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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move - N° 93,  December 2003, pp. 143-148

Ripartire da Cristo.

La visione e gli orientamenti della Chiesa

per il dialogo inter-religioso

S.E. Mons. Pier Luigi CELATA

Segretario, Pontificio Consiglio 

per il Dialogo Inter-Religioso

Tra gli effetti del crescente fenomeno delle migrazioni e dei rifugiati vi è sicuramente quello di dar vita in breve tempo, almeno in certe regioni, ad un pluralismo di etnie, di culture e di credenze.

Di fronte a tale fatto, spesso unito a situazioni di miseria ed emarginazione siamo certo interpellati al pari di tutta la società e, nella specificità del nostro essere cristiani, soprattutto in termini di accoglienza solidale e di carità. Avvertiamo, inoltre, di dover raccogliere la sfida a guardare al migrante o al rifugiato porgendo attenzione alla sua identità più profonda, cioè alla sua tradizione culturale ed alla sua credenza religiosa, che ne è l'anima. E' ciò che ha indicato il Santo Padre, lo scorso anno, nel Messaggio per l'88a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che aveva come tema, appunto, “Migrazioni e Dialogo Interreligioso".

In questa prospettiva, come afferma lo stesso Messaggio, il fenomeno migratorio può essere visto con favore, come occasione propizia per lo sviluppo del dialogo interreligioso, che è "una delle sfide più significative del nostro tempo".

Che cosa si intenda per "dialogo interreligioso" è noto: esso "indica non solo il colloquio, ma anche l'insieme dei rapporti interreligiosi, positivi e costruttivi, con persone e comunità di altre fedi, per una mutua conoscenza e un reciproco arricchimento"[1].

Si tratta di un atteggiamento relativamente recente nella Chiesa: nel suo senso più proprio, esso è riconducibile agli anni ed al clima del Concilio Vaticano II.

Nel 1964 il papa Paolo VI, con l'istituzione del Segretariato per i non Cristiani e con la sua prima enciclica Ecclesiam suam, manifestò chiaramente una nuova sensibilità ed un nuovo atteggiamento nei confronti delle diverse tradizioni religiose.

La Dichiarazione del Vaticano II Nostra aetate sui “Rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane”. Approvata il 28 ottobre 1965, e cioè, praticamente, alla fine del Concilio, costituisce il punto di arrivo della riflessione dei Padri conciliari e rappresenta una pietra miliare nel cammino dei dialogo interreligioso.

Anche altri documenti del Vaticano II mettono in luce elementi importanti per un'approfondita riflessione sul dialogo: Lumen gentium, Gaudium et spes, Dignitatis humanae.

Il Magistero del Concilio è stato poi ripreso ed approfondito da significativi interventi del Papa Giovanni Paolo II, in particolare con la sua prima Enciclica Redemptor Hominis, come anche dai documenti pubblicati dall'allora Segretariato per i non Cristiani (L’atteggiamento della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni Riflessioni e orientamenti su Dialogo e Missione, 1984) e dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso insieme alla Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli (Dialogo e Annuncio, 1991).

E' poi da ricordare, come evento fortemente simbolico espressivo della nuova coscienza del valore del dialogo, la Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace voluta dal Santo Padre ad Assisi il 27 ottobre 1986, che vide la partecipazione anche di esponenti delle più grandi tradizioni religiose del mondo. Da quella "Giornata" sono sorti una sensibilità ed un movimento di iniziative interreligiose, a livello locale, che si richiamano allo "spirito di Assisi". Nella stessa prospettiva furono poi organizzate, alla vigilia del Grande Giubileo, l'Assemblea Interreligiosa svoltasi in Vaticano nell'ottobre (25‑28) del 1999 e la Giornata di preghiera del 24 gennaio 2002, ad Assisi, dove i leaders religiosi, nel clima creatosi con gli attentati dell'11 settembre 2001 vollero esprimere davanti al mondo, secondo la più autentica coscienza religiosa, il loro impegno a costruire la pace.

Un rapido sguardo ai documenti del Concilio e del successivo Magistero, come pure agli interventi dei Dicasteri romani, consente di individuare: (A) i fondamenti teologici del dialogo interreligioso, (B) le varie forme di dialogo, (C) ed alcune disposizioni necessarie per il dialogo.

A. Fondamenti teologici

Alla sorgente del "dialogo" troviamo il mistero stesso di Dio Uno e Trino, dell'amore che unisce il Padre al Figlio nella comunione dello Spirito Santo.

Il Padre crea ogni uomo a sua immagine, sì che "tutta l'umanità forma una sola famiglia, basata su un’origine comune". Egli vuole, inoltre, che tutti gli uomini siano salvi e, pertanto, "tutti sono chiamati ad un destino comune, che è la pienezza di vita in Dio"[2]. Egli rispetta, però, la dignità della persona umana, da Lui creata libera e responsabile[3] .

Questo amore salvifico universale è rivelato e comunicato agli uomini in Cristo, unico Mediatore e Redentore, nel quale risiede la pienezza della verità e della grazia, il Verbo che con il suo sacrificio illumina ed è causa di salvezza per ogni uomo.

La Gaudium et spes così precisa l'estensione della missione redentrice del Cristo: “Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo". La salvezza è offerta non solo ai cristiani, ma anche a "tutte le persone di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina"[4].

Facendo eco alla stessa Dichiarazione conciliare, nella Redemptor Hominis il Santo Padre ribadisce poi con forza: "Ogni uomo senza eccezione alcuna è stato redento da Cristo, e con l'uomo, con ciascun uomo senza eccezione, Cristo è in qualche modo unito, anche quando quell'uomo non è di ciò consapevole. Cristo per tutti morto e risorto, dà sempre all'uomo - ad ogni uomo e a tutti gli uomini - luce e forza per rispondere alla suprema sua vocazione"[5].

"Dobbiamo perciò ritenere - leggiamo ancora nella Gaudium et spes - che lo Spirito Santo offra a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale"[6]. Preparando l'annuncio del Vangelo e sempre con riferimento a Cristo ed alla Chiesa, lo Spirito Santo "agisce non solo nelle profondità delle coscienze", accompagnando "il cammino segreto dei cuori verso la Verità"[7], ma anche "nella storia dei popoli, nelle culture e religioni"[8], "oltre i confini visibili del Corpo Mistico"[9], anticipandone e accompagnandone il cammino[10].

La Chiesa, pertanto, "si sente impegnata a discernere i segni" della presenza dello Spirito, a "seguirlo" e a "servirlo"[11].

"Il Regno di Dio è la meta finale di tutti gli uomini. La Chiesa, che ne è “il germe e l'inizio” è sollecitata ... a far avanzare tutto il resto dell'umanità verso di esso"[12].

In ordine alla volontà salvifica del Padre, la Chiesa, che ha in se la ricchezza di grazia del suo Signore, nel Concilio Vaticano II ha preso più lucidamente coscienza di essere, in Cristo, "sacramento universale di salvezza"[13], cioè "segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano"[14]. Come tale, essa è "al servizio della verità del regno di Dio, nell'unione di tutti gli uomini con Dio e nell'unità degli uomini fra loro”.

Questa pur rapida visione biblico-teologica offre alcuni dei principali elementi che sono alla base di un "approccio positivo"[15] alle tradizioni religiose non cristiane ed alla pratica del dialogo interreligioso. I Padri Conciliari avevano riconosciuto che nelle varie religioni esistono "cose vere e buone"[16], "raggi della verità che illumina tutti gli uomini"[17], "elementi di verità e di grazia"[18], "germi del Verbo"[19], che disseminati non solo "nel cuore e nella mente degli uomini, ma anche nei riti e nelle culture proprie dei popoli"[20], consentono di intessere un dialogo tra gli appartenenti alle diverse tradizioni religiose.

L'insegnamento fondamentale del Concilio sul valore delle diverse religioni e sull'atteggiamento della Chiesa di fronte ad esse resta chiaramente espresso nella Dichiarazione Nostra aetate: "1a Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque differiscono in molti punti da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini". Questo atteggiamento non mette però in ombra l'imperativo evangelico di annunciare incessantemente il Cristo, 'la via, la verità, la vita" (Gv 14,6), "nel quale gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a sé tutte le cose.

"Essa perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e la collaborazione con i seguaci delle altre religioni, rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i beni spirituali e morali e i valori socio‑culturali che si trovano in essi"[21].

B. Questa esortazione conciliare, a livello pratico, costituisce un chiaro punto di riferimento per quanti si trovano di fronte al fenomeno del pluralismo religioso.

Le esperienze acquisite e le prospettive apertesi nella prassi del dialogo hanno fatto distinguere - così come sono state indicate nel documento pubblicato nel 1984 dall'allora Segretariato per i non-cristiani (e poi riprese in quello del 1991) - 4 forme di dialogo:

1) Il dialogo della vita: si tratta di uno stile di rapporti con le persone animato da "spirito di apertura e di buon vicinato", nella condivisione delle loro gioie e delle loro pene, dei loro problemi e delle loro preoccupazioni[22]. Ciò implica rispetto, attenzione, interesse verso l'altro, accolto nella sua identità personale, nei suoi valori, nelle sue modalità di espressione, anche se differenti dai nostri.

Tutto questo, in fondo, è abbastanza semplice e potrebbe apparire quasi scontato, poiché esso è valido in generale, nei riguardi di ogni persona, per vivere civilmente insieme. Eppure è a questo livello che, superando l'esclusiva attenzione agli interessi propri e della propria comunità, si esprime più correntemente un atteggiamento di dialogo, autenticamente evangelico, nei confronti di chi appartiene ad una credenza religiosa diversa dalla nostra. Tanto più, inoltre, che questa dimensione di dialogo risulta fondamentale per farsi "prossimo", nello spirito della Parabola del Samaritano, a quanti si trovano, come avviene spesso per gli emigrati ed i rifugiati, nella povertà, se non nella miseria, e nell’emarginazione. La nostra "prossimità" dovrà farsi attenta, in particolare, anche a ciò che costituisce la loro diversità a livello religioso, di certe pratiche di pietà, di certe usanze.

Si pone a volte, a questo riguardo, il problema, specialmente per i musulmani, della preghiera e di un luogo di culto. La nostra stima e la carità verso di essi suggeriscono di adoperarsi per aiutarli a trovare una soluzione. Naturalmente, come raccomanda anche Nostra aetate, la prudenza suggerisce di non offrire ai nostri fedeli un messaggio contrastante. Per esempio, le chiese non devono mai essere concesse a seguaci di altre religioni per le loro preghiere o per il culto, onde evitare il rischio di confusione nel comune fedele cattolico.

2) Oltre il "buon vicinato" - che resta peraltro la base di una convivenza rispettosa, solidale ed armonica - è poi da considerare il dialogo delle opere: il Santo Padre ha più volte invitato i leaders religiosi a collaborare per promuovere e difendere la dignità e i diritti fondamentali di tutti gli uomini e di ogni individuo. Ciò può avvenire e, di fatto, avviene a livello locale, nazionale, internazionale, con sicuro vantaggio nel comune servizio all'uomo.

In questo contesto si colloca, in particolare, il richiamo del Papa al rispetto del diritto alla libertà religiosa. E' significativo, in proposito, quanto Egli, nell'interesse di tutte le religioni, ha detto ai Ministri degli Interni dell'Unione Europea il 31 ottobre scorso: "La garanzia e la promozione della libertà religiosa costituiscono un ‘test’ del rispetto degli altri diritti e si realizzano attraverso la previsione di un'adeguata disciplina giuridica per le diverse confessioni religiose, come garanzia della loro rispettiva identità e della loro libertà".

La collaborazione operosa trova inoltre largo spazio nelle iniziative di assistenza, solidarietà, come, ad esempio, in occasione di calamità.

3) In una società religiosamente pluralista è necessario che i seguaci delle varie religioni non si sentano minacciati nelle loro rispettive tradizioni. Una confusione in merito alle proprie dottrine religiose, alla teologia, ai precetti ed alla pratica, genera paura, che, a sua volta, apre la strada a pregiudizi, ostilità e violenze.

Per questo risulta importante anche il dialogo tra esperti o specialisti al fine di raggiungere maggiore chiarezza in merito alla propria dottrina religiosa ed a quella degli altri. Tale dialogo mentre, da una parte, aiuta i seguaci di una religione a restare fedeli alla loro identità, li apre, dall'altra, ad una più corretta conoscenza della religione degli altri.

4) Tra persone di profonda vita spirituale può realizzarsi, infine, un Dialogo dell'esperienza religiosa attraverso uno scambio di esperienze sulla meditazione, sulla preghiera, sulla ricerca dell'Assoluto.

In occasioni eccezionali, vi possono anche essere incontri di meditazione e di preghiera, in cui, evitando ogni forma di sincretismo, i partecipanti pregano secondo le proprie tradizioni, magari per uno scopo comune.

C. Il dialogo interreligioso, quando è praticato secondo le direttive della Chiesa, può divenire una sorgente di speranza ed un'occasione di riconciliazione nella famiglia umana.

E' spiacevole che le religioni siano a volte ritenute fra le cause di molti problemi odierni nel mondo. Indubbiamente, le religioni sono spesso strumentalizzate da alcune persone. Ma, invece di lasciare crescere questi problemi, le religioni possono certamente contribuire alla loro soluzione.

E' pertanto necessario moltiplicare gli sforzi per promuovere il dialogo interreligioso.

Peraltro, quanti sono impegnati nell'instaurare relazioni e nel costruire ponti tra gruppi religiosi in conflitto, sanno molto bene come sia difficile la strada del dialogo.

Il Santo Padre ebbe a dire in merito: "Il Dialogo non e sempre facile o senza sofferenza. Possono nascere malintesi e i pregiudizi possono ostacolare le vie del comune accordo e la mano offerta in segno d’amicizia può anche essere rifiutata. E' sempre necessaria una grande pazienza perché i frutti arriveranno, ma a tempo dovuto [23].

Coloro che seminano nelle lacrime raccoglieranno con giubilo[24]. Il contatto con i seguaci di altre religioni è spesso sorgente di grande gioia ed incoraggiamento. Ripartendo da Cristo, riscopriamo come il Padre opera, nella potenza dello Spirito, nelle menti e nei cuori delle persone di buona volontà, a volte anche attraverso i loro riti e costumi, per il compimento del suo disegno d'amore per tutti gli uomini.


[1] Segretariato per i non Cristiani, L’atteggiamento della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni, Riflessioni ed Orientamenti su Dialogo e Missione, 1984, n. 3
[2] Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso – Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Dialogo e Annuncio, 1991, n. 28
[3] cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Dignitatis humanae, n. 11
[4] cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, n. 22
[5] Giovanni Paolo II, Redemptoris hominis, n. 14
[6] cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, n. 22
[7] ibid., n. 22
[8] Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, n. 29
[9] Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, n. 6
[10] Segretariato per i non Cristiani, L’atteggiamento della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni, Riflessioni ed Orientamenti su Dialogo e Missione, 1984, n. 24
[11] l.c.
[12] ibid., n. 25
[13] cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen gentium, n. 5
[14] ibid.,n. 1
[15] Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso - Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Dialogo e Annuncio, 1991n n. 27
[16] cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Optatam totius, n. 16
[17] cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Nostra aetate, n. 2
[18] cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Ad gentes, n. 9
[19] ibid., n. 11, 15
[20] cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen gentium, n. 17
[21] Concilio Ecumenico Vaticano II, Nostra aetate, n. 2
[22] Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso – Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Dialogo e Annuncio, 1991, n. 42
[23] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, 9 novembre 2001, n. 5
[24] cfr Sal 126, 5.6
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