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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People
on the Move
N°
98 (Suppl.), August 2005
S.E. Mons.
José Francisco SANCHES ALVES
Vescovo di
Portalegre – Castelo Branco
Presidente
della Commissione Episcopale
di Azione
Sociale e Caritativa, Portogallo
1. Introduzione
Il fenomeno dei ragazzi “di” strada è complesso e molto variegato,
sia nelle sue cause che nelle sue conseguenze. Si avvicina ad un altro
fenomeno, molto diverso, che tuttavia presenta caratteristiche comuni, che
designiamo come quello dei ragazzi o adolescenti “nella” strada. In
questo secondo caso, ci riferiamo agli adolescenti che vivono in famiglia
e che si riuniscono nella strada e nei luoghi pubblici con gli amici o in
cerca di amicizie con cui divertirsi e distrarsi. Nel primo caso, invece,
pensiamo ai ragazzi che, per varie ragioni, si svincolano dalla famiglia e
fanno della strada il proprio spazio di convivenza, residenza e
sussistenza.
Il mio intervento si focalizza, in modo particolare, sui ragazzi di
strada. Inizio chiedendomi: chi sono i ragazzi di strada? In generale si
tratta di gruppi di adolescenti, tra i 10 e i 16 anni, per la maggior
parte di sesso maschile, che vagano per le vie delle grandi città e
sopravvivono ricorrendo alle “peggiori forme di lavoro”
(prostituzione, traffico ed altri espedienti), oppure mendicando.
Normalmente, dietro ciò, si scoprono storie di povertà, di
disoccupazione dei genitori, di mancanza di un’abitazione adeguata, di
famiglie disastrate o disorganizzate e di genitori-ragazzi. In altri casi,
sono il risultato di piaghe sociali, come droga, prostituzione e alcool, o
di situazioni d’immigrazione e di sradicamento familiare e sociale.
Oltre a questo si riscontra l’incapacità o l’incompetenza della
scuola a dare una risposta a questi casi.
Si tratta di un fenomeno maggiormente diffuso al di fuori
dell’Europa. Esso esiste però anche nei Paesi europei e richiede una
particolare attenzione da parte dei Governi e della Chiesa. Ed è per
questa ragione che stiamo cercando nuovi percorsi, che ci consentano di
arrivare a soluzioni adeguate.
In Portogallo il fenomeno dei ragazzi di strada è presente nelle
periferie e nelle antiche zone delle grandi città, ma in misura ridotta,
grazie all’opera delle Istituzioni pubbliche o della solidarietà
sociale, delle Congregazioni religiose e delle parrocchie, che hanno
svolto un lavoro meritorio per evitare che migliaia di ragazzi, che sono
sotto la loro protezione, vivessero nella strada. Per la sua singolarità
merita di essere citato il “Projecto Rua”, dell’Istituto
de Apoio à Criança (IAC), che, dal 1989, ha tolto dalle strade di
Lisbona circa 600 ragazzi.
2. Fondamenti di una pastorale specifica
Considerando le condizioni di povertà, di fragilità psico-sociale e
di sradicamento sociale, familiare ed ecclesiale, nel quale si trovano di
solito i ragazzi di strada, mi pare che la pastorale specifica, destinata
a promuoverli socialmente e a integrarli dal punto di vista ecclesiale,
debba iniziare da due caratteristiche fondamentali della Chiesa: la diaconìa e la missionarietà.
2.1 La diaconìa
La diaconia, o pastorale del servizio, ha radici nel mistero
dell’Incarnazione, espressione massima del servizio del Verbo eterno,
che si identifica con l’uomo che serve. E la Chiesa, adottando lo stesso
atteggiamento di identificazione e di servizio, si fa essa stessa
servitrice dell’uomo che si propone di liberare, agendo sempre
nell’orizzonte del Regno e nella sequela di Cristo.
Così, il servizio come dimensione ecclesiale ha origine da Cristo, che
è venuto per servire e dare la vita (Mt 20,28; Mc 10,15), e ha carattere
sacramentale. Quello di Cristo è un servizio pieno e un servizio a tutto
l’uomo, così come si desume dalla guarigione del paralitico, cui sono
perdonati i peccati mentre recupera la salute fisica. In questo senso,
possiamo dire che il servizio è inseparabile dall’evangelizzazione e
che questa, senza testimonianza di amore fraterno, perde di efficacia e di
sacramentalità. I segni del servizio significano, manifestano e iniziano,
già ora, la salvezza di tutti gli esseri umani e specialmente dei più
deboli, come nel caso dei ragazzi di strada.
2.2 La missionarietà
Grazie al dono dello Spirito Santo, ricevuto nella Pentecoste e
trasmesso nel tempo attraverso i sacramenti, la Chiesa è stata e continua
a essere inviata a perpetuare nel tempo e nello spazio la missione di
Cristo; questa è l’evangelizzazione di tutti gli esseri umani.
Nel corso dei secoli la missionarietà della Chiesa talvolta ha subito
una perdita d’identità, che ha portato alla mancanza di unità tra i
membri, talvolta un eccesso di uniformità, che ha indotto a ignorare le
differenze tra le persone e i gruppi e a restringere la pluralità di
azione. È importante inoltre rivalutare il concetto di missione in
Cristo, nella Chiesa e in tutti i suoi membri. La Chiesa, inviata da
Cristo a portare la Buona Novella della Salvezza a tutti gli esseri umani
nel mondo intero, è missionaria per natura. E, come tale, deve
permanentemente fare echeggiare il mandato di Cristo – “andate e
ammaestrate” –, che comporta l’uscire dal luogo ove si risiede per
andare incontro alle persone, ove esse si trovano, ed annunciarvi il
Vangelo.
2.2.1. Cambiamento di prospettiva
Tutti sappiamo come, man mano, l’ardore missionario ed
evangelizzatore nell’ambito europeo si sia andato perdendo. L’ambiente
di cristianità, nel quale l’Europa ha vissuto per molti secoli, ha
orientato lo spirito missionario verso la missione ad gentes e ha
trascurato l’evangelizzazione all’interno delle comunità. A poco a
poco, si è persa la primitiva vitalità cristiana e si è maggiormente
ceduto ai venti della Storia, sospinti dalle moderne correnti di pensiero
contaminate di razionalismo, di relativismo, di laicismo, di
secolarizzazione e di consumismo materialista.
La vita cristiana si intiepidisce, le vocazioni scarseggiano, la
percentuale dei praticanti diminuisce. Comincia a percepirsi un distacco
tra la Chiesa e la gioventù. I nostri metodi di pastorale sono
sorpassati, urge iniziarne di nuovi. Il successore di Pietro indica nuovi
cammini.
2.2.2. La nuova evangelizzazione
L’allarme principale è venuto dal Sommo Pontefice: occorre iniziare,
nei paesi dell’antica cristianità, un processo di evangelizzazione che
ravvivi lo spirito missionario ed evangelizzatore dei tempi primitivi, con
nuovi metodi, nuovo coraggio e nuovo ardore. Una volta lanciato
l’allarme, Giovanni Paolo II, così come San Paolo, non si stanca di
insistere in ogni momento su questa idea con la parola e con l’esempio
d’instancabile pastore che percorre il mondo per annunciare il Vangelo.
Un modo di rispondere all’appello della nuova evangelizzazione potrebbe
essere la pastorale dell’incontro.
2.2.3. Pastorale dell’incontro
Nell’ambiente della cristianità, adulti, giovani e ragazzi, tutti
cercavano una Chiesa che li accogliesse negli spazi riservati al culto e
alla formazione. L’accoglienza è diventata un tema ricorrente nei
manuali di pastorale.
Nella società secolarizzata, o in via di secolarizzazione, questa
ricerca è diminuita. I poli di attrazione dei giovani si sono spostati
dai templi verso centri di svago e luoghi pubblici, verso la strada. La
Chiesa, di fronte a questa realtà si sente spinta a rinnovare e
modificare i suoi metodi di lavoro, passando dalla pastorale dell’attesa
alla pastorale della ricerca e dell’incontro, dalla pastorale passiva
alla pastorale d’azione, dalla tranquilla custodia del gregge alla
ricerca delle pecore smarrite che, in alcuni casi, già superano quelle
che rimangono nell’ovile.
La grande novità sarà di andare all’incontro, come Cristo ha fatto
e comandato. Egli ha atteso e ha sempre guarito coloro che lo cercavano.
Ma, nello stesso tempo, percorreva i villaggi e le città per annunciare
la Buona Novella a tutti. È entrato nelle case di molta gente, compresi
pubblicani e peccatori, si è trattenuto a colloquio con la samaritana, si
è identificato con i poveri, si è incontrato con i ragazzi, ha camminato
con i discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35). E ha ordinato ai suoi discepoli
di andare per il mondo incontro a tutta la gente per annunciare la Buona
Novella della Salvezza.
Il Successore di Pietro, nonostante i limiti imposti dall’età e
dalla sofferenza, è per tutti noi un grande esempio di zelo apostolico.
È andato incontro agli adulti, ai giovani e ai ragazzi, ovunque essi si
radunassero: lontano o vicino, nelle tribune della politica e nei
quartieri poveri, nei centri della scienza, nelle prigioni, nelle scuole e
nelle pubbliche piazze.
Il Vangelo ci sollecita ad optare per la pastorale dell’incontro per
far fronte al problema dei ragazzi della strada. Ma resta da vedere il
modo di concretizzarla. C’è qualche modello che ci aiuti a realizzarla?
Tenterei di presentare una proposta.
3. Linee di azione pastorale
Nella pastorale non ci sono modelli che si adattano a tutte le
situazioni. Ogni azione pastorale deve tenere conto della situazione
concreta dei suoi destinatari: la loro origine, il loro contesto sociale,
la loro età, lo stato di salute fisica e psicologica, gli appoggi di cui
dispongono e le motivazioni e le idee che li muovono.
Nel caso di cui ci occupiamo, abbiamo visto che i ragazzi di strada
mancano di sostegno familiare, vivono ai margini della società, sono
portatori di carenze affettive e di traumi psicologici, sono vittime di
sfruttamento, vivono a contatto con il crimine, a volte passano
rapidamente al coltello.
Chi si propone di realizzare un approccio pastorale a questi casi deve
tenere conto della realtà esistente e disporre di una metodologia che
vada incontro alle carenze che essi sperimentano, come capacità
terapeutica per sanare le ferite aperte, togliere le bende dagli occhi e
dissipare l’abbattimento e la tristezza che adombrano la loro vita.
Il modello curativo, ispirato all’apparizione di Gesù Risorto ai
discepoli di Emmaus e adottato da Baumgartner, mi sembra il più adatto
per lo svolgimento di un’azione pastorale efficace con i ragazzi di
strada.
Questo modello si può schematizzare in cinque tappe.
1) Gesù si accostò (Lc 24,16) ai due discepoli e cominciò a
parlare loro. La prima tappa pastorale consiste nell’andare incontro
ai ragazzi di strada, come il Buon Pastore, con un cuore benevolo, ricco
di affetto e la mente fornita di alcune tecniche che permettano di
stabilire un rapporto personalizzato e che consentano una percezione
corretta dello stato d’animo di ciascuno.
2) Gesù allora chiese loro (Lc 24,17). È una domanda
maieutica che genera empatia e si accorda con l’esteriorizzazione dei
sentimenti, delle preoccupazioni, delle cause che sono alla base della
cecità e della tristezza dei discepoli di Emmaus e che sintetizzano lo
stato in cui si trovano i ragazzi della strada, condizionati
dall’ambiente socio-culturale che li circonda, dalle crisi, dai timori
e dai lutti che affliggono la loro vita.
Il medico che si avvicina a un malato deve essere munito di mezzi
terapeutici. L’agente pastorale, per avere successo, ha bisogno di
possedere mezzi che generino empatia, facilitino il dialogo, consentano
il chiarimento, aiutino la presa di coscienza della situazione presente
e aprano il cammino verso un futuro. La pastorale per i ragazzi di
strada è una pastorale specifica, non è per operatori generici. Manca
una preparazione adeguata ad essa.
3) E spiegò loro in tutte le Scritture (Lc 24,27). Il cammino
di Emmaus porta alla salvezza attraverso il servizio pastorale. Gli
avvenimenti divini si percepiscono nelle storie umane narrate e nella
forza salvifica che queste racchiudono. Sono storie che parlano muovendo
dall’anima, che uniscono la comunità, portano alla libertà e danno
la speranza. Attraverso queste storie si dà testimonianza della luce,
si illuminano le vite che vivono nell’oscurità del turbamento e si
sollevano le anime schiacciate sotto il peso della tristezza. Attraverso
la testimonianza della luce, si apre un nuovo cammino.
L’azione pastorale a contatto con i ragazzi di strada deve
includere la narrazione della storia umana di ciascuno nel contesto
della Storia della Salvezza, che apre il cammino alla speranza di una
vita nuova.
4) Prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo
diede loro (Lc 24,30). Nello spezzare il pane si rivela il
potere salvifico dei simboli della fede. Si aprono gli occhi dei
discepoli, essi lo riconoscono e si mettono in cammino. Sparisce la
cecità, si amplifica la percezione della realtà, scompare la
tristezza, si vedono le cose con occhi nuovi. In un certo senso, la
resurrezione di Gesù è anche la “resurrezione dei discepoli”. Si
apre qui una nuova fase in cui ciascuno accetta se stesso e la vita,
superando l’auto-negazione, il lato oscuro della persona e
l’angoscia. In una parola, come dice Romano Guardini, occorre vincere
il problema fondamentale dell’individuo moderno che consiste nella non
accettazione di se stesso, senza cadere nella “malattia cattolica”,
che porta all’alienazione e alla spersonalizzazione.
Per una pastorale efficace con i ragazzi di strada è necessario
ricostituire in loro una personalità, ripristinare un’immagine di sé,
dar loro dignità davanti a se stessi e agli altri, “resuscitarli” a
una vita nuova.
5) Fecero ritorno a Gerusalemme (Lc 24,33). I
discepoli, dopo quell’incontro misterioso, non restarono in
contemplazione mistica. Tornarono nella comunità. Si rincontrarono con
la comunità, ove vissero la fede, poiché la fede si vive
comunitariamente.
La pastorale dei ragazzi di strada ha come obiettivo di portarli a
scoprire che esiste qualcuno che li ama e che va loro incontro per
stabilire un dialogo d’empatia, rivela un messaggio che illumina le
loro vite e apre loro gli occhi della comprensione per renderli capaci
di un nuovo tipo di rapporto con se stessi, con Dio, con gli altri e con
la comunità.
Se sarà possibile stabilire questo nuovo tipo di rapporto, i ragazzi
di strada potranno essere restituiti alla comunità di origine o a una
comunità di adozione, dove potranno realizzare il loro progetto di vita
e vivere la loro fede. Come i discepoli di Emmaus, anche i ragazzi di
strada sono usciti dalla comunità e ora tornano nella comunità, dove
possono ricostruire la loro vita.
4. Un caso portoghese
In Portogallo, al pari di molte altre istituzioni dedicate
all’accoglienza dei ragazzi poveri, provenienti da famiglie disunite,
merita di essere menzionata, in particolar modo, la Obra da rua,
fondata dal P. Americo, uomo di salute fragile, che, poco dopo
l’ordinazione sacerdotale, fu incaricato di visitare i malati, poiché
lo consideravano incapace di essere responsabile di una parrocchia. Alla
fine fu capace di rispondere di qualcosa di molto più complesso di una
parrocchia.
La Obra da rua, fondata nel 1940, esiste ancora oggi, possiede
cinque Casas do Gaiato, in Portogallo, dove si accolgono 450
ragazzi, e tre Casas con 500 ragazzi nei Paesi Africani di lingua
portoghese. Nell’arco di 65 anni, la Obra ha già accolto circa
8.000 ragazzi. Secondo i calcoli dei responsabili, ha avuto successo
nell’80% dei casi, il che è un risultato straordinariamente positivo.
Il P. Americo, uomo profondamente colmo di spirito evangelico, amava i
ragazzi e credeva nella forza dell’amore. Di fronte al triste spettacolo
di ragazzi che vagavano per le strade, decise di accoglierli e dar loro
una casa e una famiglia. Intuitivo come era, fece come Cristo. Prima di
teorizzare, cominciò ad agire. La sua pratica ha dato inizio a un metodo
pedagogico-pastorale completamente nuovo, fissato in un insieme di
principi che si evidenziano nei suoi scritti e si vanno chiarendo e
ripetendo ad ogni passo attraverso diverse forme di espressione.
Il P. Americo era un autentico padre per i ragazzi. Li amava
profondamente e per questo diceva: “non ci sono ragazzi cattivi”.
Aiutato da alcune signore che sono, ancora oggi, sempre presenti nelle Casas
do Gaiato, faceva di tutto per proteggerli, per promuoverli e per
trasformarli in uomini di valore per la società e per la Chiesa.
Il suo modo di operare può essere riassunto in otto punti:
- Auto-governo e clima di autonomia. La Obra da rua è
“opera di ragazzi, per ragazzi, tramite i ragazzi”. Sono loro che
governano la casa, che definiscono i compiti e risolvono i problemi di
ogni giorno, incluse le norme disciplinari.
- Esercizio della libertà e senso di responsabilità. A
tutti, senza eccezione, è affidata una responsabilità. E tutti sono
liberi di svolgerla o meno, di restare in casa o di uscire. La porta
dell’Istituto è sempre aperta. Tutti possono entrare e uscire senza
dire niente a nessuno.
- Lavoro comunitario e apprendistato professionale. Tutti
collaborano, secondo le possibilità, nelle faccende comunitarie.
Tutti si preparano ad un vita futura e professionale, nella propria Casa
do Gaiato o in altri Istituti di apprendistato. L’educazione
“attraverso” e “al” lavoro è fondamentale, perché “la
spina dorsale dell’Opera è il lavoro del ragazzo”.
- Educazione alla fiducia e all’autostima. La Obra da rua
è un’opera di amore e per l’amore. Il ragazzo, che è stato
portato via da un ambiente corrotto e si sente amato, comincia ad
avere fiducia negli altri e in se stesso, così come succede in una
famiglia.
- Educazione di base. È fatta nella scuola e nel laboratorio,
in un ambiente aperto e a contatto con la natura, in un clima
familiare e pedagogico.
- Educazione religiosa e spirituale. Oltre alle ore di
formazione religiosa e spirituale previste, ci sono momenti di
preghiera, adatti all’età, e di partecipazione all’Eucaristia
domenicale. La cappella occupa un posto centrale nell’insieme
dell’edificio.
- Autonomia personale e sociale. È il risultato di un processo
graduale di “riconversione”, realizzato attraverso
l’acquisizione di un sistema di valori, nel corso della permanenza
nell’Istituto.
- Pedagogia dell’amore, della convivenza, delle relazioni
personali e dell’amicizia che ha come fattore dominante la
pedagogia dell’incontro. Le Casas do Gaiato sono autentici
laboratori di incontro, che mettono a disposizione spazio fisico,
spazio psico-sociale e spazio naturale, dove predomina la trilogia:
famiglia, amore e lavoro.
La Obra da Rua è forse una delle migliori risposte pastorali al
fenomeno dei ragazzi di strada, in quanto agisce come prevenzione,
accogliendo ragazzi di ogni età, senza nessuna discriminazione, che
possono restare fino a quando troveranno un modo di orientarsi nella vita.
La Casa do Gaiato è una casa familiare. Le sue porte sono sempre
aperte per entrare e per uscire. Essendo una casa modesta, ha sempre ciò
di cui ha bisogno, perché vive di provvidenza divina.
Conclusione
Ho cominciato il discorso dicendo che il fenomeno dei ragazzi di strada
è complesso e molto sfaccettato. Nel concluderlo, sono consapevole di non
aver dato risposte pastorali per tutti i casi di questo fenomeno. Spero di
aver tracciato, però, alcune piste che possano aprire nuovi cammini
nell’ambito di questa pastorale specifica e nuova. È necessario avere
il coraggio di sperimentare soluzioni nuove per problemi nuovi.
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