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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People
on the Move
N° 97, April 2005
LA MOBILITA' DEI POPOLI MEDITERRANEI*
Cardinale Stephen
Fumio HAMAO
Presidente del
Pontificio Consiglio
della Pastorale
per i Migranti e gli Itineranti
Introduzione: il contesto storico
Le migrazioni non interne, in particolare quelle che gravitano
nell'area del Bacino del Mediterraneo, hanno sempre rappresentato uno dei
fattori che maggiormente hanno posto in relazione mondi vicini nello
spazio, ma distanti dal punto di vista culturale, civile, sociale ed
economico, avvicinando i Paesi di partenza e quelli di arrivo dei migranti
e stabilendo nuovi legami e interazioni.
In epoche anteriori, il contesto migratorio dell'area del Mediterraneo
individuava soprattutto le Nazioni del sud Europa caratterizzate da forti
esodi di lavoratori, diretti in particolare verso l'Europa continentale e
settentrionale. La penuria di braccia nelle regioni europee del Nord-Ovest
ha attirato considerevoli contingenti di manodopera a buon mercato
dall'Europa del Sud (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Jugoslavia e Turchia). Successivamente è stata la volta del versante Sud del
Mediterraneo (soprattutto Marocco, Algeria e Tunisia), ad assumere il
ruolo di grandi "esportatori" di manodopera.
La crisi petrolifera dell'inizio degli anni '70 e la contrazione
dell'economia hanno rallentato considerevolmente il flusso di lavoratori
migranti. La diminuzione degli impieghi e l'instaurazione di politiche
migratorie restrittive hanno portato a una sostanziale modifica delle
migrazioni economiche, soprattutto a causa delle riunificazioni familiari,
con profondi cambiamenti nelle caratteristiche delle popolazioni
immigrate.
A partire dagli anni '70, in Italia, Spagna, Portogallo e Grecia il
numero dei ritorni comincia però a superare quello degli espatri; ma
soprattutto diventano evidenti i flussi di migranti provenienti dal Sud
del Mediterraneo e, successivamente, dalle regioni più lontane di Africa
e Asia. La caduta della cortina di ferro e la disgregazione dell'URSS, con
la costituzione di nuove realtà politiche, si accompagna a una robusta
ripresa del progresso migratorio dagli Stati dell'Est europeo. Il
baricentro migratorio si sposta anche al Sud dell'Europa, dando vita,
nella regione, ad una mobilità globale.
l. Alcuni dati quantitativi
Gli immigrati di origine africana soggiornanti nell'Unione Europea
erano, al 31 dicembre 2000, circa 2.050.000; poco più del 10% del totale
degli stranieri e lo 0,5% della popolazione (stimata, al 2000, in 380
milioni di individui).
Il 95% degli immigrati nordafricani provengono dai tre Paesi del
Maghreb; il restante 5% è ripartito tra egiziani (69.786), libici
(16.580) e sudanesi (7.456).
La Francia è il Paese che ospita il maggior numero di nordafricani
(1.145.284). Il suo forte ruolo di attrazione è da ricondurre al suo
passato coloniale (com'è noto, l'Algeria era considerato "territorio
francese" e il Marocco e la Tunisia dei protettorati) e ai
conseguenti legami economici, culturali e linguistici con l'area del
Maghreb.
In Italia, su una popolazione attuale di circa 2 milioni e 500 mila
stranieri regolari, quelli provenienti dalla sponda del Mediterraneo
superano le 270 mila unità: soprattutto dal Marocco (180 mila), dalla
Tunisia (60 mila) e dall'Egitto (35 mila).
2. Dinamica del fenomeno
Il panorama migratorio è dunque nettamente diviso: nel bacino Nord i
flussi sono
di immigrazione, in quello Sud di emigrazione.
a. Il nuovo “polo mediterraneo”
Nel contesto europeo, gli Stati meridionali dell'Unione sono diventati
Paesi di immigrazione fin dalla fine degli anni '70, dopo che nel Nord
Europa le politiche migratorie erano diventate restrittive e questi stessi
Paesi avevano esaurito la loro spinta all'esodo. Si può parlare, sia pure
con differenze tra le varie nazioni, di "polo mediterraneo"
dell'immigrazione, includendovi Italia, Grecia, Spagna e Portogallo.
Questi sono stati, nel passato, Paesi di grande emigrazione e ancora oggi
hanno un rilevante numero di cittadini sparsi nel mondo (l'Italia quattro
milioni).
b. Dinamiche migratorie
Mentre nel Nord Europa i precedenti flussi si sono inseriti nelle grandi
fabbriche e a questi si sono aggiunti nuovi flussi destinati ai servizi e
ai lavori precari, nel Sud Europa l'immigrazione è costituita in
prevalenza da nuovi flussi provenienti dal Nord Africa, dai Paesi
dell'Africa subsahariana e, per quanto riguarda l'Italia, anche dall'Est
Europa: l'immigrazione si è qui assestata prima del raggiungimento della
piena occupazione, e spesso in condizioni di irregolarità e sotto
l'impulso anche di trafficanti di manodopera. Tali flussi si inseriscono
altresì in zone ad alta disoccupazione o in prevalenza agricole; inoltre,
poiché un importante sbocco occupazionale è quello dei servizi alle
persone, le donne vi acquistano un ruolo importante. È molto marcata, poi
nei Paesi mediterranei, la tendenza alla concentrazione nelle capitali e
in alcune grandi aree urbane.
c. Il bacino settentrionale
L'Italia può essere considerata l'esempio più cospicuo del "polo
mediterraneo dell'immigrazione". Le sue caratteristiche si possono
così riassumere:
si tratta di "paesi cerniera" con il Sud del mondo e, per
quanto riguarda l'Italia, anche con l'Est Europa;
- l'andamento demografico è
molto negativo;
- permangono consistenti
comunità di emigrati all'estero;
- il tasso di disoccupazione è
più alto della media europea;
- è molto alto, nello stesso
tempo, il fabbisogno di manodopera immigrata;
- si tende a riservare
determinati lavori o interi settori ai nuovi venuti (il lavoro domestico,
o certi lavori particolarmente faticosi,
quelli a turno, i lavori stagionali, l'impiego in agricoltura);
- si è continuamente alle
prese con un difficile confronto con trafficanti di manodopera, che
alimentano consistenti fasce di irregolarità;
- l'opinione pubblica stenta a
considerare la nuova presenza come una componente ormai strutturale della
società.
d. Il bacino meridionale
Nel bacino meridionale del Mediterraneo i principali Paesi di
emigrazione sono quelli maghrebini. In essi la pressione e il conseguente
impatto sul mercato del lavoro diminuirà solo a lungo termine (si
prevedono circa venti anni). La popolazione in età lavorativa che,
all'inizio degli anni '90 era del 57%, sarà del 66% nel 2010 (passando da
32,3 milioni a 54,3 milioni) con un aumento di 22 milioni di unità.
Mentre negli anni Novanta l'inserimento, in media, dei nuovi lavoratori e
delle donne era stato di 576 mila unità, nella prima decade dell'attuale
decennio si prevede che sarà di 737 mila persone.
La Francia, l'Italia e la Spagna sono tuttora i principali Paesi di
approdo dell'immigrazione maghrebina.
3. I principali problemi
a. L'immigrazione clandestina
La politica della legalità e la programmazione dei flussi (obiettivo,
questo, che si prefiggono le leggi migratorie delle Nazioni di
accoglienza) hanno come scopo la gestione delle migrazioni e la riduzione
dell'incidenza degli irregolari. Il fenomeno della migrazione irregolare
rimane tuttavia di difficile soluzione. E' comunque una esperienza che
accomuna i Paesi europei del bacino del Mediterraneo.
Per contrastare l'ampliarsi dell'area della illegalità e porre rimedio
a situazioni di emarginazione diffusa, si è provveduto con successivi
programmi di regolarizzazione. In Italia, le cinque "sanatorie"
finora realizzate hanno così "regolarizzato" un milione e mezzo
di
immigrati (di cui 700 mila solo in quella dell'anno scorso). In Grecia i regolarizzati
sono stati 370 mila; 60 mila in Portogallo; circa 300 mila in Spagna. Le
ripetute regolarizzazioni riflettono una certa presa di coscienza del
fatto che l'opzione "immigrazione zero" non è realistica; che le
migrazioni in genere non sono a carattere temporaneo o congiunturale,
bensì strutturale; che per il
controllo e la gestione dei flussi non sono sufficienti gli interventi di
polizia o le misure
repressive; che l'impegno per la legalità va abbinato, all'interno, a
politiche di
integrazione e, all'esterno, anche ad accordi internazionali e bilaterali
e a programmi
di cooperazione allo sviluppo.
b. L'ecoпomia sommersa
Uno dei fattori di richiamo dell'immigrazione illegale è rappresentato comunque
dall'economia sommersa, rilevante in Europa e particolarmente nell'arco
latino. Il
settore informale dell'economia rappresenta in molti Paesi una quota
significativa del prodotto nazionale e trae grossi vantaggi dalla
manodopera clandestina, più flessibile e meno onerosa. Si stima dunque
che l'incidenza del lavoro sommerso sulle economie dei Paesi europei
mediterranei sia del 29% in Grecia, del 28% in
Italia, del 23% in Spagna e in Portogallo.
La fragilità giuridica in questo campo e, paradossalmente, le ripetute
regolarizzazioni concorrono a sostenere la decisione di partire, anche in
condizioni di illegalità, avvalendosi, se ritenuto necessario, di
organizzazioni criminali
dedite all'immigrazione irregolare e al traffico di esseri umani: una rete
estesa, i cui meccanismi e forme di organizzazione rimangono ancora poco conosciuti.
Il traffico illegale di migranti costituisce perciò una realtà
variegata, paradossalmente alimentata da politiche migratorie restrittive e coinvolge trafficanti,
migranti, datori di lavoro, paesi di partenza e di arrivo, mezzi di comunicazione sociale: tutti con interessi
e prospettive diverse e,
a volte, tra loro contrapposte. Anche per questo la soluzione
del problema non è semplice né immediata. Non pare poi realistico
pensare a una eliminazione del fenomeno, dalle proporzioni mondiali.
c. La migrazione femminile
Un'altra dimensione significativa del movimento migratorio verso
l'Europa del Sud è rappresentata dalla migrazione femminile, generalmente considerata come appendice
dell'emigrazione maschile. Nel nuovo panorama invece, una delle tendenze
di maggior rilievo è la femminilizzazione, con la partecipazione
attiva delle donne non solo nella composizione dei flussi ma anche nella
dinamica dei processi migratori, che divengono anche in questo senso, più
globalizzati e differenziati. Se dal punto di vista statistico
l'immigrazione femminile merita lo stesso interesse di quella maschile,
maggiore attenzione viene rivendicata per la dimensione socioculturale
della donna migrante, il cui ruolo risulta sempre meno circoscritto alla sola
gestione della famiglia (cfr. Erga migrantes caritas Christi, nn.
27, 47). Essa riveste una sua peculiarità sia nell'ambito del mercato del
lavoro sia nei processi di
trasformazione socioculturale della società di accoglienza. Attualmente
la percentuale femminile
della popolazione immigrata è del 34% in Spagna, del 36% in Grecia, del
42% in Portogallo e del 47% in Italia.
d. Profughi e rifugiati
Il movimento dei profughi e dei rifugiati costituisce un'altra
componente migratoria che accomuna i Paesi europei del Sud, insieme con
gli studenti esteri.
Nell'ultimo decennio le domande di asilo in Italia sono passate da
4.800 a 86 mila; in Grecia da 6 mila a 24 mila; in Spagna da 9 mila a 83
mila; in Portogallo da 8 mila sono scese a 5.500. All'incremento
complessivo delle domande di asilo corrisponde nei vari Paesi una
riduzione del tasso totale di riconoscimento che è passato dal 59,5 al
23,4% in Italia; dal 19,4 al 12,9% in Grecia; dal 14,1 all'8% in Spagna;
dal 18 all'8,4% in Portogallo.
Preoccupati dell'incremento delle richieste di asilo, gli Stati europei
hanno operato scelte di contenimento, accelerando nel contempo le
procedure ed eliminando naturalmente le richieste infondate. In Europa i
rifugiati in ogni caso rappresentano una parte molto minoritaria della
popolazione immigrata. Nei Paesi dell'Europa meridionale la distribuzione
all'interno delle singole Nazioni è inferiore a 5 rifugiati per mille
residenti.
Di fronte al crescere delle situazioni che incrementano il numero dei
profughi e degli sfollati, i Paesi europei si mostrano dunque preoccupati
soprattutto dai costi dell'accoglienza, e dalla psicosi dell'invasione,
giungendo a ripensare e a ridiscutere i livelli di tutela concessi fino ad
ora. Si avverte, tuttavia, soprattutto da parte delle organizzazioni
umanitarie, la necessità di reagire alla mentalità dell’“Europa
fortezza”, che si traduce in leggi e politiche severe, che possono avere
come risvolto negativo l'incremento dell'ingresso di immigrati irregolari.
Conclusione: verso una "democrazia culturale"
Il bacino del Mediterraneo è diventato una delle aree cruciali delle
dinamiche migratorie e del dialogo tra Paesi con culture, caratteristiche
sociali ed economiche diverse. Sul Mediterraneo si affacciano Paesi
europei, nordafricani e mediorientali con antitetiche ma anche
complementari realtà demografiche e dinamiche del mercato di lavoro: il
confronto è locale e nello stesso tempo "globale", poiché per
la sua posizione geo-politica il Sud Europa costituisce un primo punto di
approdo dei flussi verso l'Unione Europea nel suo insieme.
Sui movimenti migratori verso l'Europa avrà notevole incidenza, da un
lato, l'allargamento dell'Unione ad Est e, dall'altro, la politica degli
accordi di associazione con gli Stati maghrebini. Tali accordi sono parte
integrante di quella cooperazione euro-mediterranea definita alla
Conferenza di Barcellona nel 1995 e che prevede: una politica di sicurezza
intesa a creare nella Regione un'area di pace e stabilità; una
cooperazione economica e finanziaria per incrementare la prosperità e un
benessere più condiviso; una cooperazione in campo sociale, culturale e
dei diritti umani per sviluppare le risorse umane, promuovere il dialogo
tra le culture e gli scambi tra le società civili.
Parte integrante di tale cooperazione è la questione migratoria: si
richiede, da un lato, infatti di governare le pressioni migratorie,
contrastare l'immigrazione irregolare e adottare accordi bilaterali di
riammissione sempre nel rispetto dei diritti umani e, dall'altro, la
tutela di quelli dei migranti legalmente residenti. Diventerà inoltre
vincolante la politica comunitaria in ambito migratorio, dopo il passaggio
della materia dalla cooperazione inter-governativa alla competenza
comunitaria, per il 2010.
Ciò che maggiormente emerge, nel dibattito politico e culturale, è
comunque
la consapevolezza che le migrazioni non sono un fenomeno isolato,
sussistono cioè a motivo e in virtù di una molteplicità di connessioni
a livello nazionale e internazionale. Nonostante permangano quindi riserve
per gli aspetti allarmanti e problematici delle migrazioni, si può
tuttavia registrare il consolidarsi di una percezione positiva dei
movimenti migratori. Gli stessi economisti si sono poi resi conto che, a
motivo dell'invecchiamento della popolazione autoctona e della
segmentazione del mercato del lavoro, c'è bisogno sia di tecnici altamente
qualificati, sia di operai in specifici settori del mercato locale,
soprattutto nei lavori dequalificati.
Partendo da questa constatazione, i vari governi hanno adeguato le
politiche di immigrazione, basate però, ora, su criteri sostanzialmente
"utilitaristici". Le motivazioni più ricorrenti sembrano
stabilire una suddivisione tra migranti "utili" e "non
utili" alla società. Ma ci si accorge sempre più che gli approcci
economici, demografici e sociologici non sono sufficienti a comprendere e
gestire il fenomeno.
Le migrazioni non coinvolgono solo "forza lavoro": la mobilità
è ormai strutturale nella società europea e non è pertanto una questione
da gestire solo a livello di politiche economiche e di ordine pubblico.
Esigono esse politiche sociali e, alla base di tutto, un approccio
culturale che riconsideri il rapporto degli uni con gli altri, il vivere
insieme nello stesso "luogo quotidiano".
La lettura recente del fenomeno migratorio adotta sempre più un
approccio "relazionale", di attenzione all'altro, per trovare
strade nuove di una convivenza che salvi l'unità e la pluralità,
l'identità e la diversità. Lo stesso concetto di
"integrazione", che affonda le sue radici storiche in una
visione nazionalistica dello Stato, in cui vi sono una maggioranza
dominante e delle minoranze subalterne, dovrebbe forse venire rivisitato
alla luce di un altro principio, quello della "democrazia
culturale", che trae origine dalla realtà multietnica delle odierne
società europee e dello stretto rapporto con i mondi circostanti.
La movilidad de los pueblos mediterráneos
Resumen
Las migraciones en la cuenca del Mediterráneo han representado siempre uno de
los factores que mayormente han puesto en relación mundos geográficamente
vecinos, pero culturalmente distantes, aproximando, con todo, los Países de
partida con aquellos de llegada y estableciendo siempre nuevas relaciones y
correlaciones. Mientras en el norte de Europa los flujos precedentes se han
insertado en las grandes fábricas, y a éstos se han unido los nuevos,
destinados a los servicios y a los trabajos precarios, en el sur de Europa la
inmigración tiene la connotación frecuente de condiciones de irregularidad y
manipulación por parte de los traficantes de mano de obra. Es pues muy marcada,
en los Países mediterráneos, la tendencia a la concentración en las capitales
y en algunas grandes áreas urbanas. En la cuenca meridional del Mediterráneo,
los principales Países de emigración son los magrebíes, mientras que Francia,
Italia y España constituyen todavía los principales Países de llegada de tal
inmigración.
Los principales problemas de esta área son, sobre todo, la inmigración
irregular, la economía sumergida de los trabajadores inmigrados, la precaria
situación de las mujeres, de los prófugos y de los refugiados. La cuenca del
Mediterráneo se ha convertido en una de las áreas cruciales de las dinámicas
migratorias y del diálogo entre Países con culturas, características sociales
y económicas diversas. Habrá notoria influencia sobre estos movimientos
migratorios, de un lado, la ampliación de la Unión Europea al Este y, del
otro, los acuerdos de asociación con los Estados magrebíes, definidos en la
Conferencia en Barcelona en el 1995, los cuales preveen una política de
seguridad dirigida a crear, en la Región, un área de paz y de estabilidad, una
cooperación económica y financiera a fin de incrementar la prosperidad y un
bienestar más participado, así como una cooperación, en fin, en el campo
social, cultural y de los derechos humanos, que desarrolle los recursos de las
personas, promueva el diálogo entre las culturas e incremente los intercambios
entre las Naciones interesadas.
La mobilité des peuples méditerranéens
Résumé
En Méditerranée, le facteur migration a toujours été déterminant dans la
mise en relation entre plusieurs mondes à la fois si proches (géographiquement)
et si distants (culturellement), mais où le rapprochement entre pays
d’origine et pays d’accueil a toujours favorisé l'apparition de nouveaux
liens et la naissance de nouveaux rapports. Contrairement au nord de l’Europe,
où les précédentes vagues d’émigrés étaient absorbées par les grandes
fabriques, et celles d'aujourd'hui vouées à des taches ou emplois généralement
précaires, dans le sud de l’Europe l'immigration renvoie souvent à des
situations d'irrégularité manœuvrées par des trafiquants de main-d’œuvre.
On note également une forte tendance de ces émigrés à se concentrer dans les
capitales ou dans certaines grandes zones urbaines. Dans le bassin sud de la Méditerranée,
les pays maghrébins constituent le gros de l’émigration, alors que la
France, l’Italie et l’Espagne restent les principaux Pays d’accueil.
Les gros problèmes de cette zone sont: l'immigration irrégulière, et le « travail
au noir » des travailleurs immigrés, la situation précaire des femmes,
des réfugiés et des personnes déplacées. Le bassin Méditerranéen est
devenue désormais une aire cruciale, théâtre de dynamiques migratoires
et terrain de dialogue entre pays culturellement, économiquement et socialement
différents. Et ne sont pas étrangers à ces mouvements, d'un côté l'élargissement
de l'Union Européenne aux pays de l'est, de l'autre les accords d'association
établis avec les Etats maghrébins à la conférence de Barcelone en 1995. Leur
objectif: promouvoir une politique de sécurité afin de favoriser
l'instauration d'une aire de paix et de stabilité dans la Région; encourager
la coopération économique et financière au profit d'une plus grande prospérité
et d'une meilleure équité; enfin, développer une coopération d'ordre social
et humain afin que tout le monde puisse avoir accès aux ressources, et
encourager le dialogue entre les cultures, en multipliant les échanges entre
les Nations concernées.
* Intervento all'incontro dell’Associazione Internazionale Carità
Politica, Roma, del 17 novembre 2004.
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