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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move - N° 93,  December 2003, pp. 127-135

Ripartire da Cristo. La visione ecclesiale

per una società multiculturale e interculturale

Card. Paul POUPARD
Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

Eminenze,

Eccellenze,

Signore e Signori,

1. E’ una grande gioia per me intrattenervi questa mattina su un tema che mi sta particolarmente a cuore e che costituisce una delle grandi preoccupazioni del Pontificio Consiglio della Cultura, e anche di tutti coloro che studiano le profonde mutazioni del nostro mondo, e che operano per renderlo più umano, più giusto e più fraterno. 

Ringrazio in particolar modo Sua Eminenza il Card. Hamao per avermi voluto associare alla vostra riflessione per presentarvi un argomento di interesse comune al Pontificio Consiglio della Cultura e al Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in un ambito che si presenta particolarmente cruciale in questo nuovo millennio. Lo scandalo di un divario sempre più profondo tra Paesi ricchi e Paesi poveri, il miraggio, per miliardi di esseri umani affamati, di una vita migliore nei Paesi occidentali, le terribili situazioni di ingiustizia presenti in troppi territori del mondo e “la straordinaria e globale accelerazione della ricerca della libertà” sottolineata da Giovanni Paolo II di fronte alle Nazioni Unite, il 5 ottobre 1995[1], sono tra le principali ragioni di un esodo massiccio dalle proporzioni di odissea umana, alla quale assistiamo con un certa impotenza. Le facilità offerte dallo stupefacente sviluppo della scienza e della tecnica con i mezzi di comunicazione, e gli immensi progressi dei mezzi di trasporto contribuiscono alla formazione, sotto l’effetto di giganteschi movimenti migratori, di società multiculturali in cui coabitano uomini e donne di culture diverse, chiamati a dialogare – anche se troppo spesso portati a ignorare – in uno spazio di vita che sembra diventare sempre più stretto per effetto della globalizzazione.

2. All’alba del nuovo millennio, mentre si chiudevano le magnifiche celebrazioni del Grande Giubileo dell’anno 2000, il Papa Giovanni Paolo II ci faceva dono della sua bellissima Lettera Apostolica, Novo millennio inenunte, in cui invitava la Chiesa a “contemplare il volto di Cristo” come Sposa che “contempla il suo tesoro e la sua gioia”, al fine di “riprendere oggi il suo cammino, per annunciare Cristo al mondo, all'inizio del terzo millennio”[2]. L’annuncio del Vangelo non è la ricerca di una formula magica che serva a dissipare le grandi sfide del nostro tempo, ma la presentazione al mondo di una Persona, Cristo Gesù, che dobbiamo “conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste[3]. Il programma di rinnovamento che il Santo Padre propone è un “programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace[4]. E’ il programma di sempre: « Ripartire da Cristo » Così, i vari Dicasteri della Curia Romana incoraggiano gli “attori” dei molteplici settori della pastorale a “ripartire da Cristo”, a eloquente conferma della scelta del tema generale di questo importante Congresso Mondiale per la Pastorale dei Migranti e dei Rifugiati. Nella Pentecoste del 1999, il Pontificio Consiglio della Cultura ha voluto pubblicare un documento, intitolato Per una pastorale della cultura, che risponde – con un leggero anticipo! – a questo invito del Santo Padre a tener conto, in maniera sincera e decisa, della cultura nel campo dell’evangelizzazione.  

3. “Tener conto del tempo e delle culture” non è soltanto un’esigenza della Nuova evangelizzazione, ma una delle caratteristiche più significative del Pontificato di Giovanni Paolo II, e un apporto del tutto originale del Papa filosofo di cui Soljenitsyn affermava, all’indomani della sua elezione: “Questo Papa è un dono di Dio”[5]. Certo, tener conto esplicitamente della cultura nell’opera di evangelizzazione è già presente nei testi del Concilio Vaticano II – è, in effetti, una delle caratteristiche più significative dell’originalità della Costituzione pastorale Gaudium et spes –, nella memorabile enciclica del Beato Papa Giovanni XXIII, Pacem in terris, di cui abbiamo festeggiato il quarantesimo anniversario l’11 aprile di quest’anno, e nell’insegnamento del Servitore di Dio Paolo VI, in particolare Ecclesiam suam e Evangelii nuntiandi. Ma Giovanni Paolo II ha apportato una notevole nota personale alla dimensione pastorale, fin dal discorso inaugurale del suo Pontificato con le famose parole: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa ‘cosa è dentro l’uomo’ [6]. La creazione del Pontificio Consiglio della Cultura, avvenuta il 20 maggio 1982, è, senza dubbio, uno dei fatti più significativi di questa visione wojtyliana della nuova evangelizzazione: “Fin dall’inizio del mio pontificato, scrive il Santo Padre nella Lettera autografa di fondazione del Pontificio Consiglio della Cultura, ho ritenuto che il dialogo della Chiesa con le culture del nostro tempo fosse un campo vitale, nel quale è in gioco il destino del mondo in questo scorcio del secolo XX. Esiste infatti una dimensione fondamentale, in grado di consolidare o di scuotere fin dalle fondamenta i sistemi che strutturano l'insieme dell'umanità, e di liberare l'esistenza umana, individuale e collettiva, dalle minacce che pesano su di essa. Questa dimensione fondamentale è l'uomo, nella sua integralità. Ora l'uomo vive una vita pienamente umana grazie alla cultura. «Sì, l'avvenire dell'uomo dipende dalla cultura”.

Il Pontificio Consiglio della Cultura ha voluto offrire al Santo Padre, in occasione del 25° anniversario del suo Pontificato, un’antologia di testi del Magistero da Leone XIII a Giovanni Paolo II. Le cifre che seguono parlano da sole: su 1263 riferimenti, solo 140 riguardano testi di Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI, mentre 1.123 si riferiscono ai discorsi, alle encicliche, alle esortazioni apostoliche, e così via, di Giovanni Paolo II. Vi invito a procurarvelo, in quanto la mezz’ora a mia disposizione mi permette solo di farne un rapido accenno! Voglio, tuttavia, menzionare la bellissima sintesi della visione del Magistero della Chiesa sull’argomento che ci interessa, magnificamente esposta dal Santo Padre nel suo Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, del 1° gennaio 2001, dal titolo: “Dialogo tra le culture per una civiltà dell’amore e della pace”.  

4. Come ho detto prima, la trasformazione delle condizioni di vita legate ai progressi della scienza e della tecnica invita a raccogliere alcune sfide caratteristiche dei mutamenti culturali del nostro tempo. Il terzo millennio è già caratterizzato dalla multiculturalità: persone nutrite da un’altra cultura, appartenenti ad un’altra religione, visibilmente differenti nel modo di vestire, di parlare, nella sensibilità e nella percezione del mondo e degli avvenimenti, sono diventate nostri vicini, nostri colleghi di lavoro, nostri amici. Gli ideali evangelici di libertà, uguaglianza e fraternità – così cari alla Repubblica Francese laica –, devono oggi affrontare un’incarnazione concreta, in una solidarietà umana che supera le frontiere delle culture all’interno delle nostre stesse società. Sta qui, ne sono convinto, una delle grandi sfide del nuovo millennio. Una situazione nuova ed irreversibile, obbliga gli uomini e le donne del nostro tempo ad entrare in un vero dialogo delle culture e delle religioni. E’ un tema, lo so, che vi è particolarmente caro, in quanto i migranti e i rifugiati di cui vi occupate concretamente nei diversi Paesi del mondo, si trovano in una situazione particolarmente destabilizzante. Ricchi – il più delle volte – di un’identità culturale ereditata dal loro Paese d’origine, essi si trovano spesso isolati in culture straniere, a volte strane per loro, in cui non trovano più i “riferimenti di umanità” che sono a loro connaturali – voglio dire, con questo, tutti quei comportamenti, quasi inconsapevoli, generati dalle culture e che derivano da concezioni e credenze particolarmente adatte a nobilitare le persone. Di qui il grido d’allarme lanciato nel documento Per una pastorale della cultura : “Lo sradicamento culturale, dalle molteplici cause, palesa per contrasto il ruolo fondamentale delle radici culturali. L'uomo destrutturato dalla lesione o dalla perdita della propria identità culturale, diventa un terreno privilegiato per pratiche disumanizzanti”[7]

5. L’aver evocato la multiculturalità e l’interculturalità mi obbliga a porre la questione di quel fenomeno di estrema complessità al quale fa riferimento l’identità di un popolo.

Se l’identità di un popolo proviene dalla sua cultura, questa si radica nelle capacità creatrici e nella facoltà di adattamento dell’uomo ai propri simili e al suo ambiente naturale. Poiché ogni persona umana è unica, i popoli sono differenti in quanto l’uomo è capace di creare una società con i suoi simili. La dimensione culturale prende corpo in specifiche condizioni, storiche e geografiche, di sviluppo, e richiede una certa stabilità nel tempo e nel luogo, almeno per una vasta parte dei membri che compongono questa società. La molteplicità e la complessità di queste condizioni portano le società a concretizzare il loro patrimonio di umanità attraverso una diversità d’identità culturali.

6. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato con forza, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, il legame tra cultura e umanità per l’uomo: “È proprio della persona umana il non poter raggiungere un livello di vita veramente e pienamente umano se non mediante la cultura” (n. 53). A motivo della sua condizione storica, poiché la sua esistenza si inserisce nel tempo, l’uomo è allo stesso tempo figlio e creatore della propria cultura e, di conseguenza, della propria identità. Questa, dunque, tiene conto dell’eredità del passato e della sua storia, si radica in questo modo in una memoria, implicando nel contempo anche un divenire, un progresso, che ne fa una realtà dinamica. Ma l’uomo è più della sua cultura.

Realtà dinamica autentica, perché viva, la cultura non si lascia imprigionare in definizioni e schemi, che sono sempre riduttivi. Come un essere vivente, essa si nutre di ciò che ognuno le apporta, e resta imprevedibile nei suoi sviluppi in quanto è alla mercé della scelta degli uomini. Come sottolinea il Santo Padre nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2001, “sul tema dell’integrazione culturale …, non è facile individuare assetti e ordinamenti che garantiscano, in modo equilibrato ed equo, i diritti e i doveri tanto di chi accoglie quanto di chi viene accolto. Storicamente, i processi migratori sono avvenuti nei modi più diversi e con esiti disparati. Sono molte le civiltà che si sono sviluppate e arricchite proprio per gli apporti dati dall'immigrazione. In altri casi, le diversità culturali di autoctoni e immigrati non si sono integrate, ma hanno mostrato la capacità di convivere, attraverso una prassi di rispetto reciproco delle persone e di accettazione o tolleranza dei differenti costumi. Purtroppo persistono anche situazioni in cui le difficoltà dell'incontro tra le diverse culture non si sono mai risolte e le tensioni sono diventate cause di periodici conflitti”[8]

Come reagire di fronte a queste situazioni inquietanti? Sorgono immediatamente alcuni interrogativi: il migrante e il rifugiato sono chiamati a rinunciare all’identità culturale delle loro origini e a fondersi nella cultura del Paese d’accoglienza? Se essi devono – ed è la nostra convinzione –, entrare in dialogo fecondo con la cultura dell’ambiente, ciò avviene in un rapporto di uguaglianza? O come il cieco di Gerico, che grida la sua miseria? 

7. Il Santo Padre, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace Dialogo tra le culture per una civiltà dell’amore e della pace, mette in evidenza alcuni principi etici fondamentali che permettono di dare un quadro a questi interrogativi:

gli immigrati vanno sempre trattati con il rispetto dovuto alla dignità di ciascuna persona   umana, e a questo principio deve piegarsi la pur doverosa valutazione del bene comune;

di coniugare l'accoglienza che si deve a tutti gli esseri umani, specie se indigenti, con la valutazione delle condizioni indispensabili per una vita dignitosa e pacifica per gli abitanti originari e per quelli sopraggiunti;

alle istanze culturali di cui gli immigrati sono portatori, nella misura in cui non sipongono in antitesi ai valori etici universali, insiti nella legge naturale, ed ai diritti umani fondamentali, vanno rispettate e accolte.[9]

Per Giovanni Paolo II, esiste una reale difficoltà a determinare in quale misura gli immigrati hanno diritto al pubblico riconoscimento giuridico delle loro espressioni culturali specifiche, e indica che la soluzione diquesto problema è legata alla valutazione concreta del bene comune in un momento storico preciso e in una situazione territoriale e sociale determinata. Il bene comune di un popolo in materia di cultura, reclama un certo “equilibrio  culturale” che favorisce un giusto sviluppo di coloro che appartengono a questo territoriodalla nascita. Tale equilibrio, nell’aprirsi alle minoranze e rispettando i loro diritti fondamentali, “permette la permanenza e lo sviluppo di una determinata ‘fisionomia culturale’, ossia di quel patrimonio fondamentale di lingua, tradizioni e valori che si legano generalmente all'esperienza della nazione e al senso della ‘patria’ ”[10]. Giovanni Paolo II sottolinea poi che: “questa esigenza di ‘equilibrio’, rispetto alla ‘fisionomia culturale’ di un territorio, non può essere soddisfatta con puri strumenti legislativi, giacché questi non avrebbero efficacia se privi di fondamento nell'ethos della popolazione, e sarebbero oltre tutto naturalmente destinati a cambiare, quando una cultura perdesse di fatto la capacità di animare un popolo e un territorio, diventando una semplice eredità custodita in musei o monumenti artistici e letterari. In realtà, una cultura, nella misura in cui è veramente vitale, non ha motivo di temere di essere sopraffatta, mentre nessuna legge potrebbe tenerla in vita quando fosse morta negli animi”[11]. 

Come vediamo, la Chiesa sottolinea l’importanza del dialogo delle culture in cui l’una propone all’altra i valori che le sono propri, ma precisa, nella sua saggezza, che questo dialogo deve collocarsi in un quadro esigente: quello del rispetto della libertà e della coscienza delle persone, e quello del necessario “equilibrio culturale” che esige il bene comune di un popolo. La Chiesa trae questa consapevolezza dalla fiducia nella forza della verità, come è stato magnificamente espresso dal Concilio Vaticano II nell’introduzione alla Dichiarazione sulla libertà religiosa, Dignitatis humanae : “La verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore”[12]. Sono convinto che solo un Paese in cui sarà stata sviluppata una cultura dell’accoglienza saprà, senza cedere all’indifferenza di fronte ai valori che gli tendono la mano, unire le esigenze della protezione legittima della propria identità e quelle di un dialogo interculturale fecondo, altrimenti, rischierà di costringere l’altro a un ripiegamento d’identità sempre pericoloso.       

8. Durante un mio intervento presso la Sede dell’UNESCO a Parigi, per un Colloquio Internazionale organizzato congiuntamente dal Pontificio Consiglio della Cultura e dal Centro Cattolico Internazionale per l’UNESCO, sul tema: Un nuovo umanesimo per il terzo millennio, ho avuto modo di ricordare la missione singolare della Chiesa chiamata a riunire nel suo seno gli uomini di tutte le nazioni (cf. Mc 11, 17). In quell’occasione sottolineavo che: “L’originalità di una cultura, lungi dall’identificarsi alla sua chiusura su se stessa, implica la sua apertura all’universale. Nella Chiesa il pluralismo culturale non è la giustapposizione di mondi antagonisti, ma la complementarità di ricchezze multiformi”[13] Di fatto, proprio perché le culture sono apportatrici di umanità e, perciò, aperte all’universale, è possibile il dialogo tra di loro. Quanti esempi, in particolare nel campo nell’arte, lo testimoniano. Lo possiamo constatare, ad esempio, nei più grandi insieme musicali come in quel tempio della musica italiana che è l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, in cui un direttore d’Orchestra coreano eccelle nell’interpretazione dei più grandi compositori della musica classica tedesca, italiana o francese.

L’uomo si eleva nel voler scoprire nel suo simile un’altra maniera di vedere, di sentire, di comprendere il mondo, il suo prossimo e Dio stesso. Ne sono profondamente convinto, ed è questa convinzione che orienta la mia vita al servizio della Santa Sede da oltre venti anni, da quando cioè, il 20 giugno 1980, il Santo Padre mi chiese di lasciare l’Istituto Cattolico di Parigi, di cui ero Rettore, per fondare il Pontificio Consiglio della Cultura in seno alla Curia Romana, e partecipare, come membro, all’attività del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

9. L’inizio del nuovo millennio è stato fortemente e tristemente segnato da avvenimenti significativi: gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, l’intervento armato in Iraq e la violenza continua in Medio Oriente. Quali che siano le differenze di interpretazione che se ne possono fare, questi avvenimenti mostrano il pericolo del ripiegamento di identità e la gravità delle situazioni che esso può generare. In numerosi casi, la contrazione d’identità pretende di trovare la propria giustificazione nella religione, cioè in un suo utilizzo indebito e traviato per legittimare una strategia fondata sull’uso della violenza. Di fatto, il potere religioso può esercitare un autentico fascino quando si presenta come un potere assoluto che non soffre alcuna contestazione e pretende di trovare la propria giustificazione in una ragione superiore data per rivelata. Questa deviazione dell’aspetto religioso richiede la più netta riprovazione, come il Santo Padre continua a ripetere con forza. E numerosi uomini politici e mass media, assieme agli organismi internazionali, si sono, a giusto titolo, preoccupati di questi conflitti che mischiano Dio alle ambizioni politiche, alle violenze rivoluzionarie, agli integralismi e all’odio distruttore, come pure all’orgogliosa tentazione di dominare il mondo secondo schemi semplicistici, il cui errore consiste, essenzialmente, nell’assenza di un riconoscimento serio ed equanime della cultura degli altri.

Questo per dire quanto il tema di questa giornata di lavoro sia di bruciante attualità, e quanto la sua pertinenza, che tocca particolarmente i migranti e i rifugiati, riguardi, in realtà, non soltanto ogni uomo, poiché esiste solo la cultura dell’uomo, ma anche Dio stesso, la cui immagine è falsificata e camuffata da queste ideologie dell’esaltazione di sé e del disprezzo dell’altro nel nome, scandalosamente usurpato e abusivamente invocato, di Dio.

10. Se l’identità di un popolo manifesta la propria particolarità, essa aspira allo stesso tempo all’universalità mediante il meglio di sé, a motivo del fatto che è radicata nella natura umana. Una cultura è veramente umana solo quando porta in sé l’apertura alle altre culture, all’universalità. Le esigenze della particolarità fondano i diritti delle identità culturali proprie, mentre quelle dell’universalità fondano i doveri che ne derivano, nei confronti delle altre culture e dell’intera umanità[14]. E il primo di questi doveri, in una società multiculturale, è quello del dialogo interculturale, nel rispetto dell’alterità, e non nell’imposizione di norme economiche, politiche o giuridiche che tenderebbero a creare uno spazio di vita dalla neutralità illusoria, in cui uomini e donne in perdita di identità sarebbero chiamati a coabitare nella concordia e nella pace.  

Dalla notte dei tempi, si sono formate moltitudini di società in cui la storia, i costumi, la lingua, l’espressione artistica e la tecnologia, la filosofia e la religione differiscono. All’interno stesso degli Stati, esistono comunità minoritarie che aspirano a vivere in maniera differente dalla maggioranza, secondo caratteristiche proprie, tanto linguistiche quanto etiche o di costumi, senza pur tuttavia cercare di separarsi da un’organizzazione politica di cui lo Stato è espressione giuridica. Occorre dunque fare attenzione a non ridurre l’identità di un Paese o di un continente all’identità politica – già esistente o soltanto auspicata. Come ogni essere umano ha diritto al riconoscimento e al rispetto della propria identità, cosa che non lo esonera dai suoi doveri verso la collettività, così ogni minoranza culturale ha diritto al riconoscimento della propria identità. Si tratta di un diritto inerente alla propria natura, che la valorizza agli occhi dell’insieme della società e ne facilita l’integrazione nell’insieme dei popoli. Il suo non rispetto, invece, è per un gruppo di uomini fonte di umiliazione, suscita una forte rivendicazione e acquisisce, molto spesso, forme di un’estrema violenza. 

Cari amici, la tragica attualità di questo inizio del terzo millennio mostra bene, in numerose regioni del mondo, non soltanto l’attualità di questo spinoso problema, ma e soprattutto le tristi situazioni che possono manifestarsi. Anche la paura è causa del rifiuto dell’altro, e la storia ci insegna che i rifiuti, le deportazioni e le esclusioni radicali generano destabilizzazione e violenza. La paura nasce dalla debolezza ed esplode spesso in violenza. Noi dobbiamo contribuire all’educazione dei popoli per una cultura del dialogo interculturale, nella preoccupazione di fare tutto il possibile affinché i valori che edificano la civiltà restino il fondamento stabile delle nostre società moderne in mutazione. Una riflessione sull’interculturalità in una società multiculturale deve quindi comprendere in profondità l’uomo e la sua cultura, le sue stupende espressioni, le sue tentazioni ricorrenti e i suoi possibili errori. La Chiesa vi si dedica con amore alla luce di Cristo. Lui soltanto ci rivela chi è l’uomo veramente, e ci dona il Vangelo delle Beatitudini per aiutarci a vivere della sua grazia per una vita più giusta, più accogliente verso l’altro, una vita di amore e di pace. Sì, è proprio da Cristo che dobbiamo ripartire, in quanto Lui soltanto conosce cosa c’è nell’uomo


[1] Cf. Discorso di Giovanni Paolo II all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 5 ottobre 1995: “Alle soglie di un nuovo millennio siamo testimoni di una straordinaria e globale accelerazione di quella ricerca di libertà che è una delle grandi dinamiche della storia dell'uomo. Questo fenomeno non è limitato ad una singola parte del mondo, né è l'espressione di una sola cultura. Al contrario, in ogni angolo della terra uomini e donne, pur minacciati dalla violenza, hanno affrontato il rischio della libertà, chiedendo che fosse loro riconosciuto uno spazio nella vita sociale, politica ed economica a misura della loro dignità di persone libere. Questa universale ricerca di libertà è davvero una delle caratteristiche che contraddistinguono il nostro tempo”(n. 2).
[2] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, n. 28.
[3] Ibid., n. 29
[4] Ibid., n. 29
[5] Cf. il titolo del mio libro: Cardinal Poupard, Ce pape est un don de Dieu, Plon/Mame, 2001.
[6] Giovanni Paolo II, Discorso per l’inizio del Pontificato, 22 ottobre 1978. 
[7] Pontificio Consiglio della Cultura, Per una pastorale della cultura, 23 maggio 1999, n. 8.
[8] Giovanni Paolo II, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace: “Dialogo tra le culture per una civiltà dell’amore e della pace”, 1° gennaio 2001, n. 12
[9] Cf. ibid., n. 13.  
[10] Op. cit., n. 14.
[11] Op. cit., n. 15.
[12] Concilio Vaticano II, Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, n. 1. 
[13] Colloquio Internazionale Un nuovo umanesimo per il terzo millennio, organizzato congiuntamente dal Pontificio Consiglio della Cultura e dal Centro Cattolico Internazionale per l’UNESCO, 3 e 4 maggio 1999, p. 16.
[14] Cf. Pontificio Consiglio della Cultura, Per una pastorale della cultura, n. 10, 23 maggio 1999: “Se i diritti della nazione esprimono le esigenze della particolarità, è altrettanto importante sottolineare quelle dell'universalità, con i doveri che ne derivano per ciascuna nazione verso le altre e verso l'intera umanità. Il primo di tutti è, senza alcun dubbio, il dovere di vivere in una volontà di pace, rispettosa e solidale nei riguardi degli altri. … Contrariamente al nazionalismo portatore di disprezzo, addirittura d'avversione per altre nazioni e culture, il patriottismo è l'amore e il servizio legittimi, privilegiati, ma non esclusivi, del proprio paese e della propria cultura, tanto lontano dal cosmopolitismo quanto dal nazionalismo culturale. Ogni cultura è aperta all'universale grazie al meglio di se stessa”.
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