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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 101, August 2006

 

PAROLA DEL SANTO PADRE

FROM THE HOLY FATHER

 

DALLA LETTERA ENCICLICA DEUS CARITAS EST

È mio desiderio insistere su alcuni elementi fondamentali, così da suscitare nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana all'amore divino.

La carità della Chiesa come manifestazione dell’amore trinitario

19. Lo Spirito è anche forza che trasforma il cuore della Comunità ecclesiale, affinché sia nel mondo testimone dell'amore del Padre, che vuole fare dell'umanità, nel suo Figlio, un'unica famiglia. Tutta l'attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell'uomo: cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola e i Sacramenti, impresa tante volte eroica nelle sue realizzazioni storiche; e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e dell'attività umana. Amore è pertanto il servizio che la Chiesa svolge per venire costantemente incontro alle sofferenze e ai bisogni, anche materiali, degli uomini. È su questo aspetto, su questo servizio della carità, che desidero soffermarmi in questa seconda parte dell'Enciclica.

La carità come compito della Chiesa

20. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare l’amore. Conseguenza di ciò è che l’amore ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato.

21. Ciò significa che il servizio sociale che dovevano effettuare era assolutamente concreto, ma al contempo era senz’altro anche un servizio spirituale; 

23. Per Roma le diaconie sono documentate a partire dal VII e VIII secolo; ma naturalmente già prima, e fin dagli inizi, l’attività assistenziale per i poveri e i sofferenti, secondo i principi della vita cristiana esposti negli Atti degli Apostoli, era parte essenziale della Chiesa di Roma.

25 . Giunti a questo punto, raccogliamo dalle nostre riflessioni due dati essenziali:

a) L'intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l'uno dall'altro. La carità non è per la Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza.

b) La Chiesa è la famiglia di Dio nel mondo. In questa famiglia non deve esserci nessuno che soffra per mancanza del necessario. Al contempo però la caritas-agape travalica le frontiere della Chiesa; la parabola del buon Samaritano rimane come criterio di misura, impone l'universalità dell'amore che si volge verso il bisognoso incontrato « per caso » (cfr Lc 10, 31), chiunque egli sia. Ferma restando questa universalità del comandamento dell'amore, vi è però anche un'esigenza specificamente ecclesiale — quella appunto che nella Chiesa stessa, in quanto famiglia, nessun membro soffra perché nel bisogno. In questo senso vale la parola della Lettera ai Galati: « Poiché dunque ne abbiamo l'occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede » (6, 10).

 

Giustizia e carità

26. È vero che norma fondamentale dello Stato deve essere il perseguimento della giustizia e che lo scopo di un giusto ordine sociale è di garantire a ciascuno, nel rispetto del principio di sussidiarietà, la sua parte dei beni comuni. È quanto la dottrina cristiana sullo Stato e la dottrina sociale della Chiesa hanno sempre sottolineato.

27. Nella situazione difficile nella quale oggi ci troviamo anche a causa della globalizzazione dell'economia, la dottrina sociale della Chiesa è diventata un'indicazione fondamentale, che propone orientamenti validi ben al di là dei confini di essa: questi orientamenti — di fronte al progredire dello sviluppo — devono essere affrontati nel dialogo con tutti coloro che si preoccupano seriamente dell'uomo e del suo mondo.

28. La Chiesa è una di queste forze vive: in essa pulsa la dinamica dell'amore suscitato dallo Spirito di Cristo. Questo amore non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell'anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L'affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell'uomo: il pregiudizio secondo cui l'uomo vivrebbe « di solo pane » (Mt 4, 4; cfr Dt 8, 3) — convinzione che umilia l'uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano.

29. Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è invece proprio dei fedeli laici. Come cittadini dello Stato, essi sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica. Non possono pertanto abdicare «alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune». Missione dei fedeli laici è pertanto di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità. Anche se le espressioni specifiche della carità ecclesiale non possono mai confondersi con l'attività dello Stato, resta tuttavia vero che la carità deve animare l'intera esistenza dei fedeli laici e quindi anche la loro attività politica, vissuta come « carità sociale ».

Le organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono invece un suo opus proprium, un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo quello che corrisponde alla sua natura. La Chiesa non può mai essere dispensata dall'esercizio della carità come attività organizzata dei credenti e, d'altra parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l'uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell'amore.

 

Le molteplici strutture di servizio caritativo nell’odierno contesto sociale

30.    a) I mezzi di comunicazione di massa hanno oggi reso il nostro pianeta più piccolo, avvicinando velocemente uomini e culture profondamente diversi. Se questo « stare insieme » a volte suscita incomprensioni e tensioni, tuttavia, il fatto di venire, ora, in modo molto più immediato a conoscenza delle necessità degli uomini costituisce soprattutto un appello a condividerne la situazione e le difficoltà. Ogni giorno siamo resi coscienti di quanto si soffra nel mondo, nonostante i grandi progressi in campo scientifico e tecnico, a causa di una multiforme miseria, sia materiale che spirituale. Questo nostro tempo richiede, dunque, una nuova disponibilità a soccorrere il prossimo bisognoso. Già il Concilio Vaticano II lo ha sottolineato con parole molto chiare: « Oggi che i mezzi di comunicazione sono divenuti più rapidi e le distanze fra gli uomini quasi eliminate [...], l'azione caritativa può e deve abbracciare tutti assolutamente gli uomini e tutte quante le necessità ».

D'altro canto — ed è questo un aspetto provocatorio e al contempo incoraggiante del processo di globalizzazione — il presente mette a nostra disposizione innumerevoli strumenti per prestare aiuto umanitario ai fratelli bisognosi, non ultimi i moderni sistemi per la distribuzione di cibo e di vestiario, come anche per l'offerta di alloggio e di accoglienza. Superando i confini delle comunità nazionali, la sollecitudine per il prossimo tende così ad allargare i suoi orizzonti al mondo intero. Il Concilio Vaticano II ha giustamente rilevato: « Tra i segni del nostro tempo è degno di speciale menzione il crescente e inarrestabile senso di solidarietà di tutti i popoli ». 

b) In questa situazione sono nate e cresciute, tra le istanze statali ed ecclesiali, numerose forme di collaborazione che si sono rivelate fruttuose. Le istanze ecclesiali, con la trasparenza del loro operare e la fedeltà al dovere di testimoniare l'amore, potranno animare cristianamente anche le istanze civili, favorendo un coordinamento vicendevole che non mancherà di giovare all'efficacia del servizio caritativo. Si sono pure formate, in questo contesto, molteplici organizzazioni con scopi caritativi o filantropici, che si impegnano per raggiungere, nei confronti dei problemi sociali e politici esistenti, soluzioni soddisfacenti sotto l'aspetto umanitario. Un fenomeno importante del nostro tempo è il sorgere e il diffondersi di diverse forme di volontariato, che si fanno carico di una molteplicità di servizi. Vorrei qui indirizzare una particolare parola di apprezzamento e di ringraziamento a tutti coloro che partecipano in vario modo a queste attività.

Anche nella Chiesa cattolica e in altre Chiese e Comunità ecclesiali sono sorte nuove forme di attività caritativa, e ne sono riapparse di antiche con slancio rinnovato. Sono forme nelle quali si riesce spesso a costituire un felice legame tra evangelizzazione e opere di carità. Desidero qui confermare esplicitamente quello che il mio grande Predecessore Giovanni Paolo II ha scritto nella sua Enciclica Sollicitudo rei socialis quando ha dichiarato la disponibilità della Chiesa cattolica a collaborare con le Organizzazioni caritative di queste Chiese e Comunità, poiché noi tutti siamo mossi dalla medesima motivazione fondamentale e abbiamo davanti agli occhi il medesimo scopo: un vero umanesimo, che riconosce nell'uomo l'immagine di Dio e vuole aiutarlo a realizzare una vita conforme a questa dignità. L'Enciclica Ut unum sint ha poi ancora una volta sottolineato che, per uno sviluppo del mondo verso il meglio, è necessaria la voce comune dei cristiani, il loro impegno « per il rispetto dei diritti e dei bisogni di tutti, specie dei poveri, degli umiliati e degli indifesi ». Vorrei qui esprimere la mia gioia per il fatto che questo desiderio abbia trovato in tutto il mondo una larga eco in numerose iniziative.

 

Il profilo specifico dell’attività caritativa della Chiesa

31. È perciò molto importante che l'attività caritativa della Chiesa mantenga tutto il suo splendore e non si dissolva nella comune organizzazione assistenziale, diventandone una semplice variante. Ma quali sono, ora, gli elementi costitutivi che formano l'essenza della carità cristiana ed ecclesiale?

Per quanto riguarda il servizio che le persone svolgono per i sofferenti, occorre innanzitutto la competenza professionale: i soccorritori devono essere formati in modo da saper fare la cosa giusta nel modo giusto, assumendo poi l'impegno del proseguimento della cura. La competenza professionale è una prima fondamentale necessità, ma da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno dell'attenzione del cuore. Quanti operano nelle Istituzioni caritative della Chiesa devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in modo abile la cosa conveniente al momento, ma si dedicano all'altro con le attenzioni suggerite dal cuore, in modo che questi sperimenti la loro ricchezza di umanità. Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori è necessaria anche, e soprattutto, la « formazione del cuore »: occorre condurli a quell'incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l'amore e apra il loro animo all'altro, così che per loro l'amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall'esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell'amore (cfr Gal 5, 6).

b) L'attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti ed ideologie.

    Ovviamente alla spontaneità del singolo deve aggiungersi, quando l'attività caritativa è assunta dalla Chiesa come iniziativa comunitaria, anche la programmazione, la previdenza, la collaborazione con altre istituzioni simili.

c) La carità, inoltre, non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi viene indicato come proselitismo. L'amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi. Ma questo non significa che l'azione caritativa debba, per così dire, lasciare Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l'uomo.

Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l'amore. Egli sa che Dio è amore (cfr 1 Gv 4, 8) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient'altro viene fatto fuorché amare. Di conseguenza, la miglior difesa di Dio e dell'uomo consiste proprio nell'amore. È compito delle Organizzazioni caritative della Chiesa rafforzare questa consapevolezza nei propri membri, in modo che attraverso il loro agire — come attraverso il loro parlare, il loro tacere, il loro esempio — diventino testimoni credibili di Cristo.

 

I responsabili dell’azione caritativa della Chiesa

32. Nelle precedenti riflessioni è ormai risultato chiaro che il vero soggetto delle varie Organizzazioni cattoliche che svolgono un servizio di carità è la Chiesa stessa — e ciò a tutti i livelli, iniziando dalle parrocchie, attraverso le Chiese particolari, fino alla Chiesa universale.

Alla struttura episcopale della Chiesa, poi, corrisponde il fatto che, nelle Chiese particolari, i Vescovi quali successori degli Apostoli portino la prima responsabilità della realizzazione, anche nel presente, del programma indicato negli Atti degli Apostoli (cfr 2, 42-44): la Chiesa in quanto famiglia di Dio deve essere, oggi come ieri, un luogo di aiuto vicendevole e al contempo un luogo di disponibilità a servire anche coloro che, fuori di essa, hanno bisogno di aiuto. In questo contesto l'ordinando promette espressamente di essere, nel nome del Signore, accogliente e misericordioso verso i poveri e verso tutti i bisognosi di conforto e di aiuto. Il Codice di Diritto Canonico, nei canoni riguardanti il ministero episcopale, non tratta espressamente della carità come di uno specifico ambito dell'attività episcopale, ma parla solo in modo generale del compito del Vescovo, che è quello di coordinare le diverse opere di apostolato nel rispetto della loro propria indole. Recentemente, tuttavia, il Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi ha approfondito più concretamente il dovere della carità come compito intrinseco della Chiesa intera e del Vescovo nella sua Diocesi ed ha sottolineato che l'esercizio della carità è un atto della Chiesa come tale e che, così come il servizio della Parola e dei Sacramenti, fa parte anch'essa dell'essenza della sua missione originaria.

33. Per quanto concerne i collaboratori che svolgono sul piano pratico il lavoro della carità nella Chiesa, l'essenziale è già stato detto: essi non devono ispirarsi alle ideologie del miglioramento del mondo, ma farsi guidare dalla fede che nell'amore diventa operante (cfr Gal 5, 6). Devono essere quindi persone mosse innanzitutto dall'amore di Cristo, persone il cui cuore Cristo ha conquistato col suo amore, risvegliandovi l'amore per il prossimo. Il criterio ispiratore del loro agire dovrebbe essere l'affermazione presente nella Seconda Lettera ai Corinzi: « L'amore del Cristo ci spinge » (5, 14). La consapevolezza che in Lui Dio stesso si è donato per noi fino alla morte deve indurci a non vivere più per noi stessi, ma per Lui, e con Lui per gli altri. Chi ama Cristo ama la Chiesa e vuole che essa sia sempre più espressione e strumento dell'amore che da Lui promana. Il collaboratore di ogni Organizzazione caritativa cattolica vuole lavorare con la Chiesa e quindi col Vescovo, affinché l'amore di Dio si diffonda nel mondo. Attraverso la sua partecipazione all'esercizio dell'amore della Chiesa, egli vuole essere testimone di Dio e di Cristo e proprio per questo vuole fare del bene agli uomini gratuitamente.

34. L'apertura interiore alla dimensione cattolica della Chiesa non potrà non disporre il collaboratore a sintonizzarsi con le altre Organizzazioni nel servizio alle varie forme di bisogno; ciò tuttavia dovrà avvenire nel rispetto del profilo specifico del servizio richiesto da Cristo ai suoi discepoli. San Paolo nel suo inno alla carità (cfr 1 Cor 13) ci insegna che la carità è sempre più che semplice attività: « Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova » (v. 3). Questo inno deve essere la Magna Carta dell'intero servizio ecclesiale; in esso sono riassunte tutte le riflessioni che, nel corso di questa Lettera enciclica, ho svolto sull'amore.

L'azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l'amore per l'uomo, un amore che si nutre dell'incontro con Cristo. L'intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell'altro diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l'altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona.

35. Questo giusto modo di servire rende l'operatore umile. Egli non assume una posizione di superiorità di fronte all'altro, per quanto misera possa essere sul momento la sua situazione. Cristo ha preso l'ultimo posto nel mondo — la croce — e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta. Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di poter aiutare. Questo compito è grazia. Quanto più uno s'adopera per gli altri, tanto più capirà e farà sua la parola di Cristo: « Siamo servi inutili » (Lc 17, 10). Egli riconosce infatti di agire non in base ad una superiorità o maggior efficienza personale, ma perché il Signore gliene fa dono. A volte l'eccesso del bisogno e i limiti del proprio operare potranno esporlo alla tentazione dello scoraggiamento. Ma proprio allora gli sarà d'aiuto il sapere che, in definitiva, egli non è che uno strumento nelle mani del Signore; si libererà così dalla presunzione di dover realizzare, in prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà quello che gli è possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza. Fare, però, quanto ci è possibile con la forza di cui disponiamo, questo è il compito che mantiene il buon servo di Gesù Cristo sempre in movimento: « L'amore del Cristo ci spinge » (2 Cor 5, 14).

36. L'esperienza della smisuratezza del bisogno può, da un lato, spingerci nell'ideologia che pretende di fare ora quello che il governo del mondo da parte di Dio, a quanto pare, non consegue: la soluzione universale di ogni problema. Dall'altro lato, essa può diventare tentazione all'inerzia sulla base dell'impressione che, comunque, nulla possa essere realizzato. In questa situazione il contatto vivo con Cristo è l'aiuto decisivo per restare sulla retta via: né cadere in una superbia che disprezza l'uomo e non costruisce in realtà nulla, ma piuttosto distrugge, né abbandonarsi alla rassegnazione che impedirebbe di lasciarsi guidare dall'amore e così servire l'uomo. La preghiera come mezzo per attingere sempre di nuovo forza da Cristo, diventa qui un'urgenza del tutto concreta. Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione ha tutte le caratteristiche dell'emergenza e sembra spingere unicamente all'azione. La pietà non indebolisce la lotta contro la povertà o addirittura contro la miseria del prossimo. La beata Teresa di Calcutta è un esempio molto evidente del fatto che il tempo dedicato a Dio nella preghiera non solo non nuoce all'efficacia ed all'operosità dell'amore verso il prossimo, ma ne è in realtà l'inesauribile sorgente.

37. È venuto il momento di riaffermare l'importanza della preghiera di fronte all'attivismo e all'incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel lavoro caritativo. Ovviamente, il cristiano che prega non pretende di cambiare i piani di Dio o di correggere quanto Dio ha previsto. Egli cerca piuttosto l'incontro con il Padre di Gesù Cristo, chiedendo che Egli sia presente con il conforto del suo Spirito in lui e nella sua opera. La familiarità col Dio personale e l'abbandono alla sua volontà impediscono il degrado dell'uomo, lo salvano dalla prigionia di dottrine fanatiche e terroristiche. Un atteggiamento autenticamente religioso evita che l'uomo si eriga a giudice di Dio, accusandolo di permettere la miseria senza provar compassione per le sue creature. Ma chi pretende di lottare contro Dio facendo leva sull'interesse dell'uomo, su chi potrà contare quando l'azione umana si dimostrerà impotente?

38. Certo Giobbe può lamentarsi di fronte a Dio per la sofferenza incomprensibile, e apparentemente ingiustificabile, presente nel mondo. Così egli parla nel suo dolore: « Oh, potessi sapere dove trovarlo, potessi arrivare fino al suo trono! ... 

Del resto, Egli neppure ci impedisce di gridare, come Gesù in croce: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Mt 27, 46). La nostra protesta non vuole sfidare Dio, né insinuare la presenza in Lui di errore, debolezza o indifferenza. Per il credente non è possibile pensare che Egli sia impotente, oppure che « stia dormendo » (cfr 1 Re 18, 27). Piuttosto è vero che perfino il nostro gridare è, come sulla bocca di Gesù in croce, il modo estremo e più profondo per affermare la nostra fede nella sua sovrana potestà. I cristiani infatti continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella « bontà di Dio » e nel « suo amore per gli uomini » (Tt 3, 4). Essi, pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi.

39. Fede, speranza e carità vanno insieme. L'amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo perché creati ad immagine di Dio. Vivere l'amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a cui vorrei invitare con la presente Enciclica.

40. Guardiamo infine ai Santi, a coloro che hanno esercitato in modo esemplare la carità. Il pensiero va, in particolare, a Martino di Tours († 397). Gesù stesso, nella notte, gli appare in sogno rivestito di quel mantello, a confermare la validità perenne della parola evangelica: « Ero nudo e mi avete vestito ... Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me » (Mt 25, 36. 40). In particolare tutto il movimento monastico, fin dai suoi inizi con sant'Antonio abate († 356), esprime un ingente servizio di carità verso il prossimo. Si spiegano così le grandi strutture di accoglienza, di ricovero e di cura sorte accanto ai monasteri. Si spiegano pure le ingenti iniziative di promozione umana e di formazione cristiana, destinate innanzitutto ai più poveri, di cui si sono fatti carico dapprima gli Ordini monastici e mendicanti e poi i vari Istituti religiosi maschili e femminili, lungo tutta la storia della Chiesa. Figure di Santi rimangono modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà.

41. Tra i santi eccelle Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Nel Vangelo di Luca, la troviamo impegnata in un servizio di carità alla cugina Elisabetta, presso la quale resta « circa tre mesi » (1, 56) per assisterla nella fase terminale della gravidanza. Maria è grande proprio perché non vuole rendere grande se stessa, ma Dio. Ella è umile: non vuole essere nient'altro che l'ancella del Signore (cfr Lc 1, 38. 48). Essendo intimamente penetrata dalla Parola di Dio, ella può diventare madre della Parola incarnata. Infine, Maria è una donna che ama.

L’Osservatore Romano, N. 21 (44.163), 26 Gennaio 2006 

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AU CORPS DIPLOMATIQUE ACCRÉDITÉ PRÈS LE SAINT-SIÈGE

De telles considérations peuvent s’appliquer de manière plus large dans le contexte mondial actuel, où l’on parle non sans raison du danger d’un choc des civilisations. Ce danger est rendu plus aigu par le terrorisme organisé, qui s’étend désormais au niveau planétaire. Les causes en sont nombreuses et complexes, les causes idéologiques et politiques, mêlées à des conceptions religieuses aberrantes, n’en sont pas les moindres. Le terrorisme n’hésite pas à frapper des personnes innocentes, sans aucune distinction, ou à mettre à exécution des chantages inhumains, suscitant la panique de populations entières, dans le but de contraindre les responsables politiques à satisfaire les desseins des terroristes eux-mêmes. Aucune circonstance ne peut justifier cette activité criminelle, qui couvre d’infamie celui qui l’accomplit et qui est d’autant plus blâmable qu’elle se pare du bouclier d’une religion, rabaissant ainsi au niveau de son aveuglement et de sa perversion morale la pure vérité de Dieu.

L’engagement pour la vérité de la part des diplomaties, tant au niveau bilatéral que multilatéral, peut apporter une contribution essentielle, car les diversités indéniables qui caractérisent des peuples de différentes parties du monde et leurs cultures peuvent se rassembler non seulement dans une coexistence tolérante, mais dans un projet d'humanité plus haut et plus riche. Au cours des siècles passés, les échanges culturels entre judaïsme et hellénisme, entre monderomain, monde germanique et monde slave, de même qu’entre monde arabe et monde européen, ont fécondé la culture et favorisé les sciences et les civilisations. Il devrait en être de nouveau ainsi aujourd’hui - et dans une mesure plus grande encore! -, les possibilités d'échange et de compréhension réciproque étant de fait beaucoup plus favorables. C’est pourquoi il faut avant tout souhaiter aujourd’hui que soit supprimé tout obstacle à l’accès à l’information par la presse et par les moyens informatiques modernes, et que s’intensifient en outre les échanges entre enseignants et étudiants des disciplines humanistes des universités des diverses régions culturelles. 

Àce sujet, vous savez bien, Mesdames et Messieurs les Ambassadeurs, quel’activité de la diplomatie duSaint-Siège est, par nature, tournée vers la promotion, dans les différents domaines où la liberté doit se réaliser, de l’aspect de la liberté de religion. Malheureusement, dans certains États, même parmiceux quipeuvent aussi se vanter de traditions culturelles multiséculaires, cette liberté, loin d’être garantie, est même gravement violée, en particulier en ce quiconcerne les minorités. Àce propos, je voudrais simplementrappeler ce quia été établi clairementdans la Déclaration universelle des Droits de l’Homme. Les droits fondamentaux de l’hommesont les mêmes sous toutes les latitudes; et, parmi eux,une place de premier plan doit être reconnue au droit à la liberté de religion, parce qu’ilconcerne le rapport humainle plusimportant, le rapport à Dieu. Àtous les responsables de la vie des Nations, je voudraisdire:si vous ne craignez pas la vérité, vous ne devez pas craindre la liberté. Le Saint-Siège, qui demande partout pour l’Église catholique des conditions de vraie liberté, le demande pareillement pour tous.

La paix, vers laquelleson engagement peut et doit le porter, n’est pas seulement le silence des armes; bien plus,elle est une paix quifavorise la formation de nouveaux dynamismes dans les relations internationales, dynamismes qui,à leur tour, se transforment en facteurs de maintien de la paix elle-même. Et ils ne sont tels ques’ils répondent à la vérité de l’homme et de sa dignité. Et c’est pourquoi on ne peut parler de paix là où l’homme n’a même pas l’indispensable pour vivre dans la dignité. Je pense ici aux foules innombrables de gens quisouffrent de la faim. Ellen’est pas une paix, la leur, même si ces populations ne sont pas en guerre: de la guerre, elles sont même des victimes innocentes. Viennent aussi spontanément à l’esprit les images bouleversantes des grands camps de personnes déplacées ou de réfugiés – en diverses parties du monde –, rassemblés dans des conditions précaires pour échapper à des conditions pires encore, mais ayant besoin de tout. Ces êtres humains ne sont-ils pas nos frères et nos sœurs? Leurs enfants ne sont-ils pas venus au monde avec les mêmes attentes légitimes de bonheur queles autres? Ma pensée se tourne aussi vers tous ceux quedes conditions de vieindignes poussent à émigrer loin de leur pays et de leurs proches, dans l'espoir d'une vie plushumaine. Nous ne pouvons pas oublierla plaiedutrafic de personnes, quireste une honte pour notre temps.

Face à ces « urgences humanitaires » de même qu’à d’autres problèmes dramatiques de l’homme, de nombreuses personnes de bonne volonté, diverses institutions internationales et des organisations non gouvernementales ne sont pas restées inactives. Mais on demande un effort accru de toutes les diplomaties pour repéreravec vérité et pour dépasser, avec courage et générosité, les obstacles quis'opposent encore à des solutions efficaces et dignes de l’homme. Et la vérité veut qu’aucun des États prospères ne se soustraie à ses responsabilités et à son devoir d’aide, puisant avec une plusgrande générosité dans ses propresressources. Sur la base des données statistiques disponibles, on peut affirmer quemoins de la moitié des immenses sommes globalement destinées aux armements serait plusquesuffisante pour quel’immense armée des pauvres soit tirée de l’indigence, et cela de manière stable. La conscience humaine en est interpellée. Pour les populations qui viventen dessous duseuil de pauvreté, plusen raison de situations qui dépendentdes relations internationales politiques, commerciales et culturelle qu’en raison de circonstances incontrôlées, notre engagement commun dans la vérité peut et doit donner de nouvelles espérances.

L’Osservatore Romano(Hebdomadaire en langue Française), N. 2  (2914), 10 Janvier 2006, p. 3-5.

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DISCORSO AGLI AMMINISTRATORI DELLA REGIONE LAZIO, DEL COMUNE E DELLA PROVINCIA DI ROMA

Sono lieto per lo sviluppo che hanno avuto in questi anni le varie forme di collaborazione tra le pubbliche Amministrazioni di Roma, della Provincia e della Regione e gli organismi del volontariato ecclesiale, nell’opera volta ad alleviare le povertà vecchie e nuove che purtroppo affliggono una parte non piccola della popolazione, e in particolare molti immigrati.

L’Osservatore Romano, N. 10 (44.152), 13 Gennaio 2006, p. 5. 

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“ANGELUS”, SUNDAY 15 JANUARY 2006

Today we are celebrating World Day of Migrants and Refugees. Migration is a very widespread phenomenon in today’s world: it is a “sign of the times”. This phenomenon has very varied aspects: migration can in fact be voluntary or forced, legal or illegal, for work or study.

If, on the one hand, respect for ethnic and cultural differences are affirmed, on the other there are still difficulties in acceptance and integration. The Church asks her faithful to welcome the positive aspects that this sign of the times bears within it, overcoming every kind of discrimination, injustice and contempt of the human person, for every man and woman is the image of God.

L’Osservatore Romano(English Edition), N. 3 (1927), 18 January 2006.

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ALL’UDIENZA GENERALE DI MERCOLEDÌ 18 GENNAIO 2006

Un saluto particolare voglio rivolgere, inoltre agli artisti del mondo circense, presenti a Roma in questi giorni, ringraziando per questa bella esibizione, li incoraggio a manifestare sempre con gioia la propria fede in Cristo.

L’Osservatore Romano, N. 15 (44.157), 19 Gennaio 2006, p. 5. 

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DISCORSO AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO PROMOSSO DAL PONTIFICIO CONSIGLIO “COR UNUM”

L’organizzazione ecclesiale della carità non è una forma di assistenza sociale che s’aggiunge casualmente alla realtà della Chiesa, un’iniziativa che si potrebbe lasciare anche agli altri. Essa fa parte invece della natura della Chiesa. Come al Logos divino corrisponde l’annuncio umano, la parola della fede, così all’Agape, che è Dio, deve corrispondere l’agape della Chiesa, la sua attività caritativa. Questa attività, oltre al primo significato molto concreto dell’aiutare il prossimo, possiede essenzialmente anche quello del comunicare agli altri l’amore di Dio, che noi stessi abbiamo ricevuto. Essa deve rendere in qualche modo visibile il Dio vivente. Dio e Cristo nell’organizzazione caritativa non devono essere parole estranee; esse in realtà indicano la fonte originaria della carità ecclesiale. La forza della Caritas dipende dalla forza delle fede di tutti i membri e collaboratori.

L’Osservatore Romano, N. 19 (44.161), 23-24 Gennaio 2006, p. 5. 

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TO THE NEW AMBASSADOR OF SOUTH AFRICA

History has clearly demonstrated that “immigration can be a resource for development rather than an obstacle to it” (Compendium of the Social Doctrine of the Church, n. 297). I have no doubt that your Nation, by drawing on the talents and hopes of these newcomers and treating them always with the dignity and respect they deserve, will reap many benefits.

L’Osservatore Romano(English Edition), N. 4 (1928), 25 January 2006, p. 9.

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AUX ÉVÊQUES DU CONGO EN VISITE “AD LIMINA APOSTOLORUM” – I GROUPE

Ces dernières années, votre pays a vécu au rythme de conflits meurtriers qui laissent de profondes cicatrices dans la mémoire des peuples. Au cours de cette tragédie, qui a touché en particulier l’est de votre pays, vous avez eu le souci de dénoncer, par de vigoureux messages, les exactions en cours, appelant les acteurs locaux à faire preuve de responsabilité et de courage, pour que le populations vivent dans la paix et la sécurité. J’encourage la Conférence épiscopale, dans un travail concerte et audacieux, à demeurer vigilante pour accompagner les progrès en cours.

L’Osservatore Romano (Hebdomadaire en langue Française), N. 5   (2917), 31 Janvier 2006, p. 5.

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AUX ÉVÊQUES DU CONGO EN VISITE “AD LIMINA APOSTOLORUM”– II GROUPE 

La Vie consacrée est présente en République démocratique du Congo dans la riche diversité de ses formes. Je salue bien affectueusement toutes les personnes consacrées ; elles ont le souci de témoigner de l’amour du Christ auprès leurs frères. Je rends notamment hommage à ceux et celles qui, dans des conditions extrêmes, ont choisi de rester auprès des populations éprouvées pour leur apporter l’assistance, le réconfort et le soutien spirituel nécessaires. […]

Il vous revient de nourrir leur foi et leur espérance, en leur proposant une formation chrétienne solide. On pense en particulier aux initiatives pastorales destinées à permettre aux enfants de la rue et aux enfants soldats de se reconstruire humainement et spirituellement.

L’Osservatore Romano (Hebdomadaire en langue Française), N. 7 (2919), 14 Février 2006, p. 4.

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AU NOUVEL AMBASSADEUR DU MAROC PRÈS LE SAINT-SIÈGE

Parmi les graves problèmes auxquels doivent faire face les pays riverains de la Méditerranée, le phénomène migratoire constitue une donnée sensible dans les relations entre les Etats. Les migrants en provenance de régions moins favorisées et en quête de meilleures conditions de vie viennent de plus en plus nombreux frapper aux portes de l’Europe ce qui place dans l’illégalité un nombre toujours croissant d’entre eux et qui crée parfois des situations mettant gravement en cause la dignité et la sécurité des personnes. Aussi est-il nécessaire que les institutions des pays d’accueil ou de transit veillent à ne pas les considérer comme une marchandise ou une simple force de travail, et à respecter leurs droits fondamentaux et leur dignité humaine. La situation précaire de tant d’étrangers devrait favoriser la solidarité entre les nations concernées, afin de contribuer au développement des pays d’origine des migrants. En effet, ces problèmes ne peuvent être résolus par des politiques uniquement nationales. C’est par une collaboration toujours plus intense entre tous les pays concernes que progressera efficacement la recherche de solutions à ces douloureuses situations.

Monsieur l’Ambassadeur, vous avez souligné la contribution de votre pays à la consolidation du dialogue entre les civilisations, les cultures et les religions. Pour sa part, dans le contexte international que nous connaissons actuellement, l’Église catholique demeure convaincue que, pour favoriser la paix et la compréhension entre les peuples et entre les hommes, il est nécessaire et urgent que les religions et leurs symboles soient respectés, et que les croyants ne soient pas l’objet de provocations blessant leur démarche et leurs sentiments religieux. Cependant, l’intolérance et la violence ne peuvent jamais se justifier comme des réponses aux offenses, car ce ne sont pas des réponses compatibles avec les principes sacrés de la religion ; c’est pourquoi on ne peut que déplorer les actions de ceux qui profitent délibérément de l’offense causée aux sentiments religieux pour fomenter des actes violents, d’autant plus que cela se produit à des fins étrangères à la religion. Pour les croyants comme pour tous les hommes de bonne volonté, la seule voie qui peut conduire à la paix et à la fraternité est celle du respect des convictions et des pratiques religieuses d’autrui, afin que, de manière réciproque dans toutes les sociétés, soit réellement assure pour chacun l’exercice de la religion librement choisie.

L’Osservatore Romano, N. 43 (44.185), 20-21 Febbraio 2006, p. 7

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AI MEMBRI DEL XVII GRUPPO DEL CORPO DELLA POLIZIA MUNICIPALE DEL COMUNE DI ROMA

La vostra quotidiana attività esige un costante impegno, perché la zona attorno al Vaticano è frequentata da tanta gente e il traffico è intenso. Al movimento legato alla normale attività del quartiere si unisce il flusso costante di persone che entrano ed escono dal Vaticano, le code dei visitatori dei Musei vaticani, l’affluenza di gruppi che ogni mercoledì giungono da ogni parte per le Udienze generali, l’accorrere di pellegrini e romani per partecipare in Piazza San Pietro alla recita dell’Angelus domenicale e negli altri giorni di festa, l’andirivieni di devoti e turisti per la Piazza e in Basilica, e non raramente le visite ufficiali di ambasciatori e di altre autorità. Voi cercate di offrire sempre a tutti la vostra assistenza; e vi ringrazio perché sono certo che vi sforzate di farlo con professionalità e dedizione. Di professionalità e dedizione avete dato, in modo particolare, durante i memorabili e concitati giorni della malattia, della morte e dei funerali dell’amato Papa Giovanni Paolo II, come pure in occasione della mia elezione a Sommo Pontefice, nel mese di aprile dello scorso anno. Anche di questo vi sono sinceramente riconoscente.

L’Osservatore Romano, N. 48 (44.190), 26 Febbraio 2006, p. 5

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DISCOURS AUX ÉVÊQUES DE LA CONFÉRENCE ÉPISCOPALE DU SÉNÉGAL, DE LA MAURITANIE, DU CAP-VERT ET DE LA GUINEÉ BISSAU EN VISITE “AD LIMINA APOSTOLORUM” 

L’une des taches par lesquelles l’Eglise dans votre région manifeste le plus visiblement l’amour du prochain est son engagement en vue du développement social. De nombreuses structures ecclésiales permettent à vos communautés de se mettre avec efficacité au service des plus pauvres, signe de leur conscience que l’amour du prochain, enraciné dans l’amour de Dieu, est constitutif de la vie chrétienne. Ainsi, «toute l’activité de l’Eglise est l’expression d’un amour qui cherche le bien intégral de l’homme» (Deus caritas est, n. 19). Mais le christianisme ne doit pas être réduit pour autant à une sagesse purement humaine ni se confondre avec un service social, car il s’agit aussi d’un service spirituel. Cependant, pour le disciple du Christ, l’exercice de la charité ne peut être un moyen au service du prosélytisme, car l’amour est gratuit (cf. ibid., n. 31). Vous exercez le service de l’homme souvent en collaboration avec des hommes et des femmes qui ne partagent pas la foi chrétienne, notamment avec des musulmans. Les efforts ainsi déployés pour une rencontre en vérité des croyants de différentes traditions religieuses contribuent à la réalisation concrète du bien authentique des personnes et de la société. Il est impératif d’approfondir toujours plus les relations fraternelles entre les communautés, afin de favoriser un déve-loppement harmonieux de la société, reconnaissant la dignité de chaque personne et permettant à tous le libre exercice de sa religion.

L’Osservatore Romano(Hebdomadaire en langue Française), N. 9 (2921), 28 Février 2006, p. 2.     

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“ANGELUS DOMINI”, DOMENICA 5 MARZO 2006

Sabato prossimo 11 marzo, alle ore 17, nell’Aula Paolo VI si terrà una veglia mariana organizzata dai giovani universitari di Roma. Ad essa parteciperanno, grazie ai collegamenti radio-televisivi, anche numerosi studenti di altri Paesi europei e dell’Africa. Sarà una propizia occasione per pregare la Vergine Santa perché il Vangelo apra nuove vie alla cooperazione tra i popoli dell’Europa e dell’Africa. Cari giovani, vi attendo numerosi!

L’Osservatore Romano, N. 55 (44.197), 6-7 Marzo 2006, p. 5. 

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TO A GROUP OF BISHOPS OF THE EPISCOPAL CONFERENCE OF BOSNIA AND HERZEGOVINA DURING THEIR “AD LIMINA” VISIT

Benedict XVI then went on to mention some of the problems facing the prelates of Bosnia and Herzegovina, such as “the position of exiles, for whom I hope appropriate agreements will be reached in respect of everyone’s rights.” He also mentioned “the indispensable equality between citizens of various religions, … the urgent need for measures to meet the growing lack of work for young people, and attenuating ominous tensions between ethnic groups.”

L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 11 (1935), 15 March 2006, p. 9. 

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AI RAPPRESENTANTI DELLA SANTA SEDE PRESSO LE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

L’accresciuta partecipazione della Santa Sede alle attività internazionali costituisce un prezioso stimolo a che essa possa continuare a dare voce alla coscienza di quanti compongono la comunità internazionale. Si tratta di un servizio delicato e faticoso, che – poggiando sulla forza apparentemente inerme, ma in definitiva prevalente della verità – intende collaborare alla costruzione di una società internazionale più attenta alla dignità ed alle vere esigenze della persona umana. In questa prospettiva, la presenza della Santa Sede presso gli Organismi Internazionali Intergovernativi rappresenta un contributo fondamentale al rispetto dei diritti umani e del bene comune e, pertanto, all’autentica libertà ed alla giustizia. Siamo in presenza di un impegno specifico ed insostituibile, che può divenire ancor più efficace se si uniscono le forze di quanti collaborano con fede dedizione alla missione della Chiesa nel mondo.

Le relazioni fra gli Stati e negli Stati sono giuste nella misura in cui esse rispettano la verità. Quando, invece, la verità è oltraggiata, la pace è minacciata, il diritto viene compromesso, allora, con logica conseguenza, si scatenano le ingiustizie. Esse sono frontiere che dividono i Paesi in maniera molto più profonda di quanto lo facciano i confini tracciati sulle carte geografiche e, spesso, non sono soltanto frontiere esterne, ma anche interne agli Stati. 

L’Osservatore Romano, N. 66 (44.208), 19 Marzo 2006, p. 6. 

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AUX EVÊQUES DE LA CONFÉRENCE ÉPISCOPALE DE LA CÔTE D’IVOIRE EN VISITE  “AD LIMINA APOSTOLORUM

Le rétablissement d’une paix véritable ne sera possible que par le pardon généreusement accordé et par la réconciliation effectivement réalisée entre les personnes et entre les groupes concernes. Pour y parvenir, toutes les parties en cause doivent accepter de poursuivre courageusement le dialogue, pour examiner de façon approfondie et loyale les causes qui ont conduit à la situation actuelle et pour trouver les moyens de parvenir à une solution acceptable par tous, dans la justice et dans la vérité. Le chemin de la paix est long et difficile, mais il n’est jamais impossible. 

Chers frères dans l’Épiscopat, dans cet effort commun, les catholiques ont pris leur place, car la construction d’un monde réconcilié ne peut jamais leur être étrangère. Il est de leur responsabilité de contribuer à établir des relations harmonieuses et fraternelles entre les personnes et entre les communautés. Pour que la réalisation plénière de cet objectif soit crédible, il est nécessaire en premier lieu de recréer la confiance entre les disciples du Christ, malgré les divergences d’opinion qui peuvent se manifester entre eux. Car c’est d’abord à l’intérieur de l’Eglise que doit être vécu un authentique amour, dans l’unité et la réconciliation, suivant ainsi l’enseignement du Seigneur : « Ce qui montrera à tous les hommes que vous êtes mes disciples, c’est l’amour que vous aurez les uns pour les autres » (Jn 13, 35). Il revient donc aux chrétiens de se laisser transformer par la force de l’Esprit, afin d’être de vrais témoins de l’amour du Père, qui veut faire de tous les hommes une unique famille. Leur activité, qui les pousse au-devant des souffrances et des besoins de leurs frères, en sera alors une expression convaincante. Dans vos Églises diocésaines, face aux tensions politiques ou ethnique, évêque, prêtres et personnes consacrées doivent être pour des modèles de fraternité et de charité, et contribuer par leur parole et par leurs attitudes à l’édification d’une société unie et réconciliée.  

L’Osservatore Romano, N. 79 (44.221), 3-4 Aprile 2006, p. 5. 

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MESSAGE AND BLESSING “URBI ET ORBI”: EASTER SUNDAY, 16 APRIL 2006

May the Spirit of the Risen one, in particular, bring relief and security in Africa to the peoples of Darfur, who are living in a dramatic humanitarian situation that is no longer sustainable; to those of the Great Lakes region, where many wounds have yet to be healed; to the peoples of the Horn of Africa, of the Ivory Coast, Uganda, Zimbabwe and other nations which aspire to reconciliation, justice and progress. In Iraq, may peace finally prevail over the tragic violence that continues mercilessly to claim victims. I also pray sincerely that those caught up in the conflict in the Holy Land may find peace, and I invite all to patient and persevering dialogue, so as to remove both ancient and new obstacles. May the international community, which re-affirms Israel’s just right to exist in peace, assist the Palestinian people to overcome the precarious conditions in which they live and to build their future, moving towards the constitution of a state that is truly their own. May the Spirit of the Risen one enkindle a renewed enthusiastic commitment of the Countries of Latin America, so that the living conditions of millions of citizens may be improved, the deplorable scourge of kidnapping may be eradicated and democratic institutions may be consolidated in a spirit of harmony and effective solidarity. Concerning the international crises linked to nuclear power, may an honourable solution be found for all parties, through serious and honest negotiations, and may the leaders of nations and of International Organizations be strengthened in their will to achieve peaceful coexistence among different races, cultures and religions, in order to remove the threat of terrorism. 

L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 16 (1940), 19 April 2006, p. 6/7.

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DISCORSO AL SANTUARIO ROMANO DEL DIVINO AMORE

Attendiamo specialmente l’energia interiore per adempiere il voto fatto dai romani il 4 giugno 1944, quando chiesero solennemente alla Madonna del Divino Amore che questa Città fosse preservata dagli orrori della guerra e furono esauditi: il voto e la promessa cioè di correggere e migliorare la propria condotta morale, per renderla più conforme a quella del Signore Gesù. Anche oggi c’è bisogno di conversazione a Dio, a Dio Amore, perché il mondo sia liberato dalle guerre e dal terrorismo. Ce lo ricordano purtroppo le vittime, come i militari caduti giovedì scorso a Nassiriya, in Iraq, che affidiamo alla materna intercessione di Maria, Regina della pace.

L’Osservatore Romano, N. 102 (44.244), 2-3 Maggio 2006, p. 5. 

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ADDRESS OF TO THE MEMBERS OF THE “PAPAL FOUNDATION” 

Truly, the risen Christ gives renewed hope and strength to many in our world today who suffer injustice or deprivation and who long to be able to live with the freedom and dignity of the children of God.

Christ promised to send the Holy Spirit to enkindle the hearts of believers, moving them to love their brothers and sisters as Christ loved them, and to witness through their charitable activity to the Father’s love for all humanity (cf. Deus Caritas Est, 19). The fruit of that gift of the Spirit can be clearly seen in the assistance that the Papal Foundation gives in Christ’s name to developing countries, in the form of aid projects, grants and scholarships. I am most grateful for your support and for the help you give me in carrying out my mission to care for Christ’s flock in every corner of the world.

L’Osservatore Romano, N. 105 (44.247), 6 Maggio 2006, p. 4. 

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SALUTO AI PARTECIPANTI ALLA “MARCIA COMMEMORA-TIVA” IN OCCASIONE DEL V CENTENARIO DELLA GUARDIA SVIZZERA PONTIFICIA

Sono lieto di rivolgere il mio cordiale saluto a tutti voi, cari amici, ex guardie svizzere e partecipanti alla speciale “marcia” organizzata in occasione del 500° anniversario della discesa a Roma dei primi 150 “Gwardiknechte”. Seguendo lo stesso itinerario compiuto cinquecento anni orsono, passando per Milano, Fidenza, Lucca, Siena e Acquapendente, voi avete raggiunto Roma ed ora eccovi in questa Piazza San Pietro a voi ben nota. Ad accogliervi e a porgervi il suo saluto è il successore di Papa Giulio II, il cui nome è inscindibilmente legato al benemerito Corpo della Guardia Svizzera Pontificia. 

Care ex Guardie Svizzere, con questa significativa iniziativa, che ha avuto inizio il 7 aprile a Bellinzona e termina oggi, qui a Roma, avete voluto rendere onore ai vostri predecessori e, al contempo, avete potuto rendere grazie al Signore per la vostra appartenenza personale al Corpo della Guardia Svizzera e dunque anche rafforzare il vostro vincolo con questa "famiglia" anche alla fine del vostro servizio. Avete voluto intraprendere questo vostro lungo viaggio come un "pellegrinaggio", seguendo la famosa "via Francigena", una via percorsa nel Medioevo dai pellegrini che dalla Francia si recavano a Roma. Nei giorni del vostro viaggio, in cui avete percorso a piedi circa 720 km, avete potuto attraversare molti villaggi e città e informare gli abitanti della vostra storia e far dunque conoscere loro lo spirito che anima il Corpo della Guardia Svizzera. In un certo modo avete potuto condividere i sentimenti delle prime 150 guardie svizzere che il 21 gennaio 1506 raggiunsero la città eterna, indossarono subito le uniformi giallo-rosse, i colori della famiglia Della Rovere, e il giorno seguente da Porta del Popolo attraverso Campo de' Fiori giunsero al Colle Vaticano. Era il 22 gennaio 1506, giorno della creazione della Guardia Svizzera Pontificia. 

L’Osservatore Romano, N. 105 (44.247), 6 Maggio 2006, p. 5. 

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AU NOUVEL AMBASSADEUR DE LA RÉPUBLIQUE DE BULGARIE PRÈS LE SAINT-SIÈGE

Ainsi les jeunes générations pourront retrouver confiance en l’avenir et s’engager sans crainte dans des projets à long terme, donnant naissance à de nouvelles familles, solidement édifiées sur le mariage et ouvertes à l’accueil des enfants, apprenant à se mettre au service du bien commun de la société par l’activité politique, économique et sociale, portant également le souci de la solidarité avec les plus démunis comme avec les migrants qui viennent d’autres horizons pour chercher un refuge ou une chance nouvelle.

Dans le monde incertain et troublé qui est le nôtre, l’Europe peut devenir témoin et messager du dialogue nécessaire entre les cultures et les religions. L’histoire du vieux continent, profondément marqué par ses divisions et ses guerres fratricides mais aussi par ses efforts pour les vaincre, l’invite en effet à accomplir cette mission, afin de répondre aux attentes de tant d’hommes et de femmes qui aspirent encore, dans bien des pays du monde, au développement, à la démocratie et à la liberté religieuse. Le Saint-Siège, vous le savez, ne cesse d’agir, pour promouvoir, à la place qui est la sienne, un véritable dialogue entre les nations comme entre les responsables des religions. Il s’agit d’abord de faire reculer la violence, qui se développe aujourd’hui dangereusement, en brisant notamment les murs de l’ignorance et de la méfiance qui peuvent l’engendrer. Et, parce que l’Europe ne peut se replier sur elle-même, il convient également de favoriser un meilleur partage des richesses dans le monde et de susciter un véritable développement de l’Afrique, qui puissent corriger les injustices du déséquilibre actuel entre le Nord et le Sud, facteur de tensions et de menaces pour la paix. Je ne doute pas que votre gouvernement saura s’employer à se faire, lui aussi, messager de tolérance et de respect mutuel dans le concert des nations, comme vous l’avez vous-même souligné.

L’Osservatore Romano, N. 112 (44.254), 14 Maggio 2006, p. 4. 

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MESSAGGIO LETTO IN SAN PIETRO IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DEL PELLEGRINO, NELLA MEMORIA DELLA BEATA VERGINE DI FATIMA

“Con gioia mi unisco a quanti si raccolgono in Piazza San Pietro, attorno alla statua della Madonna di Fatima, per affidare all’intercessione di Maria le grandi intenzioni della Chiesa e del mondo”. Inizia così il messaggio di Benedetto XVI letto dal cardinale Camillo Ruini ieri pomeriggio, in San Pietro, al termine della Santa Messa per la seconda Giornata mondiale del pellegrino. Un evento che quest’anno è coinciso con la memoria della Beata Vergine di Fatima e con il 25.mo anniversario dell’attentato a Giovanni Paolo II.

“Vegli Maria sui pastori e sul popolo cristiano: guidi i passi delle Nazioni verso il pieno compimento della volontà del Signore e ottenga per tutti la pace… Possa il messaggio di Fatima essere sempre più accolto, compreso e vissuto in ogni comunità.

 L’Osservatore Romano, N. 113 (44.255), 15-16 Maggio 2006, p. 6. 

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TO THE NEW AMBASSADOR OF THE REPUBLIC OF INDIA TO THE HOLY SEE

India’s ongoing efforts to build a democratic and free society are grounded in her conviction of the need to respect the variety of cultures, religions and ethnic groups which make up the nation and shape the aspirations of her sons and daughters. The Indian people are rightly proud of the stability of their political institutions, while at the same time recognizing the formidable challenges involved in promoting justice, combating all forms of violence and extremism, and establishing a climate of serene and respectful dialogue, cooperation and good will between the different components of their vast and diverse society.  As the nation continues to enjoy significant economic growth, these democratic values should serve as the inspiration and the sure foundation for sound social policies aimed at enabling all citizens to share in this growth and to enjoy its benefits. 

I very much appreciate your reference to India’s rich spiritual heritage and commitment to religious tolerance and respect.  In view of this commitment, no citizen of India, especially the weak and the underprivileged, should ever have to experience discrimination for any reason, especially based on ethnic or religious background or social position.  The recent re-establishment of the National Integration Council and the creation this year of the Ministry for Minority Affairs offer practical means of upholding constitutionally guaranteed equality of all religions and social groups. While protecting the right of each citizen to profess and practise his or her faith, they also facilitate efforts to build bridges between minority communities and Indian society as a whole, and thus foster national integration and the participation of all in the country’s development.  The disturbing signs of religious intolerance which have troubled some regions of the nation, including the reprehensible attempt to legislate clearly discriminatory restrictions on the fundamental right of religious freedom, must be firmly rejected as not only unconstitutional, but also as contrary to the highest ideals of India’s founding fathers, who believed in a nation of peaceful coexistence and mutual tolerance between different religions and ethnic groups.

L’Osservatore Romano, N. 116 (44.258), 19 Maggio 2006, p. 7. 

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DISCOURS À L'OCCASION DE LA PRÉSENTATION DES LETTRES DE CRÉANCE DES NOUVEAUX AMBASSADEURS PRÈS LE SAINT-SIÈGE

J'encourage donc les Responsables des nations et tous les hommes de bonne volonté à s'engager toujours plus résolument dans la construction d'un monde libre, fraternel et solidaire, où l'attention envers les personnes prime sur les simples aspects économiques. Il est de notre devoir d'accepter d'être responsables les uns des autres, et de la marche de l'ensemble du monde. Car nul ne peut dire comme Caïn à la question de Dieu dans le livre de la Genèse: "Suis-je le gardien de mon frère ?"

L’Osservatore Romano, N. 116 (44.258), 19 Maggio 2006, p. 6. 

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AU NOUVEL AMBASSADEUR DU CAP-VERT PRÈS LE SAINT-SIÈGE

Par ailleurs, les multiples difficultés que connaît le continent africain contribuent à accentuer l'expansion du phénomène migratoire et les graves questions qui en découlent. Ainsi que vous l'avez souligné, Monsieur l'Ambassadeur, un  nombre important de Capverdiens a été poussé à émigrer pour chercher de meilleures conditions de vie. Certes, il est du devoir des pays qui reçoivent des personnes immigrées de pratiquer un accueil fraternel et de légiférer pour favoriser leur digne insertion dans la société, tout en respectant leur identité légitime. Mais, il est aussi nécessaire de prendre en considération les déséquilibres socio-économiques, les risques d'une mondialisation sans règles, ou encore les situations de violence ou de violation des droits de la personne qui sont des facteurs importants de migrations. La solidarité internationale devrait permettre à chacun, dans son propre pays, de vivre dans la dignité et de mettre en œuvre les dons qu'il a reçus du Créateur. 

L’Osservatore Romano, N. 116 (44.258), 19 Maggio 2006, p. 7. 

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TO THE NEW AMBASSADOR OF AUSTRALIA

The laudable resolve to work for peace on an international scale must be matched with an equal determination to attain justice at the local level. I know that your Government has assiduously addressed concerns regarding the reception of refugees, in order to ensure that humanitarian considerations are incorporated within immigration detention policy and duly monitored.

L’Osservatore Romano, N. 116 (44.258), 19 Maggio 2006, p. 8. 

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TO A GROUP OF BISHOPS OF THE EPISCOPAL CONFERENCE OFATLANTIC CANADA ON THEIR AD LIMINA VISIT

Particularly in districts which also suffer from the painful consequences of economic decline, such as unemployment and unwanted emigration, ecclesial leadership bears much fruit when, in its concern for the common good, it generously seeks to support civil authorities in their task of promoting regeneration in the community. In this regard, I note with satisfaction the success of the anniversary events celebrated last year in the Archdiocese of Saint John’s, marked by a spirit of cooperation with various civic authorities. Such initiatives manifest a recognition of the need for spiritual strength at the heart of society. In fact, "it is quite impossible to separate the response to people’s material and social needs from the fulfilment of the profound desires of their hearts" (Papal Message for Lent 2006).

L’Osservatore Romano, N. 118 (44.260), 21 Maggio 2006, p. 4. 

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AL NUEVO EMBAJADOR DE ESPAÑA ANTE LA SANTA SEDE

La Iglesia insiste también en el derecho inalienable de las personas a profesar sin obstáculos, tanto pública como privadamente, la propia fe religiosa, así como el derecho de los padres a que sus hijos reciban una educación acorde con sus propios valores y creencias, sin discriminación o exclusión explícita o encubierta.

Dentro de su misión evangelizadora, la Iglesia tiene también como tarea propia la acción caritativa, la atención a cualquier necesitado que espera una mano amiga, fraterna y desinteresada que alivie su situación. En la España de hoy, como en su larga historia, este aspecto se manifiesta particularmente fecundo por sus numerosas obras asistenciales, en todos los campos y con gran amplitud de miras. Y, puesto que esta labor no se inspira en estrategias políticas o ideológicas (cf. Encíclica Deus caritas est, 31,b; 33), encuentra en su camino personas e instituciones de cualquier procedencia, sensibles también al deber de socorrer al desvalido, quienquiera que sea. Basándose en este «deber de humanidad», la colaboración en el campo de la asistencia y ayuda humanitaria ha conseguido muchos logros, y es de esperar que se fomente cada vez más.

L’Osservatore Romano, N. 118 (44.260), 21 Maggio 2006, p. 6. 

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“ANGELUS DOMINI”, DOMENICA 21 MAGGIO 2006

La Chiesa guarda con attenzione ai media, perché rappresentano un veicolo importante per diffondere il Vangelo e per favorire la solidarietà tra i popoli, attirandone l’attenzione sui grandi problemi che ancora li segnano profondamente. Quest’oggi, ad esempio, con l’iniziativa «Il mondo in marcia contro la fame» (Walk the World), indetta dal Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, si intende sensibilizzare i Governi e l’opinione pubblica sulla necessità di un’azione concreta e tempestiva per garantire a tutti, in particolare ai bambini, la «libertà dalla fame». Sono vicino con la preghiera a questa manifestazione, che si svolge a Roma e in altre città di circa 100 Paesi. Auspico vivamente che, grazie al contributo di tutti, possa superarsi la piaga della fame che ancora affligge l’umanità, mettendo a serio rischio la speranza di vita di milioni di persone. Penso, in primo luogo, all’urgente e drammatica situazione nel Darfur, nel Sudan, dove persistono forti difficoltà nel soddisfare perfino i primari bisogni alimentari della popolazione. Con la consueta recita del Regina Caeli affidiamo quest’oggi alla Vergine Maria particolarmente i nostri fratelli oppressi dal flagello della fame, quanti vengono in loro aiuto e coloro che attraverso i mezzi di comunicazione sociale contribuiscono a rinsaldare tra i popoli i vincoli della solidarietà e della pace.

L’Osservatore Romano, N. 119 (44.261), 22-23 Maggio 2006.

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ADDRESS TO THE “ECUMENICAL ENCOUNTER”, WARSAW, 25 MAY 2006

“Love of neighbour, grounded in the love of God, is first and foremost a responsibility for each individual member of the faithful, but it is also a responsibility for the entire ecclesial community at every level: from the local community to the particular Church and to the Church universal in its entirety. As a community, the Church must practise love” (no. 20). We cannot forget the essential idea that from the outset constituted the very firm foundation for the disciples’ unity: “within the community of believers there can never be room for a poverty that denies anyone what is needed for a dignified life” (ibid.). This idea is always current, even if in the course of the centuries the forms of fraternal aid have changed; accepting contemporary charitable challenges depends in large measure on our mutual co-operation. I rejoice that this problem finds a vast resonance in the world in the form of numerous ecumenical initiatives. I note with appreciation that in the community of the Catholic Church and in other Churches and Ecclesial Communities, various new forms of charitable activity have spread and old ones have reappeared with renewed vigour. They are forms which often combine evangelization and works of charity (cf. ibid., 30b). It seems that, despite all the differences that need to be overcome in the sphere of interdenominational dialogue, it is legitimate to attribute charitable engagement to the ecumenical community of Christ’s disciples in search of full unity. We can all enter into co-operation in favour of the needy, exploiting this network of reciprocal relations, the fruit of dialogue between ourselves and of joint action. In the spirit of the gospel commandment we must assume this devoted solicitude towards those in need, whoever they may be. In this regard, I wrote in my Encyclical that: “the building of a better world requires Christians to speak with a united voice in working to inculcate ‘respect for the rights and needs of everyone, especially the poor, the lowly and the defenceless’” (no. 30b). To all those who are taking part in our encounter today I express the wish that the practice of fraternal caritas will bring us ever closer to one another and will render our witness in favour of Christ more credible before the world.

The second question to which I want to refer concerns married life and family life. We know that among Christian communities, called to witness to love, the family occupies a special place. In today’s world, in which international and intercultural relations are multiplying, it happens increasingly often that young people from different traditions, different religions, or different Christian denominations, decide to start a family. For the young people themselves and for those dear to them, it is often a difficult decision that brings with it various dangers concerning both perseverance in the faith and the future structuring of the family, the creation of an atmosphere of unity in the family and of suitable conditions for the spiritual growth of the children. Nevertheless, thanks to the spread of ecumenical dialogue on a larger scale, the decision can lead to the formation of a practical laboratory of unity. For this to happen there is a need for mutual good will, understanding and maturity in faith of both parties, and also of the communities from which they come. I would like to express my appreciation for the Bilateral Commission of the Council for Ecumenical Issues of the Polish Episcopal Conference and of the Polish Council for Ecumenism, which have begun to draft a document presenting common Christian teaching on marriage and family life and establishing principles acceptable to all for contracting interdenominational marriages, indicating a common programme of pastoral care for such marriages. To all of you I express the wish that in this delicate area reciprocal trust and co-operation between the Churches may grow, fully respecting the rights and responsibility of the spouses for the faith formation of their own family and the education of their children.

L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 22 (1946), 31 May 2006, p. 4.    

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DISCORSO DURANTE L’INCONTRO CON IL CLERO NELLA CATTEDRALE DI S. GIOVANNI DI WARSZAWA

Oggi la chiesa in Polonia si trova dinanzi ad una grande sfida pastorale: quella di prendersi cura dei fedeli che hanno lasciato il Paese. La piaga della disoccupazione costringe numerose persone a partire verso l’estero. È un fenomeno diffuso su vasta scala. Quando le famiglie vengono in tal modo divise, quando si infrangono i legami sociali, la Chiesa non può rimanere indifferente. È necessario che le persone che partono siano accompagnate da sacerdoti che collegandosi con le Chiese locali, assumano il lavoro pastorale in mezzo agli emigrati. La Chiesa che è in Polonia ha già dato numerosi sacerdoti e religiose, che svolgono il loro servizio non soltanto in favore dei Polacchi fuori dei confini del Paese, ma anche, e a volte in condizioni difficilissime, nelle missioni dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina e in altre regioni. Non dimenticate, cari sacerdoti, questi missionari. Il dono di numerose vocazioni, con cui Dio ha benedetto la vostra Chiesa, deve essere accolto in prospettiva veramente cattolica. Sacerdoti polacchi, non abbiate paura di lasciare il vostro mondo sicuro e conosciuto, per servire là dove mancano i sacerdoti e dove la vostra generosità può portare un frutto copioso. Rimanete saldi nella fede! Anche a voi affido questo motto del mio pellegrinaggio. Siate autentici nella vostra vita e nel vostro ministero.      

L’Osservatore Romano, N. 122 (44.264), 26-27 Maggio 2006, p. 7. 

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HOMILY, MASS IN KRAKOW–BŁONIE, 28 MAY 2006

At the beginning of the second year of my Pontificate, I have felt a deep need to visit Poland and Kraków as a pilgrim in the footsteps of my predecessor. I wanted to breathe the air of his homeland. I wanted to see the land where he was born, where he grew up and undertook his tireless service to Christ and the universal Church. I wanted especially to meet the living men and women of his country, to experience your faith, which gave him life and strength, and to know that you continue firm in that faith. Here I wish to ask God to preserve that legacy of faith, hope and charity which John Paul II gave to the world, and to you in particular.

Dear brothers and sisters, I have taken as the motto of my pilgrimage to Poland in the footsteps of John Paul II the words: “Stand firm in your faith!”

L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 22 (1946), 31 May 2006, p. 10. 

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GREETING IN THE MEETING WITH THE YOUNG PEOPLE, KRAKOW–BŁONIE, 27 MAY 2006

My friends, in the heart of every man there is the desire for a house. Even more so in the young person’s heart there is a great longing for a proper house, a stable house, one to which he can not only return with joy, but where every guest who arrives can be joyfully welcomed. There is a yearning for a house where the daily bread is love, pardon and understanding. It is a place where the truth is the source out of which flows peace of heart. There is a longing for a house you can be proud of, where you need not be ashamed and where you never fear its loss. These longings are simply the desire for a full, happy and successful life. Do not be afraid of this desire! Do not run away from this desire! Do not be discouraged at the sight of crumbling houses, frustrated desires and faded longings. God the Creator, who inspires in young hearts an immense yearning for happiness, will not abandon you in the difficult construction of the house called life.

My friends, this brings about a question: “How do we build this house?” Without doubt, this is a question that you have already faced many times and that you will face many times more. Every day you must look into your heart and ask: “How do I build that house called life?” Jesus, whose words we just heard in the passage from the evangelist Matthew, encourages us to build on the rock. In fact, it is only in this way that the house will not crumble. But what does it mean to build a house on the rock? Building on the rock means, first of all, to build on Christ and with Christ. Jesus says: “Every one then who hears these words of mine and does them will be like a wise man who built his house upon the rock” (Mt 7:24). These are not just the empty words of some person or another; these are the words of Jesus. We are not listening to any person: we are listening to Jesus. We are not asked to commit to just anything; we are asked to commit ourselves to the words of Jesus.

To build on Christ and with Christ means to build on a foundation that is called “crucified love”. It means to build with Someone who, knowing us better than we know ourselves, says to us: “You are precious in my eyes and honoured, and I love you” (Is 43:4). It means to build with Someone, who is always faithful, even when we are lacking in faith, because he cannot deny himself (cf. 2 Tim 2:13). It means to build with Someone who constantly looks down on the wounded heart of man and says: “ I do not condemn you, go and do not sin again” (cf. Jn 8:11). It means to build with Someone who, from the Cross, extends his arms and repeats for all eternity: “O man, I give my life for you because I love you.” In short, building on Christ means basing all your desires, aspirations, dreams, ambitions and plans on his will. It means saying to yourself, to your family, to your friends, to the whole world and, above all to Christ: “Lord, in life I wish to do nothing against you, because you know what is best for me. Only you have the words of eternal life” (cf. Jn 6:68). My friends, do not be afraid to lean on Christ! Long for Christ, as the foundation of your life! Enkindle within you the desire to build your life on him and for him! Because no one who depends on the crucified love of the Incarnate Word can ever lose.

L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 22 (1946), 31 May 2006, p. 8.    

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VISIT TO THE AUSCHWITZ CAMP, Auschwitz-Birkenau, 28 May 2006

Twenty-seven years ago, on 7 June 1979, Pope John Paul II stood in this place.  He said: “I come here today as a pilgrim. As you know, I have been here many times.  So many times! And many times I have gone down to Maximilian Kolbe’s death cell, paused before the wall of death, and walked amid the ruins of the Birkenau ovens. It was impossible for me not to come here as Pope.” Pope John Paul came here as a son of that people which, along with the Jewish people, suffered most in this place and, in general, throughout the war. “Six million Poles lost their lives during the Second World War: a fifth of the nation”, he reminded us.  Here too he solemnly called for respect for human rights and the rights of nations, as his predecessors John XXIII and Paul VI had done before him, and added: “The one who speaks these words is ... the son of a nation which in its history has suffered greatly from others. He says this, not to accuse, but to remember.  He speaks in the name of all those nations whose rights are being violated and disregarded ...”.

Pope John Paul II came here as a son of the Polish people. I come here today as a son of the German people.  For this very reason, I can and must echo his words: I could not fail to come here.  I had to come.  It is a duty before the truth and the just due of all who suffered here, a duty before God, for me to come here as the successor of Pope John Paul II and as a son of the German people - a son of that people over which a ring of criminals rose to power by false promises of future greatness and the recovery of the nation’s honour, prominence and prosperity, but also through terror and intimidation, with the result that our people was used and abused as an instrument of their thirst for destruction and power. Yes, I could not fail to come here.  On 7 June 1979 I came as the Archbishop of Munich-Freising, along with many other Bishops who accompanied the Pope, listened to his words and joined in his prayer. In 1980 I came back to this dreadful place with a delegation of German Bishops, appalled by its evil, yet grateful for the fact that above its dark clouds the star of reconciliation had emerged. This is the same reason why I have come here today: to implore the grace of reconciliation - first of all from God, who alone can open and purify our hearts, from the men and women who suffered here, and finally the grace of reconciliation for all those who, at this hour of our history, are suffering in new ways from the power of hatred and the violence which hatred spawns.

How many questions arise in this place! Constantly the question comes up: Where was God in those days? Why was he silent? How could he permit this endless slaughter, this triumph of evil? The words of Psalm 44 come to mind, Israel’s lament for its woes: “You have broken us in the haunt of jackals, and covered us with deep darkness ... because of you we are being killed all day long, and accounted as sheep for the slaughter.   Rouse yourself!  Why do you sleep, O Lord? Awake, do not cast us off forever! Why do you hide your face?  Why do you forget our affliction and oppression?  For we sink down to the dust; our bodies cling to the ground. Rise up, come to our help! Redeem us for the sake of your steadfast love!” (Ps 44:19, 22-26). This cry of anguish, which Israel raised to God in its suffering, at moments of deep distress, is also the cry for help raised by all those who in every age - yesterday, today and tomorrow - suffer for the love of God, for the love of truth and goodness.  How many they are, even in our own day!

We cannot peer into God’s mysterious plan - we see only piecemeal, and we would be wrong to set ourselves up as judges of God and history. Then we would not be defending man, but only contributing to his downfall. No - when all is said and done, we must continue to cry out humbly yet insistently to God: Rouse yourself! Do not forget mankind, your creature! And our cry to God must also be a cry that pierces our very heart, a cry that awakens within us God’s hidden presence - so that his power, the power he has planted in our hearts, will not be buried or choked within us by the mire of selfishness, pusillanimity, indifference or opportunism.  Let us cry out to God, with all our hearts, at the present hour, when new misfortunes befall us, when all the forces of darkness seem to issue anew from human hearts: whether it is the abuse of God’s name as a means of justifying senseless violence against innocent persons, or the cynicism which refuses to acknowledge God and ridicules faith in him.  Let us cry out to God, that he may draw men and women to conversion and help them to see that violence does not bring peace, but only generates more violence - a morass of devastation in which everyone is ultimately the loser. The God in whom we believe is a God of reason - a reason, to be sure, which is not a kind of cold mathematics of the universe, but is one with love and with goodness.  We make our prayer to God and we appeal to humanity, that this reason, the logic of love and the recognition of the power of reconciliation and peace, may prevail over the threats arising from irrationalism or from a spurious and godless reason.

The place where we are standing is a place of memory, it is the place of the Shoah. The past is never simply the past.  It always has something to say to us; it tells us the paths to take and the paths not to take. Like John Paul II, I have walked alongside the inscriptions in various languages erected in memory of those who died here: inscriptions in Belarusian, Czech, German, French, Greek, Hebrew, Croatian, Italian, Yiddish, Hungarian, Dutch, Norwegian, Polish, Russian, Romani, Romanian, Slovak, Serbian, Ukrainian, Judaeo-Spanish and English. All these inscriptions speak of human grief, they give us a glimpse of the cynicism of that regime which treated men and women as material objects, and failed to see them as persons embodying the image of God. Some inscriptions are pointed reminders. There is one in Hebrew. The rulers of the Third Reich wanted to crush the entire Jewish people, to cancel it from the register of the peoples of the earth. Thus the words of the Psalm: “We are being killed, accounted as sheep for the slaughter” were fulfilled in a terrifying way. Deep down, those vicious criminals, by wiping out this people, wanted to kill the God who called Abraham, who spoke on Sinai and laid down principles to serve as a guide for mankind, principles that are eternally valid.  If this people, by its very existence, was a witness to the God who spoke to humanity and took us to himself, then that God finally had to die and power had to belong to man alone - to those men, who thought that by force they had made themselves masters of the world. By destroying Israel, by the Shoah, they ultimately wanted to tear up the taproot of the Christian faith and to replace it with a faith of their own invention: faith in the rule of man, the rule of the powerful.

Then there is the inscription in Polish. First and foremost they wanted to eliminate the cultural elite, thus erasing the Polish people as an autonomous historical subject and reducing it, to the extent that it continued to exist, to slavery. Another inscription offering a pointed reminder is the one written in the language of the Sinti and Roma people. Here too, the plan was to wipe out a whole people which lives by migrating among other peoples. They were seen as part of the refuse of world history, in an ideology which valued only the empirically useful; everything else, according to this view, was to be written off as lebensunwertes Leben - life unworthy of being lived.  There is also the inscription in Russian, which commemorates the tremendous loss of life endured by the Russian soldiers who combated the Nazi reign of terror; but this inscription also reminds us that their mission had a tragic twofold effect: they set the peoples free from one dictatorship, but the same peoples were thereby subjected to a new one, that of Stalin and the Communist system.

The other inscriptions, written in Europe’s many languages, also speak to us of the sufferings of men and women from the whole continent. They would stir our hearts profoundly if we remembered the victims not merely in general, but rather saw the faces of the individual persons who ended up here in this abyss of terror.  I felt a deep urge to pause in a particular way before the inscription in German. It evokes the face of Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: a woman, Jewish and German, who disappeared along with her sister into the black night of the Nazi-German concentration camp; as a Christian and a Jew, she accepted death with her people and for them. The Germans who had been brought to Auschwitz-Birkenau and met their death here were considered as Abschaum der Nation - the refuse of the nation. Today we gratefully hail them as witnesses to the truth and goodness which even among our people were not eclipsed.  We are grateful to them, because they did not submit to the power of evil, and now they stand before us like lights shining in a dark night.  With profound respect and gratitude, then, let us bow our heads before all those who, like the three young men in Babylon facing death in the fiery furnace, could respond: “Only our God can deliver us.  But even if he does not, be it known to you, O King, that we will not serve your gods and we will not worship the golden statue that you have set up” (cf. Dan 3:17ff.).

Yes, behind these inscriptions is hidden the fate of countless human beings. They jar our memory, they touch our hearts. They have no desire to instil hatred in us: instead, they show us the terrifying effect of hatred. Their desire is to help our reason to see evil as evil and to reject it; their desire is to enkindle in us the courage to do good and to resist evil. They want to make us feel the sentiments expressed in the words that Sophocles placed on the lips of Antigone, as she contemplated the horror all around her: my nature is not to join in hate but to join in love. 

By God’s grace, together with the purification of memory demanded by this place of horror, a number of initiatives have sprung up with the aim of imposing a limit upon evil and confirming goodness. Just now I was able to bless the Centre for Dialogue and Prayer. In the immediate neighbourhood the Carmelite nuns carry on their life of hiddenness, knowing that they are united in a special way to the mystery of Christ’s Cross and reminding us of the faith of Christians, which declares that God himself descended into the hell of suffering and suffers with us. In Oświęcim is the Centre of Saint Maximilian Kolbe, and the International Centre for Education about Auschwitz and the Holocaust. There is also the International House for Meetings of Young people. Near one of the old Prayer Houses is the Jewish Centre. Finally the Academy for Human Rights is presently being established. So there is hope that this place of horror will gradually become a place for constructive thinking, and that remembrance will foster resistance to evil and the triumph of love.

At Auschwitz-Birkenau humanity walked through a “valley of darkness”. And so, here in this place, I would like to end with a prayer of trust - with one of the Psalms of Israel which is also a prayer of Christians: “The Lord is my shepherd, I shall not want.  He makes me lie down in green pastures; he leads me beside still waters; he restores my soul. He leads me in right paths for his name’s sake. Even though I walk through the valley of the shadow of death, I fear no evil; for you are with me; your rod and your staff - they comfort me ... I shall dwell in the house of the Lord my whole life long” (Ps 23:1-4, 6).

L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 22 (1946), 31 May 2006, p. 11.   

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ADDRESS FAREWELL CEREMONY, KRAKOW 28 MAY 2006

Dear Polish people! I want to confide in you that this pilgrimage, during which I have visited places particularly dear to the great John Paul II, has brought me even closer to you, his compatriots. I thank you for the prayer with which you have surrounded me from the moment of my election. During my meetings with you, at audiences in the Vatican, I have often felt a bond of intense prayer and spontaneous sympathy. I would like you to continue to remember me in your prayers, asking the Lord to increase my strength in the service of the universal Church.

I thank the representatives of the mass media for the efforts they have made to give ample coverage to this pilgrimage.  

L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 22 (1946), 31 May 2006, p. 12.   

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AUDIENCIA GENERAL, MIERCOLES 31 DE MAYO DE 2006

En el programa no podía faltar la visita a los santuarios que han marcado la vida del sacerdote y obispo Karol Wojtyla; sobre todo tres: el de Czestochowa, el de Kalwaria Zebrzydowska y el de la Misericordia Divina. No podré olvidar la visita al famoso santuario mariano de Jasna Góra. 

En ese Claro Monte, corazón de la nación polaca, como si fuera una especie de cenáculo, numerosísimos fieles, en especial religiosos, religiosas, seminaristas y representantes de los Movimientos eclesiales, se reunieron en torno al Sucesor de Pedro para ponerse, juntamente conmigo, a la escucha de María. Inspirándome en la estupenda meditación mariana que Juan Pablo II regaló a la Iglesia en la encíclica Redemptoris Mater, quise volver a presentar la fe como actitud fundamental del espíritu, que no es algo meramente intelectual o sentimental. La verdadera fe implica a toda la persona:  pensamientos, afectos, intenciones, relaciones, corporeidad, actividad, trabajo diario. 

Al visitar después el maravilloso santuario de Kalwaria Zebrzydowska, situado cerca de Cracovia, pedí a la Virgen de los Dolores que sostenga la fe de la comunidad eclesial en los momentos de dificultad y de prueba. La etapa sucesiva, en el santuario de la Misericordia Divina, en Lagiewniki, me permitió poner de relieve que sólo la Misericordia divina ilumina el misterio del hombre. En el convento cercano a este santuario, al contemplar las llagas luminosas de Cristo resucitado, sor Faustina Kowalska recibió un mensaje de confianza para la humanidad, el mensaje de la Misericordia divina, del que Juan Pablo II se hizo eco e intérprete, y que en realidad es un mensaje central precisamente para nuestro tiempo:  la Misericordia como fuerza de Dios, como límite divino contra el mal del mundo. 

Visité otros "santuarios" simbólicos:  me refiero a Wadowice, localidad que se ha hecho famosa porque allí nació y fue bautizado Karol Wojtyla. La visita me brindó la oportunidad de dar gracias al Señor por el don  de  este  incansable servidor del Evangelio. Las raíces de su fe robusta, de su humanidad tan sensible y abierta, de su amor a la belleza y la verdad, de su devoción a la Virgen, de su amor a la Iglesia y sobre todo de su vocación a la santidad se encuentran en esta  pequeña  localidad en la que recibió su primera educación y formación. Otro lugar querido por Juan Pablo II es la catedral de Wawel, en Cracovia, lugar simbólico para la nación polaca:  en la cripta de esa catedral Karol Wojtyla celebró su primera misa.

Cfr. L’Osservatore Romano, (Edición Semanal en Lengua Española) N. 22 (1953), 2 de Junio de 2006, p. 15. 

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UDIENZA GENERALE DI MERCOLEDÌ 31 MAGGIO 2006

Il mio pensiero va ora alla cara Nazione di Timor Est, in questi giorni in preda a tensioni e violenze, che hanno provocato vittime e distruzioni. Mentre incoraggio la Chiesa locale e le organizzazioni cattoliche a continuare, insieme alle altre organizzazioni internazionali, nell’impegno di assistenza agli sfollati, vi invito a pregare la Vergine Santa affinché sostenga con la Sua materna protezione gli sforzi di quanti stanno contribuendo alla pacificazione degli animi e al ritorno alla normalità.

L’Osservatore Romano, N. 126 (44.268), 1 Giugno 2006.   

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ANGELUS DOMINIOF SUNDAY 18 JUNE 2006

Tuesday, 20 June, is World Refugee Day, promoted by the United Nations. It aims to focus the International Community's attention on the conditions of numerous people who are forced to flee from their own lands because of grave forms of violence. These brothers and sisters of ours seek refuge in other countries, motivated by the hope that they will return home or at least that they will find hospitality where they have sought refuge. As I assure them of my remembrance in prayer and the constant concern of the Holy See, I express the hope that the rights of these people will always be respected and I encourage the Ecclesial Communities to meet their needs. 

L’Osservatore Romano(English Edition), N. 25 (1949), 21 June 2006.  

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DISCORSO AI PARTECIPANTI ALLA RIUNIONE DELLE OPERE IN AIUTO ALLE CHIESE ORIENTALI (R.O.A.C.O.)

Alle venerande Comunità cattoliche Orientali rivolgo con affetto il mio pensiero, ed in primo luogo a quelle di Terra Santa, a cui dedicate costante sollecitudine. E’ desiderio di tutti i cristiani poter trovare sempre nella terra che diede i natali al nostro Redentore una viva comunità cristiana. Le gravi difficoltà che essa sta vivendo per il clima di pesante insicurezza, per la mancanza di lavoro, per le innumerevoli restrizioni con la crescente povertà che ne consegue, costituiscono per tutti noi motivo di sofferenza. Si tratta di una situazione che rende alquanto incerto il futuro educativo, professionale e familiare delle giovani generazioni purtroppo fortemente tentate di lasciare per sempre la tanto amata terra natale.

L’Osservatore Romano, N. 144 (44.286), 23 Giugno 2006, p. 5.  

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“ANGELUS DOMINI”, DOMENICA 25 GIUGNO 2006-09-06

Sono lieto di salutare la comunità dei romeni cattolici che vive a Roma. Cari fratelli e sorelle, il pellegrinaggio alla tomba di San Pietro rafforzi in tutti voi la fede e la testimonianza al Vangelo. Saluto anche coloro che, all’inizio dell’estate, si mettono in viaggio per un periodo di vacanza. Al tempo stesso, desidero rinnovare l’appello al senso di responsabilità nella circolazione stradale, ricordando che tenere un corretto comportamento nella guida e un modo concreto di rispettare la vita propria e quella degli altri.

L’Osservatore Romano, N. 147 (44.289), 26-27 Giugno 2006, p. 5.  

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AL NUEVO EMBAJADOR DE LA REPÚBLICA ORIENTAL DEL URUGUAY ANTE LA SANTA SEDE 

Hoy día, el vasto problema de la pobreza y la marginación es un desafío apremiante para los gobernantes y responsables de las instituciones públicas. Por otro lado, el llamado proceso de globalización ha creado nuevas posibilidades y también nuevos riesgos, que es necesario afrontar en el concierto más amplio de las Naciones. Es una oportunidad para ir tejiendo como una red de comprensión y solidaridad entre los pueblos, sin reducir todo a intercambios meramente mercantiles o pragmáticos, y en la que tengan cabida también los problemas humanos de cada lugar y, en particular, de los emigrantes forzados a dejar su tierra en busca de mejores condiciones de vida, lo que a veces comporta graves secuelas en el ámbito personal, familiar y social.

La Iglesia, al considerar el ejercicio de la caridad como una dimensión esencial de su ser y su misión, desarrolla de manera abnegada una valiosa atención a los necesitados de cualquier condición o proveniencia, y colabora en esta tarea con las diversas entidades e instituciones públicas con el fin de que a nadie en busca de apoyo le falte una mano amiga que le ayude a superar su dificultad. Para ello ofrece sus recursos personales y materiales, pero sobre todo la cercanía humana que trata de socorrer la pobreza más triste, la soledad y el abandono, sabiendo que «el amor, en su pureza y gratuidad, es el mejor testimonio del Dios en que creemos y que nos impulsa a amar» (Encíclica Deus caritas est, 31, c).

L’Osservatore Romano, N. 150 (44.292), 30 Giugno-1 Luglio 2006, p. 14.  

 

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AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DELLA CROAZIA IN VISITA “AD LIMINA APOSTOLORUM

Ho notato anche l'impegno per la formazione religiosa e per una catechesi di qualità, sia nelle scuole sia nelle parrocchie. Come non rilevare poi la cura per le devozioni tradizionali e per i frequenti pellegrinaggi, specialmente ai santuari mariani? Il vostro Paese, purtroppo, risente ancora delle conseguenze del recente conflitto, i cui effetti negativi si riscontrano non soltanto nell’economia, ma anche negli animi degli abitanti, i quali a volte avvertono il peso di questa eredità. Siate sempre annunciatori di riconciliazione ed operatori di pace tra i cittadini della vostra patria, incoraggiandoli sulla strada della riconciliazione cristiana: il perdono libera innanzitutto colui che ha il coraggio di concederlo.

L’Osservatore Romano, N. 155 (44.297), 7 Luglio 2006, p. 5.  

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“ANGELUS DOMINI”, DOMENICA 23 LUGLIO 2006

Colgo l'occasione per riaffermare il diritto dei Libanesi all'integrità e sovranità del loro Paese, il diritto degli Israeliani a vivere in pace nel loro Stato e il diritto dei Palestinesi ad avere una Patria libera e sovrana. Sono, poi, particolarmente vicino alle inermi popolazioni civili, ingiustamente colpite in un conflitto di cui sono solo vittime: sia a quelle della Galilea costrette a vivere nei rifugi, sia alla grande moltitudine di Libanesi che, ancora una volta, vedono distrutto il loro Paese e hanno dovuto abbandonare tutto e cercare scampo altrove. Elevo a Dio un'accorata preghiera, affinché l'aspirazione alla pace della stragrande maggioranza delle popolazioni possa essere quanto prima realizzata, grazie all'impegno concorde dei responsabili. Rinnovo pure il mio appello a tutte le organizzazioni caritative, perché facciano giungere a quelle popolazioni l'espressione concreta della comune solidarietà.

L’Osservatore Romano, N. 170 (44.313), 24-25 Luglio 2006, p. 5.  

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NEL CORSO DEL MOMENTO DI PREGHIERA NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI RHÊMES-SAINT-GEORGES IN Val d'Aosta, Domenica, 23 luglio 2006

Affidarci vuol dire entrare attivamente in questo amore divino, partecipare a questo lavoro di pacificazione, per essere in linea con quanto il Signore dice: "Beati i pacificatori, gli operatori di pace, perché sono loro i figli di Dio". Dobbiamo portare, per quanto possiamo, il nostro amore a tutti i sofferenti, sapendo che il Giudice del Giudizio Ultimo si identifica con i sofferenti. Quindi, quanto facciamo ai sofferenti lo facciamo al Giudice Ultimo della nostra vita. Questo è importante: che in questo momento possiamo portare questa sua vittoria al mondo, partecipando attivamente alla sua carità. Oggi in un mondo multiculturale e multireligioso, molti sono tentati di dire: "Meglio per la pace nel mondo tra le religioni, le culture, non parlare troppo delle specificità del Cristianesimo, cioè di Gesù, della Chiesa, dei Sacramenti. Accontentiamoci delle cose che possono essere più o meno comuni…". Ma non è vero. Proprio in questo momento – nel momento di un grande abuso del nome di Dio – abbiamo bisogno del Dio che vince sulla croce, che vince non con la violenza, ma con il suo amore. Proprio in questo momento abbiamo bisogno del Volto di Cristo, per conoscere il vero Volto di Dio e per portare così riconciliazione e luce a questo mondo. Perciò insieme con l’amore, con il messaggio dell’amore, con tutto quanto possiamo fare per i sofferenti in questo mondo, dobbiamo portare anche la testimonianza di questo Dio, della vittoria di Dio proprio mediante la non violenza della sua Croce.

L’Osservatore Romano, N. 171 (44.313), 26 Luglio 2006, p. 5.  

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ANGELUS DOMINI OF SUNDAY 30 JULY 2006

At this time, I cannot but think of the increasingly grave and tragic situation which the Middle East is experiencing: hundreds of dead, numerous injured, a huge number of homeless people and evacuees, houses, towns and infrastructures destroyed, while in many hearts, hatred and the desire for revenge seems to be growing. This clearly shows that it is impossible to re-establish justice, create a new order and build authentic peace with recourse to violent means. 

We see more than ever how prophetic and at the same time realistic the voice of the Church is when, in the face of wars and conflicts of every kind, she points out the path of truth, justice, love and freedom, as was said in Bl. Pope John XXIII's immortal Encyclical, Pacem in terris). Humanity must also take this path today if it is to attain the desired good of true peace. 

In God's Name, I appeal to all those responsible for this spiral of violence on all sides to lay down their weapons immediately! I ask Government Leaders and International Institutions to spare no efforts to obtain this necessary cessation of hostilities and thus, through dialogue, be able to begin building the lasting and stable coexistence of all the Middle Eastern peoples. 

I invite people of good will to continue to intensify the shipment of humanitarian aid to those peoples, so sorely tried and in need. Especially, however, may every heart continue to raise trusting prayers to our good and merciful God so that he will grant his peace to that region and to the entire world. 

Let us entrust this heartfelt plea to the intercession of Mary, Mother of the Prince of Peace and Queen of Peace, so widely venerated in the Middle Eastern countries, where we hope we will soon see reigning that reconciliation for which the Lord Jesus offered his precious Blood. 

L’Osservatore Romano, (English Edition), N 31 (1955), 2 August 2006,  

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ANGELUS DOMINI, DOMENICA 13 AGOSTO 2006

In questo periodo estivo molti hanno lasciato le città e si trovano in località turistiche o nei paesi d'origine per le loro vacanze. Ad essi auguro che questa attesa sosta di riposo serva a rinfrancare la mente e il corpo, sottoposti ogni giorno a un continuo affaticamento e logorio, dato il corso frenetico dell'esistenza moderna. Le ferie costituiscono anche una preziosa opportunità per stare più a lungo con i familiari, per ritrovare parenti e amici, in una parola per dare più spazio a quei contatti umani che il ritmo degli impegni di ogni giorno impedisce di coltivare come si desidererebbe. Certo non a tutti è data la possibilità di usufruire di un tempo di vacanza e non sono pochi coloro che sono costretti per vari motivi a rinunciarvi. Penso in modo particolare a chi è solo, agli anziani e agli ammalati che spesso, in questo periodo, soffrono ancor più la solitudine. A questi nostri fratelli e sorelle vorrei manifestare la mia vicinanza spirituale auspicando di cuore che a nessuno di loro manchi il sostegno e il conforto di persone amiche. 

Il tempo delle ferie diventa per molti proficua occasione pure per incontri culturali, per momenti prolungati di preghiera e di contemplazione a contatto con la natura o in monasteri e strutture religiose. Disponendo di più tempo libero ci si può dedicare con maggiore agio al colloquio con Dio, alla meditazione della Sacra Scrittura e alla lettura di qualche utile libro formativo. Chi fa l'esperienza di questo riposo dello spirito, sa quanto esso sia utile per non ridurre le vacanze a mero svago e divertimento. La fedele partecipazione alla celebrazione eucaristica domenicale aiuta poi a sentirsi parte viva della comunità ecclesiale anche quando si è fuori della propria parrocchia. Dovunque ci troviamo, abbiamo sempre bisogno di nutrirci dell'Eucaristia. Ce lo ricorda la pagina evangelica dell'odierna domenica presentandoci Gesù come il Pane della vita. Egli stesso, secondo quanto riferisce l'evangelista Giovanni, si proclama "il pane vivo disceso dal cielo" (cfr Gv 6, 31), pane che nutre  la  nostra  fede  e  alimenta la comunione fra tutti i cristiani. 

Il clima delle ferie non ci fa dimenticare il grave conflitto in atto in Medio Oriente. Gli ultimi sviluppi fanno sperare che cessino gli scontri e che sia prontamente ed efficacemente assicurata l'assistenza umanitaria alle popolazioni. L'augurio di tutti è che finalmente prevalga la pace sulla violenza e sulla forza delle armi. Per questo invochiamo con insistente fiducia Maria, sempre pronta dalla gloria celeste, nella quale dopodomani La contempleremo assunta, a intercedere per i suoi figli e a soccorrerne le necessità.

L’Osservatore Romano, N. 188 (44.330), 14-15 Agosto 2006, p. 5 .  

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INTERVISTA IN PREPARAZIONE AL VIAGGIO APOSTOLICO IN GERMANIA, CASTEL GANDOLFO, 5 AGOSTO 2006

Ma credo che sia importante ricordarci dei cristiani d'Oriente, poiché al momento vi è il pericolo che essi, che sono stati sempre ancora una minoranza importante, adesso emigrino. E vi è il grande pericolo che proprio questi luoghi d'origine del cristianesimo rimangano privi di cristiani.

Perciò bisogna che noi oggi non capitoliamo dicendo: "Ecco, siamo solo una minoranza, cerchiamo almeno di conservare il nostro piccolo numero!". Dobbiamo invece conservare vivo il nostro dinamismo, aprire rapporti di scambio, cosicché di là vengano anche forze nuove per noi. Oggi vi sono sacerdoti indiani ed africani in Europa, anche in Canada, dove molti sacerdoti africani lavorano; è interessante. Vi è questo dare e ricevere vicendevole. Ma anche se in futuro dovremo essere piuttosto coloro che ricevono, dovremmo tuttavia rimanere sempre capaci di dare e sviluppare in tal senso il necessario coraggio e dinamismo. Direi che in ogni caso abbiamo il nostro compito di mettere meglio in rilievo ciò che noi vogliamo di positivo. E questo dobbiamo anzitutto farlo nel dialogo con le culture e con le religioni, poiché il continente africano, l'anima africana e anche l'anima asiatica restano sconcertate di fronte alla freddezza della nostra razionalità. È importante dimostrare che da noi non c'è solo questo. E reciprocamente è importante che il nostro mondo laicista si renda conto che proprio la fede cristiana non è un impedimento, ma invece un ponte per il dialogo con gli altri mondi. Non è giusto pensare che la cultura puramente razionale, grazie alla sua tolleranza, abbia un approccio più facile alle altre religioni. Ad essa manca in gran parte "l'organo religioso" e con ciò il punto di aggancio a partire dal quale e con il quale gli altri vogliono entrare in relazione. Perciò dobbiamo, possiamo mostrare che proprio per la nuova interculturalità, nella quale viviamo, la pura razionalità sganciata da Dio non è sufficiente, ma occorre una razionalità più ampia, che vede Dio in armonia con la ragione, dobbiamo mostrare che la fede cristiana che si è sviluppata in Europa è anche un mezzo per far confluire ragione e cultura e per tenerle insieme in un'unità comprensiva anche dell'agire. In questo senso credo che abbiamo un grande compito, di mostrare cioè che questa Parola, che noi possediamo, non appartiene - per così dire - ai ciarpami della storia, ma è necessaria proprio oggi.

È molto bello che l'esperienza della comunità diventi allo stesso tempo un'esperienza di fede; che si sperimenti la comunione non solamente in un luogo qualunque, ma che essa diventi più viva proprio là dove sono i luoghi della fede, facendo risplendere nella sua forza luminosa anche la cattolicità. Ovviamente ciò deve perdurare anche nella vita quotidiana. Le due cose devono andare insieme. Da una parte i grandi momenti, in cui si sperimenta che è bello partecipare, che il Signore è presente e che noi formiamo una grande comunità riconciliata aldilà di tutti i confini. Ma poi, naturalmente, bisogna attingere da questo lo slancio per resistere durante i faticosi pellegrinaggi attraverso il quotidiano, affrontandoli a partire da questi punti luminosi ed invitando così anche altri a inserirsi nella comunità in cammino.

L’Osservatore Romano, N. 190 (44.332), 19 Agosto 2006, p. 4/5.  

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