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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 98, August 2005 

 

 

“Erga migrantes caritas Christi”

Consacrati: uomini e donne del Vangelo alla frontiera dell’amore

 

S.E. Mons.Piergiorgio Silvano NESTI, C.P.

Segretario

Congregazione per gli Istituti di vita consacrata

e le Società di vita apostolica

 

Il sesto continente, costituito da almeno 200 milioni di persone l’anno che circolano per il mondo[1]! Questi i numeri (approssimati per difetto) dell’attuale fenomeno migratorio. Mobilità che è esito della globalizzazione e insieme dura ed inevitabile necessità per molti che hanno bisogno di sicurezza e di stabilità di vita[2].

Si tratta di un fenomeno sociale planetario, le cui cause principali sono:

  • per quella che possiamo considerare micro mobilità etnica, a livello di singoli individui o di famiglie: una sempre migliore consapevolezza di sé e della propria condizione di vita, oppure la percezione delle esigenze basilari di vita da garantirsi a tutti i costi;
  • per quella che chiamiamo macro mobilità etnica: le spinte del mercato del lavoro e dei beni/servizi, la disponibilità di mezzi di trasporto e di infrastrutture, la crescita economica, gli squilibri demografici, economici, sociali che sono sempre più forti tra le varie parti del mondo, il progresso tecnologico.

Oggi, poi, assistiamo a migrazioni forzate, perché provocate da conflitti, guerre, violazioni inaccettabili dei diritti umani fondamentali.

Un primo viaggio attraverso il deserto su camion, vecchi fuoristrada o perfino a piedi, per lasciarsi alle spalle la fame o le atrocità di guerre tribali. Una tappa, per contattare gli scafisti, che chiedono fra gli 800 e i 1500 dollari. È l’odissea di masse che in questi mesi sbarcano sulle coste sudoccidentali dell’Italia. Nei centri d’accoglienza i materassi sono pure in cucina, nei corridoi, ma l'importante è che tutti abbiano la possibilità di dormire qualche ora tranquilli, dopo giorni di traversata o momenti di terrore. Il Centro di prima accoglienza scoppia… Queste notizie, ed altre ancor peggiori, rimbalzano continuamente sugli schermi dei telegiornali o dalle pagine dei quotidiani.

Migrazioni di popoli, migrazioni di culture e non solo. La parola migrazioni è uno di quei termini che costringe la persona ad uscire dai propri personalismi e dai propri confini ideologici ed etnici. Dietro le migrazioni vi è sempre una persona, un popolo. Anche la Chiesa, esperta in umanità, – come ha affermato Paolo VI all’ONU – è chiamata a raccogliere e a saper interpretare il grido dei diritti taciuti dei migranti, specie quando questi non vengono rispettati o sono disattesi, perché ogni persona si senta a casa là dove si trova a vivere.

L’Istruzione Erga migrantes caritas Christi[3] ha un’apertura di grande respiro, con un approccio al fenomeno delle migrazioni che viene presentato nella sua multiformità e complessità, offrendo poi un’applicazione del contenuto normativo del Codice di diritto canonico per la Chiesa latina e di quello dei Canoni per le Chiese cattoliche orientali.

L’istruzione sottolinea come l’assistenza ai migranti debba essere attenzione di tutto il popolo di Dio, con ruoli e responsabilità specifici. I Vescovi diocesani ed eparchiali hanno la responsabilità primaria e unica ma non sono lasciati soli; le Conferenze Episcopali e le rispettive Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali occupano un vasto campo di responsabilità; i presbiteri, i religiosi e le religiose, i fedeli laici, gli stessi migranti hanno un compito di grande responsabilità nella pastorale verso chi si trova lontano dalla propria casa, il compito di far scoprire, di far sentire “a casa lontano da casa”, la casa che non è solo quella fatta di mattoni, ma anzitutto quella del “cuore”[4], del calore umano, della solidarietà, in modo che «li raggiunga la benedizione di Dio promessa ad Abramo per tutte le genti (cf. Gen 12,3)»[5].

«Le migrazioni contemporanee – si legge al n. 3 dell’Istruzione Erga migrantes caritas Christi – ci pongono di fronte a una sfida non certo facile, per il loro legame con la sfera economica, sociale, politica, sanitaria, culturale e di sicurezza. Si tratta di una sfida che tutti i cristiani devono raccogliere oltre la loro buona volontà o il carisma personale di alcuni».

Questa sfida per la Chiesa e per la società è ancora più urgente, inevitabile, interpella ancora più nel profondo, più radicalmente, quanti si sono impegnati, attraverso la professione di consigli evangelici, a seguire più da vicino Cristo casto, povero e obbediente, chi si è impegnato – dinanzi al Padre e alla comunità dei credenti – a farsi simile a Colui che si è fatto Straniero, Pellegrino, Viandante, a Colui che «non ha dove posare il capo» (Mt 8,20; Lc 9,58), e di sua Madre, Maria, la pellegrina nel tempo, pellegrina di Dio, pellegrina nella fede e nella speranza, compagna di viaggio di chi, come tutti noi, è pellegrino verso il cielo, «segno di sicura speranza e di consolazione per il peregrinante popolo di Dio» (LG 56).

I consacrati, quindi, prima ancora di essere operatori della pastorale dei migranti devono essere figura di un popolo in cammino, devono, ad imitazione di Colui che si è fatto Via, – «Io sono la via» (Gv 14, 6) – farsi strada essi stessi, farsi viandanti, mettersi in cammino, farsi pellegrini nella fede, contemplando in Maria l’icona della sollecitudine umana verso coloro che si trovano nel bisogno, raggiungendo così “in fretta” la città e recando lo stesso frutto di gioia che la Vergine Madre portò un giorno a Elisabetta lontana (cfr. Lc 1,39-45).

L’esperienza umana è tutta una “strada”, con i suoi rettilinei, le curve, i dossi, le incognite nascoste dietro ogni crocevia (via della croce). Le strade sono il luogo dell’incontro: i consacrati e le consacrate trovano nel Signore la forza di ripetere, come Elisabetta, dinanzi ad ogni fratello e ad ogni sorella, «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (Lc 1,43), riconoscendo in ciascun uomo colui che porta Cristo!

Consapevoli che «non abbiamo qui una dimora stabile» (Eb 13,14), ma ci spostiamo di frequente nel cercare quella futura, i consacrati devono essere disponibili a vivere la vita come un passaggio, un pellegrinaggio (compiuto in compagnia di altri viandanti) che impedisce il radicarsi, l’immobilismo, l’attaccamento che, spesso, si traducono in chiusure verso gli altri[6]. Chiusure dell’anima e del cuore, dello spirito, e dell’intelligenza che si trasformano, ben presto, in timori, paura, chiusura delle porte delle case, delle città e delle nazioni, nascita di nuovi muri e frontiere, e portano a dire definitivi, asettici e secchi no a persone e a popoli.

«Una vita “radicalmente donata” a causa del Vangelo è nelle migliori disposizioni e condizioni per essere e fare da ponte con ogni persona immigrata e con la comunità civile ed ecclesiale che la ospita» sottolineava Madre Teresa Simionato nel corso dell’ultima Assemblea Nazionale dell’Unione delle Superiore Maggiori Italiane (USMI) sul tema Rendere visibile la speranza in un mondo che cambia: Le religiose tra interscambio generazionale e mobilità etnica, svoltasi a Roma dal 13 al 16 aprile scorso. E continuava: «Come religiose “in missione per il Regno” (Ripartire da Cristo, n. 9) siamo chiamate a vivere la mobilità quale espressione e testimonianza di un amore libero e universale (ogni uomo è mio fratello) e del primato di Dio nella nostra vita: la nostra sicurezza non è legata a un luogo scelto personalmente, ma a quello indicatoci dall’obbedienza, che abbiamo scelto di vivere»[7].

L’atteggiamento di apertura – del cuore e dell’intelligenza, prima ancora che delle mani e delle case –, da sempre ha posto i consacrati e le consacrate in prima linea nel compito di rispondere alle esigenze dei tempi, in trincea, pronti a dare una adeguata risposta alle sfide che vengono lanciate a tutti gli uomini di buona volontà, ai singoli credenti, uomini e donne, alla Chiesa e alla società.

Da sempre uomini e donne resi forti dall’amore del Padre, illuminati dalla contemplazione del volto di Cristo Signore, pronti e disponibili ad ascoltare il fantasioso e vivificante soffio dello Spirito, hanno espresso l’intesse della Chiesa verso il fenomeno migratorio e la cura per la pastorale dei migranti. «Attraverso i secoli, la carità ha sempre costituito per i consacrati l’ambito dove il Vangelo è vissuto concretamente. In essa hanno valorizzato la forza profetica dei loro carismi e la ricchezza della loro spiritualità nella Chiesa e nel mondo»[8].

La spinta verso i migranti si è fatta dolorosamente viva, in modo particolare a partire dal XX secolo, in seguito anche alle migrazioni transoceaniche e continentali di masse cattoliche, quando la Santa Sede ha concentrato i propri sforzi nell’istituzione di uffici peculiari per la cura pastorale di quanti erano costretti a lasciare la propria casa e la propria terra. Da Santa Francesca Saverio Cabrini a San Luigi Orione, da San Giovanni Bosco al Beato Mons. Scalbrini, numerosi furono gli uomini e le donne che si sentirono chiamati ad essere Epifania dell’amore di Dio[9] per questi ultimi tra gli ultimi che sono i migranti.

La prima proposta di fondare un’istituzione centrale per i migranti cattolici risale all’intuizione dell’allora vescovo di Piacenza, il beato Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905), Padre dei Migranti, che la presentò a Pio IX poco prima di morire nel 1905. La fantasia di Dio ispirò a Mons. Scalabrini di fondare la Congregazione dei Missionari di San Carlo per gli emigrati (Scalabriniani), che il 28 novembre 1887 ebbe l’approvazione di Leone XIII; si fece apostolo dei milioni d’italiani, costretti dalla fame a espatriare, spesso in condizioni di semischiavitù, nel pericolo di perdere la pratica religiosa e la fede. L’opera dei Missionari si estendeva dalla partenza all’arrivo fino alla prima ambientazione degli emigrati nei nuovi posti di lavoro, fino a creare “comitati nei porti d’imbarco e di sbarco, per soccorrere, dirigere e consigliare gli emigranti”, ad accompagnare gli emigrati “durante il viaggio di mare”, e ad assisterli “specialmente in caso di malattia” e ad organizzare scuole per i bambini.

Dalla lungimiranza di Monsignor Scalabrini nasce anche l’opera e l’apostolato di S. Francesca Saverio Cabrini, la Madre degli Emigrati, convinta da lui a partire per l’America nel 1889, per prendersi cura dei bambini, degli orfani e degli ammalati italiani. Fondò egli stesso, nel 1895, la Congregazione delle Suore Missionarie di S. Carlo per gli emigrati; e aprì il campo dell’emigrazione anche alle Suore Apostole del S. Cuore, che lo venerano come loro fondatore. 

Gli esempi, oggi come cento anni fa, potrebbero continuare. 

L’Istruzione Ripartire da Cristo. Un rinnovato impegno della vita consacrata nel terzo millennio, che la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha pubblicato due anni or sono, evidenzia il ruolo peculiare delle Religiose: «In modo particolare ci si rende conto del lavoro apostolico svolto con la generosità e la particolare ricchezza insita nel “genio femminile” dalle donne consacrate»[10], ruolo ripreso e ribadito anche dal Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, che cita «l’apostolato delle Religiose molto spesso impegnate nella pastorale tra gli immigrati, con carismi e opere specifiche e di grande importanza pastorale»[11]; “genio femminile” che, sull’esempio di Maria, come sottolinea la Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, è impregnato di «disposizioni di ascolto, di accoglienza, di umiltà, di fedeltà, di lode»[12]: tutte caratteristiche che predispongono la donna, e la donna consacrata in modo particolare, a mettersi a servizio dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo.

«Entro un’umanità in movimento, quando tante genti si vedono costrette ad emigrare, questi uomini e donne del Vangelo si spingono alla frontiera per amore di Cristo, fatti prossimi degli ultimi»[13], ma l’impegno dei consacrati e delle consacrate non può e non deve fermarsi a costruire cammini di accoglienza, anche se non può e non deve farne a meno, come primo indispensabile gradino senza del quale non verrebbe assicurata la giustizia che è il primo passo per giungere alla carità vera, ai centri di prima accoglienza, che pur rispondono alle urgenze e sono necessari per rimediare nell’immediato ai problemi contingenti.

La sfida è quella di costruire cammini di comunione, che vincano ogni tipo di tentazione di uniformità e celebrino la diversità di razza, età, cultura, educazione, come dono: i consacrati sono chiamati ad essere esperti di comunione e a «praticarne la spiritualità, come testimoni ed artefici di quel progetto di comunione che sta al vertice della storia dell’uomo secondo Dio»[14].

Cammini di comunione che aiuteranno i consacrati a edificare e far crescere nei migranti e con i migranti la Chiesa[15], a condividerne le gioie e le sofferenze, a intuire i loro desideri e a prendersi cura dei bisogni; ad offrire loro una vera e profonda amicizia; a vedere nel migrante e a valorizzarlo come dono di Dio, costruttore nascosto e provvidenziale della fraternità universale dal di dentro dello stesso dramma dell’emigrazione.

Cammini di comunione che si costruiscono anche mediante la testimonianza sincera di vita fraterna in comunità favorita, specialmente nelle grandi realtà, dall’esperienza di comunità internazionali vissuta da varie Congregazioni religiose, con la gioia (non senza rischi) che matura nell’accoglienza reciproca, nel superamento della fatica di accettare le diversità di cultura, di mentalità, di espressione della propria fede e della propria spiritualità. «In mezzo alle diverse società del nostro pianeta, percorse da passioni e da interessi contrastanti che le dividono, desiderose di unità ma incerte sulle vie da prendere, la presenza di comunità ove si incontrano come fratelli o sorelle persone di differenti età, lingue e culture, e che rimangono unite nonostante gli inevitabili conflitti e difficoltà che una vita in comune comporta, è già un segno che attesta qualche cosa di più elevato che fa guardare più in alto. “Le comunità religiose, che annunziano con la loro vita la gioia e il valore umano e soprannaturale della fraternità cristiana, dicono alla nostra società con l'eloquenza dei fatti la forza trasformatrice della Buona Novella”»[16].Il processo graduale e profondo di interculturalità è un progetto dinamico con schemi mentali capaci di integrare l’altro, di inventare nuove forme di relazione e di convivenza, nuovi spazi di confronto, nuovi valori condivisi, in uno scambio reciproco.

Cammini di educazione: «La povertà dei popoli è causata dall’ambizione e dall’indifferenza di molti e da strutture di peccato che devono essere eliminate, anche con un serio impegno nel campo dell’educazione»[17]. Occorre, è necessario superare atteggiamenti di tolleranza (e di intolleranza), far crescere dal basso una nuova coscienza, capace di assumere l’impegno strategico, attivo e responsabile della costruzione di una società più attenta ai temi della giustizia, della pace e della cooperazione. È necessario aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo a ridestarsi dal letargo per diventare voce profetica, capace di lettura, di analisi, di denuncia, di scelte concrete.  

«Nella società complessa di oggi, la scuola è chiamata a fornire alle giovani generazioni gli elementi necessari per sviluppare una visione interculturale. Le persone consacrate impegnate nell'educazione, appartenendo spesso a istituti diffusi in varie parti del mondo, sono espressione di “comunità multiculturali e internazionali chiamate a ‘testimoniare il senso della comunione tra i popoli, le razze e le culture’[...] dove si sperimentano mutua conoscenza, rispetto, stima, arricchimento”. Per questo esse sono agevolmente portate a considerare la differenza culturale come ricchezza e a proporre vie percorribili d'incontro e di dialogo. Tale atteggiamento è un prezioso apporto per una vera educazione interculturale. L'itinerario da percorrere nella comunità educativa impone il passaggio dalla tolleranza della realtà multiculturale all'accoglienza ed alla ricerca di confronto per la mutua comprensione fino al dialogo interculturale, che porti a riconoscere i valori e i limiti di ogni cultura. […] La prospettiva interculturale comporta un vero cambiamento di paradigma a livello pedagogico. Si passa dall’integrazione alla ricerca della convivialità delle differenze. Si tratta di un modello non semplice, né di facile attuazione»[18].

Cammini di speranza: «Il futuro dell’umanità è riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni future ragioni di vita e di speranza (GS, 31), che aiutino a riscoprire che la destinazione ultima del viaggio di ognuno è oltre questo tempo in un ‘cielo nuovo ed una nuova terra ove avrà stabile dimora la giustizia’» (Ap 22, 21). «La speranza è credere che la risurrezione finale inizia qui, ogni giorno; collaborare a rendere possibile la risurrezione dentro ad ogni croce dell’uomo; riconoscere che l’uomo e il creato hanno la loro origine in Dio e a Lui ritornano»[19]

In questo tempo, caratterizzato da un offuscamento della speranza[20], i consacrati e le consacrate sono chiamati ad offrire agli uomini che sono smarriti, disorientati, logorati e privi di memoria testimonianze credibili della speranza cristiana, «rendendo visibile l'amore di Dio, che non abbandona nessuno», offrendo «all’uomo smarrito ragioni vere per continuare a sperare»[21].

Cammini di giustizia: per aiutare i fratelli immigrati nel processo di una integrazione possibile i consacrati e le consacrate devono aiutare a scoprire e a compiere percorsi di legalità. Cammini di giustizia che anzitutto richiedono «un impegno coraggioso da parte di tutti per la realizzazione di un ordine economico internazionale più giusto, in grado di promuovere l'autentico sviluppo di tutti i popoli e di tutti i Paesi»[22], è l’impegno affinché ad ogni migrante siano riconosciuti i diritti fondamentali, nessuno sia discriminato e i migranti stessi possano riconoscere e mettere in atto gli obblighi essenziali della coabitazione e dell’integrazione (dalla richiesta del permesso di soggiorno alla ricerca della casa e del lavoro).

Cammini di dialogo: mandati ad annunciare l’amore universale del Padre e per servire, i consacrati e le consacrate devono essere capaci di intessere reti di dialogo anche con i migranti che professano altre religioni, tuttavia «ci è chiesto in un certo senso di compiere la missione ad gentes qui nelle nostre terre. Seppur con molto rispetto e attenzione per le loro tradizioni e culture, dobbiamo essere capaci di testimoniare il Vangelo anche a loro e, se piace al Signore ed essi lo desiderano, annunciare loro la Parola di Dio»[23]

In questi cammini l’Eucaristia è il nutrimento per ogni passo, il fermento di trasformazione, l’anticipo del futuro di Dio, il «pane dei pellegrini, vero pane dei figli».

 
[1] Cfr. Caritas, Immigrazione. Dossier statistico 2003. XIII Rapporto sull’immigrazione, Roma.
[2] «La mobilità etnica e il fenomeno immigratorio sono la conseguenza più chiara di un cambiamento d’epoca che sta assumendo dimensioni sempre più ampie, espandendosi anche nei più anonimi angoli del pianeta. In questa prospettiva, parlare di immigrazione, oggi, è usare un’espressione che risuona sempre più inadeguata di fronte a un fenomeno che si caratterizza piuttosto come circolazione mondiale delle persone». (Simionato T., Rendere visibile la speranza in un mondo che cambia. Le religiose tra interscambio generazionale e mobilità etnica, in Consacrazione e Servizio, an. 7, n° 7/8 [2004], p. 45).
[3] Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Erga migrantes caritas Christi (La carità di Cristo verso i migranti), Città del Vaticano, 3 maggio 2004.
[4] La lingua inglese usa due termini differenti house per indicare l’edificio casa, e home, usato per indicare gli affetti familiari, il calore familiare.
[5] Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del 2000, n. 58.
[6] Cfr. Salani M., Il figlio della strada. Per una fede che accoglie, Bologna, EDB, 2004.
[7] Simionato T., Rendere visibile la speranza in un mondo che cambia. Le religiose tra interscambio generazionale e mobilità etnica, in Consacrazione e Servizio, an. 7, n° 7/8 [2004], p. 45.
[8] Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, Istruzione Ripartire da Cristo. Un rinnovato impegno della vita consacrata nel terzo millennio, Città del Vaticano, 19 maggio 2002, n. 36.
[9] Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica post-sinodale Vita consacrata, Roma, 25 marzo 1999, Titolo del Capitolo III.
[10]  Ripartire da Cristo, n. 9.
[11] Erga migrantes caritas Christi, n. 80.
[12] Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, Città del Vaticano, 31 maggio 2004, n. 16. 
[13] Ripartire da Cristo, n. 9.
[14] Vita consacrata, n 46.
[15] Cfr. Erga migrantes caritas Christi, n. 38
[16] Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, La vita fraterna in comunità.  Congregavit nos in unum Christi amor, Città del Vaticano, 2 febbraio 1994, n. 56.
[17] Ripartire da Cristo, n. 36
[18] Congregazione per l’Educazione Cattolica, Le persone consacrate e la loro missione nella scuola. Riflessioni e orientamenti, Roma, 28 ottobre 2002, nn. 66-67.
[19] Simionato T., Rendere visibile la speranza in un mondo che cambia. Le religiose tra interscambio generazionale e mobilità etnica, in Consacrazione e Servizio, an. 7, n° 7/8 [2004], p. 53.
[20] Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, Città del Vaticano, 28 giugno 2003, n. 7.
[21] Ecclesia in Europa, n. 84.
[22] Ivi, n. 100.
[23] Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del 2000, n. 58.

 

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