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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 97, April 2005 

 

IV. BOOK REVIEWS

 

POUR LES MIGRANTS, 

LES « PERSONNES EN MOUVEMENT »*

 

Le P. Kolvenbach, supérieur général des jésuites, dont plusieurs ont lu ces temps-ci le livre-interview, Fubourg du Saint-Esprit (chez Bayard), vient de s’adresser à ses frères dans l’apostolat social, à tous ses frères a vrai dire, avec de fortes paroles sur les migrants. J’ai pensé qu’il vaut la peine d’en communiquer la substance aux lecteurs de La Croix, puisqu’il s’agit sûrement d’un des problèmes majeurs de notre avenir. Et avec le chapitre 25 de l’Évangile selon saint Matthieu on ne peut jamais être en repos: « J’ai eu faim et vous m’avez donné à manger … j’étais étranger et vous m’avez accueilli. »

Kolvenbach dit au passage: « Je pense que nous devrions toujours prendre très au sérieux le mot "justice" ». « La justice, c’est « le sacrement de l’amour », avait dit son prédécesseur, le P. Arrupe, qu’il rappelle. Et voici: « [Après la globalisation] la seconde question qui pointe partout […] est celle des personnes en mouvement, ou si vous préférez le problème de la « mobilité humaine », ou le « phénomène migratoire. » « Nous savons que la pauvreté, la guerre, l’instabilité politique, l’intolérance religieuse obligent toutes sortes de gens à quitter leurs pays d’origine et à migrer. » Ils sont bien des espèces. Le P. Kolvenbach veut nous dire de ne pas limiter notre attention aux « réfugiés »: réfugiés selon le texte des « conventions », voire selon le texte des conventions que nous avons su interpréter de façon bien limitative. En France, nous avons été jusqu’à faire un amendement constitutionnel pour que ne soit pas trop étendu le droit d’asile de notre loi fondamentale. Même si ce fut en rapport avec une directive européenne, ce fut un coup grave. « Cela n’a aucun sens de parler des [seuls] réfugiés, dit Kolvenbach, si nous en exclusons la condition de tant de sans-papiers. Nous devons y inclure [inclure dans notre préoccupation] les personnes "déplacées" et toutes sortes d’immigrés qui cherchent uniquement de meilleures conditions de vie: ces personnes aussi sont en migration et ne sont pas accueillies. » Rude propos ensuite: « Je ne sais pas ce qu’il en est dans d’autres continents, mais en Europe un parti politique qui se dresse contre les étrangers est en bonne position pour gagner. » Nous connaissons tous les exemples (en France, Belgique, Suisse, Autriche, voire Allemagne). Et de préciser même: « Refuser toute forme d’accueil aux immigrés est le programme systématiquement poursuivi par tous les partis d’extrême droite, afin de maintenir la prise sur leur électorat, voire sur leur pays. »

Hypocrisie et inconséquences, dénonce ensuite Kolvenbach. Car ces gens qui ne veulent pas des étrangers « ont cependant besoin des immigrés – ne serait-ce que pour le sale boulot qu’eux-mêmes ne veulent plus faire. Ils ne sont que trop contents que des gens d’autres continents soient disposés à le faire, alors qu’en même temps ils refusent de les reconnaître comme citoyens à part entière, bénéficiant des mêmes droits que les autres. » « En France, dit le P. Kolvenbach qui n’ignore pas notre pays, fut lancée la fameuse expression: "Ils mangent le pain des Français." » « C’est oublier, pour suit-il, que le pain des Français est fabriqué par des étrangers, tout simplement parce que les Français ne se lèveront pas à 4 heurs du matin pour préparer le pain pour leur propre petit déjeuner. » Encaissons, même si c’est passablement rude, comme je l’ai déjà dit. Du point de vue de la « vie religieuse », de la Bible et de l’Evangile, en particulier, la question de l’étranger, du migrant, est également capitale, nous rappelle Kolvenbach: « Nous le voyons dans l’Ancien Testament […]; et dans le Nouveau Testament, les Évangiles nous montrent comment le Seigneur même a dû se réfugier en Égypte. Ils est dès lors très important de savoir comment accueillir les gens qui entrent, de savoir les accompagner et de prendre soin de ceux qui forment la majorité parmi les groupes marginalisés dans nos sociétés. Par conséquent, les « projets » dans ce domaine ont une vraie priorité. » Il s’agit d’aider « ceux qui sont oubliés des autres », les migrants en général le sont souvent plus que quiconque.  

 
* Article du R. P. Jean-Yves Calvez, apparue sur « La Croix » du 12/01/2005

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IL CASO ALLA STAZIONE CENTRALE DI MILANO*

Punto fermo al binario 22. Una chiesa nel tempio della velocità

 

Prima di essere “non-luoghi” (secondo l’ormai celebre definizione dell’antropologo Marc Augé), le stazioni ferroviarie sono state templi: della velocità, del progresso, del secolo XX che inesorabile avanza. E la Centrale di Milano, con la sua facciata assirobabilonese appena ingentilita dagli stucchi liberty, non fa certo eccezione. Anzi, per molti aspetti quella milanese è la Stazione per antonomasia. Più della fiorentina Santa Maria Novella, per esempio, e persino più di Roma Termini, l’unica sul territorio nazionale che la superi per volume di traffico e quantità di passeggeri. Scenografica e monumentale, la Centrale compete quasi alla pari con la Grand Central Station di New York, se non addirittura (lo scrittore Ferruccio Parazzoli lo ripete spesso, da un po’ di tempo a questa parte) con la cattedrale di Notre Dame così come Victor Hugo la descrisse nel suo capolavoro: tempio, sì, ma anche territorio d’incontro e di passaggio, luogo profano e sacro al tempo stesso. Da una stazione, del resto, non si può pretendere troppo, se non l’insperata sorpresa di un piccolo miracolo quotidiano, come quello che da anni si ripete puntuale nei dintorni del binario 22 della Centrale. Ogni giorno, poco prima delle 18, mentre gli altoparlanti diffondono l’annuncio dell’imminente inizio della Messa nella cappella della stazione, da quelle parti c’è una donna che va a caccia di fedeli. Si chiama Brunilde ed è la perpetua della cappella dedicata alla Madonna del Cammino. Binario 22 appunto, una chiesetta piccola piccola nata per venire incontro alle richieste dei ferrovieri (la Milano proletaria è stata anche una Milano profondamente religiosa) e poi divenuta punto di preghiera per i viaggiatori di passaggio, meglio se pendolari. Sono loro che, quando il treno ritarda, accettano l’invito a partecipare alla celebrazione eucaristica, ritrovandosi magari a condividere la panca con qualche clochard che, d’inverno, entra col desiderio di scaldarsi un po’. Nel disegno di risistemazione della Centrale presentato nei mesi scorsi da Grandi Stazioni (ma ora costretto a una brusca battuta d’arresto: la gara d’appalto è andata deserta), la cappella avrebbe dovuto traslocare in un’altra zona del gigantesco edificio. Sarebbe stata più grande, ma avrebbe anche dovuto subire l’aggressiva concorrenza di negozi e centri commerciali. Don Germano, il cappellano della Centrale, è invece convinto che la Madonna del Cammino debba rimanere lì, dove il cammino inizia: a due passi dai binari, pronta a trasformarsi in rifugio per chi ha perso il treno ed è costretto ad attenderne un altro (a proposito, chissà quanti viaggiatori contrariati, nelle scorse ore, avranno cercato di riconquistare serenità passando qualche minuto in cappella…). Perché, in definitiva, la distinzione fra “luogo” e “non-luogo” passa proprio dalla propensione alla complessità, dall’accettazione dell’idea che oggetti ed edifici non si esauriscano nel loro utilizzo, dalla scommessa sulla possibilità (e sulla fecondità) di un’apparente contraddizione interna. Come quella, appunto, di una cappella che se ne sta ferma, di sentinella, nel bel mezzo di un tempio dedicato alla velocità.

 
* Articolo di Alessandro Zaccuri, su  Avvenire del 27 giugno 2004

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AUTOMOBILE, UN PARASSITA IN TEMPI DI SMOG*

 

Targhe alterne, blocchi della circolazione… e le domeniche a piedi, che un tempo erano salutate con gioia infantile, rischiano ora di invadere tutta la settimana per il subdolo infiltrarsi delle minacciose “polveri sottili”. Non c’è dubbio che il rapporto tra l’uomo e l’automobile sia diventato molto problematico. In biologia il termine simbiosi indica un’associazione stabile tra due organismi per il mutuo vantaggio, ma oggi, per estensione, indica anche l’associazione o ibridazione sempre più intima tra biologico e tecnologico. Un esempio cospicuo di questa ibridazione è quella tra l’uomo e l’automobile. Nel bene (libertà di movimento, spinta allo sviluppo economico, turistico e culturale) e nel male (inquinamento, ingorghi, vittime del traffico), l’automobile condiziona le abitudini e l’immaginario di miliardi di persone. La comparsa dell’auto è simile alla nascita di una nuova specie vivente. L’automobile si riproduce, si nutre, migliora le proprie caratteristiche e si adatta di continuo a un ambiente che essa stessa contribuisce a trasformare. E’ vero che fa tutto ciò attraverso di noi (l’uomo è il mezzo di cui l’automobile si serve per fare un’automobile migliore), ma ciò non toglie validità al parallelismo con la biologia. La fabbrica è il suo utero, il suo Dna è costituito dai progetti degli ingegneri, il suo alimento è la benzina. Il cervello dell’automobile è quello dell’uomo: è un cervello mobile, inseribile ed estraibile. I vantaggi che gli umani traggono dalla simbiosi sono evidenti e si riassumono nella possibilità di spostarsi con grande velocità e comodità. Per la macchina i vantaggi sono altrettanto evidenti, anche se siamo noi a percepirli e non l’auto, che resta pur sempre priva di coscienza e di soggettività: l’automobile è curata, nutrita, controllata, e questa sollecitudine le ha giovato non poco, come attestano le sottospecie multicolori e variegate in cui si è differenziata, dalle berline ai camion, dai fuoristrada alle autobotti ai trattori. Ma, come accade in natura, i simbionti si possono trasformare in parassiti: il gioioso ed equilibrato rapporto tra le due specie che convivono con soddisfazione reciproca può degenerare nello sfruttamento unilaterale di una delle due, che è ridotta in schiavitù, o addirittura uccisa, dall’altra (si pensi che nel gennaio scorso in Italia sono nati 45.569 bambini e sono stati immatricolati 212.569 veicoli!). Da un pezzo l’automobile manifesta caratteri parassitari, addirittura cannibalici: in un tempo brevissimo è riuscita ad assoggettare il genere umano, che dedica gran parte della propria attività alla costruzione e al mantenimento del suo immenso parco macchine, che non esita a fare la guerra per accaparrarsi i pozzi di petrolio, che affronta un futuro problematico e forse catastrofico per la propria salute psicofisica pur di obbedire ai comandamenti del suo idolo. E non si vede come possa affrancarsene.

 
* Articolo di Giuseppe O. Longo, su Avvenire del 20 febbraio 2005

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“PRESEPE DUEMILAQUATTRO”. 

STATUINE PER UN ANNO*

(da Patrasso dentro quel Tir)

 

Un buco di cemento, senza luce né mobili né riscaldamento, in una cava di sabbia lungo il Po. È qui dove stanotte mi rintano, sotto un paio di coperte polverose. Ho solo trentadue anni ma, quando mi capita di specchiarmi nelle vetrine del centro, mi scopro vecchio. Cominciai a invecchiare al momento dell’imbarco: eravamo in dodici, tutti clandestini senza documenti, dopo aver impegnato i risparmi di famiglia. Un viaggio tremendo, nascosti nella stretta intercapedine di un tir imbarcato sul traghetto Patrasso-Ancona. Trenta ore di mancanza di spazio, in piedi, facendocela addosso dalla paura di essere scoperti; ché in quel momento ci ritornavano in mente la quantità di viaggi in precedenza falliti: il curdo morto di caldo a Trieste, seppellito sotto un carico di angurie; i cinque asfissiati in un’area di servizio dell’autostrada, dentro un camion partito dalla Bulgaria; i due trovati congelati in un tir frigorifero presso Brindisi… Fu allora che uno si fece sopraffare dal panico; o forse fu l’ossigeno che gli mancava. E in noi montò la disperazione che il suo pianto mettesse in allarme qualcuno e facesse fallire il nostro ingresso in Italia. Gli mettemmo le mani sulla bocca, gli stringemmo il collo. Si azzittì accasciandosi. Morto. Non so come si chiamasse, né da dove venisse. Certe volte, in sogno, sento ancora il suo pianto.

Ma queste cose le posso dire solo adesso, perché è passato molto tempo e poi è notte: al mio paese le storie si raccontano solo quando viene scuro… Come morde il vento degli spifferi. Ma non mi lamento: ho trovato questo rifugio, anche se per scaldarmi ho solo dei tocchi di legno da accendere dentro un cestello di lavatrice arrugginito, poggiato su un mucchietto di mattoni. E poi c’è Rex, il bastardo: l’ho trovato qui, mi tiene compagnia, la notte gli racconto storie. Che storie? Quella del ruggito del camion della raccolta dei rifiuti, delle auto che inseguono la gente, di questa città-supermercato in cui non c’è un angolo per pisciare o una panchina per dormire; dove chi sa leggere, legge: “Proibito”; e chi non lo sa impara a pedate, la scuola dei poveri. Queste sono le storie che racconto al mio compagno cane, insieme alle canzoni del mio paese di nostalgie. Con l’unico desiderio di un cibo caldo, in questa Torino scura e gelida. È così che i fiumi della mia stufetta improvvisata ci portano via, me e il mio bastardino, in una nebbia di stanchezza.

 
* Articolo di Laura Pariani su  “Il Sole-24 Ore” del 19/XII/04, p. 30

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“L’ISLAM E’ IN CRISI”.

LETTERA APERTA AI CRISTIANI D’OCCIDENTE*

 

Non con la forza ma con il dialogo e la carità si può aiutare l’Islam a vincere il fondamentalismo. E’ quanto scrive il vescovo di Tunisi in un’accorata lettera aperta ai cristiani d’Occidente pubblicata dal settimanale “Tempi”. “Non si può voler cambiare tutto il Medio Oriente con la forza. Occorre tempo, fare del bene e continuare un dialogo che da parte della comunità cristiana non si è mai interrotto”, afferma Mons. Twal che dal 1992 guida la piccola comunità cattolica tunisina: un piccolo “gregge”, come lo chiama lui stesso, composto di 22 mila fedeli, quasi tutti stranieri, su una popolazione di 9 milioni di abitanti. Oggi, spiega il vescovo di Tunisi, “l’Islam è un mondo in crisi che crede, a volte, di trovare forza e garanzia nel fanatismo. Dobbiamo curarlo non con la guerra, ma dandogli amore e speranza, dentro una situazione mondiale che non aiuta”. Parallelamente il vescovo raccomanda di “affermare l’identità cristiana con coraggio, senza complessi, senza alcun timore reverenziale” perché “il ‘basso profilo’ non serve ed è denigrato dai musulmani stessi”. Mons. Twal invita anche ad un serio esame di coscienza: “Di fronte al disagio, alla paura, alla violenza dobbiamo chiederci: cosa facciamo noi cristiani per rimediare, per salvare, per aiutare? “La cultura del dialogo è l’antidoto al fondamentalismo, “osserva il vescovo, ma questa cultura “deve iniziare anche nelle scuole, nelle chiese e nelle moschee! Devono essere incoraggiati gli incontri nazionali e internazionali su questo tema”. “L’immigrazione di musulmani non deve essere vista con timore ma come una ricchezza e l’Italia, sottolinea Mons. Twal, deve essere orgogliosa di essere stata scelta quale meta”. L’importante è stabilire “patti chiari con i Paesi di provenienza e regole da far rispettare con fermezza”, incentivando l’integrazione scolastica, sociale e abitativa. Non bisogna dimenticare infine la carità: “Occorre tenere presente – ricorda Mons. Twal – che il fondamentalismo trova terreno fertile nella povertà, nell’ignoranza e nell’ingiustizia. Nella nostra esperienza si dimostra che la testimonianza cristiana e la carità ‘sfondano’ sempre, anche nell’universo musulmano”.

 
* S.E. Mons.Fouad TWAL, Vescovo di Tunisi a Radio Vaticana, 12 giugno 2004

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VARATO A SOFIA IL “DECENNIO ROM”*

 

Un ambizioso programma internazionale per integrare entro il 2015 i milioni di zingari che formano la principale minoranza del Vecchio continente è stato lanciato oggi a Sofia con una cerimonia solenne al teatro nazionale ‘Ivan Vazov’.

Il ‘Decennio per l’integrazione dei rom’, finanziato inizialmente dalla Banca mondiale e dall’istituto “Società aperta” del miliardario americano di origine ungherese Gorge Soros, mira a combattere analfabetismo, disoccupazione e isolamento sociale della minoranza dei rom a partire da otto Stati dell’Europa centrale e orientale, presenti al lancio dell’ambizioso progetto, trasmesso in diretta dal primo canale della televisione bulgara.

Quello lanciato da Sofia è un segnale importante della volontà di alcuni governi della ‘Nuova Europa’ di intervenire finalmente a favore della più diseredata minoranza del continente, la cui assistenza finora era rimasta quasi esclusivamente prerogativa di organizzazioni private.

Gli ‘onori di casa’ alla cerimonia sono stati fatti dai premier della Bulgaria, Simeone di Sassonia Coburgo-Gotha, e dell’Ungheria, Ferenc Gyurcsany, alla presenza dei capi di governo della Croazia, della Macedonia, della Serbia-Montenegro e dei vice premier di Repubblica ceca, Romania e Slovacchia.

Sono arrivati a Sofia per l’occasione Gorge Soros e il presidente della Banca mondiale, James Wolfensohn.

Per cambiare l’immagine delle comunit… roma ci vuole “sia la volont… della societ… intera sia la solidarietà e la partecipazione dei rom” ha detto nel discorso di apertura Simeone di Sassonia Coburgo-Gotha. “Contiamo sul futuro appoggio anche dell’Unione Europea e di altre organizzazioni internazionali”, ha aggiunto il premier bulgaro.

“La povertà ha tanti volti ma la sua sostanza è sempre la stessa”, ha detto il premier ungherese Gyrcsany, secondo il quale “i problemi dei rom non sono problemi dei singoli paesi ma sono problemi dell’intera Unione Europea”.

La cerimonia d’avvio del “Decennio per l’integrazione dei rom” si è conclusa con la firma di una dichiarazione dei rappresentanti degli otto Paesi dell’Europa centrale orientale.

Come simbolo del Decennio è stata scelta la piccola Bojidara, una rom che studia alla prima elementare, alla quale sono stati consegnati la dichiarazione ed un diario nel quale raccontare cosa cambierà nella vita durante il decennio.


* Servizio dell’Agenzia ANSA, del 2 febbraio 2005

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L’ITER DEGLI IMMIGRATI IN UN FILM 

DI CLAUDIO CAMARCO*

 

Cinquanta minuti girati all’interno del Centro di permanenza temporanea per immigrati, “Regina Pacis” di Lecce, dove non è permesso scattare neppure una fotografia e poi in Moldavia, lungo le strade e dentro le case. È il film-documentario del regista romano Claudio Camarca: “Un’incerta grazia”. Racconta attraverso le immagini e le parole del direttore del Centro, Mons. Cesare Lodeserto, la faccia meno conosciuta e più “sporca” dell’immigrazione. Quello girato da Camarca è il racconto della speranza, dei sogni, delle rabbie e delle paure dell’umanità migrante sbarcata sulle coste italiane. A parlare sono soprattutto i volti: giovani, ragazzi e ragazze, uomini e bambini. Sono i loro occhi ora seri e severi, ora carichi del dolore del presente e del ricordo delle esperienze vissute, a volte luminosi per una vita ritrovata. Le storie si snodano una dopo l’altra narrate dal migrante stesso, ma ad emergere è anche la testimonianza forte di una Chiesa che ha fatto una scelta precisa. Ascoltiamo Mons. Lodeserto e il regista Camarca:

“Ho definito questo documentario un cammino di annuncio, un apostolato, un modo nuovo, come Chiesa, di dire che i poveri sono la grande risorsa di una Chiesa che deve fare ogni giorno carità”. “Il perché di questo documentario è raccolto nella voglia di testimoniare un cammino ecclesiale. L’obiettivo è raccontare il migrante”. “Rivoluzione”, una parola che viene pronunciata più volte da mons. Lodeserto nel corso del filmato.

Che cosa s’intende ce lo spiegano ancora il direttore di “Regina Pacis” e Claudio Camarca: “Anzitutto c’è una rivoluzione interiore che parte dalla mia convinzione di dover essere al servizio dei poveri. Ma di fatto ci vogliono poi anche le rivoluzioni – le rivoluzioni culturali, rivoluzioni politiche – e la capacità di capire che ci sono dei momenti in cui bisogna avere il coraggio di affermare anche dei principi morali, pur di difender i poveri. Certamente questo non toglie nulla alla legalità. Nel momento in cui accoglienza e legalità si pongono insieme, è già una rivoluzione!”. “Una rivoluzione che deve partire all’interno di noi stessi per poi cambiare le cose. Le ragazze "trafficate" vengono qua perché c’è una domanda. La domanda è quella dei nostri conterranei italiani. Loro sono "pure", si sporcano con noi!”.

Accanto al diritto di immigrare alla ricerca di una vita migliore esiste anche il diritto a non emigrare. Il diritto cioè a non dover lasciare terra, casa, famiglia per potersi assicurare un futuro. Dalla Puglia alla Moldavia, uno dei luoghi di provenienza degli immigrati. Qui la Fondazione “Regina Pacis” ha creato diverse opere di solidarietà. Claudio Camarca:

“Colui che parte, abbandona la radice di vita. Abbandona tutto se stesso. L’occidente ricco dovrebbe rispondere all’immigrazione lì, in questi Paesi poveri, e non qua. Dobbiamo far sì che loro possano non partire. La politica è essenzialmente questa: rispondere a dei bisogni primari. Noi viviamo una politica che bada all’hic et nunc, non abbiamo cioè una politica lungimirante. La Chiesa, spesso, lo è”.


* Servizio di Radio Vaticana, del 27/VI/2004

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Arriva «Criminal», storia di immigrati 

nella Los Angeles multiculturale*

 

Venezia – Dopo il killer su commissione Tom Cruise, arrivano sullo schermo, sempre a Los Angeles – protagonista di tanti film al Lido con facce e colori diversi – i piccoli trafficanti, «in noir», ma anche irridenti, del curioso thriller Criminal.

Il film è prodotto da Soderbergh-Clooney, diretto dallo sceneggiatore e produttore di tanti titoli della loro factory, Gregory Jacobs, ed è interpretato dal Gotha del cinema hollywoodiano: la sempre brava Maggie Gyllenhaal, il grande John C. Reilly e tanti altri. La natura etnica e da melting pot del film vede nel ruolo da protagonisti il messicano Diego Luna e Peter Mullan (The Magdalene Si­sters), molto richiesti a Hollywood. Il film è il libero rifacimento di una pellicola argentina di massimo incasso e consensi in patria e negli States, Nove Regine di Fabian Bielinsky.

Come racconta entusiasta Diego Luna (al Lido anche in The Terminal, e da ieri sui nostri schermi in Dirty Dancing 2): “Criminal è un copione di suspense black e narra molte cose attraverso l'amicizia, che dura 24 ore, tra il truffatore yankee Richard-John C. Reillye il mio messicano Rodrigo, ragazzo immigrato con padre a carico. Però, è soprattutto un ritratto vero, sociale, non superficiale di Los Angeles e anche del suo nocciolo latino, che a me sta davvero a cuore tanto che su questo tema sto scrivendo una storia che produrrò con amici. È un film multiculturale, come la metropoli dove si svolge, nella stessa Down Town di Collateral, ma di giorno. Io parlo sia la mia lingua che l’inglese”. Si appassiona: I latinos trapiantati – lo spiega il film specie nel finale a sorpresa dove l’idea di famiglia immigrata ha un preciso significato – portano nella metropoli i loro valori. Non vogliono imparare l’inglese perché non intendono rinunciare alla loro identità, suonano la loro musica. Come tutte le comunità che si annidano a Los Angeles, ogni ceppo di immigrati crea frontiere “invisibili” nella città, spesso ostile, dove il piccolo crimine è la legge della sopravvivenza. Mi è piaciuto molto questo film anche perché, contro tanti cineritratti di messicani corrotti, sono finalmente un messicano buono anche se…”. Diego lo dice indossando una maglietta con la scritta “Tijuana”, il nome della città di frontiera tra il suo Messico e la California. Conferma toni sociali del film la raffinata, lanciata Maggie Gyllenhaal (La segretaria): “Sono la direttrice in seconda di uno dei più antichi alberghi di Down Town, il Biltmore, approdo, anche nella realtà, di avventurieri e uomini d’affari. Appartengo alla lower class, aspiro a essere elegante come le ragazze di Beverly Hills, nascondo un segreto. Los Angeles, dove sono nata in una famiglia di cinema, è sempre stata solo un set. Oggi comincia a raccontare tutte le sue componenti sociali». Il «cattivo», ma conquista tutti, è Reilly: assolda Diego-Rodrigo, è il fratello bestianera nella famiglia di Maggie-Valerie. Dice: «Un bianco e un messicano sembrano giocare a poker in una partita degna dei Soliti ignoti, come ci ripeteva George Clooney, ma attenzione ai contenuti dietro le quinte».

 
* Da Corsera dell’undici novembre 2004, p. 39

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Turbulent Waters

 

Canada 2003, 80 minutes

Directed by Malcolm Guy and Michelle Smith 

In this hard-hitting investigation of international shipping, Malcolm Guy and Michelle Smith expose the struggles and working conditions of today's seafarers, galley slaves of the global economy, who move more than 90% of the world's trade on ships flying flags of convenience.

Unfolding like an international thriller, this powerful and riveting film follows three international transport inspectors on board huge container ships in Canada, France and South Africa in response to calls of distress from crews facing racist and exploitative ship owners. Tensions escalate and the fears of the crew are palpable. Registered under illegally purchased flags to escape fair tax, wage and safety regulations, shipping companies have reaped immense profits and turned seafarers into indentured migrant workers, who do indeed leave safe harbour every time their ships sail out of port.

This documentary examines the human costs of shipping in an era of corporate globalization which privileges profits over human rights and lives. Five years in the making and filmed at ports on four continents, the documentary introduces us to some of the seamen who work in international shipping and the inspectors (like Myles Parsons in Vancouver) who negotiate worker's rights when the ships are in port and workers call for intervention. Seafarers are usually hired in countries like the Philippines, China or Ukraine where workers are readily available at the cheapest rates. To maximize profits, ship owners, such as the sons of Prime Minister Paul Martin, register vessels under flags of convenience in countries which allow them to escape the higher taxes as well as wage and safety regulations of their own nations. “In essence seafarers are the heart of today's globalization; they transport 90% of global produce,” say co-director Michelle Smith, “yet they often live like 19th-century galley slaves.” We enter these international cargo ships to discover cases of men who have not been paid and later find themselves blacklisted for calling on inspectors from the International Transport Federation to help them negotiate. Others like chief cook John DeGuzman risk the blacklist and organize a strike due to a racist captain and food unfit for human consumption. While exposing a harsh reality of corporate capitalism, this engaging film also succeeds in giving a voice to some of the millions who work on today's cargo ships.

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CERTI BAMBINI*

 

L'inizio del film mostra dei bambini che s'inerpicano su una scogliera: sembra una gara a chi arriva per primo. La meta è un cespuglio ai bordi di un'autostrada, ma è li che comincia la vera gara. Una sfida pazzesca: attraversare l'autostrada senza curarsi del traffico, per mostrare il proprio valore. La scena fa balzare il cuore in gola: lo spettatore si prepara già al peggio, ma tre ragazzini ce la fanno, mentre il quarto saggiamente rinuncia, dileggiato dai compagni che lo puniscono buttando a mare i suoi pantaloni ...

Così, con una sorta di "roulette russa" in cui l'automobile fa le veci del proiettile, si apre il dolente film dei fratelli Andrea e Antonio Farri, tratto da un libro di Diego da Silva. L'accento con cui parlano i giovani protagonisti è inconfondibile: siamo a Napoli, ma della città non appare nulla delle tipiche immagini. L'ambientazione si muove tra vicoli oscuri e periferie abbandonate, al punto che potremmo tro­varci anche a Calcutta o a Rio de Janeiro. L'elemento in comune è il degrado urbano di cui il modo di vivere dei bambini è riflesso allucinante e fedele.

Lasciati a se stessi, i fanciulli che ci mostra il film si raggruppano intorno a un losco figuro, il quale li sfrutta non solo per piccoli atti di delinquenza, ma anche sul piano sessuale. Rosario, i1 protagonista, undicenne senza vera età, il cui solo vincolo famigliare è costituito dalla nonna anziana e bisognosa di cure, fa parte del gruppo e cerca di non lasciarsi troppo dominare: si sente già maturo per le grandi scelte virili dell'amore e del coraggio.

Condotto in una casa che accoglie giovani in difficoltà, animata da un sacerdote, Rosario vi in­contra una ragazza più grande di cui si innamora; quando questa muore in ospedale, egli decide di punire il medico che ritiene responsabile del decesso, sparandogli a una gamba.

È un atto che segnerà fatalmente l'itinerario del ragazzo, il quale appare alla delinquenza organiz­zata come un elemento promettente e quindi viene arruolato per un omicidio. Dopo averlo eseguito senza tentennamenti, alla fine del film, Rosario si unisce a un gruppo di giovani che gioca a pallone...

Riaffiora così il gusto del gioco in un bambino diventato di colpo un adulto criminale: la parabola del film si chiude come si è aperta, nel segno del gioco, un gioco in cui il ragazzo sembra lo stesso, ma è diventato un assassino.

Non c'è maturazione nella vicenda narrata; Rosario non cresce, si determina solo nel falso mito della violenza come segno di coraggio, un terreno fecondo per ogni manipolazione dal mo­mento che manca la consapevolezza di una scelta tra bene e male.

È l'amara lezione del film: a "certi bambini" è preclusa la via dell'educazione e resta loro aperta solo quella dell'autoaffermazione tramite il sopruso e l'uso delle armi. Sono eloquenti le immagini di Rosario che si guarda com­piaciuto allo specchio impugnando la pistola.

Quanto all'amore, Rosario si illude di vivere un ruolo che in realtà non può appartenergli: la nonna gli dice "ogni cosa bella costa" e Rosario ha già iniziato a pagare ...

Certi bambini non offre spunti consolatori, ma s'impone per la sua spietata analisi, come un urlo disperato per far riflettere una società sempre più distratta dal miraggio dei consumi e dell'evasione, al punto da condannare "certi bambini" ad essere spogliati della propria infanzia e a diventare vittime, dell'esclusione e dell'ingiustizia, germi nefasti per un sano sviluppo del tessuto sociale.

 

* Gianluca Di Gennaro, in L’annuncio, giugno-luglio 2004, N. 5

 

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