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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 100 (Suppl.), April 2006

 

 

Identità e pastorale specifica

 

 

Cardinale Stephen Fumio HAMAO

Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale

per i Migranti e gli Itineranti

 

Introduzione

Dopo alcuni anni di attento studio e riflessione, sono lieto oggi di presentarvi gli Orientamenti per la Pastorale degli Zingari. Fu nel mio intervento alla XIV Sessione Plenaria del nostro Pontificio Consiglio[1], il 23 giugno 1999, in effetti, che feci menzione, per la prima volta, della necessità di redigere un tale Documento. All’inizio del 2001, quindi, un gruppo di esperti si riunì nel nostro Dicastero per esaminare un progetto di stesura che, nel novembre dello stesso anno, fu presentato a tutti i Direttori Nazionali e ad alcuni esperti. Il risultato, però, non fu soddisfacente. Pertanto, nel 2002, fu deciso di chiedere ad un esperto unico di preparare un nuovo instrumentum laboris, chiamato “Jalons”, che potesse servire da base per il lavoro futuro. 

Successivamente, il V Congresso Mondiale della Pastorale degli Zingari, svoltosi a Budapest nel 2003, diede l’opportunità di ampliare ed approfondire gli aspetti teologici ed ecclesiologici di un tale ministero. Lunga strada è stata percorsa da allora per la stesura dell’attuale Documento, che è passato fra le mani di altri esperti, tra cui Zingari stessi, Operatori pastorali e Vescovi, senza tralasciare i nostri Membri e Consultori. Furono chieste osservazioni anche a vari Dicasteri della Curia Romana, in modo tale da situare questa pastorale nella più ampia cornice della missione universale della Chiesa. Il nostro Documento prende quindi in considerazione tutto il materiale rilevante di questo iter (cfr. Orientamenti n. 3). 

Una missione speciale

Le origini della pastorale specifica degli Zingari (intendo nell’era contemporanea), risalgono alla prima metà del ventesimo secolo, grazie ad iniziative individuali di alcuni zelanti sacerdoti di Francia, Germania, Italia e Spagna. La Santa Sede la riconobbe come missione speciale nel 1965, dopo il primo storico pellegrinaggio internazionale degli Zingari a Roma[2], con la creazione del Segretariato Internazionale dell’Apostolato dei Nomadi in seno all’allora Sacra Congregazione Concistoriale (ora Congregazione per i Vescovi). Detto Segretariato fu, in seguito, integrato nella Pontificia Commissione per la Pastorale dei Migranti e del Turismo, istituita da Papa Paolo VI nel 1970[3]. Con la Costituzione Apostolica “Pastor Bonus”[4], di Giovanni Paolo II, la Commissione divenne un Consiglio con propria autonomia.

Necessità del Documento 

La necessità di Orientamenti era evidente fin dall’inizio, ma poiché lo specifico apostolato per i nomadi era ancora ai primi passi, si ritenne di promuoverlo, anzitutto, in tutti i Paesi in cui ci fosse un numero consistente di Zingari cattolici e preparare poi le linee guida sulla base di esperienza e studio. Ora, dopo oltre quarant’anni, posso felicemente affermare che la pastorale in favore degli Zingari è ben costituita in quasi tutti i Paesi europei, in alcune zone dell’America Centrale e Meridionale e in qualche Paese dell’Asia (India, Bangladesh e Filippine). Ciò è espressione della sollecitudine missionaria della Chiesa e, pertanto, questo Documento si rivolge non solo a coloro che sono coinvolti – Zingari e non – in questo specifico campo pastorale, ma anche alla Chiesa nella sua organizzazione territoriale (ib. n. 4).  

Gruppo etnico

Gli Zingari, gruppo etnico specifico che – probabilmente – ebbe la sua origine nella zona nord-occidentale dell’India, sono conosciuti sotto vari nomi (Rom, Sinti, Manouches, Kalé, Gitans, Yeniches, ecc.). Sebbene il Documento si riferisca agli Zingari, il cui numero – nella sola Europa – si aggira attorno ai quindici milioni, esso risulta valido anche per altri nomadi, che condividono condizioni di vita simili, nei vari Continenti. Ad ogni modo, il nomadismo non è l’unica caratteristica degli Zingari, anche perché molti sono ora residenti in maniera permanente o semi-permanente. È la loro diversità etnica, la loro cultura e antiche tradizioni che si devono cioè prendere in considerazione. Pertanto le Chiese locali nei Paesi in cui essi vivono potranno trovare ispirazione pastorale nei presenti Orientamenti, adattandoli, ovviamente, alle circostanze, necessità ed esigenze di ciascun gruppo (ib. nn. 5-6). 

Segni positivi di evoluzione

Vi sono, felicemente, molti segnali di evoluzione positiva nel modo zingaro tradizionale di vivere e pensare. Il crescente desiderio di istruzione e formazione professionale, di consapevolezza sociale e politica con la formazione di associazioni e partiti, la crescente partecipazione nelle amministrazioni locali e nazionali in alcuni Paesi, la presenza delle donne nella vita sociale e civile, il numero sempre maggiore di vocazioni al diaconato permanente, al sacerdozio e alla vita religiosa tra di loro, ecc., sono infatti segni molto incoraggianti. A ciò ha contribuito anche la promozione cristiana e sociale intrapresa dalla Chiesa cattolica, indirizzata, in particolare, dagli insegnamenti di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Fu poi con una certa dose di orgoglio collettivo che, il 4 Maggio 1997, gli Zingari assistettero alla beatificazione del martire spagnolo Zeferino Giménez Malla[5], primo Zingaro ad essere elevato agli onori degli altari (ib. n. 21).  

Diritto ad una propria identità

“Dalla nascita alla morte – attestò Papa Giovanni Paolo II – la condizione di ciascun individuo è quella dell’homo viator[6], che è espressa certamente nella vita degli Zingari. Nonostante, però, il loro diritto a tale identità, indifferenza o opposizione non mancano nei confronti della popolazione zingara. Molti sono, infatti, coloro che condividono abituali pregiudizi, mentre persistono segni di rifiuto, che spesso non suscitano la reazione o la protesta da parte di coloro che ne sono testimoni. Tutto ciò ha causato indicibili sofferenze, come sappiamo nel corso della storia, con persecuzioni che hanno toccato il culmine nel secolo scorso. Orbene, tale situazione dovrebbe scuotere la coscienza di ciascuno, destando solidarietà nei confronti di questa popolazione.

Anche la Chiesa – è ovvio – è chiamata a riconoscere il loro diritto ad avere una propria identità, risvegliando le coscienze, al fine di ottenere maggiore giustizia per essi. Naturalmente, gli Zingari hanno anche dei doveri nei confronti delle popolazioni circostanti. In questo contesto, ricordo che, nel corso della Messa del Perdono, celebrata in Piazza San Pietro, il 12 Marzo in occasione del Grande Giubileo dell’Anno 2000, alla presenza del Sommo Pontefice, invitai a pregare affinché “i cristiani sappiano pentirsi delle parole e dei comportamenti che a volte sono stati loro suggeriti dall’orgoglio, dall’odio, dalla volontà di dominio sugli altri, dall’inimicizia verso gli aderenti ad altre religioni e verso gruppi sociali più deboli, come quelli degli immigrati e degli zingari”[7](cfr. ib. n. 74). 

Un permanente andare

Segnata molte volte da persecuzione, esilio, inospitalità, rifiuto, sofferenza e discriminazione, la storia degli Zingari è stata forgiata da un permanente andare che li distingue dagli altri. Ciò ha dato origine ad un’identità che si esprime in lingue proprie, ed ha una cultura e una religiosità con tradizioni comuni e un forte senso di appartenenza, e relativi legami. Così, grazie a loro, l’umanità si arricchisce di un vero patrimonio culturale. Infatti “la loro saggezza non è scritta in nessun libro, ma non per questo è meno eloquente”[8]. Il loro modo di vita è, in fondo, una testimonianza viva di una libertà interiore rispetto ai vincoli del consumismo e delle false sicurezze fondate sulla presunta autosufficienza dell’uomo. Peraltro – come è detto negli Orientamenti – non va dimenticata la saggezza popolare che anche dice: “Aiutati, che Iddio ti aiuta” (ib. n. 28).  

Nuova evangelizzazione

Questi Orientamenti sono un segno che la Chiesa ha una specifica preoccupazione per gli Zingari. Essi sono cioè oggetto di un particolare atteggiamento pastorale in ossequio alla loro cultura che, come tutte, dovrà però passare attraverso il mistero pasquale, di morte e resurrezione. Ciascuno, infatti, va accolto nella Chiesa, nella quale non c’è posto per emarginazione ed esclusione. Il Vangelo, uno ed unico, è quindi annunciato in modo adeguato tenendo conto delle diverse culture e tradizioni: è questo il processo di inculturazione. Sulle orme del suo Fondatore, la Chiesa deve quindi cercare mezzi sempre più adeguati per proclamare il Vangelo anche agli Zingari in modo vivo ed efficace. Gli Orientamenti dovrebbero aiutare su questo cammino, come strumento di “nuova evangelizzazione”, alla quale così spesso ci invitava Papa Giovanni Paolo II (ib. nn. 30-32). 



[1]Atti della XIV Sessione Plenaria del Pontificio Consiglio (23-25 giugno 1999), Città del Vaticano 1999, p. 20, n. 7.
[2]Primo Pellegrinaggio Internazionale degli Zingari, Roma, 26 Settembre 1965: Insegnamenti di Paolo VI, III (1965) 490-495.
[3]Paolo VI, Motu Proprio Apostolicae Caritatis, 19 Marzo 1970: AAS LXII (1970) 193-197.
[4]Giovanni Paolo II, Costituzione Apostolica Pastor Bonus, art. 150 §1: AAS LXXX (1988) 899.
[5]Cfr. Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XX, 1 (1997) 880-885.
[6]Giovanni Paolo II, Bolla di Indizione del Grande Giubileo dell’Anno 2000 Incarnationis Mysterium, 29 Novembre 1998: AAS XCI (1999) 144-147.
[7]L’Osservatore Romano, N. 61 (42.398), 13-14 marzo 2000, p. 7.
[8]Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al III Congresso Internazionale della Pastorale degli Zingari, 9 Novembre 1989: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XII, 2 (1989) 1195. 

 

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