The Holy See
back up
Search
riga

 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 96, December 2004

INTEGRAZIONE: VISIONE GENERALE

 

Intervento del Rev.mo P. Michael A. BLUME, SVD,

Sottosegretario del Pontificio Consiglio

della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

 

1. È abbastanza noto che circa 175 milioni di persone si trovano, in qualità di migranti, in un paese diverso da quello natio. Di questi, si stima che circa 56 milioni si trovano in Europa, mentre circa 50 milioni sono in Asia, 41 milioni nell’America del Nord, 16 milioni in Africa, 6 milioni nei paesi dell’America Latina e dei Caraibi, e altrettanti in Oceania. Tra i paesi che hanno ospitato il maggior numero di immigrati figurano gli Stati Uniti (un primato assoluto, con circa 35 milioni), la Federazione Russa (13 milioni), la Germania (7 milioni), l’India (6 milioni, come la Francia), il Canada (6 milioni circa), l’Arabia Saudita (5 milioni), il Pakistan (più di 4 milioni) e l’Italia (al ventesimo posto con due milioni e mezzo).

Sarebbe interessante esaminare la composizione della popolazione immigrata in ognuno di questi paesi, ma per motivi di brevità e per la difficoltà di ottenere dati statistici sicuri, come per esempio per la Federazione Russa, mi limito solo ad alcuni. Negli Stati Uniti si possono individuare almeno 40 paesi di provenienza dei migranti, tra cui il Messico (9 milioni), la Cina/Hong Kong/Taiwan (un milione e mezzo circa), le Filippine (1,4 milioni), il Vietnam (986 mila), la Polonia (480 mila), il Giappone (346 mila circa) e anche la Germania (712 mila) e l’Italia (474 mila circa). Per quanto riguarda questi ultimi due Paesi però gli emigrati stanno diminuendo.

La Germania, invece, ha una popolazione straniera proveniente da 18 nazioni, fra cui la Turchia (circa 2 milioni), l’ex Yugoslavia (662 mila circa), la Polonia (più di 301 mila), la Russia (116 mila circa), l’Iran (108 mila circa), l’Afganistan (72 mila), lo Sri Lanka (51 mila circa) il Libano (più di 51 mila) e la Cina (51 mila circa). 

Il Giappone, invece, riceve immigrati da almeno dieci Paesi. I gruppi più numerosi, nel 2001, provenivano dalla Cina (86 mila circa) e dalle Filippine (intorno a 85 mila). Le altre nazioni di provenienza erano il Brasile, la Corea, persino gli Stati Uniti, l’Indonesia, la Thailandia, il Regno Unito, la Federazione Russa e il Vietnam.

Degli immigrati in Australia, Canada, Nuova Zelanda e negli Stati Uniti circa il 38% provengono dall’America Latina e dai Caraibi, mentre il 24% circa sono di origine asiatica o vengono dall’Oceania, e circa il 21%, invece, sono europei.

2. Cosa ci dicono queste statistiche? Chiaramente mostrano che ormai le società di oggi sono composte da persone di varia provenienza, e dunque, di diverse culture, tradizioni, lingue, costumi, religioni, valori ecc., come del resto attesta il Messaggio Pontificio per la Giornata del Migrante e del Rifugiato 2005. Il paese ospitante non può dunque ignorare il fatto che non ha più una popolazione omogenea. Ormai parte integrante di essa sono anche coloro che, venuti da fuori, svolgono il lavoro che gli autoctoni, in genere, non sono più in grado o disposti a fare (ad es., quando alla popolazione locale mancano sia le risorse di personale per far fronte ai bisogni attuali del paese, che la volontà). Pensiamo ai migranti, spesso molto apprezzati, che curano i malati, le persone anziane o i bambini di madri lavoratrici, oppure ai professionisti provenienti dai Paesi più poveri, reclutati da quelli industrialmente sviluppati per i propri progetti. Ci sono, poi, coloro che hanno trovato un rifugio in un paese straniero dopo essere fuggiti dalla persecuzione o da altri pericoli per la loro vita e la loro dignità umana.

A questo punto ci si pone una domanda: Qual è o quale dev’essere il rapporto tra gli stranieri e la società dove arrivano? Tutti noi abbiamo qualche risposta e qualche esperienza al riguardo. Sappiamo pure che la risposta può essere riassunta nella parola “integrazione” e che nel pensiero di tante persone tale concetto spesso vuol dire “assimilazione”. In quel senso l’immigrato si “integra”, cioè, si adatta al modello di vita locale, diventando come tutti gli altri, e a volte quasi trascurando le proprie radici culturali. I giovani immigrati sono generalmente più attratti da questo tipo di “inserimento”. Il problema è che l’assimilazione in questo senso rappresenta un impoverimento della società d’accoglienza, perché il contributo culturale e umano dell’immigrato viene minimizzato. Senz’altro i migranti devono fare i passi necessari all’inclusione sociale indicati dal Messaggio, “quali l’apprendimento della lingua nazionale e l’adeguamento alle leggi e alle esigenze del lavoro, così da evitare il crearsi di una differenziazione esasperata” (n. 1). Ciò però va fatto sviluppando l’eredità culturale che ognuno porta con sé, non scartandola.

Può invece accadere il contrario all’assimilazione, cioè, che il contatto con il nuovo ambiente renda l’immigrato più che mai consapevole di ciò che dava senso alla sua vita in seno alla propria società d’origine, alla propria famiglia, cioè della propria identità. Una tale esperienza può spingerlo a cercare compagnia e sicurezza tra coloro che provengono dalla medesima nazione e cultura. E se egli non riesce pian piano ad aprirsi alla realtà più vasta della società dove è entrato, corre il pericolo di formare un ghetto con conseguente emarginazione.

L’integrazione, infatti, non è una strada a senso unico, non è responsabilità solo dell’immigrato, ma anche della società di arrivo, che a contatto con lui – come scrive il Santo Padre – ne scopre il “segreto”, cogliendo i valori della sua cultura.

L’integrazione quindi dipende anche dal paese d’arrivo. Alcuni Paesi hanno una politica di apertura verso le altre culture e riconoscono il contributo che esse hanno dato al proprio sviluppo nel passato e nel presente. Altri invece sono pronti a ricevere gli immigrati in quanto manodopera, senza interessarsi molto al loro contributo culturale e anzi limitando la durata della loro permanenza. Ci sono poi quelli che accolgono soltanto gli immigrati altamente qualificati escludendo gli stranieri che a loro meno “convengono”, come, per esempio, i rifugiati. Tali restrizioni possono anche favorire movimenti irregolari di immigrati, forse utili per l’economia locale, ma con scarsa possibilità per loro di integrazione nel Paese.

3. La vera integrazione ha luogo là dove l’interazione tra gli immigrati e la popolazione autoctona non si verifica soltanto dal punto di vista economico ma anche culturale. Ambedue le parti devono essere disposte a farlo, giacché motore dell’integrazione è il dialogo. Qui entra in gioco la missione della comunità cristiana, chiamata a dare il proprio contributo affinché i rapporti tra autoctoni e stranieri siano caratterizzati da quel “dialogo fra uomini di culture diverse in un contesto di pluralismo che vada oltre la semplice tolleranza e giunga alla simpatia” (n. 3). Ecco il contesto in cui nasce l’atteggiamento cattolico cristiano verso l’integrazione, nel vero senso della parola. Esso implica mutua stima e simpatia, reciproco apprezzamento con conseguente fecondazione delle culture, in un ambiente di “autentica comprensione e benevolenza” (n. 3). Mira a formare, con il contributo di tutti, “società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini” (n. 1). Ovviamente, qui si va al di là dell’assimilazione.

L’integrazione è dunque un progetto a lungo termine, che coinvolge tanto i migranti quanto gli autoctoni in un “clima di ‘ragionevolezza civica’ che consente una convivenza amichevole e serena” (n. 3). Quando si riconosce il benefico contributo che la presenza dell’immigrato – con la sua cultura e i suoi talenti – può donare alla società ospitante, egli stesso viene motivato a cercare un alto grado di interazione con tale società. È allora che si verifica una sana integrazione. L’immigrato può dunque sviluppare la propria identità socioculturale, senza timore di perderla, adattandola alla società di arrivo. Ha luogo così un arricchimento reciproco e la società si trasforma in un caleidoscopio, dove ogni cultura ha il suo posto nel comporre un unico disegno sempre più bello nella molteplicità.

E qui non vogliamo dimenticare l’aspetto missionario dell’integrazione, sia da parte del Paese ospitante che da parte degli immigrati cristiani: “I cristiani non possono poi rinunziare a predicare il Vangelo di Cristo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15). Lo devono fare, ovviamente, nel rispetto della coscienza altrui, praticando sempre il metodo della carità, come già san Paolo raccomandava ai primi cristiani (cfr. Ef 4,15)” (n. 3).

Tutti i credenti sono dunque chiamati ad essere quelle “sentinelle del mattino” a cui spetta di scorgere, nella storia, la presenza di Dio “che intende radunare intorno a sé tutti i popoli e tutte le lingue” (cfr. Messaggio, n. 4).

 

top