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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 97, April 2005

 

 

Bibbia e testi liturgici 

nella PASTORALE PER GLI ZingarI

 

Rev. Sr. Halina Urszula PANDER

Officiale del Pontificio Consiglio

della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

 

Conclusione dell’Arcivescovo Agostino MARCHETTO

Segretario del Pontificio Consiglio

della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

 

Introduzione

Dal 30 giugno al 7 luglio 2003, si svolse a Budapest, in Ungheria, il V° Congresso Mondiale della Pastorale per gli Zingari, organizzato dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in collaborazione con la Conferenza Episcopale Ungherese. Durante il Congresso si trattò il tema: “Chiesa e Zingari: per una spiritualità di comunione”, prendendo spunto per le riflessioni e il dialogo dalla Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II Novo Millennio Ineunte[1].

In questo Documento Sua Santità invita la Chiesa a nuova evangelizzazione, indicando che non si tratta, però, di una novità nei contenuti, ma di un nuovo slancio apostolico vissuto come impegno quotidiano delle comunità e dei gruppi cristiani[2]. Il suo scopo è l'annuncio di Cristo a tutti, educando le comunità, incidendo nel profondo mediante la testimonianza dei valori evangelici nella società e in ogni cultura. Ciò deve, poi, avvenire nel rispetto dovuto al cammino sempre diversificato di ciascuna persona verso Dio e nell'attenzione per le diverse culture che il messaggio cristiano deve permeare, così che gli specifici valori di ogni popolo non siano rinnegati, bensì purificati e portati a pienezza.

È stato proprio l’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio, nel suo intervento al Congresso, a rilevare, riferendosi specialmente alla popolazione zingara, che la specificità della sua cultura è tale da non rendere praticamente accettabile un'evangelizzazione "dall'esterno", vista quasi come un’intrusione. La Chiesa deve dunque diventare, in un certo senso, essa stessa zingara fra gli Zingari[3]. Tale punto di vista è stato ribadito dopo il Congresso, in un’intervista rilasciata dal nostro Arcivescovo Segretario a Radio Vaticana, cioè il fatto che la spiritualità di comunione deve costituire il principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Primo fattore che crea le comunione ed educa ad essa, è poi l'Eucaristia. A questo riguardo più volte, nel corso del Congresso, si è parlato della necessità di adattare la Liturgia, la Celebrazione eucaristica e la Catechesi, alla mentalità, agli usi e costumi, nonché alla religiosità popolare degli Zingari.

Anche il Documento Finale del Congresso mise del resto in risalto tale necessità di “rispondere seriamente alla sfida pastorale che costituisce l’adattamento legittimo della santa Liturgia, dell’Omelia e pure della Catechesi, alla mentalità, agli usi e costumi, alla religiosità popolare, alla propensione alle feste e ai pellegrinaggi, ecc., degli Zingari”[4]. Nello stesso Documento fu evidenziata, inoltre, “la convenienza di disporre della traduzione della Bibbia nelle lingue zingare locali. In questo senso occorrerà coordinare le realtà già esistenti ed eventualmente avviare altre traduzioni soprattutto anche per finalità liturgica”[5].

1. Le ragioni della presente riflessione

Il compito di rilevare quanto è già stato fatto a proposito delle traduzioni dei testi biblici e liturgici nelle lingue degli Zingari, fu affidato dal Congresso al nostro Pontificio Consiglio. Leggiamo, infatti, nel Documento finale: “Per facilitare e coordinare gli sforzi al riguardo di ‘traduzioni’ della S. Scrittura, il Congresso auspica che il Pontificio Consiglio possa ricevere tutti i dati circa la reale odierna situazione. A tale fine si chiede alle Commissioni e ai Promotori Nazionali, o ai singoli presenti al Congresso, nei cui Paesi non esistono tali Organi, di voler quanto prima informare il Pontificio Consiglio stesso della situazione esistente, delle pubblicazioni finora compiute, anche di testi liturgici, dei progetti futuri e altresì – se possibile – di quanto edito dai nostri fratelli e sorelle cristiani, sempre in lingua zingara, con riferimento appunto alle S. Scritture”[6].

Così si procedette all’inchiesta in parola, consultando 25 Direttori nazionali, dai quali fino ad oggi sono giunte 15 risposte, e cioè da Bielorussia, Croazia, Germania, Italia, Macedonia, Messico, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Serbia e Montenegro, Slovacchia, Svizzera, Stati Uniti d’America, Spagna e Ungheria. Alcune delle risposte si limitano però ad attestare la mancanza di traduzioni in lingua zingara, altre invece hanno inviato le relative pubblicazioni.

Con queste nostre considerazioni desideriamo riscoprire, ora, e allo stesso tempo far conoscere i testi biblici e liturgici oggi esistenti, servendoci soprattutto delle osservazioni fornite dagli Incaricati che ci hanno risposto. Dalla lettura eseguita in tale prospettiva, senza ovviamente prescindere dal contesto di una pastorale generale, emergono per noi i seguenti argomenti: 1. testi biblici e liturgici: strumenti di evangelizzazione; 2. motivazioni che spingono a tradurre in lingua zingara: valore formativo dei testi biblici e liturgici; 3. la lingua, il linguaggio e i dialetti: espressione di una identità e di una cultura. 

2. I testi biblici e liturgici: strumenti di evangelizzazione

L’azione evangelizzatrice, missionaria, è vitale per la Chiesa. I Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, nel loro magistero, costantemente richiamano così la necessità e l’urgenza di un forte rilancio dell’evangelizzazione nel mondo attuale. Papa Paolo VI, nell’Evangelii nuntiandi, attesta che “evangelizzare, per la Chiesa, è portare la Buona Novella in tutti gli strati dell'umanità, è, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l'umanità stessa: «Ecco io faccio nuove tutte le cose» (Apoc. 21, 5; cfr. 2 Cor. 5, 17; Gal. 6, 15)[7]. La Lettera Enciclica Christifideles Laici, presenta inoltre l’evangelizzazione come processo atto a formare comunità ecclesiali mature, a rifare il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali e ad assicurare la crescita di una fede limpida e profonda dei cristiani, attraverso un assiduo ascolto e approfondimento della Parola di Dio[8]. “Nutrirci della Parola, per essere «servi della Parola» nell'impegno dell'evangelizzazione, è una priorità per la Chiesa”[9] – afferma Giovanni Paolo II. 

Di fatto, si cercano modalità appropriate di traduzione dei testi biblici per far presa sulle capacità dell’uomo moderno con linguaggi adeguati che aiutino il messaggio cristiano a penetrare nel cuore dei destinatari e che facilitino una più profonda comprensione dei contenuti salvifici della Bibbia. 

Anche nella pastorale degli Zingari è fatto uno sforzo per scorgere, tra i costumi e le credenze del popolo zingaro, ciò che i Padri della Chiesa chiamano “i semi del Verbo”, presenti nella mente e nel cuore delle persone e in attesa di essere fecondati ed arricchiti con la predicazione della parola e l’effusione dello Spirito Santo, onde fruttificare[10].

Come è stato già detto sopra, per molto tempo l’annuncio cristiano è giunto agli Zingari attraverso forme abbastanza estranee alla loro cultura, con il linguaggio delle comunità ospiti e tramite il servizio di sacerdoti e di operatori pastorali “stranieri”. Negli ultimi decenni, grazie ad un impegno più unitario e approfondito delle Chiese locali, si nota una crescita delle vocazioni fra gli Zingari e uno sviluppo delle celebrazioni con le espressioni e i segni inerenti agli idiomi e alla cultura zingara. La crescita delle vocazioni, a sua volta, aiuta e rende possibile la mediazione dall’interno, quella che assume come cristiani i valori dell’“ambiente”, nonché propone come possibile il modo di vita zingaro, in obbedienza alla Parola di Dio.

Di quanto è già stato fatto in questo campo, abbiamo noi stessi qui a Roma una testimonianza dall’insieme dalle pubblicazioni di testi biblici e liturgici in lingua zingara, giunti al nostro Pontificio Consiglio, come frutto della nostra inchiesta. 

Tra tutti cominciamo con notare un piccolo libro in lingua Rom dal titolo Miri jekhto Biblija andro obrazki [=Mia prima Bibbia con le immagini], di Kenneth N. Taylor. Per la realizzazione del volume, l’Autore chiese la collaborazione della stessa International Bible Society. Il testo contiene i racconti biblici tradotti in tre diversi dialetti, ed è dedicato ai bambini, naturalmente. L’Autore considera certo la Bibbia come fondamento della fede cattolica, perciò nell’introduzione invita i genitori zingari a leggere assieme ai loro figli, nelle case, il testo da lui preparato. Nella presentazione del volumetto, S.E. Mons. Frantisek Bober, Promotore Episcopale della Pastorale per gli Zingari in Slovacchia, mette in evidenza il valore della Bibbia nell’azione evangelizzatrice e chiama “grazia di Dio” la possibilità di poter leggere il sacro testo in lingua zingara. Secondo il Vescovo, tutti sono chiamati alla santità, e un libro che offre la possibilità di leggere la Parola di Dio nella propria lingua, dovrebbe essere uno strumento di crescita e di esercizio in tal senso.

Un esempio di catechismo tradizionale, per gli Zingari, ci viene offerto invece dal Cino Katekismuso, pubblicato nel 1996 in Romania. L’Autore usa il tipico stile dei catechismi tradizionali, con l’alternarsi di domande e risposte nella presentazione organica e sistematica delle fondamentali verità di fede. Esse sono presentate in modo accessibile agli Zingari, nel dialetto “romungro tg-muresono”, diffuso nell’arcidiocesi romano-cattolica di Alba Iulia. L’opuscolo è stato preparato dal Rev.do P. Pal B. Bako, OFM, incaricato della cura pastorale per gli Zingari nella regione di Târgu-Mureş, sempre in Romania.

Nel 2003 è stato poi pubblicatoin Ungheria il Nuovo Testamento in lingua lovari. La traduzione, dal doppio titolo: Biblia újszövetségi Szentírás a Neovulgáta alapján  Suntoiskiripe Nyevo Testamento, è un passo molto importante nel servizio pastorale ed educativo che la Chiesa Cattolica ungherese svolge tra gli Zingari. I lavori per la traduzione furono intrapresi su iniziativa dell’Associazione Biblica Cattolica di S. Girolamo, in collaborazione con la Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica di Pazmàny Péter.Il testo, a cura di Vesho-Farkas Zoltán, è stato pubblicato in due lingue (zingara e ungherese), per facilitare il lavoro degli insegnanti ungheresi e anche di quelli Zingari/Rom che conoscono meglio la lingua ungherese che quella zingara. Tale testo fu presentato a Roma, il 15 gennaio 2004. 

Sempre in Ungheria, vi è una pubblicazione liturgica in cerhári, un dialetto lovari. È la traduzione della liturgia di San Giovanni Crisostomo, utilizzata da molti anni nella comunità zingara di Hodász, che porta il titolo Szunto Liturgia.

Don Mario Riboldi, da 50 anni Cappellano degli Zingari in Italia, è invece l’autore di un volume La Bibbia raccontata al Rom e al Sinto e di altri tre dal titolo La Bibbia raccontata agli Zingarelli, stampati dal 1975 in poi. In questi testi vengono presentati - con un linguaggio italiano molto semplice, studiato proprio per e con gli Zingari - il Pentateuco, il libro di Giosuè, dei Giudici, di Rut e i due Libri di Samuele. Nel 1985, poi, fu pubblicata una raccolta di salmi, canti e preghiere, in lingua po romane, dal titolo Devleha. Sempre nella stessa lingua, gli Zingari possono leggere la storia di Rut, stampata nel 1989. Inoltre è in preparazione il Primo Libro dei Re.Negli anni 1989-1992,è stato tradotto e stampato del Nuovo Testamento, il Vangelo di Marco in cinque idiomi diversi: po romane (linguaggio usato in Croazia e Slovenia), sinto lombardo, abruzzese e per i Kalderasha. Infine vi è un piccolo librettoDevleskere alava so pisingia Sveto Markopubblicato nel 1970, po romane

Dalla Repubblica Ceca ci è giunta la traduzione di testi liturgici (Signore pietà, Gloria, Credo, Santo, Padre nostro e Agnello di Dio) in uso nella parrocchia di Brno-Zábrdovice. “È poco probabile – scrive il Direttore nazionale–che questi testi possano essere usati da tutte le comunità zingare presenti nel territorio della Repubblica Ceca. La lingua degli zingari nel nostro paese è divisa in molti dialetti, e sembra che ogni singola comunità usi un linguaggio diverso. Gli Zingari poi non gradiscono alcun tentativo di stabilire norme circa una lingua ufficiale per tutti i gruppi. Quindi, questi testi, probabilmente, saranno utili soltanto nella mia parrocchia”. 

Suor Karolina Miljak, Direttrice dell’Ufficio Nazionale della Pastorale per gli Zingari in Croazia, informa che “si è cominciato a tradurre un catechismo per i bambini zingari degli asili e delle scuole materne nelle due lingue di due etnie zingare: romano cib-lovara e basco, in quanto la maggioranza degli Zingari cattolici in Croazia appartiene a queste due etnie”. 

In Francia, P. André Barthélémy ha stampato invece Cinori Bibla: un volumetto per ragazzi che contiene, in sessantaquattro pagine, con illustrazioni, alcune parti dell’Antico e del Nuovo Testamento.

La casa editrice spagnola Ediciones el Almendro ha pubblicato infine la traduzione del Vangelo di Luca, curata da Alberto González Caballero in edizione bilingue: caló (zingaro) e castigliano. Il testo, intitolato: El Evangelio de San Lucas en Caló [=Embeo y Majaró Lucas Chibado andré caló-romanó] non ha, però, l’imprimatur della Chiesa spagnola. L’opera è stata realizzata, come si legge nel volume, con l’aiuto della Direzione Generale del Ministero di Educazione e Cultura.

3. Motivazioni che spingono a tradurre in lingue zingare: valore formativo dei testi biblici e liturgici

La Bibbia invita l’uomo all’alleanza, alla comunione con Dio e con i fratelli: è il primo movente per la traduzione della Bibbia in lingua zingara: ciascuno deve infatti sentir narrare nella propria lingua l’amore di Dio rivelato. Citiamo a proposito la lettera di Don Mario Riboldi, pervenuta dall’Italia: “Per la crescita degli Zingari nella vita cristiana si parla di pellegrinaggi, celebrazioni dei funerali e delle Messe per i defunti, ma occorre anche inserire nella pastorale, con una certa frequenza e regolarità, l’insegnamento sempre più approfondito di ciò che si crede. Per lo più si sceglie di fare una catechesi adatta durante tutto l’anno ... Si può anche proporre la lettura e il commento della Bibbia, che portano ai momenti di preghiera silenziosa e all’uso della stessa Parola di Dio come orazione adatta alla pagina vista e meditata (un Salmo, il Padre nostro, l’Ave Maria, una dossologia)”.

In alcune pubblicazioni curate da Don Riboldi, al termine di ogni capitolo, sono inseriti Salmi in sei idiomi diversi(sinto piemontese e sinto gackano, romanes-abruzzese e romanes-kalderash, po romane e sinto lombardo). Questo, al fine di farli recitare agli Zingari appartenenti ai vari gruppi. Vi sono poi alcuni di essi, il cui linguaggio si è impoverito con il tempo, che parlano il dialetto gagio[11] della ragione.Le preghiere in lingua zingara, possono comunque contribuire a rafforzare negli Zingari la consapevolezza della propria identità. Pregando in lingua zingara si insegna, senza volerlo, anche la lingua zingara a chi prega i vari brani della Bibbia – sostiene l’Autore.

Gli insegnamenti della Sacra Scrittura e tutte le Parole sacre possono far luce sulla vita, se si riflette abbastanza su di essi, e viceversa le molteplici situazioni e relazioni della vita conducono alla luce della Bibbia. I Libri Sacri presentano infatti molti modelli di fede e di vita che aiutano l’uomo a percorrere un cammino di fede. È quasi una specie di catechismo vivo, nel quale sono presentati, in maniera semplice ed evidente, i più importanti contenuti della fede e della vita cristiana.

“C’è chi trova – continua Don Riboldi nella sua lettera al Pontificio Consiglio – la conoscenza dell’Antico Testamento utilissima per gli Zingari. Per esempio, alcuni di essi si ritrovano nel racconto della vita nomade praticata dai Patriarchi, capiscono che Dio scelse in ogni tempo dei Profeti adatti a richiamare il popolo e a indirizzarlo sulla strada giusta, e ad un certo momento vengono a sapere, con una certa chiarezza, che il Signore ha formato lentamente e con tanta pazienza il popolo eletto per preparare, a suo tempo, l’arrivo del Messia”. E all’inizio del quarto volume de La Bibbia raccontata al Rom e al Sinto, da lui curata, leggiamo che “per capire bene queste pagine della Bibbia, dove troviamo scritti i due Libri di Samuele, ascoltiamo un pensiero di S. Massimo Abate: «la Parola dell’Antico Testamento è come la stella dei Magi che vanno a cercare il Messia a Betlemme. Questa Parola conduce sempre i fedeli chiamati dalla bontà del Padre a riconoscere il Figlio di Dio diventato uomo». Lo Spirito del Signore aiuti i Rom e i Sinti a continuare nella lettura della storia sacra per crescere nella fede, nella speranza e nell’amore”. 

Nel secondo volume de La Bibbia raccontata agli Zingarelli, l’Autore li invita invece alla lettura, assicurandoli che “il Signore nostro Dio ci verrà più vicino se ascolteremo con fede anche queste sue parole e se le faremo diventare nostra nuova vita”.

Altro motivo che spinge a tradurre la Bibbia consiste nel fatto che con le traduzioni dei testi biblici e liturgici, la Chiesa può dare un valido contributo al consolidamento dell’identità culturale degli Zingari. Apprendiamo dalla lettera pervenuta dall’Ungheria, dove vivono tra 600.000 e 800.000 Zingari, che durante il Comunismo sono stati costretti a diventare sedentari. Negli ultimi anni però sono più consapevoli, coltivano le loro tradizioni culturali e si uniscono in Organizzazioni, scuole e altre iniziative. La loro lingua è sempre più unificata e modernizzata. Ci sono delle pubblicazioni, giornali e traduzioni nella loro lingua ammodernata. Gli Zingari aspettano dunque il sostegno e l’aiuto anche da parte della Chiesa cattolica che cerca di dare il proprio contributo pastorale, con la catechesi e con l’insegnamento della religione. La traduzione della Sacra Scrittura è molto utile e costituisce un gesto considerevole per questa minoranza molto sensibile.

Riprendendo in mano il testo slovacco della Miri jekhto Biblija andro obrazki, troviamo, nell’introduzione, l’affermazione che i racconti e i disegni sono formativi per i bambini poiché fanno conoscere i modelli di vita dei personaggi biblici. L’Autore è convinto che il seme che viene così seminato crescerà durante tutta la vita. Inoltre, la veste grafica, molto ben curata, invita alla lettura. Nelle pagine si alternano i racconti di vari episodi biblici con le corrispettive immagini. Il carattere pedagogico ed educativo del testo si manifesta attraverso le domande collocate alla fine di ogni episodio. In più, le domande stimolano alla riflessione e all’interiorizzazione delle verità di fede. 

4. La lingua, il linguaggio e i dialetti: espressione di una identità e di una cultura

Il Concilio Vaticano II ha incoraggiato l’uso delle varie lingue sia per la Sacra Scrittura che per la Liturgia. La Chiesa–leggiamo nella Gaudium et Spes–“fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo di adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti, sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti, viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli”[12]. Spetta soprattutto agli operatori pastorali tendere verso un più efficace annuncio della Parola, servendosi appunto della lingua e dei mezzi adatti alle necessità dei destinatari del messaggio della salvezza, per far comprendere loro più profondamente i sacramenti, i riti e le celebrazioni.

Avendo tra le mani le risposte alla nostra inchiesta, non si può non fare cenno anche ai dialetti zingari. Lasciando quindi agli esperti il complesso e complicato problema dell’origine e della formazione della lingua zingara attraverso i secoli, partiamo da una premessa che ci sembra importante. L’uso di essa cioè si configura oggi a partire da due estremi: la perdita e la standardizzazione. Molti gruppi, sedentarizzati soprattutto, hanno perso cioè la loro lingua nel corso dei secoli, ovvero hanno adottato una sorta di gergo basato su un lessico di origine più o meno “zingarica”, innestato su strutture della lingua del Paese ospite (Camminanti di Noto, Gitani, Gypsies). In effetti, in alcuni luoghi, la lingua zingara è usata poco e di solito come lingua parlata, oppure si utilizzano, di essa, soltanto singoli vocaboli. Tra le cause di tale situazione, oltre al menzionato processo di sedentarizzazione, può esserci anche l’obbligo di usare la lingua della maggioranza della popolazione. Altri gruppi hanno invece conservato con costanza la loro lingua come testimonianza della propria identità culturale, ma reagendo diversamente, vale a dire con chiusura (ghettizzazione linguistica, rifiuto di insegnarla agli estranei, ecc) o con apertura[13]. Ne risulta che in uno stesso Paese gli Zingari usano molti dialetti e/o idiomi.  

Di conseguenza, gli operatori pastorali si trovano di fronte ad una molteplicità di lingue o di dialetti che li pone davanti a una scelta difficile: in quale tradurre? Tuttavia, essi rimangono convinti che sia necessario impartire la catechesi in una lingua comprensibile, e che occorra spiegare la Sacra Scrittura in una lingua parlata.

Leggendo in questa ottica le risposte pervenute, pare di poter così delineare il panorama della situazione:

- In Ungheria si identificano quattro gruppi linguistici, con 17 dialetti che hanno un vocabolario molto ridotto (tra le 6-7 mila parole). Al posto di quelle mancanti si usano termini ungheresi. In questa varietà sembra che il lovari sia lo strumento di comunicazione più comune. 

- In Germania, la traduzione dei testi biblici e liturgici in lingua zingara sarebbe un’iniziativa difficile perché esistono ben 25 dialetti, totalmente diversi uno dall’altro. Difficile stabilire una lingua comune degli Zingari, dunque.

- In Olanda vivono circa 36.000 Travellers (viaggianti) olandesi che parlano la lingua comune, cioè l’olandese, anche in Chiesa. I Rom cattolici e ortodossi, circa 4.000, parlano anch’essi l’olandese. Soltanto i Sinti olandesi, quasi 4.000, parlano il romanes, che è rimasto però soltanto a livello di lingua parlata, e come tale viene usato anche nella Liturgia durante i loro pellegrinaggi. Normalmente, pure in chiesa, usano però l’olandese. I Sinti olandesi non vogliono però che le espressioni della loro lingua siano tradotte in olandese, oppure che vengano scritte.

Dalle risposte qui giunte risulta comunque chiaro che nella maggioranza dei Paesi gli Zingari vengono assistiti nella lingua della società ospite, e ciò è evidente soprattutto nella liturgia.

Se prendiamo in considerazione gli Stati Uniti d’America, ne troviamo conferma poiché notiamo che la lingua principale dei discendenti degli Zingari Cattolici immigranti è l’inglese. Essi sono arrivati colà dai Paesi dell’attuale Europa Centrale, nella seconda metà del XIX secolo e nella prima metà del XX secolo. La American Bible Society (ABS), organizzazione Protestante con sede a New York, è molto coinvolta comunque nella pubblicazione della Bibbia in varie lingue in quella comunità multiculturale. Nel 1998, la ABS ha allargato inoltre i suoi servizi anche ai Cattolici, ma non v’è stata traduzione biblica in lingua zingara. Allora gli Zingari che non trovano i testi della Bibbia o liturgici nella propria lingua, li richiedono ai parenti del Paese di origine.

Alla Chiesa cattolica in Romania appartengono fedeli zingari di lingua rumena e ungherese. Le celebrazioni, per loro, si svolgono in rito latino e greco-cattolico, in uno di tali idiomi. In Transilvania, gli Zingari che fanno parte di alcune comunità parrocchiali, partecipano alle celebrazioni in uno dei due riti con relativa lingua. Non si celebra dunque la Messa in lingua zingara.

In Serbia e Montenegro gli Zingari delle varie parrocchie sono assistiti pastoralmente in serbo, croato, ungherese e slovacco.  

Quelli di Croazia si trovano nella stessa situazione, partecipano cioè alla Liturgia nelle chiese del luogo e frequentano il catechismo insieme con la gente locale.

In Svizzera si lavora soprattutto con gli Zingari appartenenti al gruppo Jennisch, i quali non parlano più la loro lingua ma usano il francese o il tedesco. Non esistono pertanto traduzioni. Vi è stato comunque un tentativo di un membro Jennisch della Cappellania per gli Zingari di tradurre il Vangelo in tale lingua, incontrando egli grosse difficoltà a causa della scarsa conoscenza di quella originale del testo, nonché della povertà del suo vocabolario.

La lingua usata dalla popolazione zingara portoghese è il caló, ma essa non ha una forma sistematica, consiste piuttosto in poche parole ed espressioni. Non vi sono, pertanto, traduzioni dei testi biblici e liturgici.

Conclusione dell’Arcivescovo Agostino Marchetto

Leggendo quanto fin qui presentato, nasce spontanea la domanda: è opportuno o doveroso tradurre i testi biblici e liturgici in lingua zingara? E in quale dialetto o lingua, poi?

Vorrei però fare un passo indietro prima di dare almeno un tentativo di risposta. Riflettiamo cioè un momento sulle seguenti parole di Giovanni Paolo II, vale a dire: “Può anche darsi che un certo linguaggio si riveli preferibile per trasmettere questo contenuto [della catechesi] a tale persona o a tal gruppo di persone. Una scelta sarà valida nella misura in cui, lungi dall'essere imposta da teorie o da pregiudizi più o meno soggettivi, o contrassegnati da una determinata ideologia, sarà ispirata dall'umile preoccupazione di cogliere meglio un contenuto che deve rimanere intatto. Il metodo e il linguaggio utilizzati devono rimanere veramente degli strumenti per comunicare la totalità, e non già una parte delle «parole di vita eterna» o delle «vie della vita»”[14]. In tal modo il Santo Padre assegna al linguaggio un ruolo importantissimo nella trasmissione della Buona Novella.  

Traiamo da ciò la conseguenza che anzitutto le traduzioni devono assicurare l’integrità della Parola di Dio e, d’altra parte, facilitare l’intensità e la profondità di penetrazione dell’azione evangelizzatrice nella società, in qualsiasi società. Ne è interessata quindi anche la popolazione zingara, pur considerando che il processo evangelizzatore sarà sempre oggetto condizionato dalla pluralità di tradizioni, usi e costumi dei diversi gruppi zingari (Rom, Sinti, Manousch, Calò, Jennisch, ecc.). 

È poi indispensabile per la crescita nella fede la lettura e lo studio della Sacra Scrittura. Quanto più siamo, dunque, convinti che la Bibbia e i testi liturgici rappresentano per noi e per la comunità cristiana un fattore imprescindibile per la formazione alla vita, tanto più volentieri ascolteremo la Parola di Dio e con maggior impegno la testimonieremo. Vi è perciò un valore formativo e pedagogico delle traduzioni che risultano un fattore stimolante ed incoraggiante per farle.

Varrà tuttavia notare che chi si accinge a tradurre per gli Zingari, dovrà conoscere la loro mentalità, gli usi, la storia e la cultura di tale popolazione. Egli dovrà altresì porsi la questione della pluralità di lingue e dialetti zingari, con inoltre la preoccupazione che le traduzioni non impoveriscano il testo originale della Bibbia e non si facciano quindi per gli Zingari testi con eccessive variazioni o cambiamenti. 

C’è ancora un aspetto da considerare – mi pare – a stimolo della traduzione della Sacra Scrittura, senza introdurmi qui nella questione dell’approvazione ecclesiastica di esse. La Parola Divina ci attesta l’amore di Dio, un Amore incarnato, incondizionato. Non è giusto, allora, trasmettere tale messaggio nella lingua che gli stessi Zingari parlano e sentono come propria, e non in una lingua estranea, quella dei gagi, percepita per secoli come espressione d’intolleranza, ostilità e razzismo? Ciò diciamo coscienti che l’annuncio della Parola di Dio agli Zingari deve essere contemporaneamente sostenuto dall’opera intesa a difendere la loro dignità, a proclamare i loro diritti inviolabili, a favorirne la promozione integrale, a insegnare a tutti la fratellanza universale, anche con gli Zingari, uomini e donne figli dello stesso Padre.

The Bible and Liturgical Texts in the Pastoral Care of the Gypsies

Summary

The 5th World Congress for the Pastoral Care of Gypsies (Budapest, Hungary, 30 June – 7 July 2003) recognized the need for a better preparation of the liturgy and catechesis for Gypsies by a deeper appreciation of their culture and increased efforts in translating biblical and liturgical texts.

In this regard the Pontifical Council turned to twenty-five national directors to obtain information about the current situation and future plans regarding translations as well as to have a copies of existing ones. Within some months, replies from fiteen countries were received: Belarus, Croatia, Germany, Hungary, Italy, Macedonia, Mexico, Portugal, the Czech Republic, Rumania, Serbia and Montenegro, Slovakia, Spain, Switzerland and the United States of America. These replies included relative information and publications. However some offices were only able to indicate a lack of translations.

On reading the observations presented, the following information emerges: Biblical and liturgical texts are a means of evangelization and motivation that encourages translations into Gypsy languages. Their formative value, the language, ways of expression and dialects are reflections of identity and culture and are thus important.

The Bible invites man to the Covenant, to communion with God and with one’s brothers and sisters. This is the fundamental motive for the translation of the Bible into the Gypsy languages: Everyone has to hear in his or her own language the proclamation of the revealed love of God. Prayers in their own languages can help reinforce in Gypsies the awareness of their own identity. Praying in such a language can also help teach it. The teachings of the Holy Scriptures and all sacred words can throw light on life, and, vice–versa, life leads back to the light of the Bible. Actually the sacred books present many models of vital faith. The Bible is a kind of living catechism, in which the most important matters, elements of faith and Christian life, are presented in a simple and evident way. We thus recognize a formative and pedagogical value in translations, which offers a stimulus to do them.

Pastoral agents though find themselves faced with a variety of languages or dialects which require a difficult choice: Which of these languages should be chosen for translation? Nevertheless they are convinced that it is necessary to teach the catechism in an understandable language and to explain the Sacred Scriptures in a spoken language. From the replies received, it is clear that in the majority of the countries, Gypsies are assisted in the language of the host society, and that is evident above all in the liturgy.

It is necessary to note, finally, as Archbishop Marchetto does in the conclusion, that those who are engaged in translations for Gypsies must understand the mentality, customs, history and culture of that population and be aware of the plurality of Gypsy languages and dialects. They need to be concerned as well that the translations do not impoverish the original text of the Bible and produce texts with excessive variations or changes. Translations must assure the integrity of the Word of God and, on the other hand, facilitate the intensity and depth of penetration evangelization in society, in any society. Thus the Gypsy population will also be involved, even considering that evangelization will always be conditioned by the plurality of traditions, usages and customs of the different Gypsy groups (Rom, Sinti, Manousch, Calò, Jennisch, etc.)

Furthermore the proclamation of the Word of God to the Gypsies must be simultaneously accompanied by the commitment to defend their dignity, proclaim their inviolable rights, favouring their integral development and also teaching universal brotherhood to these men and women, children of the same Father.

La Bible et les textes liturgiques dans la pastorale en faveur des Gitans 

Résumé

Durant les travaux du V Congrès Mondial consacré à la Pastorale des Gitans (Budapest, Hongrie, 30 juin-7 juillet 2003), il est apparu que les Gitans avaient besoin d'une plus grande préparation à la Liturgie et à la catéchèse, ce travail passant par une meilleure valorisation de leur culture et une multiplication des efforts de traduction concernant les textes sacrés et liturgiques. 

A cet égard, le Conseil Pontifical s'est adressé aux 25 Directeurs nationaux, pour avoir des informations sur la situation et sur leurs projets futurs, ainsi qu'une copie des traductions existantes. Dans l'arc de quelques mois, nous sont arrivées les réponses de 15 pays, c’est à dire de Biélorussie, Croatie, Allemagne, Italie, Macédoine, Mexique, Portugal, République Tchèque, Roumanie, Serbie et Monténégro, Slovaquie, Espagne, Suisse, et aussi des Etats Unis d'Amérique et d’Hongrie, avec informations et publications relatives. Certains se sont cependant limités à certifier l'absence de traductions. 

Après lecture des observations reçues, voici les points relevés: textes bibliques et liturgiques vus comme instruments d'évangélisation; motivation incitant à traduire dans les langues des gitans: est la valeur formatrice des textes bibliques et liturgiques; langue, langage et dialectes sont expression d'une identité et d'une culture.   

La Bible invite l'homme à l'Alliance, à la communion avec Dieu et avec ses propres frères: tel est la première motivation qui incite à traduire la Bible dans les langues des gitans. Chacun doit en effet écouter l'annonce de l'amour de Dieu révélé dans sa propre langue. Les prières en gitan, donc, peuvent aider ces populations à raffermir la conscience de leur propre identité. Prier dans leur langue, c'est aussi enseigner dans cette même langue. Les enseignements tirés des Saintes Ecritures peuvent en effet constituer un éclairage sur la vie même, et vice versa la vie conduit à la lumière de la Bible, car les Livres Sacrés nous offrent une quantité de modèles de foi vitale. En outre la Bible est une sorte de catéchisme vivant, dans lequel sont présentés, de manière simple et évidente, les principaux contenus de la foi et de la vie chrétienne. Nous reconnaissons donc aux traductions une valeur formatrice et pédagogique qui stimulent à les faire.

Or la multiplicité des langues et des dialectes impose aux agents pastoraux un choix qui n'est pas facile: quelle de ces langues en effet sera utilisée pour les traductions? Il reste néanmoins vrai que l'enseignement de la catéchèse passe par l'utilisation d'une langue compréhensible, et qu'il faut utiliser une langue parlée pour expliquer les Ecritures. D'après les réponses reçues il est clair que les Gitans, dans la majorité des Pays, sont aidés par la langue de la société qui les accueille. Et cela est clair surtout dans la Liturgie.

A noter, pour finir, – comme le fait d'ailleurs l’Archevêque Marchetto dans ses conclusions – que ceux qui s'aventurent à traduire pour les Gitans, devront connaître la mentalité, les traditions, l'histoire et la culture de ces populations. De même qu'ils devront prendre acte de la pluralité des langues et des dialectes, et veiller à ce que les traductions n'appauvrissent pas le texte original de la Bible, ou que les textes ne subissent trop de changements ou variations. Les traductions doivent garantir l'intégrité de la Parole de Dieu et, d'autre part, faciliter l'intensité et la pénétration profonde de l'action évangélisatrice dans la société, dans toute société. Tel processus évangélisateur implique donc aussi les populations gitanes, tout en sachant que cette pluralité de traditions, us et coutumes qui les caractérise (Rom, Sinti, Manousch, Calò, Jennisch, etc.) sera toujours source de conditionnement.

En outre, l'annonce de la Parole de Dieu aux Gitans, doit s'accompagner d'un engagement à défendre leur dignité, à proclamer leurs droits inviolables, à favoriser leur promotion intégrale, à enseigner à eux aussi, hommes et femmes fils du même Père, la fraternité universelle. 

 

[1] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, 6 gennaio 2001, in www.vatican.va

[2] Cfr. Ibidem, n. 40.

[3] Cfr. Arcivescovo Agostino Marchetto, Punti fondamentali per una Pastorale degli Zingari: prospettiva ecclesiale, in People on the Move XXXV(2003) N. 93 Suppl., p. 76.

[5] Ibidem, p. 353, n. 4.

[6] Idem.

[7] PAOLO VI, Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975, n. 18, in www.vatican.va

[8] Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Christifideles Laici, 30 dicembre 1988, nn. 30-34, in www.vatican.va

[9] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, n. 40.

[10] Cfr. Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 9 settembre 1998, in www.vatican.va

[11] “Gagio” è il termine, nella lingua zingara, che sta a specificare chi non è Zingaro.

[12] Concilio Vaticano II, Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, n. 44.

[13] Cfr. Soravia Giulio, La lingua romani, in Karpati Mirella (a cura di), Zingari ieri e oggi, Roma 1993, p. 170.

[14] Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Catechesi tradendae, 16 ottobre 1979, n. 31, in www.vatican.va

   

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