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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 101 (Suppl.), August 2006

 

 

Migrazione e itineranza da e per i Paesi a maggioranza Islamica. Come migliorare la situazione? 

Prospettive

 

 

S.E. Mons. Giovanni Lajolo

Segretario per i Rapporti con gli Stati

Segreteria di Stato

Città del Vaticano

 

Ringrazio il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti di aver convocato questa Riunione Plenaria su un tema che tanto interessa oggi la comunità internazionale e sul quale in misura crescente le comunità di accoglienza sono chiamate a confrontarsi.

200 milioni di persone vivono oggi fuori dalle frontiere della propria patria, circa la metà delle quali è costituita da donne. Tuttavia, non vi è ancora una definizione formale accettata internazionalmente di “migrante”, e, come rileva l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, la definizione di migrazione riveste carattere discrezionale e dipendente dalle considerazioni e dagli obiettivi politici, sociali, economici e statistici. Seguendo il criterio geografico, la migrazione è il movimento di persone (o di gruppi di persone) da una unità geografica all’altra, attraverso una frontiera amministrativa o politica, desiderose di stabilirsi in altro luogo diverso da quello di origine. Si può anche considerare emigrante una persona che lasci il suo paese per andare a vivere in via temporanea o definitiva in altro paese, mentre la qualifica di immigrato dipende dalla legislazione della nazione ricevente[1]. Diverse e complesse sono poi le tipologie delle migrazioni (migrazioni per lavoro, ricongiungimenti familiari, rifugiati, studenti all’estero, ecc.).

Non tratterò invece degli sfollati interni (sono 25 milioni solo coloro che sono stati costretti a sfollare a causa di conflitti o violenze), la cui situazione meriterebbe più coraggiose decisioni da parte della comunità internazionale. 

I. La normativa internazionale sulle migrazioni

Le migrazioni sono oggetto di numerose norme internazionali. Qui potrò solo limitarmi a citare le più importanti.

Il diritto di emigrare è un diritto fondamentale, affermato dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (Articoli 13 e 14). Tra gli accordi internazionali che hanno attinenza con i diritti dei migranti, ricordo le Convenzioni internazionali del 16 dicembre 1966 sui Diritti Civili e Politici (artt. 12 e 13) e sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (art. 11, che riconosce ad ogni individuo il diritto “ad un livello di vita adeguato per sé e per la propria famiglia, che includa una alimentazione, un vestiario, un alloggio adeguati...”); la Convenzione dell’ONU sui diritti del Bambino del novembre 1989 (art. 22); la Convenzione n. 143 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro del giugno 1975 sulle migrazioni abusive e sulla promozione della parità di possibilità e di trattamento per i lavoratori migranti; la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie del dicembre 1990, in vigore dal 1° luglio 2003.

Più in particolare, la Convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati ed il suo Protocollo del 1967 assicurano la protezione internazionale a chi è fuggito dal proprio paese a causa di persecuzione. Da citare è pure la Convenzione riguardante lo Status degli Apolidi (1954) e la Convenzione del 1961 sulla riduzione dell’apolidia.

La Convenzione del 1969 dell’Organizzazione per l’Unità Africana del 1969 per Governare gli Aspetti Specifici del Problema dei Rifugiati in Africa riconosce come rifugiati anche coloro che fuggono per altre cause che mettono in pericolo la loro vita, diverse dall’aggressione[2].

Sono state elaborate anche dichiarazioni dei diritti dell’uomo di carattere islamico che hanno, però, carattere piuttosto limitativo dei diritti affermati nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e nelle Convenzioni internazionali: la Dichiarazione islamica universale dei diritti dell’uomo (Consiglio Islamico d’Europa, settembre 1981), la Dichiarazione del Cairo dei diritti dell’uomo nell’Islam (XIX Conferenza Islamica dei Ministri degli Affari Esteri, agosto 1990), la Carta Araba dei diritti dell’uomo (Consiglio della Lega degli Stati Arabi, settembre 1994). 

II. I flussi migratori che interessano paesi a forte componente islamica. Dinamiche e disparità

Si va progressivamente modificando la distinzione tra paesi di origine, di transito e di destinazione dei migranti: molti oggi rientrano in tutte e tre le categorie. Per mancanza di tempo accennerò sommariamente solo ai flussi migratori più importanti.

a) L’area del Mediterraneo e del Medio Oriente. 

Secondo l’OIM nell’area del Nord Africa e Medio Oriente vi sono circa 14 milioni di migranti, oltre a 6 milioni di rifugiati nel Medio Oriente Arabo.

I paesi del Golfo continuano ad attirare migranti dall’area Mediorientale, dall’Asia e, di recente, dagli Stati dell’Ex-Unione Sovietica.

Egiziani, yemeniti e giordani si spostano verso i paesi del Golfo, specialmente Arabia Saudita, mentre gli iracheni si dirigono generalmente verso Giordania e Siria.

Oltre ai 2 milioni di egiziani emigrati in altri paesi Arabi (metà in Arabia Saudita), circa 800.000 sono negli USA e in vari paesi europei, mentre in Egitto si trovano 2,7 milioni di migranti, di cui 1/3 provenienti dal Sudan. Libano e Siria ricevono lavoratori non qualificati dall’Asia. La Giordania importa manodopera non specializzata dai paesi del Nord Africa, con piccoli numeri in provenienza da India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Filippine e Malaysia ed esporta lavoratori specializzati.

La Turchia, che  ospita immigrati in gran parte irregolari provenienti principalmente dall’ex blocco Sovietico, dall’Asia e dal Medio Oriente, resta anche un paese di transito, principalmente da Iran, Iraq, Afghanistan. Di contro, nel 2001 si contavano 3,6 milioni di turchi emigrati, di cui 2 milioni solo in Germania.

Tutto il Medio Oriente Arabo è sia luogo di partenza che luogo di accoglienza per i rifugiati, provenienti sia dall’interno che dall’esterno della regione. Lo Yemen attrae alti numeri di richiedenti asilo dall’Africa Sub-Sahariana. L’Egitto ospita 3milioni di rifugiati sudanesi non riconosciuti (che si aggiungono ai 2,7 milioni di migranti di cui sopra), oltre a numerosi altri rifugiati di varie nazionalità (soprattutto Somali e Palestinesi). Anche Libano e Giordania ospitano numerosi rifugiati, principalmente Palestinesi. La Giordania accoglie il più alto numero di rifugiati al mondo: oltre 5 milioni, di cui 2,4 milioni palestinesi e 300.000 iracheni.

Su circa 120.000 persone trasportate irregolarmente ogni anno attraverso il Mediterraneo, il primato spetta alla Libia, da cui partono soprattutto verso Malta e la Sicilia dagli 80.000 ai 120.000 migranti irregolari, provenienti dall’area sub-sahariana (circa il 35%), da Asia e Africa Centrale e Orientale (30%) e per il resto dal sud e est del Mediterraneo. Le donne e le ragazze vittime della tratta vengono trasportate dalle zone di guerra dell’Africa Orientale verso i paesi del Golfo, mentre dal Ghana e da altri Paesi dell’Africa sub-sahariana vengono portate in Libia, in Europa e in Libano. Anche se non vi sono dati attendibili circa il traffico di minori che giungono dall’Africa, soprattutto dal Marocco, dalla Sierra Leone, dalla Somalia e dall’Angola, esso interessa vari paesi d’Europa. Una forma particolare di traffico concernente il Medio Oriente arabo riguarda la vendita di bambini del Bangladesh, del Pakistan, dell’India e del Sudan (spesso dopo essere stati rapiti) in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, per essere impiegati come fantini in gare di cammelli (fonti: OIM World Migration Report 2005;UNICEF 2006).

Vi è poi una migrazione volontaria dall’Asia del sud e dall’Etiopia verso il Medio Oriente arabo, ove le condizioni di lavoro sono non di rado paragonabili a quelle della schiavitù. Secondo il Rapporto di maggio 2006 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in Medio Oriente e nell’Africa del Nord si conterebbero 260.000 “lavoratori forzati”.

b) Asia

Il Medio Oriente resta la destinazione preferita anche dai migranti dell’Asia Meridionale, con recenti cambiamenti nei flussi verso paesi della stessa area e l’Europa. 

India e Pakistan sono le principali zone di transito dal Bangladesh e dal Nepal, e luoghi di emigrazione verso il Medio Oriente e l’Europa.

Il Bangladesh esporta manodopera verso il Medio Oriente e la Malaysia, ma si ritiene che oltre un milione di bangladesi viva oggi in Europa, USA, Sud Africa e Australia. Da questo paese, come anche dal Nepal, poi, i lavoratori si spostano per lunghe stagioni di raccolti in India.

Dalla Malaysia i migranti si dirigono in gran parte verso il Brunei, mentre i lavoratori dall’Indonesia sono impiegati principalmente in Malaysia, Singapore, Taiwan, Corea del Sud, Hong Kong, Brunei, Giappone e oltre la metà solo in Medio Oriente. L’Indonesia è un punto privilegiato di transito e di traffico di clandestini (manodopera cinese, donne e bambini filippini, tailandesi o del Myanmar).

L’Afghanistan è stato il generatore del più grande gruppo di rifugiati della regione. Oltre 4.000.000 di afgani sono rimpatriati, ma ne restano ancora circa 3,5 milioni all’estero, soprattutto in Iran e in Pakistan. 

Anche l’Iran emerge come paese di provenienza dei rifugiati che nel 2000 erano oltre 1.800.000 (fonte: OIM International Migration Report 2002) soprattutto in Europa e in Medio Oriente.

Il traffico di persone in Asia rappresenta circa 1/3 del traffico totale (1 milione di persone circa), con il 60% delle vittime destinate alle grandi città ed il 40% alle altre regioni del mondo (fonte: United Nations, 2003, cit. in OIM: International Migration Report 2005). Così le donne e i bambini dal Bangladesh vengono trafficati in India e, attraverso l’India, verso il Pakistan e il Medio Oriente per prostituzione, servizi domestici e lavoro forzato.

L’Asia ospita inoltre circa la metà delle persone assistite a livello mondiale dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

c) Europa

I paesi dell’Europa Centrale e occidentale ospitano circa 39 milioni di migranti internazionali, di cui i musulmani sarebbero 7,4 milioni (“Dossier statistico Immigrazione 2005” di Caritas/Migrantes).

Le comunità musulmane più numerose si trovano in Germania (2.800.000) Francia (1.500.000), Italia (919.492) e Spagna (540.000), mete preferite dai migranti irregolari dal Nord Africa, dall’Africa sub-sahariana, dal Corno d’Africa e dall’Asia (ibidem). Queste stime, tuttavia, sembrano attestate su criteri prudenziali.

L’Europa resta una delle mete ambite dai migranti di ogni parte del mondo. Molti arrivano in modi irregolari e tante sono le persone vittime della tratta: si ritiene che le donne vittime della tratta in Europa siano circa 500.000 (di cui 300.000 provenienti o transitate attraverso i Balcani). Numerosi sono anche i minori che vengono trafficati ogni anno, per elemosinare (soprattutto da Albania e Romania), per prostituzione o pedopornografia, come corrieri della droga, per lavoro in nero (Repubbliche ex-Sovietiche, Bulgaria, Albania, Nigeria, Sierra Leone, Cina, Afghanistan e Sri Lanka). Una strada della pedofilia è purtroppo l’adozione internazionale di minori, mentre preoccupa l’alto numero di minori che giungono in Europa non accompagnati e che divengono facilmente preda di persone senza scrupoli (cf. Dagmar Thiel, ottobre 2001 in www.stopchildtrafficking.org della Federazione Internazionale Terre des hommes, maggio 2006).

I paesi dell’Ex-Unione Sovietica hanno sperimentato complessi movimenti migratori negli ultimi 15 anni, con movimenti interni alla regione, che è anche zona di provenienza, di transito e ultimamente di destinazione. Gli imponenti flussi migratori provenienti dalle repubbliche ex-sovietiche sembrano ora diminuire (eccetto dalla regione del Caucaso) e dirigersi per nuove opportunità lavorative specialmente nella Federazione Russa (ove, nel 2003, circa la metà dei lavoratori immigrati proveniva dalle ex-Repubbliche sovietiche, un altro 20% dalla Cina) e nel Kazakhstan (prevalentemente migranti dall’Asia Centrale), che con la Bielorussia e l’Ucraina sono nell’area i paesi di destinazione per i migranti per motivi economici.

Oltre ad essere fonte di emigrazione irregolare, la regione continua ad essere luogo di transito per i migranti dell’Asia del Sud e Sud-Est, dalla Cina e dall’Afghanistan.Vi prosperano le attività di contrabbando e traffico di persone, gestite generalmente in maniera organizzata. L’area è usata principalmente come transito, ma recentemente anche come destinazione (Kazakhstan, Russia). Donne e bambini dei paesi delle repubbliche occidentali sono trafficati verso l’Europa, i Balcani e gli USA, mentre quelli dall’Asia Centrale sono inviati principalmente verso gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, la Turchia e la Corea del Sud. 

III.     Le cause delle migrazioni

a) La povertà e la disoccupazione sono le cause principali della migrazione irregolare, favorita da controlli inadeguati alle frontiere e da grande domanda di manodopera abusiva connessa con politiche restrittive d’ingresso.

Le difficili condizioni economiche nei Paesi più poveri causano nella popolazione una speranza di vita nettamente inferiore, divari nell’educazione e nell’impiego delle persone specializzate ed hanno effetti sulla crescita demografica.

La maggior parte delle persone emigra per motivi strettamente economici, per la disparità dei salari (nell’Africa subsahariana il 45,7% delle persone vive con meno di un dollaro al giorno) e per gli alti tassi di disoccupazione (il 12,2% nel Nord Africa e il 15%, nel Medio Oriente Arabo, che ha il più alto tasso di disoccupazione in assoluto, 3 volte la media mondiale [fonte: United Nations Development Program (UNDP), 2002], comparato con il 6,6% medio nelle economie industrializzate).

Per quanto riguarda le migrazioni dalle aree del Maghreb (Marocco, Tunisia, Libia e Algeria) e 13 Stati del Medio Oriente Arabo, comprendenti quelle del Masreq (Egitto, Giordania, Iraq, Libano, Siria e Yemen, oltre ai Territori Palestinesi) e quelli del Gulf Cooperation Council (Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) le cause che caratterizzano la migrazione dall’area possono essere in gran parte riferite all’alto tasso di disoccupazione; alla crescente mancanza di posti di lavoro (gli analisti prevedono il raddoppio delle forze lavorative entro il 2020); al basso tasso di impiego presso il settore privato in rapporto ad una notevole percentuale di lavoratori impiegati presso il settore pubblico; alla crescita del settore informale e illegale.

In questi paesi la migrazione è favorita anche a livello istituzionale da una dipendenza strutturale dalle rimesse dall’estero e (sia da parte dei paesi d’accoglienza che di quelli di provenienza) da una dipendenza strutturale dal lavoro dei migranti.

Dal punto di vista dello sviluppo (fonte UNDP 2004: Human Development Index) i paesi della regione a sud del Mediterraneo sono molto diversi: se Bahrain, Kuwait, Qatar e EAU sono tra i paesi più sviluppati, ed altri (Libia, Tunisia, Giordania, Libano, Oman, Turchia, Algeria, Egitto, Marocco), sono a livello medio, la Siria (con l’Albania) è in posizione più arretrata e lo Yemen è al livello inferiore.

Se l’Arabia Saudita conta l’8% di disoccupati, la percentuale raggiunge il 28% in Marocco e in Algeria. Le cause di ciò sono le più varie, ma, fra queste, tra le ragioni economiche pesa la dicotomia tra pubblico e privato, scoraggiato da una pesante normativa. Nel 2003 nei paesi del Golfo la percentuale dei lavoratori nel settore pubblico era molto alta e passava dal 22% dell’Arabia Saudita al 94% del Kuwait.

Non sembra, invece, che incida in modo significativo sulla determinazione di emigrare il desiderio di acquisire maggiori specializzazioni culturali. In genere, la popolazione immigrata entra nei paesi di destinazione con qualifiche corrispondenti ai nativi in paesi ove questi ultimi hanno livelli di educazione medi (Grecia, Italia, Spagna, Irlanda), mentre in altri paesi i nativi sono mediamente più qualificati degli immigrati.

b) Altre cause sono le tensioni politiche ed etniche, ma anche i conflitti, le violazioni dei diritti umani, le violenze sociali ed anche domestiche. I conflitti violenti sono una delle principali cause di migrazione nella regione mediorientale. Nel 2003 essa ospitava circa 6 milioni di rifugiati, inclusi 4 milioni di Palestinesi, la più numerosa popolazione rifugiata nel mondo.

c) Anche la pressione demografica, tuttora alta, collegata con le insufficienti condizioni economiche è un forte incentivo alla migrazione e si prevede che ciò crescerà nei prossimi anni.

Sebbene in Algeria, Marocco e Tunisia si sia avuto un calo di fertilità negli ultimi 25 anni equivalente in percentuale a quello della Francia, negli ultimi 2 secoli, e la Tunisia abbia raggiunto lo stesso livello di fertilità dei paesi occidentali, non si prevede di notarne gli effetti sul mercato del lavoro, fino al 2010.

Per converso, in Europa, come in altre regioni del mondo, il declino demografico legato all’aumento dell’aspettativa di vita costituisce un fattore determinante per attirare persone provenienti da altre regioni, rispetto a qualunque altra regione. Tuttavia, nei paesi europei si nota che l’integrazione avviene più lentamente che negli USA o in Canada. 

IV. Aspetti che caratterizzano i flussi migratori

Come nota la Commissione Mondiale per le Migrazioni Internazionali, (Rapporto, ottobre 2005) la mobilità umana, oggi in espansione, è anche estremamente complessa nelle sue dinamiche, nella composizione dei gruppi, nelle categorie dei migranti individuali, ecc.

Il diritto a migrare citato dagli strumenti internazionali mira prevalentemente (ma non esclusivamente) a soddisfare alcuni diritti di carattere economico e sociale che comportano un impegno finanziario da parte dei paesi d’accoglienza e si riflettono, d’altra parte, sulle economie dei paesi di origine.

Come ho detto, la maggior parte dei migranti si sposta per motivi economici, per sfuggire a situazioni di povertà. Tuttavia, l’esodo incide al contempo non poco sul persistere delle situazioni di povertà nei loro paesi, per lo spostamento delle migliori forze lavorative, giovani e motivate.

a) Le rimesse dall’estero regolari costituiscono globalmente il triplo delle somme trasferite nei paesi in via di sviluppo come aiuti ufficiali allo sviluppo. Sono anche una importante risorsa nella critica situazione economica di tutti i paesi dell’area del Nord Africa e Medio Oriente, di cui rappresentano una significativa percentuale rispetto al Prodotto Interno Lordo (nel 2001, il 23% del P.I.L. della Giordania ed il 9,7% del Marocco).

Il 90% del totale delle rimesse dall’estero proviene dai paesi sviluppati (28% da USA, 15% da Arabia Saudita, seguono Germania, Belgio e Svizzera).

Per quanto riguarda in particolare i paesi asiatici, le rimesse integrano in maniera notevole il prodotto interno lordo, benché qui non contribuiscano in maniera significativa ad alzare il livello dello sviluppo del paese ricevente (per il loro carattere di aiuto familiare, la scarsa dimestichezza dei migranti con gli strumenti finanziari, ecc.).

Non si deve sottovalutare, a questo proposito, l’importanza economica di questo grande flusso di capitali. Da più parti si invoca la riduzione delle tariffe per il trasferimento dei fondi, la trasparenza delle transazioni e dei trasferimenti, come la massimizzazione dell’impatto delle rimesse sullo sviluppo dei paesi riceventi.

b) Benché le rimesse costituiscano un capitolo importante della economia dei paesi in via di sviluppo, la forte emigrazione da queste aree di manodopera giovane e talora già formata, cui si aggiunge quella di scienziati specializzati, penalizza pesantemente lo sviluppo dei paesi d’origine. Mancano dati attendibili sul brain drain (la “fuga di cervelli”) di numerosi paesi.

Ad esempio, l’alto livello di specializzazione è un elemento che caratterizza numerosi migranti dal Maghreb e dagli Stati Arabi. Tuttavia, sembra che non sia la paga il primo incentivo ad emigrare, quanto la difficoltà di carriera, le condizioni sociali, l’insoddisfazione del lavoro. La migrazione porta però le imprese che investono nell’area a coprire, a loro volta, con lavoratori esterni la carenza di personale qualificato locale. I salari di esperti stranieri e della manodopera qualificata straniera in questi paesi raggiungono l’80-90% degli aiuti allo sviluppo e degli investimenti.

Vi sono studi e tentativi da parte dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, dell’UNDP e della Banca Mondiale per affrontare il problema e tentare di risolverlo o, almeno, di gestirlo, eventualmente con una brain circulation, considerandone sia i legami con la situazione economica e di rispetto dei diritti umani dei paesi di provenienza, sia la possibilità che esso si trasformi in un brain gain, tanto per i paesi d’accoglienza, che per quelli di origine, al momento del rimpatrio di questi migranti specializzati.

È importante, a questo riguardo, agevolare la circolazione della manodopera qualificata su base temporanea, stimolare, tramite loro, il trasferimento di tecnologie e di capitale verso la madrepatria e favorire il crescente interesse dei paesi industrializzati ad affidare programmi e servizi alla manodopera altamente qualificata in paesi in via di sviluppo.

Particolare preoccupazione desta nella comunità internazionale la forte “emorragia” dai paesi in via di sviluppo del personale sanitario.

c) Per quanto concerne il mercato del lavoro, negli anni più recenti, nei paesi occidentali, il settore privato sta esercitando una forte pressione sugli Stati affinché adottino misure meno restrittive in tema di spostamenti di manodopera (qualificata o non qualificata, e, comunque, considerata flessibile e a basso costo) da un paese all’altro, cui si unisce la richiesta di liberalizzare decisamente il trasferimento di beni e di servizi. Negoziati a questo riguardo sono in corso presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

I Governi, d’altra parte, si confrontano con i timori di una parte della società che l’entrata di stranieri possa avere conseguenze negative sulla sicurezza e la stabilità dello Stato e diminuire le opportunità di lavoro per i cittadini, anche se l’impiego lavorativo di lavoratori migranti sembra avere solo limitate ricadute negative sull’occupazione dei lavoratori autoctoni.

Di una gestione accorta e trasparente delle migrazioni potrebbero beneficiare sia i paesi di origine che quelli di destinazione. La comunità internazionale si sta interrogando con crescente frequenza e determinazione sulle misure che potrebbero assicurare i migliori risultati, dal punto di vista dei diritti dei migranti, dei loro spostamenti, dell’occupazione e dei salari, della salute, dell’integrazione e degli effetti pensionistici, ecc.. 

V. Conseguenze sociali, culturali, religiose, politiche

a) I migranti, generalmente giovani e motivati, e specialmente quelli che si trovano in posizione regolare, portano un indubbio contributo alle economie dei paesi occidentali, sia per l’assunzione di impegni che i nativi non desiderano o non possono più assumersi, sia per il ringiovanimento della compagine sociale, con la conseguente maggiore capacità di iniziativa e creatività nell’attività lavorativa, e per l’assunzione di obblighi fiscali e contributivi che alleviano il fardello delle future generazioni.

Il tempo non consente di approfondire questo tema, peraltro molto dibattuto in varie nazioni europee, timorose di aprire il proprio territorio e, tuttavia, in cronica necessità di manodopera giovane, flessibile e a buon mercato, il cui impiego lavorativo sembra avere, d’altra parte, solo limitate ricadute negative sull’occupazione dei lavoratori autoctoni.

b) Gli immigrati sono spesso raggiunti dalla famiglia e costituiscono anche un fattore di stabilità demografica per le società occidentali in rapido invecchiamento e in calo demografico. Si stima che oggi la crescita demografica dei paesi sviluppati, là dove avviene, sia dovuta per i tre quarti agli immigrati.

Secondo la Commissione Mondiale per le Migrazioni Internazionali dal 1995 al 2000 la popolazione europea si sarebbe ridotta del 4,4% senza l’immigrazione, che dal 1990 al 2000 ha contribuito per l’89% all’aumento della popolazione europea. Per la stessa fonte, anche per la popolazione degli Stati Uniti d’America l’aumento del tasso demografico in misura del 75% dal 1995 al 2000 è dovuto all’immigrazione.

A fronte dei proclami lanciati da alcuni circa l’alto tasso di fertilità degli immigrati musulmani nei paesi occidentali, tale che i credenti nell’Islam raggiungerebbero nel giro di pochi anni il numero dei cattolici (cf. studi dell’Istituto centrale di archivi islamici di Soest, Germania), altri (Prof. Tito Boeri, Università Bocconi, Milano) obiettano che il tasso di fertilità, capace all’inizio di alzare i tassi del paese ricevente, si riallinea alla misura precedente entro due generazioni.

c) I benefici economici apportati alle società di accoglienza, tuttavia, come pure i problemi di vario genere, debbono essere studiati anche per il profondo impatto sociale di numerose comunità immigrate, soprattutto se non integrate pienamente. La composizione della società che le riceve si troverà in pochi anni a misurarsi con una realtà che, nel migliore dei casi sarà multiculturale, o altrimenti, divisa. L’esperienza insegna poi che i problemi di integrazione non si limitano alla prima generazione, ma chiedono notevole impegno anche per quelle seguenti, pena la crescita di una latente ostilità, sia nella società di accoglienza che fra gli immigrati, che può sfociare da una parte nell’emarginazione o nella xenofobia e, dall’altra, nella chiusura e nel rifiuto di ogni integrazione.

Più in generale, l’impatto sociale di importanti contingenti di migranti interessa questioni di sviluppo e di lavoro, come pure aspetti ambientali, sanitari, educativi, culturali, politici, religiosi. Ciò vale in generale per tutti i migranti, ma sembra oggi attenere in maniera particolare alla numerosa presenza di persone di fede musulmana nelle società occidentali, queste, finora – almeno in Europa – culturalmente omogenee.

d) È interessante notare che la religione costituisce per varie persone provenienti dai paesi a maggioranza islamica un elemento di profonda identificazione, anche se si riscontrano, anche in queste comunità, vari casi di riduzione della pratica religiosa e di allontanamento dalla convinzione religiosa. Secondo varie fonti i membri delle comunità islamiche nei maggiori paesi europei che frequentano le moschee sono circa il 10%.[3]

È stato detto che la migrazione islamica dev’essere studiata attraverso la lente “transnazionale”, nel senso che questi migranti continuano a giocare un ruolo nel proprio paese, a gestirvi interessi economici, familiari, politici, sociali, ecc., pur vivendo nel paese di emigrazione.

L’Islam svolge un ruolo importante relativamente all’integrazione (o alla mancata integrazione) dei migranti di religione musulmana nei nuovi ambiti, anche se ciò varia, in dipendenza dalle politiche dei diversi Stati. Alcuni governi dei loro paesi di origine mantengono un coinvolgimento nella vita religiosa degli emigrati, anche attraverso le Ambasciate, favorendo il “trapianto” delle istituzioni religiose nei paesi di accoglienza e promuovendo forti legami tra gli emigrati e la loro terra. È risaputo che le associazioni religiose islamiche hanno un forte ruolo aggregativo e ideologico sulle comunità della diaspora musulmana. Inoltre, le reti create dalla comune appartenenza religiosa regolano importanti meccanismi sociali formali e informali di assistenza legale, sanitaria, l’aiuto all’impiego.

e) Oggi uomini e donne sono chiamati a vivere in realtà caratterizzate da culture e religioni diverse, con la possibilità di fratture ove questa differenza è vissuta da una parte o da entrambe le parti con diffidenza, pregiudizi e reciproche paure.

Nelle società oggi definite “post secolari” (in cui la religione ha ripreso un certo ruolo, anche se spesso non in forme istituzionali), governi e legislatori si interrogano sull’adozione o sulla revisione delle politiche, strategie e collaborazioni per rispondere alle nuove realtà sociali.

Ci si misura con la sensibilizzazione dell’opinione pubblica alla accettazione delle diversità e delle pratiche religiose (che comporta, fra l’altro, il riconoscimento delle feste religiose, del ruolo di scuole confessionali o della possibilità di indossare vesti o portare oggetti aventi carattere religioso), sui modi di promuovere la tolleranza e la necessità di evitare l’esclusione, la xenofobia, come – da parte degli immigrati stessi – il rigetto dell’integrazione e, al contempo, l’accettazione di ciò che è percepito come appoggio e accoglienza, da qualunque parte provenga, offrendo così ansa al proselitismo di gruppi fondamentalisti.

La tendenza attuale a relegare le pratiche religiose nella sfera privata, nella convinzione che ciò sia richiesto dalla struttura di una società multiculturale, dev’essere ripensato (certo con la dovuta prudenza), tra l’altro, anche per il pericolo di costituire “ghetti” che potrebbero creare nuovi problemi d’integrazione.

Non si può disconoscere il ruolo dei mezzi di comunicazione nell’indirizzare l’opinione pubblica verso l’accettazione (o il rifiuto) di questi immigrati. Essi creano sovente scenari minacciosi, ma costituiscono anche importanti fori di dialogo e di reciproca conoscenza. 

VI. La libertà religiosa

La Santa Sede ha più volte ribadito la necessità che ciascun migrante, si trovi esso in condizione di ingresso legale o illegale nel paese, veda riconosciuti pienamente la propria dignità ed i propri diritti, sia quelli naturali, sia quelli sanciti dalla normativa internazionale. Ciò significa, tra l’altro, il riconoscimento del diritto alla libertà religiosa, che può esprimersi oltre che nella sfera individuale o privata, anche mediante atti collettivi, personali o comunitari, aventi una visibilità pubblica.

La pratica religiosa, sul piano personale, comprende la libertà di aderire o non aderire ad una fede ed alla corrispondente comunità e di cambiare la propria religione senza alcuna costrizione nell’ambito civile; di compiere individualmente e collettivamente atti di culto in luoghi di culto, secondo il bisogno; la libertà nell’ambito civile da ogni costrizione, sul piano personale o sociale, a compiere atti contrari alla fede finora tenuta, o di aderire a gruppi che abbiano principi contrari alla propria convinzione religiosa e di non subire discriminazioni sul piano civile per tale motivo; di beneficiare dell’assistenza religiosa anche all’estero, o in luoghi di cura, nelle caserme militari, nei luoghi di detenzione, nei campi profughi, ecc.; la libertà dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni e la possibilità di far loro frequentare l’insegnamento religioso.

Anche quando uno Stato accorda ad una religione uno status giuridico particolare, esso è tenuto a rispettare effettivamente il diritto alla libertà di coscienza di tutti: vale a dire dei cittadini, come anche degli stranieri che si trovano sul suo territorio.

Da parte dei migranti, il primo passo verso la società che li accoglie dovrà essere quello del rispetto della legislazione e dei valori su cui tale società fonda le proprie radici, inclusi i valori religiosi. In mancanza di ciò l’integrazione sarà di fatto vana pretesa, priva di fondamento.

Se il fattore religioso era considerato in passato marginale negli studi sulle migrazioni, oggi cresce l’interesse per le questioni connesse con l’appartenenza religiosa degli immigrati. Tuttavia, mancano dati attendibili su tale appartenenza e vi sono discordanze circa l’effettiva appartenenza religiosa di interi gruppi di migranti.

Per quanto riguarda i paesi di religione islamica, sappiamo che abbiamo di fronte non un interlocutore omogeneo, ma un Islam che ha volti diversi, che occorre tenere in considerazione in ogni contesto.

Si può notare recentemente, tuttavia, da parte dei paesi a maggioranza islamica, una tendenza generale a promuovere anche all’estero una condotta conforme a precetti islamici in forma sempre più radicale e ad affermare una maggiore presenza pubblica di tale forma di condotta. Questo fenomeno che sfocia, talora, in fanatismo religioso con forti pressioni sociali ed istituzionali sulle minoranze di fede diversa, è dovuto in parte ai gruppi salafita e wahabita che si espandono dall’Arabia Saudita. In ambito sciita, ha avuto un grande influsso la rivoluzione dell’Ayatollah Komeini e la costituzione della Repubblica islamica d’Iran.

Fino a qualche decennio fa, l’Asia, ove vive la maggior parte dei seguaci di Maometto, non presentava particolari sfide e la convivenza tra musulmani e seguaci di religioni diverse si svolgeva più o meno pacificamente. Negli ultimi anni si assiste alla crescita di gruppi estremisti e perfino terroristi, con fenomeni crescenti di violenze contro le minoranze.

Vi sono poi precise strategie che favoriscono la forte espansione dell’Islam nel continente africano, come anche – sebbene in misura minore – in Europa.

In alcuni paesi a maggioranza islamica, specie in Asia, le prime vittime delle persecuzioni per motivi religiosi sono gli adepti di un Islam considerato non ortodosso. La già segnalata crescente radicalizzazione preoccupa però, in particolare, a motivo dei casi di cristiani ingiustamente sottoposti ai tribunali islamici a motivo della loro fede.

Se da più parti si invoca almeno la reciprocità del rispetto e delle concessioni (libertà di culto, costruzione di luoghi di culto,...), tuttavia questo concetto, ormai entrato nella regolamentazione dei rapporti (per esempio in materia fiscale) tra numerosi Stati di vari continenti, sembra per ora estraneo in materia religiosa a gran parte dei paesi musulmani, che invocano per i loro cittadini all’estero la pienezza dei diritti che non riconoscono, invece, ai migranti di altre fedi sul proprio territorio.

La grande varietà dei paesi a forte componente islamica rende sempre più importante il ruolo particolare delle grandi Organizzazioni internazionali islamiche nella determinazione delle politiche e delle strategie concertate.

Cito solo le più importanti: 

  • il Congresso del Mondo Musulmano o Congresso Islamico Mondiale, con sede a Karachi (Pakistan): mira ad incrementare il sentimento di solidarietà nell’ambito della Ummah e promuove interessi politici, economici, religiosi, educativi e culturali;
  • la Lega Musulmana Mondiale o Lega del Mondo Islamico, ONG con sede alla Mecca: ha lo scopo di far conoscere e difendere gli insegnamenti e la fede dell’Islam, salvaguardare gli interessi dei musulmani e risolvere i loro problemi. Ha particolare attenzione al continente africano. Finanzia programmi sociali in paesi a forte componente musulmana ed è molto presente nei fori internazionali. Uno dei suoi dipartimenti è destinato alla lotta contro la cristianizzazione. Dalla Lega dipendono organismi come il Consiglio supremo per le Moschee, che si adopera per la costruzione delle moschee soprattutto in aree dove gli abitanti si convertono. Tra le sue attribuzioni v’è quella di fermare le emissioni di programmi cristiani di radio e telecomunicazione in paesi islamici;
  • l’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), con sede a Jedda (Arabia Saudita): ha lo scopo di rafforzare la solidarietà e la cooperazione tra gli Stati membri, salvaguardare l’indipendenza e la dignità dei musulmani, favorire i rapporti tra la comunità islamica e le altre Nazioni, .... È composta da 57 paesi e rappresenta 1 miliardo e 150 milioni di musulmani nel mondo. Da essa dipendono numerosi organismi e uffici specializzati.

VII. La Chiesa Cattolica

Non tratterò qui il gran numero di iniziative condotte dalla Chiesa Cattolica per l’accoglienza dei migranti, anche di fede islamica: il Dicastero conosce meglio di me la situazione di queste attività, la buona volontà, i risultati e le difficoltà che le organizzazioni cattoliche sono chiamate quotidianamente ad affrontare nell’accogliere, come il buon samaritano, queste persone, senza chiedere nulla in cambio, ma attendendo la ricompensa solo dal Signore.

Citerò solo l’importanza delle strutture degli enti religiosi esistenti nei paesi che ricevono i migranti (nidi d’infanzia, scuole, case d’accoglienza, ospedali, ecc.). Esse costituiscono un valido supporto per l’accoglienza, l’assistenza e l’integrazione dei migranti nella nuova realtà sociale, nel rispetto dell’identità religiosa e culturale, senza alcun intento di proselitismo.

Sono inoltre importanti e da valorizzare, seguendoli con la giusta attenzione, i tentativi condotti in vari paesi dalle comunità di istituti religiosi e da aggregazioni laicali, per il dialogo e la formazione alla reciproca tolleranza tra chi professa la religione della maggioranza e gli appartenenti alle minoranze, costituite frequentemente da immigrati che seguono religioni diverse. 

VIII. Come migliorare la situazione? Prospettive

Ciò di cui, invece, dovrei ora parlare, sono gli atteggiamenti da prendere, le misure che possiamo adottare nel nostro approccio alle persone di fede islamica, tenendo presente che queste questioni avranno importanza crescente negli anni a venire.

a)        In linea di principio, occorre dire che di fronte all’Islam la Chiesa è chiamata a vivere la propria identità fino in fondo, non arretrare e prendere posizioni chiare e coraggiose per affermare l’identità cristiana. Sappiamo bene che l’Islam radicale approfitta di ogni segno che esso interpreta come di debolezza.

 

b) Ciò non esime ed anzi spinge a prestare attenzione alle iniziative di dialogo in atto, anche in ambito internazionale a livello delle Nazioni Unite o di singole organizzazioni o paesi, anche nell’ambito del Mediterraneo, luogo privilegiato d’incontro tra le due sponde (cito a questo riguardo il Processo di Barcellona che include vari aspetti di questo dialogo).

È evidente che le iniziative di dialogo su temi religiosi non spettano agli Stati, ma agli esponenti religiosi, anche se esse possono essere facilitate dai responsabili politici.

c) Da un punto di vista strettamente politico, possiamo dire che un problema di fondo che emerge nel trattare con i paesi a maggioranza islamica è la mancanza di una separazione tra religione e Stato, tra ambito religioso e ambito politico.

Ciò, come ben sappiamo, ha numerose ricadute sullo status giuridico e sulla libertà religiosa delle persone di altre fedi – siano esse autoctone o immigrate – in quei paesi. Occorre contribuire a far maturare l’idea della necessità di distinguere i due ambiti, promuovere la reciproca autonomia, pur nella collaborazione delle diverse sfere (che possono coesistere senza contraddirsi), ed il dialogo tra le autorità religiose e le autorità politiche, nel rispetto della rispettiva competenza e reciproca indipendenza, promuovendo tale impostazione nell’ambito della diplomazia bilaterale e multilaterale. In questo ambito la Santa Sede può offrire – ed offre – il suo contributo nei diversi fori internazionali, sviluppando in merito una elaborazione dottrinale.

È importante che i paesi occidentali creino aree di scambio con i paesi a maggioranza islamica, su tutti i temi che interessano il bene comune internazionale. Si potrà partire dai temi della sicurezza e della cooperazione, che coinvolgono grandi masse di migranti.

Per inciso, con riferimento agli aspetti economici e inerenti al mercato del lavoro, ricordo che la Santa Sede ha appoggiato i negoziati in corso presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) riguardanti i movimenti di persone qualificate o semi-qualificate (Mode 4), ritenendo che la facilitazione della migrazione temporanea per motivi di lavoro potrà offrire ai paesi in via di sviluppo l’opportunità di sfruttare alcuni dei loro vantaggi: stipendi limitati, collegati, in molti casi, ad alte qualifiche.

d) Un tema particolarmente delicato è il rispetto delle minoranze e dei diritti umani, particolarmente della libertà religiosa che include, come ho già detto, anche la libertà di cambiare senza costrizioni la propria religione e di abbracciarne un’altra. Sappiamo che, anche in ambito musulmano, hanno buona eco le dichiarazioni e gli interventi del Papa a questo proposito.

La comunità internazionale dovrebbe riesaminare politiche e strategie che hanno ripercussioni sulla libertà religiosa e sugli altri diritti umani, verificando, inoltre, che non si abusi del partenariato delle organizzazioni non governative con le istituzioni internazionali a carattere umanitario e di assistenza ai migranti e ai rifugiati, per scopi di proselitismo religioso.[4]

La Santa Sede non cesserà di far udire la propria voce presso le Organizzazioni e nelle Conferenze internazionali, per promuovere il rispetto dei diritti umani dei migranti, il riconoscimento di una situazione giuridica adeguata alla dignità di ogni persona.

e) Continuerà, inoltre, a dichiarare la propria ferma opposizione ad ogni tentativo di sfruttare la religione per giustificare il terrorismo e la violenza, che ancor oggi costringe alla fuga dal proprio paese un gran numero di persone.

f) Un problema delicato per la Chiesa è costituito dalla protezione dei cristiani in paesi a maggioranza islamica, che sta inducendo migliaia di cristiani a lasciare la loro patria ove non sono più adeguatamente protetti nei loro diritti fondamentali.

È particolarmente dolorosa la situazione dei cristiani in Terra Santa; ma anche in Turchia e negli altri paesi del Medio Oriente la loro presenza si è ridotta considerevolmente. Molti dei cristiani che vi si trovano sono stranieri soggiornanti in via temporanea. È triste constatare oggi anche l’esodo dei cristiani dall’Iraq, ove la presenza cristiana è minoritaria ma ben radicata. È impossibile citare in proposito dati precisi, atteso che in quei paesi (compreso Israele) non vi sono censimenti, tuttavia, comparando i dati degli Annuari Statistici della Chiesa con altri delle Nazioni Unite, del Dipartimento di Stato americano e quelli riferiti dalle Nunziature Apostoliche, risulta che in Iran la popolazione di fede cattolica costituiva lo 0,1% del totale della popolazione nel 1973, mentre nel 2005 essa si è ridotta allo 0,01%; in Iraq tale presenza è diminuita dei 2/3: dal 2,6% della popolazione nel 1973, essa è passata all’1% nel 2005; sempre nel 1973, in Siria i cattolici costituivano il 2,8% della popolazione, nel 2005 essi sono scesi all’1,9%; nel 1973, in Israele-Palestina i cattolici erano l’1,9% della popolazione, mentre nel 2003 tale presenza risultava dimezzata, ossia l’1% della popolazione.

Concomitante a tale diminuzione, è la crescita in questi paesi del numero dei matrimoni misti, in cui il coniuge cattolico è particolarmente indifeso a motivo dei regimi giuridici ispirati all’islam.

Occorre tuttavia continuare gli sforzi a tutti i livelli e non stancarsi di chiedere, intensificando il dialogo in loco, che vengano prese in esame le misure legislative che possano difendere i cristiani (molti dei quali sono deboli e indifesi a doppio titolo, appartenendo spesso alle classi più povere ed emarginate).

La Santa Sede, da parte sua, cerca tramite i Rappresentanti Pontifici di favorire il dialogo con le autorità dei paesi interessati, a sostegno dei cristiani, stipulando, ove possibile, Accordi su specifiche e limitate materie e chiedendo il rispetto degli strumenti internazionali sui diritti umani, ai quali hanno aderito anche alcuni paesi a maggioranza islamica.

In questi paesi sarà anche opportuno appoggiare il rafforzamento della società e del diritto civile, l’elevazione culturale ed in particolare la formazione alle scienze umanistiche e storiche, il miglioramento della condizione delle donne.

Sarà importante identificare gli interlocutori qualificati, con i quali affermare i valori del rispetto reciproco, della solidarietà e della pace, la sacralità della vita e, in generale, il servizio ai valori morali fondamentali, la difesa della dignità della persona e dei diritti che da essa derivano (cf. Discorso di S.S. Benedetto XVI alle Comunità musulmane in Germania, Colonia, 20 agosto 2005).

g) Per quanto riguarda la presenza dei migranti musulmani nei paesi a maggioranza cristiana, come si è detto, occorre sottolineare l’importanza dell’integrazione.

Preliminarmente ed in via generale, vorrei osservare che la Chiesa, in conformità alla natura cattolica della sua missione ed alla sua scelta preferenziale per i poveri, è in favore dell’affermazione del diritto ad emigrare e alla tutela dei diritti dei migranti. Ciò non toglie che sia grave compito dei politici di regolare la consistenza e la forma dei flussi migratori, così che gli immigrati possano sentirsi accolti umanamente con dignità e la popolazione del paese che li riceve non sia posta in condizioni oggettivamente favorevoli al rigetto, con conseguenze nefaste per gli immigrati, ma non meno per la cultura umana della popolazione ospitante e per i rapporti tra i popoli.

Ciò premesso, in ogni caso i cristiani e gli stessi Pastori sono sfidati a nuovi impegni di solidarietà e di condivisione, che sono legati alla necessità di approfondire la conoscenza delle culture di coloro che si aggiungono alla loro comunità sociale, ma anche, inscindibilmente, di dare testimonianza dei propri valori, in vista del “rispettoso annuncio” della propria fede. Molte volte, ciò che colpisce questi immigrati è il sentimento di trovarsi all’interno di società che hanno perso, con le proprie radici religiose, ogni riferimento etico.

Vi sono poi molti di questi immigrati che, pur provenendo da paesi a maggioranza islamica, non hanno alcuna pratica religiosa. Tutti dovrebbero trovare persone consapevoli dell’amore di Dio e capaci di comunicarlo ai fratelli, senza timori o reticenze.

Coloro che vogliono convertirsi alla fede cattolica dovranno essere seguiti e assistiti, giacché contro di loro possono essere esercitate gravi pressioni (non escluse minacce di morte) dalle famiglie o persino dai servizi segreti o da funzionari delle Ambasciate dei loro paesi di provenienza. Essi dovranno essere sufficientemente forti nella loro fede, anche per affrontare l’impatto che su di essa può avere l’eventuale ritorno nella loro patria, o la rinuncia ad un tale ritorno.

Sembra opportuno, quindi, che nelle Conferenze Episcopali dei paesi interessati da questa immigrazione vi sia almeno qualche Presule incaricato di seguire con attenzione ed attivo interessamento la presenza dell’Islam e dei suoi fedeli. Analogamente, è utile la formazione di gruppi di laici specializzati su questo tema, che potrebbero aiutare i Vescovi ed i sacerdoti con opportune iniziative di dialogo e di incontro, oltre che di confronto.

h) I mezzi di comunicazione sociale della Chiesa cattolica potranno dare un importante contributo per formare i cristiani in questo campo e per diffondere la conoscenza della nostra fede anche tra i musulmani, mediante programmi radiofonici recepibili in paesi confinanti, siti Internet, programmi trasmessi via satellite.

i) Sarà infine di grande importanza la collaborazione con i Dicasteri della Curia Romana, con le Conferenze Episcopali e le Chiese locali maggiormente interessati all’argomento, nonché con le altre Chiese e confessioni cristiane, per esaminare l’evoluzione della situazione, scambiare punti di vista e lanciare opportune iniziative.

Il Santo Padre, nell’incontro con le Comunità musulmane a Colonia, il 20 agosto 2005, ha affermato che “Il dialogo interreligioso e interculturale tra i cristiani e i musulmani non può essere ridotto ad un extra opzionale. Esso è una vitale necessità, da cui dipende in larga misura il nostro futuro”.

Mettiamo mano, quindi, a questo lavoro, con prudenza e attenzione, ma anche con libertà di spirito e speranza, certi che Colui che guida i destini della storia chiede anche il nostro impegno ed il nostro amore per raggiungere il grande mondo dei credenti musulmani ed arricchirlo del fermento evangelico. È un nostro dovere e, non dimentichiamolo, parimenti un loro diritto.



[1]Cf. Organizzazione Mondiale per le Migrazioni - World Migration 2003.
[2]"...ogni persona che, a causa di aggressione esterna, occupazione, dominazione straniera, o eventi che turbino seriamente l’ordine pubblico in tutto o parte del suo paese d’origine o di nazionalità, è costretto a lasciare il luogo di sua residenza abituale per cercare rifugio in un’altro posto fuori del suo paese d’origine o di nazionalità".  
[3]O addirittura il 5% (Cf. Farian Sabahi “Islam: identità inquieta dell’Europa” ed. Il Saggiatore). Secondo l’Università di Padova, il 49% dei musulmani in Italia sarebbero “osservanti”, a fronte di un 23% di “secolarizzati”.
[4]Ci si dovrebbe interrogare sulla proibizione del proselitismo, parola di cui occorre chiarire il significato, giacché dal suo concetto dovrebbe esserne esclusa ogni libera e non polemica esposizione della propria fede. 

 

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