. E’ dunque stabilito qui autorevolmente il legame fra i movimenti e il mistero della Chiesa, che è stato al centro (ad extra e ad intra) della riflessione e dei documenti di detto Concilio.

Esso, a tale proposito, si allontanò, senza negazione peraltro, da una visione piuttosto societaria e gerarcologica, totalizzante la stessa realtà ecclesiale, per considerare di più il  suo mistero globale, come comunione operata dallo Spirito Santo attraverso la Parola, i Sacramenti e la comunicazione dei carismi, che pur si manifesta peraltro in un’organizzazione societaria visibile, anche gerarchicamente, ed altresì  organizzata giuridicamente (cfr. L G 8).

La Communio è in effetti “gerarchica”, pur restando sempre communio, poiché punto di partenza è l’uguaglianza fondamentale di tutti i fedeli chiamati alla santità, uguali nella dignità e nell’agire, diversificato comunque, secondo la vocazione e i carismi propri a ciascuno, quanto alla cooperazione nell’edificazione del Corpo di Cristo e all’adempimento della missione, che Cristo ha affidato alla Chiesa, da compiere nel mondo (v. L G 32). La Chiesa nel Vaticano II si scopre, cioè, chiamata all’unità non solo in se stessa, pur nella varietà dei carismi e ministeri, ma anche in relazione alle altre Chiese o Comunità ecclesiali e alle varie religioni. Si scopre, anzi, in relazione con ogni uomo di buona volontà (cfr. G S 40-45).

Ebbene tali istanze si ritrovano nei movimenti ecclesiali. In essi v’è in effetti uno slancio missionario e in alcuni una spiccata apertura ecumenica. La denominazione di “ecclesiali” viene dunque dal fatto che il loro scopo è quello di presentare nella Chiesa stessa la sua articolazione come comunione organica  e quindi pure comunione tra varie vocazioni. E’, in fondo, la componente comunitaria ad essere esaltata, come si fece del resto in Concilio. Così l’Esortazione apostolica Christifideles laici6 al n. 29, riprendendo il n. 18a del Decreto Apostolicam actuositatem, e riferendosi in modo generale all’apostolato associato, attesta che esso è “un 'segno' che deve manifestarsi nei rapporti  di 'comunione' (componente comunitaria, dunque) sia all’interno che all’esterno delle varie forme aggregative nel più ampio contesto della comunità cristiana”.

Ha scritto un noto canonista a tale proposito: “Se lo specifico dei movimenti ecclesiali è presentare nella Chiesa stessa la comunione tra le varie vocazioni, tale loro natura si deve manifestare proprio nel loro agire concorde con tutte le altre componenti ecclesiali. Ciò viene incontro alla necessità della Chiesa che oggi nell’impegno concorde di tutte le sue componenti si presenti non solo come annuncio, ma come testimonianza di amore ed unità. Il discernimento sull’autenticità della spiritualità di un movimento ecclesiale va fatto, allora, circa la sua portata pedagogica, come ricezione dell’ecclesiologia e della spiritualità del Vaticano II, in relazione all’attivazione della vita cristiana, a partire proprio dall’esperienza della reciprocità e complementarità delle diverse vocazioni nella Chiesa … In questo modo un movimento ecclesiale è un luogo di ricezione esistenziale dei contenuti essenziali del Vaticano II”7.

Potremmo ora approfondire tale ricezione conciliare nei movimenti ecclesiali, la cui base è l’ecclesiologia di comunione del Vaticano II, che sempre più emerge come “fuoco” di detto Concilio, specialmente dopo l’interpretazione qualificata dell’Assemblea straordinaria del Synodus Episcoporum del 1985.

Diamo comunque qui per scontate le nozioni di ricezione e di carisma, nel contesto dell’ecclesiologia conciliare8, e ci concentriamo invece sulle caratteristiche comuni, sempre di derivazione conciliare, dei movimenti ecclesiali stessi, sugli elementi cioè di una loro definizione specifica.

A tale riguardo, da una parte, c’è chi vuol soprattutto distinguere tra associazioni, movimenti, gruppi e comunità, dal punto di vista giuridico e di contenuto, e dall’altra chi, all’interno, si propone una differenziazione tra movimenti laicali, spirituali ed ecclesiali.

Nonostante le diverse impostazioni, noi ci orienteremo ad individuare la loro essenza teologica, anche per quanto fin qui illustrato, nel loro carattere di movimento, nella loro ecclesialità e precisa funzione e nella origine carismatica9. Cinque elementi costituirebbero dunque tale specifico, vale a dire:

1) Il carisma del Fondatore che è origine e centro del movimento e diventa sorgente, iconica, di quello dei suoi membri. Esso è fonte, per così dire, di una conversione rinnovata al Vangelo di Gesù Cristo e a una riscoperta del Battesimo in un mondo globalizzato e interculturale, in molte parti secolarizzato. Rimane la vocazione personale, ma con assunzione di una spiritualità comune fra tutti i membri di quel dato movimento, in collettività. Conversione e Battesimo – ricordiamolo – sono due poli fondamentali della spiritualità che si richiama allo stesso Concilio Vaticano II e all’ “aggiornamento” voluto da Papa Giovanni, perché il mondo creda.

2) Ne deriva che i membri formano un quid composto già potenzialmente - diciamo così – da esponenti di ogni categoria o stato dei fedeli, riflettendo in tal modo in nuce l’essenza comunionale della Chiesa, messa in rilievo - sopra l’abbiamo sottolineato – ancora dal Concilio. Loro scopo è di vivere, in quanto immagine e realtà di Chiesa, un aspetto speciale della loro missione di fedeli. In ciò (nella partecipazione cioè delle varie componenti del popolo di Dio, vale a dire coinvolgendo altresì sacerdoti e religiosi) quelli ecclesiali si distinguono dai movimenti laicali proprio per essere “più ampiamente” Chiesa10  A livello spirituale l’unità comunionale delle varie categorie o stati dei fedeli va oltre la spiritualità prevalentemente individuale, del singolo, con l’introduzione di quella comunionale, che l’integra ed è esigenza pure del Vangelo e della dimensione comunitaria della Chiesa che ha nella Trinità la sua sorgente e il suo modello (v. L G 1-4). A livello sociale, poi, l’unità comunionale di varie categorie o stati dei fedeli crea forme di vita comune e di condivisione che in molti movimenti ecclesiali, oltre alla generosa comunione spirituale dei beni, sbocca altresì in quella materiale. V’è qui una rilevanza che definiremmo socio-culturale e per noi è espressione, non univoca, certo, di quella “Chiesa dei poveri” di cui vi fu eco qualificato in Concilio (pur senza giungere a quanto auspicato dal compianto Cardinal Lercaro) nel contesto attuale di un mondo globalizzato.

3) Conseguenza del carisma originario dei movimenti ecclesiali, che unisce in una spiritualità tutti i fedeli, è il legame in una struttura - diciamo così – o istituzione unitaria, comune, che implica però una certa elasticità - o flessibilità – di appartenenza. Ciò li distingue dalle “famiglie spirituali” dei “religiosi” (vari Ordini) che pur condividono una spiritualità comune, e dai movimenti apostolici e spirituali. Con le parole del compianto Padre Beyer si può dire che nei movimenti ecclesiali v'è “un solo Spirito, una sola associazione con dimensioni di Chiesa per meglio vivere il mistero della Chiesa oggi”11. Ritorna pure qui il pensiero centrale del Vaticano II!

4) La comunione spirituale, poi, operata dal carisma, porta - vedremo - a una comprensione particolare (potremmo dire anche rinnovata) della pastorale, dell’apostolato, dell’evangelizzazione. E’ l’aspetto più delicato nell’esistenza e nello sviluppo dei movimenti poiché essa va “incastonata” in quella della Diocesi e della Chiesa universale. Diremmo qui che v’è analogia di “accomodamento” possibile con quanto avviene per i religiosi, nella soluzione della questione (larga, direi)  da parte del Concilio Vaticano II. Responsabile della pastorale, a livello locale, è il Vescovo, ma egli deve rispettare, in essa, il carisma proprio degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica. In effetti l’apostolato e l’evangelizzazione esprimono, sotto l’influsso del carisma, l’unità comunionale, la testimonianza comunitaria dell’intero movimento, che gode di “una vera e propria pedagogia spirituale nei contenuti e nel metodo, e una forma peculiare di esprimere il senso comunitario della Chiesa, di renderla presente in ambienti e situazioni bisognosi di testimonianza ed evangelizzazione”12. Ancora siamo nella luce del Vaticano II; c’è qui mistica e prassi operosa non solo di apostolato - come si dice – ma anche di promozione umana, sociale e culturale.

5) E siamo all’ultimo elemento, all’universalità (o cattolicità) dei movimenti ecclesiali da non confondersi però con la tendenza all’internazionalizzazione o con una loro diffusione quantitativa. L’universalità mira piuttosto – come attesta Mons. P. J. Cordes – alla “rilevanza universale del messaggio di Cristo”13. Essa si realizza nei movimenti ecclesiali come forza strutturante socio-culturale di ogni sfera della vita, come “forza per la trasformazione della Chiesa a partire dallo spirito del Vangelo14. L’universalità implica quindi il dialogo (ricordate la Chiesa che si fa dialogo, dell’Ecclesiam suam di Papa Paolo VI?) con i fratelli, gli uomini e le donne, in ogni situazione di vita sociale e culturale (inculturazione, interculturalità), con i cristiani (dialogo ecumenico), con i credenti di altre religioni (quello interreligioso) e con i non credenti.

In sintesi l’universalità, - nota bene Christoph Hegge, che abbiamo fin qui anche ampiamente chiosato, cesellato, decurtato e assai sfumato – o cattolicità, dei movimenti ecclesiali vuol dire vivere in quella tensione verso il mondo e verso l’uomo di oggi che viene data alla Chiesa stessa, “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità  di tutto il genere umano” (L G 1; cfr. L G 9; 48; G S 42; 45). Proprio “tale universalità (è espressa) come nota peculiarmente ecclesiale dei carismi e dei loro movimenti”15. Noi diremmo semplicemente dei movimenti ecclesiali, e si capisce perché.

Peraltro lo stesso Autore nota, subito dopo, che la presentazione sintetica, sopra fatta in 5 punti, degli elementi qualificanti i movimenti ecclesiali, con aggancio conciliare, non impedisce che essi costituiscano “un quadro veramente disomogeneo”. Noi non saremmo così radicali, però, anche se in seguito Hegge stesso attenua il suo dire. Ci piace comunque riprendere un suo testo sintetico, finale, su questo punto: “L’istanza determinante (loro) è costituita dal carisma che li ispira … (che dà) ad essi una forza socializzante e strutturante, oltre che spirituale, con una ricezione esistenziale, vitale, di contenuti essenziali del Vaticano II, tra i quali vanno menzionati: l’ecclesiologia di communio, la dottrina dei carismi, il sacerdozio (comune) di tutti i fedeli, la corresponsabilità dei laici (in ordine suo), l’apostolato come responsabilità collettiva (da intendersi bene) di tutta la Chiesa, la vocazione alla santità di tutti i battezzati, i tre grandi dialoghi della Chiesa”16, vale a dire con le confessioni cristiane (cfr. Unitatis Redintegratio), con le religioni (cfr. Nostra aetate) e con il mondo (cfr. G S), che poi si articola in vari “mondi” (ambiti)17.

Se avessimo ancora sufficiente tempo mi piacerebbe riprendere il tema, accennato per l’innanzi, della comunione materiale dei beni, fra i membri di ciascun movimento, poiché v’è qui un punto radicale di fedeltà al dettato evangelico-apostolico, e conciliare, espressivo fortemente della realtà di communio dei movimenti stessi e di attualità nel contesto della odierna globalizzazione. C’è infatti una certa realizzazione della giustizia sociale che costituisce altresì esemplarità per la vita di tutta la Chiesa. In effetti nei documenti del Vaticano II, circa il rapporto con i beni temporali, è ancora molto necessario l’approfondimento per attuarlo nella prassi di vita, ispirati dalla comunità cristiana primitiva, di cui il Concilio si è fatto eco18. Ma dobbiamo fermarci qui.

Vorrei concludere almeno con un cenno alla “comunione dei movimenti ecclesiali nell’unica Chiesa, per la nuova evangelizzazione”. In effetti ciò apre l’orizzonte alla missione di essi e delle nuove comunità nella Chiesa (“uniti nella stessa comunione e per la stessa missione” disse Giovanni Paolo II il 30 maggio 199819). Si annunciava così un rinnovato dialogo tra di loro. A partire da tale momento viene così messa in evidenza l’unità fondante nello stesso Spirito Santo dei carismi originari dei movimenti ecclesiali che precede ogni diversificazione in missioni specifiche.20 Oltre quello che è proprio, ricordiamo per ciò, in vari Paesi si è avviato il coordinamento, rispettoso delle caratteristiche di ciascuno, di azioni missionarie, apostoliche e sociali tra i movimenti, lasciandosi guidare dallo Spirito nell’amore reciproco21. E’ cosa consolante per l’impegno di nuova evangelizzazione che tutti ci attende, in quanto membri vivi della Chiesa, rinnovata, nella fedeltà, dalla cordiale recezione del Concilio Vaticano II tutto intero.

“Mi permetterete  - credo – aggiungere qui, alla fine del mio dire, un appello che è riflesso dell’attuale mio ufficio di Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.

Esso è inteso a perorare un maggior impegno, anche dei movimenti ecclesiali, a favore appunto dei migranti e degli itineranti. Il “movimento” delle genti è certo una caratteristica del mondo d’oggi, in parte secolarizzato. I documenti conciliari lo hanno ben illustrato (v. G S  65, 66, 87, 27 e Apostolicam actuositatem 10), invocando una pastorale corrispondente, specifica (v. Christus Dominus 18). Coraggio, dunque. Assumente pure questo impegno così in armonia con i segni dei tempi, con il dettato conciliare è con il vostro essere anche… “movimenti”.

* Intervento, il giorno 23 Novembre 2002, a Seriate (Bg), al Convegno internazionale organizzato dalla Fondazione Russia Cristiana sul tema: “Testimoni di Cristo. La memoria dei martiri del XX secolo e l’annuncio cristiano oggi, a fronte delle sfide del secolarismo”.

1 Gianni Baget Bozzo, Il Primato della fede semplice sulla teologia, “Il Giornale” del 20/8/02, p. 10.
2 Storia del Concilio Vaticano II. diretta da G. Alberigo, 5 voll., Peeters / Il Mulino, Bologna, 1995-2001. V. la critica nel mio Chiesa e Papato nella storia e nel diritto. 25 anni di studi critici, Città del Vaticano 2002, pp. 235-279 e ne “L’Oss. Rom.” dell’ 1/2/00, p. 10, testo ripreso e approfondito in “Apollinaris” LXXIV (2001) N. 1-4, pp. 811-825.
3 V. Christoph Hegge, Il Vaticano II e i movimenti ecclesiali. Una ricezione carismatica, Città Nuova, Roma 2001, pp. 240. Il volume risulta interessante e con spunti da cui io stesso qui traggo vantaggio, pur essendo esso oggetto di molte riserve che appariranno in una mia prossima recensione su “Apollinaris”. Comunque la sua ricca bibliografia merita attenzione e ad essa rimando senza qui appesantire il testo.
4 Giovanni Paolo II al Seminario di studio per i Vescovi in proposito, per es.: V. “L’Oss.Rom.” del 20/6/99.
5 “L’Oss. Rom.” dell’1-2/6/98, n. 6.
6 AAS LXXXI (1989) pp. 393-521.
7 P. Gianfranco Ghirlanda, S.J., nella prefazione (pp. 12-13) al volume di cui sopra alla Nota 3.
8 V., pur con molti “distinguo” - da parte nostra –, il I capitolo del vol. di C. Hegge (cfr. Nota 3), cioè pp. 21-72.
9 Ci avviciniamo qui a L. Gerosa, Charima und Recht. Kirchenrechtliche Überlegungen zum “Urcharisma” der neuen Vereinigungsformen in der Kirche, Einsiedeln-Trier 1989, pp. 93s. Comunque non si debbono tralasciare i 5 criteri di ecclesialità dei movimenti indicati al N. 30 di Christifideles laici.
10 Cfr. J. Beyer, Novità dello Spirito, in “Vita Consacrata”  XIV (1978) p. 577.
11 Id., Il diritto della Chiesa, in “Vita Consacrata” XVIII (1982) p. 252.
12 J. Castellano Cervera, I movimenti ecclesiali. Una presenza carismatica della Chiesa di oggi, in “Rivista di vita spirituale”, IV-V (1987) p. 507.
13 P.J. Cordes, Den Geist nicht auslöschen. Charismen und Neuevangelisierung, Freiburg-Basel-Wien 1990, p. 101.
14 Ibidem, p. 101.
15 Ch. Hegge, op. cit., p. 94.
16 Ibidem,  pp. 95ss.
17 V., per es., ibidem, p. 186.
18 Ibidem, pp. 188-192.
19 Pontificio Consiglio per i Laici, I Movimenti nella Chiesa. Atti del Congresso Mondiale dei movimenti ecclesiali, Roma 27-29 maggio 1998, Città del Vaticano 1999, p. 221. La “nuova evangelizzazione”è la sfida comune che Chiesa e movimenti hanno oggi di fronte. V., a tale riguardo, il bell’articolo, pur critico, di Gianni Colzani, Nuova evangelizzazione, sfida comune. Sulla relazione tra Chiesa e movimenti. In “R. Cler. It.” LXXXI (2000) pp. 646-665, ma specialmente pp. 653-665.
20 V. Ch. Hegge, op. cit., pp. 219-231.
21 Ibidem, p. 231.
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