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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 101 (Suppl.), August 2006

 

 

SITUAZIONE GENERALE DEL DIALOGO ISLAMO-CRISTIANO

 

 

S.E. Mons.Pier Luigi CELATA

Segretario

Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-religioso

 

 

1. Nuova convivenza tra cristiani e musulmani

Com’è noto, il crescente fenomeno della mobilità umana, causato soprattutto da ragioni economiche, continua a determinare il superamento di quei confini geo-politici che un tempo costituivano, in molti casi ed in modo abbastanza netto, anche le linee di separazione tra il mondo cristiano e quello islamico. Lo stesso superamento è favorito, inoltre, dallo sviluppo delle comunicazioni, che hanno ormai assunto carattere di globalità.

I rapporti fra cristiani e musulmani erano prima per lo più circoscritti in paesi a larga maggioranza musulmana in cui erano presenti comunità cristiane – quasi sempre minoritarie – e venivano regolati in base a consuetudini e politiche di certa tolleranza.

Movimenti nazionalisti spesso sostenuti dall’islam, il sorgere di stati autonomi e indipendenti con una popolazione quasi totalmente musulmana, movimenti migratori di cristiani verso alcuni paesi musulmani con rilevanti potenzialità economiche e, ancor più massicciamente, di musulmani verso paesi di tradizione cristiana, hanno fatto insorgere ed imposto una nuova, seria problematica relativa alla convivenza tra antichi e nuovi cittadini e, più specificamente, tra cristiani e musulmani.

Nei paesi occidentali la presenza della componente musulmana ha investito e continua ad investire la società nelle sue varie dimensioni: costume, andamento demografico, cultura, politica, sicurezza e, non ultima, identità religiosa. 

2. Chiesa e musulmani

Nel nuovo quadro di rapporti venutosi a creare con i musulmani, la Chiesa ha potuto attingere alla sua antica esperienza di contatto e convivenza con essi nonché alla sua rinnovata presa di coscienza, a partire e sulla base del magistero del Concilio Vaticano II, della propria identità di sacramento universale di salvezza e della propria missione di carità verso tutti gli uomini. Una carità che la Chiesa esprime testimoniando il Signore Gesù a tutti, in particolare ai seguaci di altre religioni e, tra questi, a speciale titolo, ai musulmani: essi infatti, come ci ricorda lo stesso Concilio, “riconoscono il Creatore” e, “professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale” (LG, 16). A questa affermazione della Costituzione dogmatica Lumen Gentium, fa eco la Dichiarazione Nostra Aetate che sarà poi – come l’ha definita il Santo Padre Benedetto XVI – la Magna Charta del dialogo con i musulmani: “La Chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti anche nascosti di Dio, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce … E sebbene, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra i cristiani e musulmani, il sacrosanto sinodo esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione….” (NA, 3).

Missione di carità e di testimonianza – quella verso i seguaci di altre religioni – che esprime quell’atteggiamento di dialogo Chiesa-mondo, maturato negli anni del Vaticano II e consacrato, nella sua piena accezione, nella prima Enciclica di Paolo VI, “Ecclesiam suam” e poi nei documenti dello stesso Concilio (cfr NA, 2; GS, 3, 43, 92; AG, 11, 16, 41, ecc.)  

Il dialogo fra cristiani e musulmani come credenti in Dio – se svolto secondo l’insegnamento conciliare, se, cioè, “sincero” (GS, 91; AG, 11), “ispirato dal solo amore della verità e condotto con la opportuna prudenza” (GS, 92), “fiducioso” (LG), “fraterno” (AG, 16) – porta quasi necessariamente a scoprire, “essendo Dio Padre principio e fine di tutti”, di essere “tutti chiamati ad essere fratelli”. E, se tali, “possiamo e dobbiamo lavorare insieme alla costruzione del mondo nella vera pace” (GS, 92), difendendo e promuovendo “insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà” (NA, 3).

Alla luce di questi principi, nel 1964 il Papa Paolo VI istituì il Segretariato per i non cristiani, che prenderà poi, nel 1988, il nome di Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

Da allora, tramite questo suo Dicastero, la Santa Sede ha moltiplicato contatti, relazioni personali, incontri, scambi di visite, iniziative dirette a promuovere il dialogo nelle sue varie forme e dirette, altresì, ad assicurare ad esso continuità e sviluppo. 

3. Rapporti tra cristiani e musulmani

Non è facile offrire uno sguardo generale sull’attuale situazione del dialogo o, per dire in termini più generali, dei rapporti tra cristiani e musulmani. I motivi sono vari:

a) anzitutto la complessità dell’argomento in se stesso: cosa si intende esattamente per “dialogo”? Stando alla definizione che ne dà il documento Dialogo e Annuncio (1991): “in un contesto di pluralismo religioso, il dialogo significa l’insieme dei rapporti interreligiosi, positivi e costruttivi con persone e comunità di altre fedi per una mutua conoscenza e un reciproco arricchimento, nell’obbedienza alla verità e nel rispetto della libertà” (N. 3);

b) e poi, la mancanza di un’autorità centrale nell’islam, sia dottrinale che disciplinare, e ciò anche nell’ambito di una stessa tradizione;

c) inoltre, la diversità della situazione da un paese all’altro o, volendo un po’ semplificare, da una regione geo-politica all’altra;

d) ed ancora, la stretta connessione, nell’islam, della dimensione religiosa con quella socio-politica, o meglio, con ogni aspetto del costume e della vita pubblica del musulmano, tanto da rendere difficile, se non impossibile, tracciare una distinzione tra tali dimensioni;

e) infine, l’evolversi della situazione nei rapporti tra le comunità cristiane e quelle musulmane, soprattutto a seguito di crisi generate da eventi imprevisti e di carattere eccezionale, come i gravi atti di terrorismo succedutisi in questi ultimi anni e la reazione alle caricature sul profeta dell’islam pubblicate su un giornale danese nel settembre 2005. D’altra parte, certi eventi hanno segnato e continuano a condizionare non solo i rapporti tra gli aderenti alle due religioni, ma l’intera scena mondiale: si pensi alle misure prese per la sicurezza ed al clima instauratosi dopo l’11 settembre 2001, alla lotta contro il terrorismo, alla guerra in Afghanistan ed a quella in Iraq, nonché all’irrisolto conflitto israelo-palestinese. 

4. Attività del PCDI a servizio del dialogo islamo-cristiano

L’attività del P.C.D.I. è diretta, anzitutto, alla promozione del dialogo interreligioso in genere, nei suoi aspetti teorici e pratici. Quanto al dialogo con le singole tradizioni religiose non cristiane – escludendo da queste l’ebraismo, per il quale esiste una Commissione per i rapporti religiosi con gli Ebrei presso il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani – l’opera del P.C.D.I. concerne soprattutto, almeno a livello quantitativo, il dialogo con i Musulmani.

4.1. Commissione per i Rapporti Religiosi con i Musulmani

Analogamente a quanto istituito per gli Ebrei presso il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, nel 1974 fu costituita da Paolo VI, presso il PCDI, come organismo distinto ma collegato, la Commissione per i Rapporti Religiosi con i Musulmani (CRRM), quasi a sottolineare la particolare considerazione ad essi riservata in virtù di certi elementi della loro fede che, a speciale titolo, li rendono vicini al cristianesimo.

La Commissione, composta di 3 membri del P.C.D.I. (Presidente, Segretario e Capo Ufficio per l’Islam) e 8 consultori provenienti da varie regioni del mondo, ha lo scopo di promuovere e stimolare i rapporti “religiosi” tra cattolici e musulmani, con l’eventuale collaborazione di altri cristiani. Essa, in pratica, sta svolgendo la funzione, assai utile, di approfondimento di certe tematiche attinenti ai rapporti con i Musulmani, sia dal punto di vista teorico che pratico, cioè come esse si pongono in vari paesi.

In questi ultimi anni la Commissione ha studiato temi di sicuro interesse, come “Il rapporto tra religione e politica nel Cristianesimo e nell’islam”, la preghiera tra cristiani e musulmani. È stato appena terminato lo studio di un argomento di grande attualità: “La libertà religiosa: Un tema per il dialogo islamo-cristiano”. Per la prima volta, i vari contributi dei membri e consultori della Commissione sono stati rivisti alla luce di osservazioni comunicateci da esperti islamici ai quali erano stati presentati e con essi discussi. Gli atti, stampati pro-manuscripto, sono destinati ad un uso piuttosto “interno”.

4.2. Attività periodiche di dialogo del PCDI con istituzioni musulmane

Il P.C.D.I. cerca di intessere rapporti con organizzazioni musulmane in modo che abbiano carattere di certa continuità, tali da favorire la mutua conoscenza, un clima di fiducia reciproca, l’amicizia, la collaborazione costruttiva. A tal fine, oltre ad organizzare di volta in volta incontri su temi particolari, ha raggiunto intese con varie istituzioni islamiche in modo da assicurare la possibilità di incontri periodici, secondo un programma e con modalità concordate.

4.2.1. Comitato islamo-Cattolico di collegamento

Nel 1995 è stato costituito un “Comitato islamo-cattolico di collegamento” dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e, da parte musulmana, dall’ “International Islamic Forum for Dialogue”, che rappresenta, principalmente, quattro organizzazioni islamiche internazionali: la Lega del Mondo Musulmano (Muslim World League) (Rabita), il Congresso Islamico Mondiale (World Muslim Congress) (Mu’tamar), il Consiglio Islamico Internazionale per la Da‘wa e l’Aiuto Umanitario (International Islamic Council for Da’wa and Relief), l’Organizzazione Islamica per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Islamic Educational, Scientific and Cultural Organization) (I.S.E.S.C.O.).

Il Comitato si riunisce ogni anno. Oltre allo scambio di informazioni e prospettive sullo stato dei rapporti tra cristiani e musulmani, specialmente in situazioni di tensione o di conflitto, viene presentato e discusso un tema dal punto di vista cristiano e musulmano. Tra i temi studiati ricordo: “Dignità umana nei conflitti armati” e “Religioni e società”. Nella prossima riunione, che si terrà a Bruxelles ai primi di giugno (8-9) sarà esaminato il tema “religioni e ambiente”.

4.2.2 “Comitato Misto” per il Dialogo tra il PCDI e l’Università di al-Azhar (Il Cairo)

Nel 1998, è stato costituito, a Roma, il “Comitato Misto” del Pontificio Consiglio e del Comitato permanente di al-Azhar per il Dialogo con le Religioni monoteiste.

E’ noto che al-Azhar al-Sharif, con più di mille anni di storia alle spalle, è il più prestigioso istituto islamico sia per la ricerca sia per la formazione di imam e di du’a (missionari), che vengono poi inviati in vari paesi del mondo. L’imam della moschea di Roma è solitamente inviato da al-Azhar.

Su proposta della parte musulmana, il “Comitato Misto” organizza una riunione annuale, possibilmente il 24 febbraio per commemorare la visita del Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II ad al-Azhar, avvenuta nello stesso giorno dell’anno 2000.

Dei temi esaminati dal “Comitato Misto” ne ricordo uno particolarmente significativo: “rifiuto di generalizzazioni a riguardo della religione o della comunità altrui e capacità di autocritica all’interno della storia della propria religione”.

4.2.3. “Comitato di Coordinamento” PCDI/“World Islamic Call Society”

Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e la Società Mondiale per l’Appello Islamico (World Islamic Call Society) (WICS), con sede a Tripoli, (Libia), hanno costituito, nel 2002, un “Comitato di Coordinamento”. In realtà, la collaborazione tra il PCDI e la WICS risale all’anno 1976, quando venne organizzato, a Tripoli, un colloquio islamo-cristiano con la partecipazione di circa 400 persone.

La WICS, com’è forse noto, è una società missionaria con un’efficiente organizzazione e considerevoli mezzi finanziari, molto impegnata, soprattutto, nell’Africa sub-sahariana – ma è presente anche in Italia – nel diffondere l’appello islamico, anche attraverso l’aiuto umanitario ed il sostegno allo sviluppo.

I contatti con questa società consentono, tra l’altro, di conoscere la sua attività missionaria e, se del caso, anche di discuterne.

Il “Comitato di coordinamento” organizza un colloquio ogni due anni. Nell’ultimo colloquio, svoltosi a Tripoli nel marzo scorso, è stato esaminato il tema: « Il dialogo interreligioso a servizio dello sviluppo integrale della persona e della società, con una particolare attenzione al fenomeno dell’emigrazione ».

Il Comitato di Coordinamento si riunisce ogni anno sia per la preparazione dei colloqui, sia per uno scambio di informazioni e la ricerca di qualche possibile collaborazione, in particolare in Africa.

4.2.4. Colloqui tra il PCDI e l’“Organization for Culture and Islamic Relations” (Iran)

Il Pontificio Consiglio collabora con l’“Organization for Culture and Islamic Relations” (OCIR) dal 1994, quando fu organizzato insieme, a Teheran, un colloquio sulla “valutazione teologica della modernità”.

Attualmente, viene organizzato congiuntamente un colloquio ogni due anni, alternativamente a Roma ed a Teheran.

Merita una particolare menzione il colloquio organizzato a Roma, nel 2003, sui “pilastri della pace”, con esplicito riferimento all’enciclica Pacem in terris del Beato Papa Giovanni XXIII.

L’ultimo colloquio, svoltosi nel novembre 2005 a Teheran, sulla “Dignità umana con particolare riferimento alla bioetica”, ha consentito anche una interessante discussione su temi di grande attualità e tali da permettere una presa di coscienza di alcuni comuni valori “naturali” come la dignità della persona umana in tutte le fasi della vita. Una visita a Qom, città santa degli sciiti e centro intellettuale e di formazione di grande rilievo, ha permesso di prendere contatto con due Istituti accademici e di individuare la possibilità di dialogo anche su temi teologici e spirituali, a volte rifiutato a priori da altri partners musulmani.

4.3. Iniziative di incontri interreligiosi regionali

Il PCDI organizza incontri interreligiosi anche a livello regionale. Essi offrono il vantaggio di poter coinvolgere, prima nella fase preparatoria, a più largo raggio, e poi nella realizzazione finale, tutte le diverse istituzioni diocesane e nazionali interessate, nelle zone con presenza di varie religioni. L’ultimo incontro cristiano-islamico per i paesi del sud asiatico, e cioè Bangladesh, India, Nepal, Pakistan e Sri Lanka, ha avuto luogo a Lahore, Pakistan, nel dicembre scorso ed ha avuto per tema: “Musulmano e Cristiano: testimonianza del Primato di Dio nel contesto del Sud-Asia”.

Questo tipo di incontri regionali risponde, in modo particolarmente efficace, al fine ed alla metodologia del P.C.D.I., che è di incoraggiare, consigliare, sostenere le comunità cristiane locali, e non di sostituirle, nel loro impegno di sviluppare rapporti di dialogo con persone e gruppi appartenenti ad altre religioni.

4.4. Messaggio per la fine del Ramadan

Dal 1967, in occasione della festa annuale di ‛Id al-Fitr, celebrata a conclusione del mese di digiuno del Ramadan, il PCDI invia ai musulmani un messaggio di augurio, che è centrato su un tema particolare, aprendo così uno spazio di riflessione e di dialogo tra cristiani e musulmani.

Il messaggio, largamente diffuso nel mondo, offre ai responsabili cattolici la possibilità di iniziare o rafforzare rapporti amichevoli con i musulmani.

L’iniziativa riceve, generalmente, buona accoglienza dai musulmani, come testimonia il crescente numero di risposte dirette a ringraziare ed anche a commentare il suo contenuto.

Cito, a titolo di esempio, alcuni temi ultimamente sviluppati nei messaggi: “Cristiani e musulmani: oltre la tolleranza” (1996), “Cristiani e musulmani: credenti in Dio, fedeli all’uomo” (1997), “Cristiani e musulmani: sotto il segno della speranza” (1998), “Cristiani e musulmani: testimoni dell’amore di Dio e della sua misericordia” (1999), “Gesù Cristo per i cristiani e per i musulmani” (2000), “Educare al dialogo: un dovere dei cristiani e dei musulmani” (2001).

4.5. Fondazione Nostra Aetate – Borse di Studio

Nel 1990 fu istituita, presso il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, la “Fondazione Nostra Ætate Borse di Studio” con lo scopo di “aiutare studiosi credenti di altre religioni, che desiderano approfondire la conoscenza del Cristianesimo a Roma, presso gli Atenei e Istituti Pontifici, in vista di un futuro insegnamento del Cristianesimo nei loro paesi o di un servizio analogo nel campo del dialogo interreligioso”. “In alcuni casi, secondo la disponibilità finanziaria”, essa può anche concedere sussidi “per l’acquisto dei libri, assistenza per alcune pubblicazioni, organizzazione di sessioni speciali di studio”.

Finora, circa cinquanta persone, in maggioranza musulmani, hanno usufruito di borse di studio per compiere i loro studi a Roma, mentre alcuni con­tributi sono stati concessi per promuovere iniziative di dialogo in diversi paesi più bisognosi di sostegno.    

Dal 26 al 29 settembre dello scorso anno si è tenuto, in Vaticano, il I° Colloquio internazionale degli ex-borsisti della Fondazione sul tema “Il Dialogo interreligioso: opportunità e sfide”. Alcuni degli ex-borsisti, divenuti ricercatori o docenti universitari, hanno partecipato attivamente, con propri contributi, anche ad una Conferenza Internazionale organizzata in quei giorni dalla Pontificia Università Gregoriana e dalla Georgtown University di Washington in occasione del 40° anniversario della Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate”.

4.6. Gruppo Interdicasteriale di Lavoro sull’Islam

Nel 1998, con il consenso dell’Em.mo Cardinale Segretario di Stato, è stato istituito il Gruppo Interdicasteriale di Lavoro sull’Islam (G.I.L.I.) presso il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che ne assicura il coordinamento, per seguire i rapporti con varie istituzioni islamiche e condividere, in modo informale, notizie riguardo all’attività di alcuni Dicasteri della Santa Sede nelle loro rispettive relazioni con i musulmani.

In questo gruppo di lavoro sono rappresentati: la Segreteria di Stato (IIa Sezione), la Congregazione per le Chiese Orientali, la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, il Pontificio Consiglio dei Laici, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, il Pontificio Consiglio della Cultura. Vi è inoltre rappresentato il Pontificio Istituto per Studi Arabi e Islamistica, vista la sua specifica competenza in materia.

A cura del G.I.L.I. è stato redatto un sussidio – ad uso delle Nunziature e delle Conferenze Episcopali più interessate – sulla “Terminologia per parlare dell’islam e dei musulmani”. Sono ora in preparazione: un glossario dei termini islamici più importanti, ed uno studio sulla “missione” secondo la concezione cristiana e quella islamica (da‘wa). 

5. Collaborazione ecumenica nel quadro del dialogo cristiano-islamico

Il dialogo interreligioso ha anche una dimensione ecumenica, che incoraggia i cristiani delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali ad incontrarsi, confrontarsi e collaborare nel dialogo con le altre religioni. E ciò è valido, in modo particolare, per il dialogo con i musulmani, a causa dell’attuale situazione mondiale e delle importanti conseguenze di questo dialogo. Di fatto, esso occupa un posto rilevante nella cooperazione ecumenica.

È da tener presente, inoltre, che tra le accuse del Corano nei confronti dei cristiani figura quella delle loro divisioni. Presentarsi uniti al dialogo con i musulmani o, almeno, un po’ meno divisi è una testimonianza di cui i musulmani hanno bisogno e che, a volte, essi chiedono esplicitamente.

Accenno a qualche progetto organizzato congiuntamente dalla Chiesa cattolica e da Chiese e organismi cristiani.

5.1. Il Comitato CCEE-KEK per i Rapporti con i Musulmani in Europa

Dal 1987 è attivo un gruppo ecumenico di riflessione istituito dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee (CCEE) e dalla Conferenza delle Chiese europee (KEK), per informare le Chiese e le Comunità ecclesiali a riguardo della crescente presenza dei musulmani in Europa e per formulare, in proposito, una risposta pastorale. Conosciuto fino al 2005 come “Comitato Islam in Europa”, ha ora preso il nome di “Comitato CCEE – KEK per i rapporti con i musulmani in Europa”. Si tratta dell’unica istanza stabile tra la CCEE e la KEK e dipende, a questo titolo, dal “Comitato misto” che si riunisce una volta l’anno. Il PCDI è presente nel Comitato come “osservatore”. Tale presenza consente al Dicastero di essere più informato sulle situazioni locali, di informare sulle proprie attività e sulla propria visione del dialogo con i musulmani.

Il Comitato ha pubblicato nel 2003 due testi: Chrétiens et Musulmans : Prier ensemble ? Réflexions et Textes et Rencontrer les Musulmans ? 

5.2. Incontri e collaborazione con l’Ufficio per le Relazioni Interreligiose e il Dialogo (Office on Inter-Religious Relations and Dialogue) del Consiglio Ecumenico delle Chiese (C.E.C).

Nella prospettiva di comuni iniziative per l’approfondimento di alcuni temi e per qualche attività di incontro con i musulmani, è in atto una buona collaborazione tra il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e l’Ufficio per le Relazioni Interreligiose e il Dialogo (Office on Inter-Religious Relations and Dialogue) del Consiglio Ecumenico delle Chiese (C.E.C). Si tratta di una eloquente espressione della necessità del dialogo intra-cristiano in vista del dialogo ad extra. Vi sono riunioni periodiche tra rappresentanti delle due istituzioni. Un esponente del C.E.C. partecipa anche alle Assemblee Plenarie del PCDI in qualità di Osservatore. Da parte sua, il C.E.C. invita rappresentanti del Pontificio Consiglio a partecipare alle sue attività, com’è stato, ad esempio, al colloquio “Christians and Muslims in Dialogue and Beyond”, organizzato a Ginevra nell’ottobre 2002, con la partecipazione di cristiani e musulmani.

Proprio in questi giorni, (12-16 maggio) si sta svolgendo a Velletri una Riflessione Interreligiosa sul delicato tema della “conversione” (intesa come passaggio da una religione all’altra). Una trentina di persone appartenenti a varie religioni stanno prendendo parte a questo incontro organizzato congiuntamente dal PCDI e dal C.E.C.

5.3. Cooperazione del PCDI con la Comunione anglicana

Il precedente Arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa Anglicana, Dr Carew, promosse un’iniziativa di dialogo tra cristiani e musulmani, Building Bridges Seminar, con l’incoraggiamento del Governo britannico. L’iniziativa, continuata dal suo successore Dr Rowan Williams, è alla sua quinta edizione. Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso è stato invitato a partecipare a quattro di questi Seminari: a Londra, a Doha e, due volte, a Washington DC. Da parte sua, il PCDI ha invitato un rappresentante anglicano alla seconda Conferenza di Doha sul Dialogo Interreligioso (27-29 maggio 2004), che ha avuto per tema: « La libertà religiosa: un tema per il dialogo tra cristiani e musulmani), promossa congiuntamente dal PCDI e dal Governo del Qatar.

6. Cooperazione con enti civili per la promozione del dialogo tra cristiani e musulmani

Spinti da ragioni di natura socio-politica e, in particolare, da motivi connessi con la sicurezza, non pochi governi ed amministrazioni locali da qualche tempo si mostrano molto attivi nell’organizzare incontri di vario genere diretti ad informare e favorire scambi di conoscenze sul fenomeno del pluralismo religioso, promuovere il dialogo tra i differenti gruppi religiosi, mirando ad avere il loro contributo e la loro collaborazione a favore dell’armonia sociale, della sicurezza interna ed internazionale, della pace.

Nei paesi occidentali, di tradizione cristiana, anche istituzioni civili notoriamente “laiche”, se non piuttosto “laiciste”, manifestano particolare interesse a coinvolgere istituzioni e personalità ecclesiali in tali iniziative, al fine di trovare una ampia collaborazione per la soluzione dei problemi sorti dalla presenza sempre più cospicua di musulmani. Sono soprattutto, se non esclusivamente, le Chiese locali ad essere interpellate.

Ma vi sono anche paesi a larghissima maggioranza islamica che mostrano interesse ed hanno preso iniziative di incontri con rappresentanti di altre religioni, in particolar modo cristiani.

Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso è specialmente in rapporto con questo tipo di iniziative. Ne cito due:

6.1. Conferenze interreligiose di Doha (Qatar)

Il Governo del Qatar organizza una “Conferenza interreligiosa”, che è arrivata alla 4a edizione. Per la 2a Conferenza, nel settembre del 2004, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso accettò la proposta dello stesso governo di tenere a Doha una sua riunione della Commissione per i Rapporti Religiosi con i musulmani, allargata ad alcuni esperti musulmani. Essa ebbe anche due sessioni pubbliche, alle quali il Governo volle invitare personalità cristiane e musulmane del Medio Oriente, del Nord Africa, della regione del Golfo Persico e di paesi occidentali. Un rappresentante del Pontificio consiglio per il Dialogo Interreligioso è stato presente, come invitato, anche alle altre edizioni della stessa conferenza.

La cooperazione del PCDI nella preparazione della seconda Conferenza e la sua partecipazione alla terza, hanno contribuito all’assunzione della responsabilità dell’organizzazione di dette iniziative da parte della Facoltà di Shar‘ia dell’Università del Qatar, lasciando a quel Ministero degli Affari Esteri soltanto la responsabilità logistica. È, questo, uno dei contributi del PCDI a servizio di un vero dialogo “interreligioso” da parte musulmana.

6.2. Cooperazione con il Kazakhstan per la promozione del dialogo interreligioso

Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha prestato la propria assistenza al Governo del Kazakhstan per l’organizzazione del “1°Congresso dei Capi delle Religioni Tradizionali e Mondiali” ed ha preso parte, con altri rappresentanti delle grandi religioni, allo stesso Congresso, svoltosi ad Astana nel settembre 2003.

Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso sta ora collaborando col Governo kazako per la preparazione del 2° Congresso, che avrà luogo nel mese di settembre di quest’anno.

In questi incontri, oltre a noi cattolici, sono presenti anche cristiani di altre confessioni e rappresentanti di altre religioni. Peraltro i musulmani, di varia provenienza, sono i partecipanti più numerosi. La loro presenza è particolarmente importante, visto che la gran maggioranza della popolazione del Kazakhstan e della regione dell’Asia Centrale in generale è di religione musulmana.

Merita menzione la buona collaborazione tra le varie Chiese e Comunità ecclesiali implicate nei lavori del Segretariato (cattolici, ortodossi greci e russi, luterani e anglicani).

7. Il dialogo nelle Chiese locali

L’attività di promozione del dialogo con i rappresentanti di istituzioni musulmane è certamente importante in se stessa, tra l’altro anche per i temi d’interesse generale e fondamentale che consente di approfondire, ma, a poco servirebbe se restasse isolata e non inducesse, in qualche modo, analoghe iniziative a livello delle chiese locali e lo sviluppo di positivi rapporti tra cristiani e musulmani nel tessuto sociale dei singoli paesi, là, cioè, dove si svolge la vita concreta di aderenti all’una e all’altra religione.

Nei suoi incontri con istituzioni islamiche, il PCDI inserisce sempre, tra i componenti della propria delegazione, ove possibile, Vescovi ed altri esponenti delle chiese interessate ai singoli incontri.

Il PCDI incoraggia le Chiese locali a creare, dove non esistono ancora, delle commissioni per il dialogo interreligioso. In alcuni casi, tali commissioni diventano anche centri di studio del fenomeno interreligioso, come, ad esempio, in Francia il “Secrétariat pour les Rapports avec l’Islam” (SRI), dipendente dalla Conferenza Episcopale. Il Consiglio incoraggia le Chiese locali anche a preparare, attraverso una formazione adeguata, personale, religioso e laico, per un fruttuoso incontro dialogico con i musulmani.

Nel Libano fu creato il “Comité National pour le Dialogue Islamo-Chrétien”, composto da membri appartenenti alle principali confessioni cristiane (Maronita, Melkita, Ortodossa, Armena) e musulmane (Sunnita, Shi’ta, Drusa). E’ di particolare interesse ricordare che il Comitato fu consultato durante la fase preparatoria dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per il Libano. Ai lavori del Sinodo (26 novembre - 14 dicembre 1995) hanno poi partecipato i delegati delle tre grandi comunità musulmane del Libano (Sunnita, Shi’ta, Drusa) in qualità di osservatori. Sono stati i primi musulmani ad essere ricevuti alla tavola di un Pontefice.

In Palestina esiste un centro per il dialogo ecumenico e interreligioso, “al-Liqâ’ ”. Oltre ad interessarsi all’eredità culturale cristiana della Terra Santa ed alla promozione di buoni rapporti tra le Chiese e le comunità ecclesiali, il Centro promuove, soprattutto attraverso un colloquio annuale, la conoscenza reciproca, la stima e l’amicizia tra cristiani e musulmani. La situazione politica di resistenza all’occupazione della loro terra ha avvicinato i fedeli delle due comunità. Esistono purtroppo anche episodi di tensione e qualche volta di violenza. La vittoria nelle elezioni politiche del movimento islamista Hamas, nel gennaio scorso, è stata ricevuta con certa cautela dalla comunità cristiana in Terra Santa. L’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa ha peraltro dichiarato la disponibilità dei cristiani a cooperare col governo democraticamente eletto dal popolo palestinese. 

Un interessante esempio di dialogo e collaborazione in una situazione difficile è il “Bishops and Ulama Forum” (BUF) in Mindanao (Filippine). Il Forum è un’organizzazione composta da vescovi cattolici, ulama (Capi religiosi musulmani) e vescovi protestanti che, nello spirito del dialogo interreligioso, lavorano insieme per promuovere una convivenza più armoniosa tra le varie componenti religiose di quell’area turbolenta del Paese. Il Forum coordina le iniziative di dialogo e di pace nella regione, introduce la cultura del dialogo e della pace nelle scuole, favorisce anche il dialogo con i capi delle religioni indigene (Shamani). 

8. Le visite e le iniziative del Papa Giovanni Paolo II

I viaggi apostolici del compianto Servo di Dio Giovanni Paolo II ed i suoi contatti con i musulmani hanno avuto un impatto di grande importanza nei rapporti cristiano-islamici.

Accenno, rapidissimamente, ad alcuni di tali incontri, per la loro forte rilevanza in ambito musulmano. Nel novembre 1979, Papa Giovanni Paolo II, visitando la Turchia, ai cattolici di Istanbul chiese di ricordare i « legami spirituali » che legano cristiani e musulmani.

In visita in Marocco su invito del Re Hassan II, il 19 agosto 1985 parlò alla gioventù marocchina come credente e come educatore. Quel discorso resta una pietra miliare sul cammino del dialogo tra cristiani e musulmani.

La breve visita del Sommo Pontefice in Sudan, il 10 febbraio 1993, ebbe un’importanza particolare, a causa del conflitto che opponeva da anni il nord del paese a maggioranza islamica e il sud a maggioranza cristiana ed animista, dopo l’introduzione della Shar‘ia nel settembre 1983.

La visita del Papa in Libano, il 10 e l’11 maggio 1997, fu un grande evento per tutta la popolazione, cattolici, cristiani di altre denominazioni, musulmani: le folle lungo le strade, la presenza dei capi politici e religiosi musulmani furono un chiaro segnale del rispetto e della stima verso la persona e la missione del Sommo Pontefice. L’esortazione post-sinodale “Una speranza nuova per il Libano” fu accolta positivamente da tutti i Libanesi, anche musulmani. La visita pontificia contribuì a diminuire le tensioni tra le diverse comunità religiose ed a favorire la riconciliazione nazionale.

Il pellegrinaggio papale in Egitto, in occasione del Grande Giubileo dell’Anno 2000, oltre ad essere di sostegno per la Chiesa cattolica, fu un chiaro messaggio di dialogo ecumenico e islamo-cristiano. Come non ricordare la storica visita all’antica università al-Azhar e, tra gli aspetti di quella circostanza, l’applauso spontaneo degli sceicchi, cosa mai accaduta in passato. Come ho prima accennato, i nostri partners musulmani, nel Comitato misto per il dialogo tra il PCDI ed al-Azhar, hanno voluto onorare la memoria di tale visita, proponendo come giorno dell’incontro annuale del Comitato lo stesso giorno, il 24 di febbraio, in cui essa ebbe luogo.

 Il pellegrinaggio di Papa Giovanni Paolo II in Giordania, in Israele e in Terra Santa, nel marzo 2000, ha avuto un benefico effetto sui rapporti tra cristiani e musulmani, contribuendo, tra l’altro, a far meglio conoscere il cristianesimo alla maggioranza islamica di quei paesi. In Palestina non mancarono gli incontri con i capi religiosi musulmani, in particolare con il Gran Mufti Ikrima Sabri sulla spianata delle Moschee. L’incontro interreligioso nel Centro Notre-Dame di Gerusalemme mostrò, allo stesso tempo, la volontà del Papa di promuovere il dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani, ma anche i limiti di questo dialogo, dovuti soprattutto alla situazione politica, allora, purtroppo come ancora oggi, così incerta e tragica.

L’incontro del Papa con il Gran Mufti di Siria Ahmad Kuftaro ed i responsabili musulmani nella Moschea degli Umayyadi a Damasco, il 6 maggio 2001, durante il suo pellegrinaggio sulle orme di S. Paolo, fu come un traguardo nei rapporti tra cristiani e musulmani ed ebbe un impatto mondiale, essendo stata la prima visita di un Pontefice Romano ad una moschea.

Con il fatto stesso della sua visita in Kazakhstan dal 22 al 25 settembre 2001, a pochi giorni cioè dai tragici eventi dell’11 settembre, il Sommo Pontefice inviò un prezioso messaggio al mondo intero in un momento particolarmente drammatico. Il Papa ebbe inoltre l’occasione di ribadire la posizione della Chiesa verso l’islam: essa guarda con stima il vero islam, quello della preghiera, del digiuno, della solidarietà. Il calore con il quale il Papa fu accolto in quel paese, a forte maggioranza musulmana, fu incoraggiante.

Rimangono ben scolpite nella memoria le giornate di preghiera per la Pace ad Assisi promosse da Giovanni Paolo II. Alla prima, il 27 ottobre 1986, il Santo Padre invitò i capi religiosi a recarsi nella città di Francesco a pregare per la pace nel mondo. Per invocare la pace in Europa e specialmente nei Balcani, il Papa convocò di nuovo i responsabili religiosi nei giorni 9 e 10 gennaio 1993. Dopo i tragici avvenimenti dell’11 settembre 2001, per non lasciare l’ultima parola al terrorismo, il Papa, sebbene anziano ed ammalato, assieme ai rappresentanti delle grandi religioni salì sul « treno della pace » che li condusse di nuovo ad Assisi, il 24 gennaio 2002, a pregare insieme per la pace nel mondo. In quell’occasione, i partecipanti aderirono al ‘Decalogo di Assisi per la pace’, che il Pontefice inviò poi, il 24 febbraio 2002, a tutti i Capi di Stato e di governo.

Tra le iniziative di Giovanni Paolo II più apprezzate dai musulmani fu quella di invitare i cattolici ad una giornata di preghiera e digiuno per la pace in Iraq, il 29 novembre 2001, in concomitanza cioè con l’ultimo venerdì del Ramadan. (Il Santo Padre aveva annunciato questa iniziativa all’Angelus del 14 novembre dando perciò ad essa grande rilievo). Gli appelli del Papa e le sue iniziative per scongiurare la guerra in Iraq hanno fatto sì che questo conflitto non sia stato percepito dai musulmani come un’aggressione contro di loro da parte dei cristiani.

 Numerosi furono i musulmani che seguirono con trepidazione l’ultima malattia ed il trapasso del venerato Sommo Pontefice (il 2 aprile 2005). I suoi funerali, l’8 aprile 2005, furono occasione, per numerosi capi di Stato, uomini politici e leaders religiosi musulmani, di mostrare la loro stima ed il loro affetto per Giovanni Paolo II, quale uomo di pace e di dialogo. 

9. Papa Benedetto XVI e il dialogo interreligioso, in particolare quello islamo-cristiano

Nel suo primo messaggio dalla Cappella Sistina, il giorno seguente alla sua elezione alla Cattedra di Pietro, il 20 aprile 2005, il Santo Padre Benedetto XVI affermò il desiderio della Chiesa di continuare a promuovere con ogni persona, incluse quelle di altre religioni, o quelle che semplicemente stanno cercando delle risposte alle questioni fondamentali della vita, un dialogo aperto e sincero per cercare il vero bene della persona umana e della società.

Alla Santa Messa per l’inizio del Pontificato, il 24 aprile 2005, parteciparono anche alcuni responsabili musulmani. Ricevendoli il giorno seguente insieme alle altre delegazioni, il Papa assicurò che “la Chiesa vuole continuare a costruire ponti di amicizia con i seguaci di tutte le religioni, al fine di ricercare il bene autentico di ogni persona e della società nel suo insieme”. Ai musulmani, in particolare, espresse la sua gioia di vedere il progresso del dialogo a livello regionale e mondiale.

Durante la sua visita a Colonia per la Giornata mondiale della Gioventù, il 20 agosto 2005 il Sommo Pontefice volle incontrare i rappresentanti delle comunità musulmane della Germania. Si rivolse loro con l’espressione: “Cari amici” “Cari e stimati amici musulmani”, manifestando la sua “grande gioia” per quell’incontro.           

Il discorso pronunciato in quell’occasione dal Santo Padre riveste una grande importanza in ordine alle relazioni con i musulmani e su di esso, pertanto, ritorno un po’ più avanti. 

10. Alcuni rilievi sui rapporti con i musulmani

Una riflessione, sia pure sommaria, sullo stato attuale dei rapporti con i musulmani suggerisce qualche annotazione.

10. 1. Tendenza dei musulmani ad organizzarsi

Si nota, da tempo, una maggiore tendenza dei musulmani ad organizzarsi proprio in ordine al dialogo con rappresentanti delle confessioni cristiane, della Chiesa cattolica in particolare. È forse da vedere, in ciò, l’influsso esercitato dal fatto che si trovano in dialogo con partners cristiani organizzati. Meritano particolare menzione due istituzioni islamiche per il dialogo, nate assai recentemente, alle quali, peraltro, ho fatto già riferimento.

Il Grande Imam di al-Azhar decise di creare il “Comitato Permanente di al-Azhar per il Dialogo con le Religioni Monoteiste” proprio perché esso fosse il partner del PCDI nel “Comitato Misto” per il dialogo tra le due istituzioni, istituito nel maggio del 1998.

Più recente è l’International Islamic Forum for Dialogue, che ha sede a Jeddah (Arabia Saudita) e che sembra aspirare a rappresentare, nel dialogo interreligioso, le varie organizzazioni musulmane, anche oltre le quattro sopra menzionate. La prima iniziativa del Forum è stata l’organizzazione di un colloquio internazionale di dialogo in seguito agli eventi dell’11 settembre (Cairo, 28-29 ottobre 2001).

Si è costituito anche un Gruppo di Musulmani degli Stati Uniti e del Regno Unito.   

10.2. Preoccupazioni ed elementi di rischio per i rapporti tra cristiani e  musulmani

I rapporti tra cristiani e musulmani sono soggetti a preoccupazioni e fattori di rischio che potrebbero comprometterne lo sviluppo, sia a livello generale, sia, in particolare, per quel che concerne le minoranze cristiane presenti in paesi musulmani.

10.2.1. Il dialogo islamo-cristiano ed il terrorismo

Rivolgendosi ai musulmani, il Santo Padre ha parlato del “dilagante fenomeno del terrorismo” come una delle sue preoccupazioni “in questi momenti particolarmente difficili della storia del nostro tempo”.

È da notare che, dopo i tragici eventi dell’11 settembre 2001, da parte di numerosi musulmani vi è stata una ferma e pubblica condanna del terrorismo: ciò favorisce, com’ha notato il Papa, “il clima di fiducia di cui abbiamo bisogno.

E’ peraltro da rilevare che, allo stesso tempo, essi hanno affermato il diritto del popolo palestinese a difendersi anche con mezzi violenti ed hanno qualificato di “terrorismo” la presenza e gli interventi israeliani nei territori palestinesi.

Gli eventi dell’11 settembre hanno mostrato, inoltre, una divergenza tra leaders politici e popolo nei paesi a maggioranza islamica. Mentre i politici davano appoggio – o almeno dimostravano comprensione – per la guerra al terrorismo, il popolo si è mostrato contrario e, a volte, anche simpatizzante con qualche tesi dei terroristi.

I terroristi, com’è tragicamente noto, hanno continuato a colpire nei paesi occidentali (in Spagna, Madrid, l’11 marzo 2004; in Gran Bretagna, a Londra, il 7 luglio 2005), ma anche nei paesi a maggioranza islamica, considerati alleati o troppo vicini all’Occidente (Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Indonesia).

Come notava il Papa, “Gli ideatori e programmatori di questi attentati mostrano di voler avvelenare i nostri rapporti e distruggere la fiducia; essi si servono di tutti i mezzi, anche della religione, per opporsi ad ogni sforzo di convivenza pacifica”.

Questi fatti, con le note reazioni che ne sono seguite, insieme, particolarmente, alla questione palestinese, hanno condizionato e continuano a condizionare, con dinamiche di vario segno, i rapporti con i musulmani, sia in ambito civile che religioso.

10.2.2.1. Preoccupazioni e rischi di carattere generale

Tra questi elementi di rischio, sarebbero da porre:

a. La polarizzazione, cioè la divisione di una gran parte dell’umanità (cristiani e musulmani, costituiscono, insieme, circa la metà della popolazione mondiale) su base religiosa/confessionale. Purtroppo, tale divisione trova un appoggio nella giurisprudenza islamica classica, che divide il mondo in varie zone: terra d’islam (paesi ove l’islam è dominante), terra di guerra (paesi da conquistare all’islam anche con la forza), terra di patto (paesi o governi con i quali l’islam ha stipulato accordi). Ovviamente, altri fattori di divisione, come nord-sud, ricchezza-povertà, sviluppo-sottosviluppo, ecc. potrebbero alimentare ancor più la polarizzazione religiosa/confessionale. 

b. L’irrigidimento di ciascuna parte sulla propria posizione potrebbe nascere per motivi d’orgoglio personale o nazionale, o anche per motivi politici (in vista di elezioni), economici, culturali e religiosi (convinzione della superiorità della propria cultura e della propria religione).

Il sostegno ad una posizione potrebbe essere dato non sulla base di un esame critico, di approfondimento e discernimento, ma solo a partire dall’appartenenza religiosa, etnica, o per reazione contro una terza parte. Questo fenomeno si verificherebbe con singolare frequenza, specialmente a livello popolare, fra i musulmani.

c. La paura è una reazione troppo umana per non essere un pericolo reale in situazioni come quella attuale. Paura che toglie la fiducia nell’altro, spinge a creare una separazione dall’altro evitando il contatto con l’altro e la conoscenza della sua vera identità, e nutre l’illusione della creazione di un mondo, che non è quello reale, in cui rifugiarsi, pensando di essere così al sicuro. 

d. Una radicalizzazione dell’islam ed un rafforzamento del fondamentalismo religioso in generale rappresentano certamente delle preoccupazioni, anche perché, di fatto, sono fenomeni già presenti in vari paesi (si pensi, ad esempio, all’imposizione della sharia).

Ai musulmani, in realtà, non piace usare i termini “radicalismo” o “fondamentalismo” in senso negativo, perché ritengono che il ritorno alle radici o ai fondamenti della propria religione sia positivo e buono. A questi termini preferiscono quello di “estremismo” o “esagerazione” (presente nel Corano ed usato anche in un contesto di polemica contro i cristiani (e gli ebrei), accusati di “esagerare” in materia religiosa). Se si ricorda che l’islam è nato e si è sviluppato in tale contesto, la paura di un certo suo ritorno alle radici o ai fondamenti comporta qualche pericolo di chiusura e di irrigidimento che in realtà, giustificherebbero i termini “radicalismo”, “fondamentalismo”.

e. In Africa, le relazioni cristiano-islamiche sono generalmente buone. Anche a riguardo delle tensioni e conflitti esistenti in Sudan, Nigeria e Zanzibar, paesi con una consistente presenza di musulmani, l’influsso della religione in tali situazioni sembra non essere molto rilevante.

Vi è una coesistenza che dura da secoli senza particolari tensioni, anche perché, nell’inculturarsi, l’islam ha perso certe sue caratteristiche arabe.

Preoccupa attualmente, pertanto, lo sforzo dei musulmani di conquistare, anche con certa aggressività, nuovi spazi di visibilità in gran parte dei paesi africani (si pensi alla costruzione di molte moschee), con l’aiuto finanziario di alcuni paesi arabi produttori di petrolio, in particolare Arabia Saudita, Kuwait e Libia.  

f. Vi è poi, molto forte, il rischio di una strumentalizzazione della religione musulmana – anche sulla base di letture diverse del Corano e della “Tradizione” del profeta dell’islam (detti e fatti) – per finalità ideologiche e politiche. Ciò è reso particolarmente possibile anche per la mancanza di un’autorità centrale in campo dottrinale ed etico.

In questa prospettiva di possibili strumentalizzazioni non è difficile immaginare – come insegnano anche esperienze recenti (cf. recenti violenze in Nigeria e Pakistan a seguito delle caricature sul profeta dell’Islam) – quali possano essere le conseguenze per la convivenza tra comunità cristiane e musulmane all’interno di uno stesso paese: basta veramente poco per rompere antichi e delicati equilibri e dar vita a tensioni e conflitti che, pertanto, vengono ad assumere anche una connotazione religiosa.

g. C’è infine, attualmente, il pericolo di un “raffredamento”, di un certo calo di tensione nel dialogo tra cristiani e musulmani.

Non mancano voci, infatti, sia da parte cristiana che da parte musulmana, che mettono in dubbio l’opportunità del dialogo islamo-cristiano. Gli avvenimenti dell’11 settembre e il loro seguito hanno fatto sorgere degli interrogativi, specialmente presso alcuni cristiani, sull’utilità del dialogo, ritenendolo inefficace a fronte dell’aggressività e della violenza manifestate almeno da certi settori dell’islam.

D’altra parte, le guerre in Afghanistan e in Iraq, come l’interminabile questione palestinese, alimentano presso certi musulmani il sospetto che l’apertura dei cristiani copra di fatto o, comunque, conviva con un rinato spirito “crociato” e “colonialista”.

h. Un rischio, da collocare però tra le conseguenze di un dialogo svolto in modo non corretto, è rappresentato dall’insinuarsi, in singole persone o in ambienti impegnati in esso, di una tendenza al relativismo religioso, nel senso di ritenere ogni religione sostanzialmente equivalente alle altre, capace cioè, per se stessa, di condurre gli uomini alla salvezza.

È indubbio, a livello pastorale, che tale rischio vada prudentemente tenuto in conto e che ad esso venga opposta un’adeguata opera di formazione cristiana e di specifica preparazione al dialogo interreligioso, soprattutto per le persone in esso più impegnate.

10.2.2.2. Preoccupazioni e rischi per categorie particolari: le minoranze

La “vulnerabilità” – per così dire – dei rapporti islamo-cristiani in rapporto a tali elementi di rischio, si fa ancora più forte nell’ambito delle minoranze presenti in paesi a diversa maggioranza religiosa. Esse, in genere, sono molto “fragili” e pagano il prezzo più alto in tempi di crisi.

Ne sono prova gli scontri verificatisi a Kano (nord Nigeria), in reazione all’intervento degli USA in Afghanistan, che causarono più di cento vittime (Cfr. Intervento di condanna del Papa Giovanni Paolo II all’Angelus, domenica 28 ottobre 2001).

Si potrebbe poi ricordare l’assalto violento dei fondamentalisti islamici contro la chiesa di san Domenico nel Bahawalpur (est del Pakistan), la domenica 28 ottobre 2001, che causò la morte di 16 cristiani e del soldato (musulmano) che montava la guardia.

In relazione alla questione delle caricature, varie comunità cristiane hanno subito gravi danni, a volte con perdite umane, da parte di fondamentalisti musulmani o di folle esplose in violente manifestazioni, com’è accaduto in Pakistan, in Libano e in Iraq.

D’altra parte, si devono anche menzionare alcuni episodi di attacchi e minacce a moschee ed a musulmani, ad esempio negli USA, in reazione ai tragici eventi di New York.

Anche se, grazie a Dio, fatti così drammatici non sono frequenti, per le minoranze resta tuttavia la paura di essere aggredite o di essere sottoposte a pressioni, vessazioni o altre forme di persecuzione. La paura genera vari riflessi di difesa tra i quali la chiusura su se stessi, la ghettizzazione, ma anche la fuga, sotto forma di una emigrazione verso paesi più sicuri. L’emigrazione di tanti cristiani dalla Terra Santa potrebbe essere vista anche in questa ottica, oltre che in quella delle difficoltà economiche, dell’instabilità politica e della mancanza di sicurezza. 

11. Speranze ed auspici per i rapporti islamo-cristiani

Alla luce dell’insegnamento delle note ragioni teologiche e del cammino indicati dal Magistero – sia conciliare che pontificio – , come pure di fronte all’ineludibile necessità, per cristiani e musulmani, di vivere insieme, non possiamo arrestarci di fronte alle difficoltà presenti o temute per il futuro.

La fede apre i nostri occhi a riconoscere anche dei segni di speranza e a formulare degli auspici da affidare alla buona volontà degli uomini ed all’azione provvidente di Dio.

a. Malgrado tutto, si può constatare, in larghi settori ecclesiali, una più forte presa di coscienza della necessità del vero dialogo tra le religioni, soprattutto tra cristiani e musulmani. A questo si aggiunge un crescente interesse a conoscere meglio l’islam, che è condizione indispensabile per un dialogo autentico. Analoga constatazione è da fare a riguardo di autorevoli personalità ed istituzioni musulmane.

b. In reazione alle tante vittime innocenti della violenza terrorista di matrice islamica perpetrate spesso con espliciti riferimenti di natura religiosa, è andato crescendo un levarsi di voci a difesa della sacralità della vita umana. Tra queste voci – dobbiamo constatarlo con umile fierezza – si sono distinte, per la loro fermezza e lucidità profetica, quelle del Servo di Dio Giovanni Paolo II e del Santo Padre Benedetto XVI, del quale si ricorderanno le parole pronunciate all’Angelus del 26 febbraio scorso: “ I frutti della fede in Dio non sono devastanti antagonismi, ma spirito di fraternità e di collaborazione per il bene comune. Dio, creatore e Padre di tutti, chiederà conto ancor più severamente a chi sparge in Suo Nome il sangue del fratello”. Non sono mancate, peraltro, anche voci “musulmane” che, in misura crescente, si sono unite a tale condanna.

c. La ricerca, da parte di tanti, dei veri motivi delle tensioni, dei conflitti e degli atti terroristici, conduce a vederne la complessità superando certe pericolose letture semplicistiche : essi sarebbero da trovare soprattutto nelle frustrazioni causate dall’ingiustizia e dalla povertà. Come non ricordare, in proposito, il grande insegnamento del Papa Paolo VI: “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. D’altra parte, ciò non esclude, purtroppo, anche la presenza di motivazioni “religiose”, come l’incitazione all’odio verso i seguaci di altre religioni che verrebbe inculcato in certo insegnamento religioso e in certe prediche, con evidente strumentalizzazione della religione a fini ideologico-politici.

d. Una nuova consapevolezza, a livello civile, che il compromesso con movimenti o paesi fondamentalisti, è un pericolo per la sicurezza, e che questa deve avere priorità su interessi economici o politici.

e. La presa di coscienza della necessità di comporre equamente e tempestivamente le situazioni di tensione e conflitto al fine di prevenire violenze ed atti terroristici. Si pensi, in proposito, alla Palestina, all’Iraq, al Kashmir, al Sudan ecc.

f. Si deve auspicare che i governi occidentali distinguano meglio i necessari provvedimenti di accoglienza degli immigrati musulmani, e in particolare, di rispetto per l’esercizio della loro libertà religiosa, da certe concessioni non rispettose dell’identità culturale e religiosa delle loro rispettive società, (si pensi, ad esempio, alla richiesta avanzata in Italia da qualche musulmano di togliere il crocifisso dalle aule scolastiche o dai luoghi pubblici per ‘rispetto ai sentimenti religiosi dei musulmani”; si può ricordare, al riguardo, come in certi paesi, vi sia un incremento massiccio, e non proporzionato, del numero di moschee e centri culturali islamici).

g. È auspicabile che la fitta ombra proiettata su tutto il mondo islamico dalla tragedia dell’11 settembre 2001 e dagli altri gravi atti terroristici incoraggi i pensatori musulmani a porsi seri interrogativi sulle violenze perpetrate, in nome della loro religione, da estremisti musulmani contro obiettivi occidentali, considerati come nemici dell’islam: di fatto, non sono rare le critiche che cominciano ad essere avanzate nei paesi a maggioranza islamica per additare negli stessi musulmani la causa di certi loro mali.

h. È da sperare che l’estremismo e il terrorismo di matrice islamica, che trova il suo humus di espansione in evidenti situazioni di arretratezza e sottosviluppo, spingano i musulmani ad accettare la sfida della modernità in tutti i campi, sociale, educativo, economico, politico e, soprattutto, quello dei diritti umani. Un tale progresso, sottrarrebbe materia alla strumentalizzazione della religione volta a mantenere, a ben vedere, l’attuale situazione.

i. Le relazioni tra cristiani e musulmani potrebbero svolgersi in modo più soddisfacente, se venisse tenuta in conto la distinzione esistente tra “Occidente” e cristianesimo. Al cristianesimo vengono spesso indebitamente imputati infatti, da parte musulmana, atteggiamenti, prese di posizione e comportamenti di persone o governi europei o nord americani che, di fatto, non sono ispirati al Vangelo né, sono rispettosi della legge naturale. Viene cosi alimentata la tesi di uno scontro tra religioni (si parla di nuove crociate) e di civiltà.

j. La collaborazione tra persone ed istituzioni cristiane e musulmane al fine di portare aiuto a individui e popolazioni in necessità, risulta essere un segno molto efficace a far cadere pregiudizi e difese in favore di un reciproco atteggiamento di apertura e di dialogo. L’esperienza incoraggia a continuare sull’esempio di certe agenzie umanitarie che hanno portato aiuti umanitari senza alcuna discriminazione o distinzione religiosa. Un campo è quello della ricostruzione (per esempio nel Afghanistan) di zone disastrate da conflitti o calamità naturali.

k. Al fine di favorire una migliore conoscenza reciproca, è da incoraggiare ulteriormente la già esistente collaborazione in ambito universitario, sia attraverso lo scambio di professori o anche la concessione di borse di studio a studenti.

l. Dai colloqui con amici musulmani è più volte affiorata la necessità di affrontare insieme una verifica dei programmi di educazione religiosa e di storia. È soprattutto attraverso queste materie, infatti, che viene formata non solo l’identità propria, ma anche l’immagine dell’altro. Possiamo ben comprendere come possa essere forte la tentazione, in proposito, di ricorrere a certi stereotipi privi di fondamento storico.

m. Come ci ha autorevolmente ricordato stamani il Santo Padre, “sempre più si avverte l’importanza della reciprocità nel dialogo”.

Non sfugge ad alcuno come, parlando con i musulmani di reciprocità, riemerga la nota difficoltà della mancanza di un’adeguata distinzione tra la sfera civile e quella religiosa, che determina un rinvio di competenze dall’una all’altra senza che si possa arrivare, almeno fino ad ora, ad affrontare l’argomento in modo risolutivo.

È auspicabile che le autorità civili dei paesi di provenienza dei cristiani immigrati nei paesi musulmani si facciano carico, presso le autorità di questi ultimi, dell’effettivo rispetto della libertà religiosa dei loro connazionali.

Per quel che concerne più specificamente la dimensione religiosa, è nostro dovere di aiutare i nostri interlocutori a comprendere il valore anche “religioso” dell’osservanza della stessa libertà. 

12. Il dialogo: “una necessità vitale”

Nel dialogo, correttamente inteso e praticato, prende peculiare e concreta forma la missione di carità e di testimonianza del Signore Gesù che è affidata ad ogni cristiano.

Il dialogo è espressione necessaria della nostra verità di uomini e donne, membri di un’unica famiglia, salvati, in Cristo, dall’amore del Padre e resi capaci, e perciò chiamati, ad amarci gli uni gli altri nella forza e sull’esempio del Cristo.

Visto in questa prospettiva, il dialogo con i musulmani è, dunque, risposta ad un’esigenza che scaturisce dal tessuto più profondo del cristiano, vivificato dall’azione dello Spirito Santo, che è spirito di verità e di carità.

 Il crescente fenomeno della convivenza con i musulmani costituisce una sfida per noi cristiani: siamo chiamati ad un forte impegno di formazione e di rafforzamento della nostra identità, affinché siamo in grado di “rendere ragione della speranza” che ci anima.

Vi sono poi sfide, provenienti dalle idee e dal costume del nostro tempo, che interpellano noi tutti, cristiani e musulmani, chiamati a dare insieme una risposta.

Alla luce delle parole rivolte dal Santo Padre ai musulmani a Colonia, possiamo individuare la prima sfida nella “scelta perversa e crudele del terrorismo, che calpesta il diritto sacrosanto alla vita e scalza le fondamenta stesse di ogni civile convivenza. Se insieme – affermò il Papa – riusciremo ad estirpare dai cuori il sentimento di rancore, a contrastare ogni forma di intolleranza e ad opporci ad ogni manifestazione di violenza, freneremo insieme l’ondata di fanatismo crudele che mette a repentaglio la vita di tante persone, ostacolando il processo della pace nel mondo”.

E’, poi, la persona umana, in se stessa, con la sua dignità spesso oggi disattesa, che ci interpella tutti. Il Santo Padre ce lo indica con grande chiarezza: “dobbiamo affermare i valori del rispetto reciproco, della solidarietà e della pace…” Solo sul riconoscimento della centralità della persona con la sua dignità ed i diritti che ne scaturiscono, “si può trovare – continua il Papa – “una comune base d’intesa, superando eventuali contrapposizioni culturali e neutralizzando la forza dirompente delle ideologie”.

Nel ricordo dei tristi, a volte tragici, eventi che in passato, in nome della religione, hanno contraddistinto i rapporti tra cristiani e musulmani, il Papa vede una terza sfida per il dialogo: mentre tale ricordo “dovrebbe riempirci di vergogna – egli afferma – “noi vogliamo ricercare vie di riconciliazione e imparare a vivere rispettando ciascuno l’identità dell’altro”. Ed aggiunge: “la difesa della libertà religiosa, in questo senso, è un imperativo costante e il rispetto delle minoranze un segno indiscutibile di vera civiltà”.

Un’ulteriore sfida arriva dalla cultura dominante in occidente, impregnata com’è di relativismo conoscitivo ed etico, di secolarismo immanentistico.

In forza della loro fede, cristiani e musulmani, attraverso il dialogo, possono e devono testimoniare e collaborare perché le nostre società, senza complessi di sorta, riaprano le loro finestre all’orizzonte del trascendente.

L’esperienza di contatti con i musulmani conferma la loro difficoltà, strettamente connessa con la loro cultura religiosa, a comprendere e vivere il principio di una sana laicità, basata sulla condivisione di alcuni valori naturali e storico-culturali, di diritti-doveri costitutivi di quella “cittadinanza” nella quale tutti, i credenti dell’una o dell’altra fede, come pure i non credenti, possono convivere in modo armonioso e solidale, contribuendo alla migliore realizzazione di tutti e di ciascun cittadino secondo le esigenze della propria dignità di persona umana. Questa difficoltà da parte dei musulmani ci interpella, come cristiani e cittadini, perché, attraverso un’opportuna opera di dialogo, offriamo loro, in atteggiamento di rispettosa amicizia, il contributo della nostra esperienza.

Di fronte al mondo, la credibilità di noi credenti, in particolare di noi cristiani e dei musulmani, risiede tutta nella capacità di convivere armoniosamente e di prestare insieme il nostro servizio all’uomo ed alla società, per rendere il mondo “più umano”.

Il Papa Benedetto XVI, nel richiamare il dovere, per cristiani e musulmani, di far fronte insieme alle sfide proposte dal nostro tempo, aggiunge: “Non possiamo cedere alla paura né al pessimismo. Dobbiamo piuttosto coltivare l’ottimismo e la speranza”.

Ecco perché, dunque, - conclude il Santo Padre – ed io, per concludere, vorrei appropriarmi delle sue stesse parole – “il dialogo interreligioso e interculturale tra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso infatti è una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro”.

 

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