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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People
on the Move
N°
101, August 2006
PAROLA DEL
SANTO PADRE
FROM THE HOLY FATHER
DALLA LETTERA ENCICLICA DEUS CARITAS EST
È mio desiderio insistere su alcuni elementi fondamentali, così da
suscitare nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana
all'amore divino.
La carità della Chiesa come manifestazione dell’amore trinitario
19. Lo Spirito è anche forza che trasforma il cuore della
Comunità ecclesiale, affinché sia nel mondo testimone dell'amore del
Padre, che vuole fare dell'umanità, nel suo Figlio, un'unica famiglia.
Tutta l'attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il
bene integrale dell'uomo: cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola
e i Sacramenti, impresa tante volte eroica nelle sue realizzazioni
storiche; e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e
dell'attività umana. Amore è pertanto il servizio che la Chiesa svolge
per venire costantemente incontro alle sofferenze e ai bisogni, anche
materiali, degli uomini. È su questo aspetto, su questo servizio della
carità, che desidero soffermarmi in questa seconda parte
dell'Enciclica.
La carità come compito della Chiesa
20. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare
l’amore. Conseguenza di ciò è che l’amore ha bisogno anche di
organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato.
21. Ciò significa che il servizio sociale che dovevano effettuare era
assolutamente concreto, ma al contempo era senz’altro anche un servizio
spirituale;
23. Per Roma le diaconie sono documentate a partire dal VII e VIII
secolo; ma naturalmente già prima, e fin dagli inizi, l’attività
assistenziale per i poveri e i sofferenti, secondo i principi della vita
cristiana esposti negli Atti degli Apostoli, era parte essenziale
della Chiesa di Roma.
25 . Giunti a questo punto, raccogliamo dalle nostre riflessioni due dati essenziali:
a) L'intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della
Parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia),
servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a
vicenda e non possono essere separati l'uno dall'altro. La carità non è per la
Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche
lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile
della sua stessa essenza.
b) La Chiesa è la famiglia di Dio nel mondo. In questa famiglia non deve esserci
nessuno che soffra per mancanza del necessario. Al contempo però la caritas-agape
travalica le frontiere della Chiesa; la parabola del buon Samaritano rimane come
criterio di misura, impone l'universalità dell'amore che si volge verso il
bisognoso incontrato « per caso » (cfr Lc 10, 31), chiunque egli sia.
Ferma restando questa universalità del comandamento dell'amore, vi è però
anche un'esigenza specificamente ecclesiale — quella appunto che nella Chiesa
stessa, in quanto famiglia, nessun membro soffra perché nel bisogno. In questo
senso vale la parola della Lettera ai Galati: « Poiché dunque ne
abbiamo l'occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli
nella fede » (6, 10).
Giustizia e carità
26. È vero che norma fondamentale dello Stato deve essere il
perseguimento della giustizia e che lo scopo di un giusto ordine sociale
è di garantire a ciascuno, nel rispetto del principio di sussidiarietà,
la sua parte dei beni comuni. È quanto la dottrina cristiana sullo Stato
e la dottrina sociale della Chiesa hanno sempre sottolineato.
27. Nella situazione difficile nella quale oggi ci troviamo
anche a causa della globalizzazione dell'economia, la dottrina sociale
della Chiesa è diventata un'indicazione fondamentale, che propone
orientamenti validi ben al di là dei confini di essa: questi orientamenti
— di fronte al progredire dello sviluppo — devono essere affrontati
nel dialogo con tutti coloro che si preoccupano seriamente dell'uomo e del
suo mondo.
28. La Chiesa è una di queste forze vive: in essa pulsa la dinamica
dell'amore suscitato dallo Spirito di Cristo. Questo amore non offre agli
uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell'anima,
un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L'affermazione
secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di
carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell'uomo: il
pregiudizio secondo cui l'uomo vivrebbe « di solo pane » (Mt 4,
4; cfr Dt 8, 3) — convinzione che umilia l'uomo e disconosce
proprio ciò che è più specificamente umano.
29. Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è
invece proprio dei fedeli laici. Come cittadini dello Stato, essi sono chiamati
a partecipare in prima persona alla vita pubblica. Non possono pertanto abdicare
«alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa,
amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e
istituzionalmente il bene comune». Missione dei fedeli laici è pertanto
di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia
e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la
propria responsabilità. Anche se le espressioni specifiche della carità
ecclesiale non possono mai confondersi con l'attività dello Stato, resta
tuttavia vero che la carità deve animare l'intera esistenza dei fedeli laici e
quindi anche la loro attività politica, vissuta come « carità sociale ».
Le organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono invece un suo opus
proprium, un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora
collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo
quello che corrisponde alla sua natura. La Chiesa non può mai essere dispensata
dall'esercizio della carità come attività organizzata dei credenti e, d'altra
parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di
ciascun singolo cristiano, perché l'uomo, al di là della giustizia, ha e avrà
sempre bisogno dell'amore.
Le molteplici strutture di servizio caritativo nell’odierno
contesto sociale
30. a) I mezzi di comunicazione di massa hanno
oggi reso il nostro pianeta più piccolo, avvicinando velocemente uomini e
culture profondamente diversi. Se questo « stare insieme » a volte suscita
incomprensioni e tensioni, tuttavia, il fatto di venire, ora, in modo molto più
immediato a conoscenza delle necessità degli uomini costituisce soprattutto un
appello a condividerne la situazione e le difficoltà. Ogni giorno siamo resi
coscienti di quanto si soffra nel mondo, nonostante i grandi progressi in campo
scientifico e tecnico, a causa di una multiforme miseria, sia materiale che
spirituale. Questo nostro tempo richiede, dunque, una nuova disponibilità a
soccorrere il prossimo bisognoso. Già il Concilio Vaticano II lo ha
sottolineato con parole molto chiare: « Oggi che i mezzi di comunicazione sono
divenuti più rapidi e le distanze fra gli uomini quasi eliminate [...],
l'azione caritativa può e deve abbracciare tutti assolutamente gli uomini e
tutte quante le necessità ».
D'altro canto — ed è questo un aspetto provocatorio e al contempo
incoraggiante del processo di globalizzazione — il presente mette a nostra
disposizione innumerevoli strumenti per prestare aiuto umanitario ai fratelli
bisognosi, non ultimi i moderni sistemi per la distribuzione di cibo e di
vestiario, come anche per l'offerta di alloggio e di accoglienza. Superando i
confini delle comunità nazionali, la sollecitudine per il prossimo tende così
ad allargare i suoi orizzonti al mondo intero. Il Concilio Vaticano II ha
giustamente rilevato: « Tra i segni del nostro tempo è degno di speciale
menzione il crescente e inarrestabile senso di solidarietà di tutti i popoli ».
b) In questa situazione sono nate e cresciute, tra le istanze
statali ed ecclesiali, numerose forme di collaborazione che si sono
rivelate fruttuose. Le istanze ecclesiali, con la trasparenza del loro
operare e la fedeltà al dovere di testimoniare l'amore, potranno animare
cristianamente anche le istanze civili, favorendo un coordinamento
vicendevole che non mancherà di giovare all'efficacia del servizio
caritativo. Si sono pure formate, in questo contesto, molteplici
organizzazioni con scopi caritativi o filantropici, che si impegnano per
raggiungere, nei confronti dei problemi sociali e politici esistenti,
soluzioni soddisfacenti sotto l'aspetto umanitario. Un fenomeno importante
del nostro tempo è il sorgere e il diffondersi di diverse forme di
volontariato, che si fanno carico di una molteplicità di servizi. Vorrei
qui indirizzare una particolare parola di apprezzamento e di
ringraziamento a tutti coloro che partecipano in vario modo a queste
attività.
Anche nella Chiesa cattolica e in altre Chiese e Comunità ecclesiali sono sorte
nuove forme di attività caritativa, e ne sono riapparse di antiche con slancio
rinnovato. Sono forme nelle quali si riesce spesso a costituire un felice legame
tra evangelizzazione e opere di carità. Desidero qui confermare esplicitamente
quello che il mio grande Predecessore Giovanni Paolo II ha scritto nella sua
Enciclica Sollicitudo rei socialis quando ha dichiarato la disponibilità
della Chiesa cattolica a collaborare con le Organizzazioni caritative di queste
Chiese e Comunità, poiché noi tutti siamo mossi dalla medesima motivazione
fondamentale e abbiamo davanti agli occhi il medesimo scopo: un vero umanesimo,
che riconosce nell'uomo l'immagine di Dio e vuole aiutarlo a realizzare una vita
conforme a questa dignità. L'Enciclica Ut unum sint ha poi ancora una
volta sottolineato che, per uno sviluppo del mondo verso il meglio, è
necessaria la voce comune dei cristiani, il loro impegno « per il rispetto dei
diritti e dei bisogni di tutti, specie dei poveri, degli umiliati e degli
indifesi ». Vorrei qui esprimere la mia gioia per il fatto che questo desiderio
abbia trovato in tutto il mondo una larga eco in numerose iniziative.
Il profilo specifico dell’attività caritativa della Chiesa
31. È perciò molto importante che l'attività caritativa della Chiesa
mantenga tutto il suo splendore e non si dissolva nella comune
organizzazione assistenziale, diventandone una semplice variante. Ma quali
sono, ora, gli elementi costitutivi che formano l'essenza della carità
cristiana ed ecclesiale?
Per quanto riguarda il servizio che le persone svolgono per i sofferenti,
occorre innanzitutto la competenza professionale: i soccorritori devono essere
formati in modo da saper fare la cosa giusta nel modo giusto, assumendo poi
l'impegno del proseguimento della cura. La competenza professionale è una prima
fondamentale necessità, ma da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri
umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una cura
solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno
dell'attenzione del cuore. Quanti operano nelle Istituzioni caritative della
Chiesa devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in modo
abile la cosa conveniente al momento, ma si dedicano all'altro con le attenzioni
suggerite dal cuore, in modo che questi sperimenti la loro ricchezza di umanità.
Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori è necessaria
anche, e soprattutto, la « formazione del cuore »: occorre condurli a
quell'incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l'amore e apra il loro
animo all'altro, così che per loro l'amore del prossimo non sia più un
comandamento imposto per così dire dall'esterno, ma una conseguenza derivante
dalla loro fede che diventa operante nell'amore (cfr Gal 5, 6).
b) L'attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti ed
ideologie.
Ovviamente alla spontaneità del singolo deve
aggiungersi, quando l'attività caritativa è assunta dalla Chiesa come
iniziativa comunitaria, anche la programmazione, la previdenza, la
collaborazione con altre istituzioni simili.
c) La carità, inoltre, non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi
viene indicato come proselitismo. L'amore è gratuito; non viene esercitato per
raggiungere altri scopi. Ma questo non significa che l'azione caritativa debba,
per così dire, lasciare Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l'uomo.
Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto
tacere di Lui e lasciar parlare solamente l'amore. Egli sa che Dio è
amore (cfr 1 Gv 4, 8) e si rende presente proprio nei momenti in
cui nient'altro viene fatto fuorché amare. Di conseguenza, la miglior
difesa di Dio e dell'uomo consiste proprio nell'amore. È compito delle
Organizzazioni caritative della Chiesa rafforzare questa consapevolezza
nei propri membri, in modo che attraverso il loro agire — come
attraverso il loro parlare, il loro tacere, il loro esempio — diventino
testimoni credibili di Cristo.
I responsabili dell’azione caritativa della Chiesa
32. Nelle precedenti riflessioni è ormai risultato chiaro che il vero
soggetto delle varie Organizzazioni cattoliche che svolgono un servizio di
carità è la Chiesa stessa — e ciò a tutti i livelli, iniziando dalle
parrocchie, attraverso le Chiese particolari, fino alla Chiesa universale.
Alla struttura episcopale della Chiesa, poi, corrisponde il fatto che,
nelle Chiese particolari, i Vescovi quali successori degli Apostoli
portino la prima responsabilità della realizzazione, anche nel presente,
del programma indicato negli Atti degli Apostoli (cfr 2, 42-44): la
Chiesa in quanto famiglia di Dio deve essere, oggi come ieri, un luogo di
aiuto vicendevole e al contempo un luogo di disponibilità a servire anche
coloro che, fuori di essa, hanno bisogno di aiuto. In questo contesto
l'ordinando promette espressamente di essere, nel nome del Signore,
accogliente e misericordioso verso i poveri e verso tutti i bisognosi di
conforto e di aiuto. Il Codice di Diritto Canonico, nei canoni
riguardanti il ministero episcopale, non tratta espressamente della carità
come di uno specifico ambito dell'attività episcopale, ma parla solo in
modo generale del compito del Vescovo, che è quello di coordinare le
diverse opere di apostolato nel rispetto della loro propria indole.
Recentemente, tuttavia, il Direttorio per il ministero pastorale dei
Vescovi ha approfondito più concretamente il dovere della carità
come compito intrinseco della Chiesa intera e del Vescovo nella sua
Diocesi ed ha sottolineato che l'esercizio della carità è un atto della
Chiesa come tale e che, così come il servizio della Parola e dei
Sacramenti, fa parte anch'essa dell'essenza della sua missione originaria.
33. Per quanto concerne i collaboratori che svolgono sul piano pratico il lavoro
della carità nella Chiesa, l'essenziale è già stato detto: essi non devono
ispirarsi alle ideologie del miglioramento del mondo, ma farsi guidare dalla
fede che nell'amore diventa operante (cfr Gal 5, 6). Devono essere quindi
persone mosse innanzitutto dall'amore di Cristo, persone il cui cuore Cristo ha
conquistato col suo amore, risvegliandovi l'amore per il prossimo. Il criterio
ispiratore del loro agire dovrebbe essere l'affermazione presente nella
Seconda Lettera ai Corinzi: « L'amore del Cristo ci spinge » (5, 14). La
consapevolezza che in Lui Dio stesso si è donato per noi fino alla morte deve
indurci a non vivere più per noi stessi, ma per Lui, e con Lui per gli altri.
Chi ama Cristo ama la Chiesa e vuole che essa sia sempre più espressione e
strumento dell'amore che da Lui promana. Il collaboratore di ogni Organizzazione
caritativa cattolica vuole lavorare con la Chiesa e quindi col Vescovo, affinché
l'amore di Dio si diffonda nel mondo. Attraverso la sua partecipazione
all'esercizio dell'amore della Chiesa, egli vuole essere testimone di Dio e di
Cristo e proprio per questo vuole fare del bene agli uomini gratuitamente.
34. L'apertura interiore alla dimensione cattolica della Chiesa non potrà non
disporre il collaboratore a sintonizzarsi con le altre Organizzazioni nel
servizio alle varie forme di bisogno; ciò tuttavia dovrà avvenire nel rispetto
del profilo specifico del servizio richiesto da Cristo ai suoi discepoli. San
Paolo nel suo inno alla carità (cfr 1 Cor 13) ci insegna che la carità
è sempre più che semplice attività: « Se anche distribuissi tutte le mie
sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità,
niente mi giova » (v. 3). Questo inno deve essere la Magna Carta
dell'intero servizio ecclesiale; in esso sono riassunte tutte le riflessioni
che, nel corso di questa Lettera enciclica, ho svolto sull'amore.
L'azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l'amore
per l'uomo, un amore che si nutre dell'incontro con Cristo. L'intima
partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell'altro diventa così
un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l'altro, devo dargli non
soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come
persona.
35. Questo giusto modo di servire rende l'operatore umile. Egli non assume una
posizione di superiorità di fronte all'altro, per quanto misera possa essere
sul momento la sua situazione. Cristo ha preso l'ultimo posto nel mondo — la
croce — e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci
aiuta. Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo
viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di poter
aiutare. Questo compito è grazia. Quanto più uno s'adopera per gli altri,
tanto più capirà e farà sua la parola di Cristo: « Siamo servi inutili » (Lc
17, 10). Egli riconosce infatti di agire non in base ad una superiorità o
maggior efficienza personale, ma perché il Signore gliene fa dono. A volte
l'eccesso del bisogno e i limiti del proprio operare potranno esporlo alla
tentazione dello scoraggiamento. Ma proprio allora gli sarà d'aiuto il sapere
che, in definitiva, egli non è che uno strumento nelle mani del Signore; si
libererà così dalla presunzione di dover realizzare, in prima persona e da
solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà quello che gli è
possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il
mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che
possiamo e finché Egli ce ne dà la forza. Fare, però, quanto ci è possibile
con la forza di cui disponiamo, questo è il compito che mantiene il buon servo
di Gesù Cristo sempre in movimento: « L'amore del Cristo ci spinge » (2
Cor 5, 14).
36. L'esperienza della smisuratezza del bisogno può, da un lato,
spingerci nell'ideologia che pretende di fare ora quello che il governo
del mondo da parte di Dio, a quanto pare, non consegue: la soluzione
universale di ogni problema. Dall'altro lato, essa può diventare
tentazione all'inerzia sulla base dell'impressione che, comunque, nulla
possa essere realizzato. In questa situazione il contatto vivo con Cristo
è l'aiuto decisivo per restare sulla retta via: né cadere in una
superbia che disprezza l'uomo e non costruisce in realtà nulla, ma
piuttosto distrugge, né abbandonarsi alla rassegnazione che impedirebbe
di lasciarsi guidare dall'amore e così servire l'uomo. La preghiera come
mezzo per attingere sempre di nuovo forza da Cristo, diventa qui
un'urgenza del tutto concreta. Chi prega non spreca il suo tempo, anche se
la situazione ha tutte le caratteristiche dell'emergenza e sembra spingere
unicamente all'azione. La pietà non indebolisce la lotta contro la povertà
o addirittura contro la miseria del prossimo. La beata Teresa di Calcutta
è un esempio molto evidente del fatto che il tempo dedicato a Dio nella
preghiera non solo non nuoce all'efficacia ed all'operosità dell'amore
verso il prossimo, ma ne è in realtà l'inesauribile sorgente.
37. È venuto il momento di riaffermare l'importanza della preghiera di fronte
all'attivismo e all'incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel
lavoro caritativo. Ovviamente, il cristiano che prega non pretende di cambiare i
piani di Dio o di correggere quanto Dio ha previsto. Egli cerca piuttosto
l'incontro con il Padre di Gesù Cristo, chiedendo che Egli sia presente con il
conforto del suo Spirito in lui e nella sua opera. La familiarità col Dio
personale e l'abbandono alla sua volontà impediscono il degrado dell'uomo, lo
salvano dalla prigionia di dottrine fanatiche e terroristiche. Un atteggiamento
autenticamente religioso evita che l'uomo si eriga a giudice di Dio, accusandolo
di permettere la miseria senza provar compassione per le sue creature. Ma chi
pretende di lottare contro Dio facendo leva sull'interesse dell'uomo, su chi
potrà contare quando l'azione umana si dimostrerà impotente?
38. Certo Giobbe può lamentarsi di fronte a Dio per la sofferenza
incomprensibile, e apparentemente ingiustificabile, presente nel mondo. Così
egli parla nel suo dolore: « Oh, potessi sapere dove trovarlo, potessi arrivare
fino al suo trono! ...
Del resto, Egli neppure ci impedisce di gridare, come Gesù in croce:
« Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Mt 27, 46). La
nostra protesta non vuole sfidare Dio, né insinuare la presenza in Lui di
errore, debolezza o indifferenza. Per il credente non è possibile pensare
che Egli sia impotente, oppure che « stia dormendo » (cfr 1 Re 18,
27). Piuttosto è vero che perfino il nostro gridare è, come sulla bocca
di Gesù in croce, il modo estremo e più profondo per affermare la nostra
fede nella sua sovrana potestà. I cristiani infatti continuano a credere,
malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella
« bontà di Dio » e nel « suo amore per gli uomini » (Tt 3, 4).
Essi, pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità
delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è
Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi.
39. Fede, speranza e carità vanno insieme. L'amore è possibile, e noi
siamo in grado di praticarlo perché creati ad immagine di Dio. Vivere
l'amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a
cui vorrei invitare con la presente Enciclica.
40. Guardiamo infine ai Santi, a coloro che hanno esercitato in modo
esemplare la carità. Il pensiero va, in particolare, a Martino di Tours
(† 397). Gesù stesso, nella notte, gli appare in sogno rivestito di
quel mantello, a confermare la validità perenne della parola evangelica:
« Ero nudo e mi avete vestito ... Ogni volta che avete fatto queste cose
a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me » (Mt
25, 36. 40). In particolare tutto il movimento monastico, fin dai suoi
inizi con sant'Antonio abate († 356), esprime un ingente servizio di
carità verso il prossimo. Si spiegano così le grandi strutture di
accoglienza, di ricovero e di cura sorte accanto ai monasteri. Si spiegano
pure le ingenti iniziative di promozione umana e di formazione cristiana,
destinate innanzitutto ai più poveri, di cui si sono fatti carico
dapprima gli Ordini monastici e mendicanti e poi i vari Istituti religiosi
maschili e femminili, lungo tutta la storia della Chiesa. Figure di Santi
rimangono modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona
volontà.
41. Tra i santi eccelle Maria, Madre del Signore e specchio di ogni
santità. Nel Vangelo di Luca, la troviamo impegnata in un servizio
di carità alla cugina Elisabetta, presso la quale resta « circa tre mesi
» (1, 56) per assisterla nella fase terminale della gravidanza. Maria è
grande proprio perché non vuole rendere grande se stessa, ma Dio. Ella è
umile: non vuole essere nient'altro che l'ancella del Signore (cfr Lc 1,
38. 48). Essendo intimamente penetrata dalla Parola di Dio, ella può
diventare madre della Parola incarnata. Infine, Maria è una donna che
ama.
L’Osservatore Romano, N. 21 (44.163), 26 Gennaio 2006
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AU CORPS DIPLOMATIQUE ACCRÉDITÉ PRÈS LE SAINT-SIÈGE
De telles considérations peuvent s’appliquer de manière plus large dans le
contexte mondial actuel, où l’on parle non sans raison du danger d’un choc
des civilisations. Ce danger est rendu plus aigu par le terrorisme organisé,
qui s’étend désormais au niveau planétaire. Les causes en sont nombreuses
et complexes, les causes idéologiques et politiques, mêlées à des
conceptions religieuses aberrantes, n’en sont pas les moindres. Le terrorisme
n’hésite pas à frapper des personnes innocentes, sans aucune distinction, ou
à mettre à exécution des chantages inhumains, suscitant la panique de
populations entières, dans le but de contraindre les responsables politiques à
satisfaire les desseins des terroristes eux-mêmes. Aucune circonstance ne peut
justifier cette activité criminelle, qui couvre d’infamie celui qui
l’accomplit et qui est d’autant plus blâmable qu’elle se pare du bouclier
d’une religion, rabaissant ainsi au niveau de son aveuglement et de sa
perversion morale la pure vérité de Dieu.
L’engagement pour la vérité de la part des diplomaties, tant au niveau bilatéral
que multilatéral, peut apporter une contribution essentielle, car les diversités
indéniables qui caractérisent des peuples de différentes parties du monde et
leurs cultures peuvent se rassembler non seulement dans une coexistence tolérante,
mais dans un projet d'humanité plus haut et plus riche. Au cours des siècles
passés, les échanges culturels entre judaïsme et hellénisme, entre monderomain, monde germanique et monde slave, de même qu’entre monde arabe et monde européen,
ont fécondé la culture et favorisé les sciences et les civilisations. Il
devrait en être de nouveau ainsi aujourd’hui - et dans une mesure plus grande
encore! -, les possibilités d'échange et de compréhension réciproque étant
de fait beaucoup plus favorables. C’est pourquoi il faut avant tout souhaiter
aujourd’hui que soit supprimé tout obstacle à l’accès à l’information
par la presse et par les moyens informatiques modernes, et que s’intensifient
en outre les échanges entre enseignants et étudiants des disciplines
humanistes des universités des diverses régions culturelles.
Àce sujet, vous savez bien, Mesdames et Messieurs les Ambassadeurs, quel’activité
de la diplomatie duSaint-Siège est, par nature, tournée vers la promotion, dans
les différents domaines où la liberté doit se réaliser, de l’aspect de la liberté
de religion. Malheureusement, dans certains États, même parmiceux quipeuvent aussi
se vanter de traditions culturelles multiséculaires, cette liberté, loin d’être
garantie, est même gravement violée, en particulier en ce quiconcerne les minorités.
Àce propos, je voudrais simplementrappeler ce quia été établi clairementdans
la Déclaration universelle des Droits de l’Homme. Les droits fondamentaux de
l’hommesont les mêmes sous toutes les latitudes; et, parmi eux,une place de premier plan doit
être reconnue au droit à la liberté de religion, parce qu’ilconcerne
le rapport humainle plusimportant, le rapport à Dieu. Àtous les responsables
de la vie des Nations, je voudraisdire:si vous ne craignez pas la vérité, vous
ne devez pas craindre la liberté. Le Saint-Siège, qui demande partout pour
l’Église catholique des conditions de vraie liberté, le demande pareillement
pour tous.
La paix, vers laquelleson engagement peut et doit le porter, n’est pas seulement
le silence des armes; bien plus,elle est une paix quifavorise la formation de nouveaux
dynamismes dans les relations internationales, dynamismes qui,à leur tour, se transforment
en facteurs de maintien de la paix elle-même. Et ils ne sont tels ques’ils répondent
à la vérité de l’homme et de sa dignité. Et c’est pourquoi on ne peut parler de
paix là où l’homme n’a même pas l’indispensable pour vivre dans la dignité.
Je pense ici aux foules innombrables de gens quisouffrent de la faim. Ellen’est
pas une paix, la leur, même si ces populations ne sont pas en guerre: de la guerre,
elles sont même des victimes innocentes. Viennent aussi spontanément à l’esprit
les images bouleversantes des grands camps de personnes déplacées ou de réfugiés
– en diverses parties du monde –, rassemblés dans des conditions précaires
pour échapper à des conditions pires encore, mais ayant besoin de tout. Ces êtres
humains ne sont-ils pas nos frères et nos sœurs? Leurs enfants ne sont-ils pas
venus au monde avec les mêmes attentes légitimes de bonheur queles autres? Ma
pensée se tourne aussi vers tous ceux quedes conditions de vieindignes poussent
à émigrer loin de leur pays et de leurs proches, dans l'espoir d'une
vie plushumaine. Nous ne pouvons pas oublierla plaiedutrafic de personnes,
quireste une honte pour notre temps.
Face à ces « urgences humanitaires » de même qu’à d’autres problèmes
dramatiques de l’homme, de nombreuses personnes de bonne volonté, diverses institutions
internationales et des organisations non gouvernementales ne sont pas restées inactives.
Mais on demande un effort accru de toutes les diplomaties pour repéreravec vérité
et pour dépasser, avec courage et générosité, les obstacles quis'opposent encore
à des solutions efficaces et dignes de l’homme. Et la vérité veut qu’aucun
des États prospères ne se soustraie à ses responsabilités et à son devoir d’aide,
puisant avec une plusgrande générosité dans ses propresressources. Sur la
base des données statistiques disponibles, on peut affirmer quemoins de la
moitié des immenses sommes globalement destinées aux armements serait plusquesuffisante
pour quel’immense armée des pauvres soit tirée de l’indigence, et cela de
manière stable. La conscience humaine en est interpellée. Pour les populations
qui viventen dessous duseuil de pauvreté, plusen raison de situations qui dépendentdes
relations internationales politiques, commerciales et culturelle qu’en raison de
circonstances incontrôlées, notre engagement commun dans la vérité peut et
doit donner de nouvelles espérances.
L’Osservatore Romano(Hebdomadaire en langue Française), N. 2 (2914),
10 Janvier 2006, p. 3-5.
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DISCORSO AGLI AMMINISTRATORI DELLA REGIONE LAZIO, DEL COMUNE E DELLA PROVINCIA
DI ROMA
Sono lieto per lo sviluppo che hanno avuto in questi anni le varie forme di
collaborazione tra le pubbliche Amministrazioni di Roma, della Provincia e della
Regione e gli organismi del volontariato ecclesiale, nell’opera volta ad
alleviare le povertà vecchie e nuove che purtroppo affliggono una parte non
piccola della popolazione, e in particolare molti immigrati.
L’Osservatore Romano, N. 10 (44.152), 13 Gennaio 2006, p. 5.
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“ANGELUS”, SUNDAY 15 JANUARY 2006
Today we are celebrating World Day of Migrants and Refugees. Migration is
a very widespread phenomenon in today’s world: it is a “sign of the
times”. This phenomenon has very varied aspects: migration can in fact be
voluntary or forced, legal or illegal, for work or study.
If, on the one hand, respect for ethnic and cultural differences are
affirmed, on the other there are still difficulties in acceptance and
integration. The Church asks her faithful to welcome the positive aspects
that this sign of the times bears within it, overcoming every kind of
discrimination, injustice and contempt of the human person, for every man
and woman is the image of God.
L’Osservatore Romano(English Edition), N. 3 (1927), 18 January 2006.
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ALL’UDIENZA GENERALE DI MERCOLEDÌ 18 GENNAIO 2006
Un saluto particolare voglio rivolgere, inoltre agli artisti del mondo circense,
presenti a Roma in questi giorni, ringraziando per questa bella esibizione, li
incoraggio a manifestare sempre con gioia la propria fede in Cristo.
L’Osservatore Romano, N. 15 (44.157), 19 Gennaio 2006, p. 5.
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DISCORSO AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO PROMOSSO DAL PONTIFICIO CONSIGLIO “COR
UNUM”
L’organizzazione ecclesiale della carità non è una forma di
assistenza sociale che s’aggiunge casualmente alla realtà della Chiesa,
un’iniziativa che si potrebbe lasciare anche agli altri. Essa fa parte
invece della natura della Chiesa. Come al Logos divino corrisponde
l’annuncio umano, la parola della fede, così all’Agape, che è Dio,
deve corrispondere l’agape della Chiesa, la sua attività caritativa.
Questa attività, oltre al primo significato molto concreto dell’aiutare
il prossimo, possiede essenzialmente anche quello del comunicare agli
altri l’amore di Dio, che noi stessi abbiamo ricevuto. Essa deve rendere
in qualche modo visibile il Dio vivente. Dio e Cristo
nell’organizzazione caritativa non devono essere parole estranee;
esse in realtà indicano la fonte originaria della carità ecclesiale. La
forza della Caritas dipende dalla forza delle fede di tutti i membri e
collaboratori.
L’Osservatore Romano, N. 19 (44.161), 23-24 Gennaio 2006, p. 5.
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TO THE NEW AMBASSADOR OF SOUTH AFRICA
History has clearly demonstrated that “immigration can be a resource
for development rather than an obstacle to it” (Compendium of the Social
Doctrine of the Church, n. 297). I have no doubt that your Nation, by
drawing on the talents and hopes of these newcomers and treating them always
with the dignity and respect they deserve, will reap many benefits.
L’Osservatore Romano(English Edition), N. 4 (1928), 25 January 2006, p. 9.
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AUX ÉVÊQUES DU CONGO EN VISITE “AD LIMINA APOSTOLORUM” – I GROUPE
Ces dernières années, votre pays a vécu au rythme de conflits meurtriers
qui laissent de profondes cicatrices dans la mémoire des peuples. Au cours de
cette tragédie, qui a touché en particulier l’est de votre pays, vous avez
eu le souci de dénoncer, par de vigoureux messages, les exactions en cours,
appelant les acteurs locaux à faire preuve de responsabilité et de courage,
pour que le populations vivent dans la paix et la sécurité. J’encourage la
Conférence épiscopale, dans un travail concerte et audacieux, à demeurer
vigilante pour accompagner les progrès en cours.
L’Osservatore Romano (Hebdomadaire en langue Française), N. 5 (2917), 31
Janvier 2006, p. 5.
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AUX ÉVÊQUES DU CONGO EN VISITE “AD LIMINA APOSTOLORUM”– II
GROUPE
La Vie consacrée est présente en République démocratique du Congo dans la
riche diversité de ses formes. Je salue bien affectueusement toutes les
personnes consacrées ; elles ont le souci de témoigner de l’amour du
Christ auprès leurs frères. Je rends notamment hommage à ceux et celles qui,
dans des conditions extrêmes, ont choisi de rester auprès des populations éprouvées
pour leur apporter l’assistance, le réconfort et le soutien spirituel nécessaires.
[…]
Il vous revient de nourrir leur foi et leur espérance, en leur proposant une
formation chrétienne solide. On pense en particulier aux initiatives pastorales
destinées à permettre aux enfants de la rue et aux enfants soldats de
se reconstruire humainement et spirituellement.
L’Osservatore Romano (Hebdomadaire en langue Française), N. 7 (2919), 14 Février 2006, p. 4.
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AU NOUVEL AMBASSADEUR DU MAROC PRÈS LE SAINT-SIÈGE
Parmi les graves problèmes auxquels doivent faire face les pays riverains de la
Méditerranée, le phénomène migratoire constitue une donnée sensible dans
les relations entre les Etats. Les migrants en provenance de régions moins
favorisées et en quête de meilleures conditions de vie viennent de plus en
plus nombreux frapper aux portes de l’Europe ce qui place dans l’illégalité
un nombre toujours croissant d’entre eux et qui crée parfois des situations
mettant gravement en cause la dignité et la sécurité des personnes. Aussi
est-il nécessaire que les institutions des pays d’accueil ou de transit
veillent à ne pas les considérer comme une marchandise ou une simple force de
travail, et à respecter leurs droits fondamentaux et leur dignité humaine. La
situation précaire de tant d’étrangers devrait favoriser la solidarité
entre les nations concernées, afin de contribuer au développement des pays
d’origine des migrants. En effet, ces problèmes ne peuvent être résolus par
des politiques uniquement nationales. C’est par une collaboration toujours
plus intense entre tous les pays concernes que progressera efficacement la
recherche de solutions à ces douloureuses situations.
Monsieur l’Ambassadeur, vous avez souligné la contribution de votre pays à
la consolidation du dialogue entre les civilisations, les cultures et les
religions. Pour sa part, dans le contexte international que nous connaissons
actuellement, l’Église catholique demeure convaincue que, pour favoriser la
paix et la compréhension entre les peuples et entre les hommes, il est nécessaire
et urgent que les religions et leurs symboles soient respectés, et que les
croyants ne soient pas l’objet de provocations blessant leur démarche et
leurs sentiments religieux. Cependant, l’intolérance et la violence ne
peuvent jamais se justifier comme des réponses aux offenses, car ce ne sont pas
des réponses compatibles avec les principes sacrés de la religion ;
c’est pourquoi on ne peut que déplorer les actions de ceux qui profitent
délibérément de l’offense causée aux sentiments religieux pour fomenter
des actes violents, d’autant plus que cela se produit à des fins étrangères
à la religion. Pour les croyants comme pour tous les hommes de bonne volonté,
la seule voie qui peut conduire à la paix et à la fraternité est celle du
respect des convictions et des pratiques religieuses d’autrui, afin que, de
manière réciproque dans toutes les sociétés, soit réellement assure pour
chacun l’exercice de la religion librement choisie.
L’Osservatore Romano, N. 43 (44.185), 20-21 Febbraio 2006, p. 7
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AI MEMBRI DEL XVII GRUPPO DEL CORPO DELLA POLIZIA MUNICIPALE DEL COMUNE DI ROMA
La vostra quotidiana attività esige un costante impegno, perché la zona
attorno al Vaticano è frequentata da tanta gente e il traffico è intenso. Al
movimento legato alla normale attività del quartiere si unisce il flusso
costante di persone che entrano ed escono dal Vaticano, le code dei visitatori
dei Musei vaticani, l’affluenza di gruppi che ogni mercoledì giungono da ogni
parte per le Udienze generali, l’accorrere di pellegrini e romani per
partecipare in Piazza San Pietro alla recita dell’Angelus domenicale e negli
altri giorni di festa, l’andirivieni di devoti e turisti per la Piazza e in
Basilica, e non raramente le visite ufficiali di ambasciatori e di altre autorità.
Voi cercate di offrire sempre a tutti la vostra assistenza; e vi ringrazio perché
sono certo che vi sforzate di farlo con professionalità e dedizione. Di
professionalità e dedizione avete dato, in modo particolare, durante i
memorabili e concitati giorni della malattia, della morte e dei funerali
dell’amato Papa Giovanni Paolo II, come pure in occasione della mia elezione a
Sommo Pontefice, nel mese di aprile dello scorso anno. Anche di questo vi sono
sinceramente riconoscente.
L’Osservatore Romano, N. 48 (44.190), 26 Febbraio 2006, p. 5
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DISCOURS AUX ÉVÊQUES DE LA CONFÉRENCE ÉPISCOPALE DU SÉNÉGAL, DE LA
MAURITANIE, DU CAP-VERT ET DE LA GUINEÉ BISSAU EN VISITE “AD LIMINA
APOSTOLORUM”
L’une des taches par lesquelles l’Eglise dans votre région manifeste le
plus visiblement l’amour du prochain est son engagement en vue du développement
social. De nombreuses structures ecclésiales permettent à vos communautés de
se mettre avec efficacité au service des plus pauvres, signe de leur conscience
que l’amour du prochain, enraciné dans l’amour de Dieu, est constitutif de
la vie chrétienne. Ainsi, «toute l’activité de l’Eglise est
l’expression d’un amour qui cherche le bien intégral de l’homme» (Deus
caritas est, n. 19). Mais le christianisme ne doit pas être réduit pour
autant à une sagesse purement humaine ni se confondre avec un service social,
car il s’agit aussi d’un service spirituel. Cependant, pour le disciple du
Christ, l’exercice de la charité ne peut être un moyen au service du prosélytisme,
car l’amour est gratuit (cf. ibid., n. 31). Vous exercez le service
de l’homme souvent en collaboration avec des hommes et des femmes qui ne
partagent pas la foi chrétienne, notamment avec des musulmans. Les efforts
ainsi déployés pour une rencontre en vérité des croyants de différentes
traditions religieuses contribuent à la réalisation concrète du bien
authentique des personnes et de la société. Il est impératif d’approfondir
toujours plus les relations fraternelles entre les communautés, afin de
favoriser un déve-loppement harmonieux de la société, reconnaissant la dignité
de chaque personne et permettant à tous le libre exercice de sa religion.
L’Osservatore Romano(Hebdomadaire en langue Française), N. 9 (2921), 28 Février 2006, p. 2.
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“ANGELUS DOMINI”, DOMENICA 5 MARZO 2006
Sabato prossimo 11 marzo, alle ore 17, nell’Aula Paolo VI si terrà
una veglia mariana organizzata dai giovani universitari di Roma. Ad
essa parteciperanno, grazie ai collegamenti radio-televisivi, anche
numerosi studenti di altri Paesi europei e dell’Africa. Sarà una
propizia occasione per pregare la Vergine Santa perché il Vangelo apra
nuove vie alla cooperazione tra i popoli dell’Europa e dell’Africa.
Cari giovani, vi attendo numerosi!
L’Osservatore Romano, N. 55 (44.197), 6-7 Marzo 2006, p. 5.
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TO A GROUP OF BISHOPS OF THE EPISCOPAL CONFERENCE OF BOSNIA AND HERZEGOVINA
DURING THEIR “AD LIMINA” VISIT
Benedict XVI then went on to mention some of the problems facing the prelates of
Bosnia and Herzegovina, such as “the position of exiles, for whom I
hope appropriate agreements will be reached in respect of everyone’s
rights.” He also mentioned “the indispensable equality between citizens of
various religions, … the urgent need for measures to meet the growing lack of
work for young people, and attenuating ominous tensions between ethnic
groups.”
L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 11 (1935), 15 March 2006, p. 9.
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AI RAPPRESENTANTI DELLA SANTA SEDE PRESSO LE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI
L’accresciuta partecipazione della Santa Sede alle attività internazionali
costituisce un prezioso stimolo a che essa possa continuare a dare voce alla
coscienza di quanti compongono la comunità internazionale. Si tratta di un
servizio delicato e faticoso, che – poggiando sulla forza apparentemente
inerme, ma in definitiva prevalente della verità – intende collaborare alla
costruzione di una società internazionale più attenta alla dignità ed alle
vere esigenze della persona umana. In questa prospettiva, la presenza della
Santa Sede presso gli Organismi Internazionali Intergovernativi rappresenta un
contributo fondamentale al rispetto dei diritti umani e del bene comune
e, pertanto, all’autentica libertà ed alla giustizia. Siamo in presenza di un
impegno specifico ed insostituibile, che può divenire ancor più efficace se si
uniscono le forze di quanti collaborano con fede dedizione alla missione della
Chiesa nel mondo.
Le relazioni fra gli Stati e negli Stati sono giuste nella misura in
cui esse rispettano la verità. Quando, invece, la verità è oltraggiata,
la pace è minacciata, il diritto viene compromesso, allora, con logica
conseguenza, si scatenano le ingiustizie. Esse sono frontiere che dividono
i Paesi in maniera molto più profonda di quanto lo facciano i confini
tracciati sulle carte geografiche e, spesso, non sono soltanto frontiere
esterne, ma anche interne agli Stati.
L’Osservatore Romano, N. 66 (44.208), 19 Marzo 2006, p. 6.
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AUX EVÊQUES DE LA CONFÉRENCE ÉPISCOPALE DE LA CÔTE D’IVOIRE EN VISITE “AD
LIMINA APOSTOLORUM”
Le rétablissement d’une paix véritable ne sera possible que par le pardon généreusement
accordé et par la réconciliation effectivement réalisée entre les
personnes et entre les groupes concernes. Pour y parvenir, toutes les parties en
cause doivent accepter de poursuivre courageusement le dialogue, pour examiner
de façon approfondie et loyale les causes qui ont conduit à la situation
actuelle et pour trouver les moyens de parvenir à une solution acceptable par
tous, dans la justice et dans la vérité. Le chemin de la paix est long et
difficile, mais il n’est jamais impossible.
Chers frères dans l’Épiscopat, dans cet effort commun, les catholiques ont
pris leur place, car la construction d’un monde réconcilié ne peut
jamais leur être étrangère. Il est de leur responsabilité de contribuer à
établir des relations harmonieuses et fraternelles entre les personnes et entre
les communautés. Pour que la réalisation plénière de cet objectif soit crédible,
il est nécessaire en premier lieu de recréer la confiance entre les disciples
du Christ, malgré les divergences d’opinion qui peuvent se manifester entre
eux. Car c’est d’abord à l’intérieur de l’Eglise que doit être vécu
un authentique amour, dans l’unité et la réconciliation, suivant ainsi
l’enseignement du Seigneur : « Ce qui montrera à tous les hommes
que vous êtes mes disciples, c’est l’amour que vous aurez les uns pour les
autres » (Jn 13, 35). Il revient donc aux chrétiens de se laisser
transformer par la force de l’Esprit, afin d’être de vrais témoins de
l’amour du Père, qui veut faire de tous les hommes une unique famille. Leur
activité, qui les pousse au-devant des souffrances et des besoins de leurs frères,
en sera alors une expression convaincante. Dans vos Églises diocésaines, face
aux tensions politiques ou ethnique, évêque, prêtres et personnes consacrées
doivent être pour des modèles de fraternité et de charité, et contribuer par
leur parole et par leurs attitudes à l’édification d’une société unie et
réconciliée.
L’Osservatore Romano, N. 79 (44.221), 3-4 Aprile 2006, p. 5.
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MESSAGE AND BLESSING “URBI ET ORBI”: EASTER SUNDAY, 16 APRIL 2006
May the Spirit of the Risen one, in particular, bring relief and security in
Africa to the peoples of Darfur, who are living in a dramatic
humanitarian situation that is no longer sustainable; to those of the Great
Lakes region, where many wounds have yet to be healed; to the peoples
of the Horn of Africa, of the Ivory Coast, Uganda, Zimbabwe
and other nations which aspire to reconciliation, justice and progress. In
Iraq, may peace finally prevail over the tragic violence that continues
mercilessly to claim victims. I also pray sincerely that those caught up in
the conflict in the Holy Land may find peace, and I invite all to patient
and persevering dialogue, so as to remove both ancient and new obstacles. May
the international community, which re-affirms Israel’s just right to exist in
peace, assist the Palestinian people to overcome the precarious conditions in
which they live and to build their future, moving towards the constitution of a
state that is truly their own. May the Spirit of the Risen one enkindle a
renewed enthusiastic commitment of the Countries of Latin America, so
that the living conditions of millions of citizens may be improved, the
deplorable scourge of kidnapping may be eradicated and democratic institutions
may be consolidated in a spirit of harmony and effective solidarity. Concerning
the international crises linked to nuclear power, may an honourable solution be
found for all parties, through serious and honest negotiations, and may the
leaders of nations and of International Organizations be strengthened in their
will to achieve peaceful coexistence among different races, cultures
and religions, in order to remove the threat of terrorism.
L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 16 (1940), 19 April 2006, p. 6/7.
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DISCORSO AL SANTUARIO ROMANO DEL DIVINO AMORE
Attendiamo specialmente l’energia interiore per adempiere il voto fatto dai
romani il 4 giugno 1944, quando chiesero solennemente alla Madonna del Divino
Amore che questa Città fosse preservata dagli orrori della guerra e furono
esauditi: il voto e la promessa cioè di correggere e migliorare la propria
condotta morale, per renderla più conforme a quella del Signore Gesù. Anche
oggi c’è bisogno di conversazione a Dio, a Dio Amore, perché il mondo sia
liberato dalle guerre e dal terrorismo. Ce lo ricordano purtroppo le
vittime, come i militari caduti giovedì scorso a Nassiriya, in Iraq, che
affidiamo alla materna intercessione di Maria, Regina della pace.
L’Osservatore Romano, N. 102 (44.244), 2-3 Maggio 2006, p. 5.
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ADDRESS OF TO THE MEMBERS OF THE “PAPAL FOUNDATION”
Truly, the risen Christ gives renewed hope and strength to many in our world
today who suffer injustice or deprivation and who long to be able to live with
the freedom and dignity of the children of God.
Christ promised to send the Holy Spirit to enkindle the hearts of believers,
moving them to love their brothers and sisters as Christ loved them, and to
witness through their charitable activity to the Father’s love for all
humanity (cf. Deus Caritas Est, 19). The fruit of that gift of the Spirit
can be clearly seen in the assistance that the Papal Foundation gives in
Christ’s name to developing countries, in the form of aid projects, grants and
scholarships. I am most grateful for your support and for the help you give me
in carrying out my mission to care for Christ’s flock in every corner of the
world.
L’Osservatore Romano, N. 105 (44.247), 6 Maggio 2006, p. 4.
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SALUTO AI PARTECIPANTI ALLA “MARCIA COMMEMORA-TIVA” IN OCCASIONE DEL V
CENTENARIO DELLA GUARDIA SVIZZERA PONTIFICIA
Sono lieto di rivolgere il mio cordiale saluto a tutti voi, cari amici, ex
guardie svizzere e partecipanti alla speciale “marcia” organizzata in
occasione del 500° anniversario della discesa a Roma dei primi 150
“Gwardiknechte”. Seguendo lo stesso itinerario compiuto cinquecento anni
orsono, passando per Milano, Fidenza, Lucca, Siena e Acquapendente, voi avete
raggiunto Roma ed ora eccovi in questa Piazza San Pietro a voi ben nota. Ad
accogliervi e a porgervi il suo saluto è il successore di Papa Giulio II, il
cui nome è inscindibilmente legato al benemerito Corpo della Guardia Svizzera
Pontificia.
Care ex Guardie Svizzere, con questa significativa iniziativa, che ha avuto
inizio il 7 aprile a Bellinzona e termina oggi, qui a Roma, avete voluto rendere
onore ai vostri predecessori e, al contempo, avete potuto rendere grazie al
Signore per la vostra appartenenza personale al Corpo della Guardia Svizzera e
dunque anche rafforzare il vostro vincolo con questa "famiglia" anche
alla fine del vostro servizio. Avete voluto intraprendere questo vostro lungo
viaggio come un "pellegrinaggio", seguendo la famosa "via
Francigena", una via percorsa nel Medioevo dai pellegrini che dalla Francia
si recavano a Roma. Nei giorni del vostro viaggio, in cui avete percorso a piedi
circa 720 km, avete potuto attraversare molti villaggi e città e informare gli
abitanti della vostra storia e far dunque conoscere loro lo spirito che anima il
Corpo della Guardia Svizzera. In un certo modo avete potuto condividere i
sentimenti delle prime 150 guardie svizzere che il 21 gennaio 1506 raggiunsero
la città eterna, indossarono subito le uniformi giallo-rosse, i colori della
famiglia Della Rovere, e il giorno seguente da Porta del Popolo attraverso Campo
de' Fiori giunsero al Colle Vaticano. Era il 22 gennaio 1506, giorno della
creazione della Guardia Svizzera Pontificia.
L’Osservatore Romano, N. 105 (44.247), 6 Maggio 2006, p. 5.
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AU NOUVEL AMBASSADEUR DE LA RÉPUBLIQUE DE BULGARIE PRÈS LE SAINT-SIÈGE
Ainsi les jeunes générations pourront retrouver confiance en l’avenir et
s’engager sans crainte dans des projets à long terme, donnant naissance à de
nouvelles familles, solidement édifiées sur le mariage et ouvertes à
l’accueil des enfants, apprenant à se mettre au service du bien commun de la
société par l’activité politique, économique et sociale, portant également
le souci de la solidarité avec les plus démunis comme avec les migrants qui
viennent d’autres horizons pour chercher un refuge ou une chance nouvelle.
Dans le monde incertain et troublé qui est le nôtre, l’Europe peut devenir témoin
et messager du dialogue nécessaire entre les cultures et les religions.
L’histoire du vieux continent, profondément marqué par ses divisions et ses
guerres fratricides mais aussi par ses efforts pour les vaincre, l’invite en
effet à accomplir cette mission, afin de répondre aux attentes de tant
d’hommes et de femmes qui aspirent encore, dans bien des pays du monde, au développement,
à la démocratie et à la liberté religieuse. Le Saint-Siège, vous le savez,
ne cesse d’agir, pour promouvoir, à la place qui est la sienne, un véritable
dialogue entre les nations comme entre les responsables des religions. Il
s’agit d’abord de faire reculer la violence, qui se développe aujourd’hui
dangereusement, en brisant notamment les murs de l’ignorance et de la méfiance
qui peuvent l’engendrer. Et, parce que l’Europe ne peut se replier sur
elle-même, il convient également de favoriser un meilleur partage des
richesses dans le monde et de susciter un véritable développement de
l’Afrique, qui puissent corriger les injustices du déséquilibre actuel entre
le Nord et le Sud, facteur de tensions et de menaces pour la paix. Je ne doute
pas que votre gouvernement saura s’employer à se faire, lui aussi, messager
de tolérance et de respect mutuel dans le concert des nations, comme vous
l’avez vous-même souligné.
L’Osservatore Romano, N. 112 (44.254), 14 Maggio 2006, p. 4.
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MESSAGGIO LETTO IN SAN PIETRO IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DEL
PELLEGRINO, NELLA MEMORIA DELLA BEATA VERGINE DI FATIMA
“Con gioia mi unisco a quanti si raccolgono in Piazza San Pietro, attorno alla
statua della Madonna di Fatima, per affidare all’intercessione di Maria le
grandi intenzioni della Chiesa e del mondo”. Inizia così il messaggio di
Benedetto XVI letto dal cardinale Camillo Ruini ieri pomeriggio, in San Pietro,
al termine della Santa Messa per la seconda Giornata mondiale del pellegrino.
Un evento che quest’anno è coinciso con la memoria della Beata Vergine di
Fatima e con il 25.mo anniversario dell’attentato a Giovanni Paolo II.
“Vegli Maria sui pastori e sul popolo cristiano: guidi i passi delle Nazioni
verso il pieno compimento della volontà del Signore e ottenga per tutti la
pace… Possa il messaggio di Fatima essere sempre più accolto, compreso e
vissuto in ogni comunità.
L’Osservatore Romano, N. 113 (44.255), 15-16 Maggio 2006, p.
6.
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TO THE NEW AMBASSADOR OF THE REPUBLIC OF INDIA TO THE HOLY SEE
India’s ongoing efforts to build a democratic and free society are
grounded in her conviction of the need to respect the variety of
cultures, religions and ethnic groups which make up the nation and
shape the aspirations of her sons and daughters. The Indian people
are rightly proud of the stability of their political institutions, while
at the same time recognizing the formidable challenges involved in
promoting justice, combating all forms of violence and extremism, and
establishing a climate of serene and respectful dialogue, cooperation and
good will between the different components of their vast and diverse
society. As the nation continues to enjoy significant economic
growth, these democratic values should serve as the inspiration and the
sure foundation for sound social policies aimed at enabling all citizens
to share in this growth and to enjoy its benefits.
I very much appreciate your reference to India’s rich spiritual heritage and
commitment to religious tolerance and respect. In view of this commitment,
no citizen of India, especially the weak and the underprivileged, should ever
have to experience discrimination for any reason, especially based on
ethnic or religious background or social position. The recent
re-establishment of the National Integration Council and the creation this year
of the Ministry for Minority Affairs offer practical means of upholding
constitutionally guaranteed equality of all religions and social groups. While
protecting the right of each citizen to profess and practise his or her faith,
they also facilitate efforts to build bridges between minority communities and
Indian society as a whole, and thus foster national integration and the
participation of all in the country’s development. The disturbing
signs of religious intolerance which have troubled some regions of the nation,
including the reprehensible attempt to legislate clearly discriminatory
restrictions on the fundamental right of religious freedom, must be firmly
rejected as not only unconstitutional, but also as contrary to the highest
ideals of India’s founding fathers, who believed in a nation of peaceful
coexistence and mutual tolerance between different religions and ethnic groups.
L’Osservatore Romano, N. 116 (44.258), 19 Maggio 2006, p. 7.
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DISCOURS À L'OCCASION DE LA PRÉSENTATION DES LETTRES DE CRÉANCE DES NOUVEAUX
AMBASSADEURS PRÈS LE SAINT-SIÈGE
J'encourage donc les Responsables des nations et tous les hommes de bonne volonté
à s'engager toujours plus résolument dans la construction d'un monde libre,
fraternel et solidaire, où l'attention envers les personnes prime sur les
simples aspects économiques. Il est de notre devoir d'accepter d'être
responsables les uns des autres, et de la marche de l'ensemble du monde. Car nul
ne peut dire comme Caïn à la question de Dieu dans le livre de la Genèse:
"Suis-je le gardien de mon frère ?"
L’Osservatore Romano, N. 116 (44.258), 19 Maggio 2006, p. 6.
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AU NOUVEL AMBASSADEUR DU CAP-VERT PRÈS LE SAINT-SIÈGE
Par ailleurs, les multiples difficultés que connaît le continent africain
contribuent à accentuer l'expansion du phénomène migratoire et les
graves questions qui en découlent. Ainsi que vous l'avez souligné, Monsieur
l'Ambassadeur, un nombre important de Capverdiens a été poussé à émigrer
pour chercher de meilleures conditions de vie. Certes, il est du devoir des pays
qui reçoivent des personnes immigrées de pratiquer un accueil fraternel et de
légiférer pour favoriser leur digne insertion dans la société, tout en
respectant leur identité légitime. Mais, il est aussi nécessaire de prendre
en considération les déséquilibres socio-économiques, les risques d'une
mondialisation sans règles, ou encore les situations de violence ou de
violation des droits de la personne qui sont des facteurs importants de
migrations. La solidarité internationale devrait permettre à chacun, dans son
propre pays, de vivre dans la dignité et de mettre en œuvre les dons qu'il a
reçus du Créateur.
L’Osservatore Romano, N. 116 (44.258), 19 Maggio 2006, p. 7.
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TO THE NEW AMBASSADOR OF AUSTRALIA
The laudable resolve to work for peace on an international scale must be matched
with an equal determination to attain justice at the local level. I know
that your Government has assiduously addressed concerns regarding the reception
of refugees, in order to ensure that humanitarian considerations are
incorporated within immigration detention policy and duly monitored.
L’Osservatore Romano, N. 116 (44.258), 19 Maggio 2006, p. 8.
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TO A GROUP OF BISHOPS OF THE EPISCOPAL CONFERENCE OFATLANTIC CANADA ON THEIR AD LIMINA VISIT
Particularly in districts which also suffer from the painful
consequences of economic decline, such as unemployment and unwanted
emigration, ecclesial leadership bears much fruit when, in its concern
for the common good, it generously seeks to support civil authorities in
their task of promoting regeneration in the community. In this regard, I
note with satisfaction the success of the anniversary events celebrated
last year in the Archdiocese of Saint John’s, marked by a spirit of
cooperation with various civic authorities. Such initiatives manifest a
recognition of the need for spiritual strength at the heart of society. In
fact, "it is quite impossible to separate the response to people’s
material and social needs from the fulfilment of the profound desires of
their hearts" (Papal Message for Lent 2006).
L’Osservatore Romano, N. 118 (44.260), 21 Maggio 2006, p. 4.
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AL NUEVO EMBAJADOR DE ESPAÑA ANTE LA SANTA SEDE
La Iglesia insiste también en el derecho inalienable de las personas a
profesar sin obstáculos, tanto pública como privadamente, la propia fe
religiosa, así como el derecho de los padres a que sus hijos reciban una
educación acorde con sus propios valores y creencias, sin discriminación o
exclusión explícita o encubierta.
Dentro de su misión evangelizadora, la Iglesia tiene también como tarea propia
la acción caritativa, la atención a cualquier necesitado que espera una mano
amiga, fraterna y desinteresada que alivie su situación. En la España de hoy,
como en su larga historia, este aspecto se manifiesta particularmente fecundo
por sus numerosas obras asistenciales, en todos los campos y con gran amplitud
de miras. Y, puesto que esta labor no se inspira en estrategias políticas o
ideológicas (cf. Encíclica Deus caritas est, 31,b; 33), encuentra en su
camino personas e instituciones de cualquier procedencia, sensibles también al
deber de socorrer al desvalido, quienquiera que sea. Basándose en este «deber
de humanidad», la colaboración en el campo de la asistencia y ayuda
humanitaria ha conseguido muchos logros, y es de esperar que se fomente cada vez
más.
L’Osservatore Romano, N. 118 (44.260), 21 Maggio 2006, p. 6.
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“ANGELUS DOMINI”, DOMENICA 21 MAGGIO 2006
La Chiesa guarda con attenzione ai media, perché rappresentano un veicolo
importante per diffondere il Vangelo e per favorire la solidarietà tra i
popoli, attirandone l’attenzione sui grandi problemi che ancora li segnano
profondamente. Quest’oggi, ad esempio, con l’iniziativa «Il mondo in marcia
contro la fame» (Walk the World), indetta dal Programma Alimentare Mondiale
delle Nazioni Unite, si intende sensibilizzare i Governi e l’opinione pubblica
sulla necessità di un’azione concreta e tempestiva per garantire a tutti, in
particolare ai bambini, la «libertà dalla fame». Sono vicino con la preghiera
a questa manifestazione, che si svolge a Roma e in altre città di circa 100
Paesi. Auspico vivamente che, grazie al contributo di tutti, possa superarsi la
piaga della fame che ancora affligge l’umanità, mettendo a serio rischio la
speranza di vita di milioni di persone. Penso, in primo luogo, all’urgente e drammatica
situazione nel Darfur, nel Sudan, dove persistono forti difficoltà nel
soddisfare perfino i primari bisogni alimentari della popolazione. Con la
consueta recita del Regina Caeli affidiamo quest’oggi alla Vergine Maria
particolarmente i nostri fratelli oppressi dal flagello della fame,
quanti vengono in loro aiuto e coloro che attraverso i mezzi di comunicazione
sociale contribuiscono a rinsaldare tra i popoli i vincoli della solidarietà e
della pace.
L’Osservatore Romano, N. 119 (44.261), 22-23 Maggio 2006.
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ADDRESS TO THE “ECUMENICAL ENCOUNTER”, WARSAW, 25 MAY 2006
“Love of neighbour, grounded in the love of God, is first and foremost a
responsibility for each individual member of the faithful, but it is also a
responsibility for the entire ecclesial community at every level: from the local
community to the particular Church and to the Church universal in its entirety. As
a community, the Church must practise love” (no. 20). We cannot forget the
essential idea that from the outset constituted the very firm foundation for the
disciples’ unity: “within the community of believers there can never be room
for a poverty that denies anyone what is needed for a dignified life” (ibid.).
This idea is always current, even if in the course of the centuries the forms of
fraternal aid have changed; accepting contemporary charitable challenges depends
in large measure on our mutual co-operation. I rejoice that this problem finds a
vast resonance in the world in the form of numerous ecumenical initiatives. I
note with appreciation that in the community of the Catholic Church and in other
Churches and Ecclesial Communities, various new forms of charitable activity
have spread and old ones have reappeared with renewed vigour. They are forms
which often combine evangelization and works of charity (cf. ibid., 30b).
It seems that, despite all the differences that need to be overcome in the
sphere of interdenominational dialogue, it is legitimate to attribute charitable
engagement to the ecumenical community of Christ’s disciples in search of full
unity. We can all enter into co-operation in favour of the needy,
exploiting this network of reciprocal relations, the fruit of dialogue between
ourselves and of joint action. In the spirit of the gospel commandment we must
assume this devoted solicitude towards those in need, whoever they may be. In
this regard, I wrote in my Encyclical that: “the building of a better world
requires Christians to speak with a united voice in working to inculcate
‘respect for the rights and needs of everyone, especially the poor, the lowly
and the defenceless’” (no. 30b). To all those who are taking part in our
encounter today I express the wish that the practice of fraternal caritas
will bring us ever closer to one another and will render our witness in favour
of Christ more credible before the world.
The second question to which I want to refer concerns married life and family
life. We know that among Christian communities, called to witness to love,
the family occupies a special place. In today’s world, in which
international and intercultural relations are multiplying, it happens
increasingly often that young people from different traditions, different
religions, or different Christian denominations, decide to start a family. For
the young people themselves and for those dear to them, it is often a difficult
decision that brings with it various dangers concerning both perseverance in the
faith and the future structuring of the family, the creation of an atmosphere of
unity in the family and of suitable conditions for the spiritual growth of the
children. Nevertheless, thanks to the spread of ecumenical dialogue on a
larger scale, the decision can lead to the formation of a practical laboratory
of unity. For this to happen there is a need for mutual good will, understanding
and maturity in faith of both parties, and also of the communities from which
they come. I would like to express my appreciation for the Bilateral Commission
of the Council for Ecumenical Issues of the Polish Episcopal Conference and of
the Polish Council for Ecumenism, which have begun to draft a document
presenting common Christian teaching on marriage and family life and
establishing principles acceptable to all for contracting interdenominational
marriages, indicating a common programme of pastoral care for such marriages. To
all of you I express the wish that in this delicate area reciprocal trust and
co-operation between the Churches may grow, fully respecting the rights and
responsibility of the spouses for the faith formation of their own family and
the education of their children.
L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 22 (1946), 31 May 2006, p. 4.
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DISCORSO DURANTE L’INCONTRO CON IL CLERO NELLA CATTEDRALE DI S. GIOVANNI DI
WARSZAWA
Oggi la chiesa in Polonia si trova dinanzi ad una grande sfida pastorale:
quella di prendersi cura dei fedeli che hanno lasciato il Paese. La piaga
della disoccupazione costringe numerose persone a partire verso l’estero. È
un fenomeno diffuso su vasta scala. Quando le famiglie vengono in tal modo
divise, quando si infrangono i legami sociali, la Chiesa non può rimanere
indifferente. È necessario che le persone che partono siano accompagnate da
sacerdoti che collegandosi con le Chiese locali, assumano il lavoro pastorale in
mezzo agli emigrati. La Chiesa che è in Polonia ha già dato numerosi sacerdoti
e religiose, che svolgono il loro servizio non soltanto in favore dei Polacchi
fuori dei confini del Paese, ma anche, e a volte in condizioni difficilissime,
nelle missioni dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina e in altre
regioni. Non dimenticate, cari sacerdoti, questi missionari. Il dono di numerose
vocazioni, con cui Dio ha benedetto la vostra Chiesa, deve essere accolto
in prospettiva veramente cattolica. Sacerdoti polacchi, non abbiate paura di
lasciare il vostro mondo sicuro e conosciuto, per servire là dove mancano i
sacerdoti e dove la vostra generosità può portare un frutto copioso. Rimanete
saldi nella fede! Anche a voi affido questo motto del mio pellegrinaggio.
Siate autentici nella vostra vita e nel vostro ministero.
L’Osservatore Romano, N. 122 (44.264), 26-27 Maggio 2006, p. 7.
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HOMILY, MASS IN KRAKOW–BŁONIE, 28 MAY 2006
At the beginning of the second year of my Pontificate, I have felt a
deep need to visit Poland and Kraków as a pilgrim in the footsteps of
my predecessor. I wanted to breathe the air of his homeland. I wanted
to see the land where he was born, where he grew up and undertook his
tireless service to Christ and the universal Church. I wanted especially
to meet the living men and women of his country, to experience your faith,
which gave him life and strength, and to know that you continue firm in
that faith. Here I wish to ask God to preserve that legacy of faith, hope
and charity which John Paul II gave to the world, and to you in
particular.
Dear brothers and sisters, I have taken as the motto of my pilgrimage to Poland
in the footsteps of John Paul II the words: “Stand firm in your faith!”
L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 22 (1946), 31 May 2006, p. 10.
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GREETING IN THE MEETING WITH THE YOUNG PEOPLE, KRAKOW–BŁONIE, 27 MAY 2006
My friends, in the heart of every man there is the desire for a house. Even more
so in the young person’s heart there is a great longing for a proper house, a
stable house, one to which he can not only return with joy, but where every
guest who arrives can be joyfully welcomed. There is a yearning for a house
where the daily bread is love, pardon and understanding. It is a place where the
truth is the source out of which flows peace of heart. There is a longing for a
house you can be proud of, where you need not be ashamed and where you never
fear its loss. These longings are simply the desire for a full, happy and
successful life. Do not be afraid of this desire! Do not run away from this
desire! Do not be discouraged at the sight of crumbling houses, frustrated
desires and faded longings. God the Creator, who inspires in young hearts an
immense yearning for happiness, will not abandon you in the difficult
construction of the house called life.
My friends, this brings about a question: “How do we build this house?”
Without doubt, this is a question that you have already faced many times and
that you will face many times more. Every day you must look into your heart and
ask: “How do I build that house called life?” Jesus, whose words we just
heard in the passage from the evangelist Matthew, encourages us to build on the
rock. In fact, it is only in this way that the house will not crumble. But what
does it mean to build a house on the rock? Building on the rock means, first of
all, to build on Christ and with Christ. Jesus says: “Every one then who hears
these words of mine and does them will be like a wise man who built his house
upon the rock” (Mt 7:24). These are not just the empty words of some
person or another; these are the words of Jesus. We are not listening to any
person: we are listening to Jesus. We are not asked to commit to just anything;
we are asked to commit ourselves to the words of Jesus.
To build on Christ and with Christ means to build on a foundation that is called
“crucified love”. It means to build with Someone who, knowing us better than
we know ourselves, says to us: “You are precious in my eyes and honoured, and
I love you” (Is 43:4). It means to build with Someone, who is always
faithful, even when we are lacking in faith, because he cannot deny himself (cf.
2 Tim 2:13). It means to build with Someone who constantly looks down on
the wounded heart of man and says: “ I do not condemn you, go and do not sin
again” (cf. Jn 8:11). It means to build with Someone who, from the
Cross, extends his arms and repeats for all eternity: “O man, I give my life
for you because I love you.” In short, building on Christ means basing all
your desires, aspirations, dreams, ambitions and plans on his will. It means
saying to yourself, to your family, to your friends, to the whole world and,
above all to Christ: “Lord, in life I wish to do nothing against you, because
you know what is best for me. Only you have the words of eternal life” (cf. Jn
6:68). My friends, do not be afraid to lean on Christ! Long for Christ, as the
foundation of your life! Enkindle within you the desire to build your life on
him and for him! Because no one who depends on the crucified love of the
Incarnate Word can ever lose.
L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 22 (1946), 31 May 2006, p. 8.
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VISIT TO THE AUSCHWITZ CAMP, Auschwitz-Birkenau, 28 May 2006
Twenty-seven years ago, on 7 June 1979, Pope John Paul II stood in this place.
He said: “I come here today as a pilgrim. As you know, I have been
here many times. So many times! And many times I have gone down to
Maximilian Kolbe’s death cell, paused before the wall of death, and walked
amid the ruins of the Birkenau ovens. It was impossible for me not to come
here as Pope.” Pope John Paul came here as a son of that people which,
along with the Jewish people, suffered most in this place and, in general,
throughout the war. “Six million Poles lost their lives during the Second
World War: a fifth of the nation”, he reminded us. Here too he solemnly
called for respect for human rights and the rights of nations, as his
predecessors John XXIII and Paul VI had done before him, and added: “The one
who speaks these words is ... the son of a nation which in its history has
suffered greatly from others. He says this, not to accuse, but to remember.
He speaks in the name of all those nations whose rights are being violated and
disregarded ...”.
Pope John Paul II came here as a son of the Polish people. I come here
today as a son of the German people. For this very reason, I can and must
echo his words: I could not fail to come here. I had to come. It is
a duty before the truth and the just due of all who suffered here, a duty before
God, for me to come here as the successor of Pope John Paul II and as a son of
the German people - a son of that people over which a ring of criminals rose to
power by false promises of future greatness and the recovery of the nation’s
honour, prominence and prosperity, but also through terror and intimidation,
with the result that our people was used and abused as an instrument of their
thirst for destruction and power. Yes, I could not fail to come here.
On 7 June 1979 I came as the Archbishop of Munich-Freising, along with many
other Bishops who accompanied the Pope, listened to his words and joined in his
prayer. In 1980 I came back to this dreadful place with a delegation of
German Bishops, appalled by its evil, yet grateful for the fact that above its
dark clouds the star of reconciliation had emerged. This is the same reason
why I have come here today: to implore the grace of reconciliation - first of
all from God, who alone can open and purify our hearts, from the men and women
who suffered here, and finally the grace of reconciliation for all those who, at
this hour of our history, are suffering in new ways from the power of hatred and
the violence which hatred spawns.
How many questions arise in this place! Constantly the question comes up:
Where was God in those days? Why was he silent? How could he permit
this endless slaughter, this triumph of evil? The words of Psalm 44 come to
mind, Israel’s lament for its woes: “You have broken us in the haunt of
jackals, and covered us with deep darkness ... because of you we are being
killed all day long, and accounted as sheep for the slaughter. Rouse
yourself! Why do you sleep, O Lord? Awake, do not cast us off
forever! Why do you hide your face? Why do you forget our affliction
and oppression? For we sink down to the dust; our bodies cling to the
ground. Rise up, come to our help! Redeem us for the sake of your
steadfast love!” (Ps 44:19, 22-26). This cry of anguish, which
Israel raised to God in its suffering, at moments of deep distress, is also the
cry for help raised by all those who in every age - yesterday, today and
tomorrow - suffer for the love of God, for the love of truth and goodness.
How many they are, even in our own day!
We cannot peer into God’s mysterious plan - we see only piecemeal, and we
would be wrong to set ourselves up as judges of God and history. Then we
would not be defending man, but only contributing to his downfall. No -
when all is said and done, we must continue to cry out humbly yet insistently to
God: Rouse yourself! Do not forget mankind, your creature! And our cry
to God must also be a cry that pierces our very heart, a cry that awakens within
us God’s hidden presence - so that his power, the power he has planted in our
hearts, will not be buried or choked within us by the mire of selfishness,
pusillanimity, indifference or opportunism. Let us cry out to God, with
all our hearts, at the present hour, when new misfortunes befall us, when all
the forces of darkness seem to issue anew from human hearts: whether it is the
abuse of God’s name as a means of justifying senseless violence against
innocent persons, or the cynicism which refuses to acknowledge God and ridicules
faith in him. Let us cry out to God, that he may draw men and women to
conversion and help them to see that violence does not bring peace, but only
generates more violence - a morass of devastation in which everyone is
ultimately the loser. The God in whom we believe is a God of reason - a
reason, to be sure, which is not a kind of cold mathematics of the universe, but
is one with love and with goodness. We make our prayer to God and we
appeal to humanity, that this reason, the logic of love and the recognition of
the power of reconciliation and peace, may prevail over the threats arising from
irrationalism or from a spurious and godless reason.
The place where we are standing is a place of memory, it is the place of the Shoah. The
past is never simply the past. It always has something to say to us; it
tells us the paths to take and the paths not to take. Like John Paul II, I
have walked alongside the inscriptions in various languages erected in memory of
those who died here: inscriptions in Belarusian, Czech, German, French, Greek,
Hebrew, Croatian, Italian, Yiddish, Hungarian, Dutch, Norwegian, Polish,
Russian, Romani, Romanian, Slovak, Serbian, Ukrainian, Judaeo-Spanish and
English. All these inscriptions speak of human grief, they give us a
glimpse of the cynicism of that regime which treated men and women as material
objects, and failed to see them as persons embodying the image of God. Some
inscriptions are pointed reminders. There is one in Hebrew. The rulers
of the Third Reich wanted to crush the entire Jewish people, to cancel it from
the register of the peoples of the earth. Thus the words of the Psalm:
“We are being killed, accounted as sheep for the slaughter” were fulfilled
in a terrifying way. Deep down, those vicious criminals, by wiping out this
people, wanted to kill the God who called Abraham, who spoke on Sinai and laid
down principles to serve as a guide for mankind, principles that are eternally
valid. If this people, by its very existence, was a witness to the God who
spoke to humanity and took us to himself, then that God finally had to die and
power had to belong to man alone - to those men, who thought that by force they
had made themselves masters of the world. By destroying Israel, by the Shoah,
they ultimately wanted to tear up the taproot of the Christian faith and to
replace it with a faith of their own invention: faith in the rule of man, the
rule of the powerful.
Then there is the inscription in Polish. First and foremost they wanted to
eliminate the cultural elite, thus erasing the Polish people as an autonomous
historical subject and reducing it, to the extent that it continued to exist, to
slavery. Another inscription offering a pointed reminder is the
one written in the language of the Sinti and Roma people. Here
too, the plan was to wipe out a whole people which lives by migrating among
other peoples. They were seen as part of the refuse of world history, in an
ideology which valued only the empirically useful; everything else, according to
this view, was to be written off as lebensunwertes Leben - life unworthy
of being lived. There is also the inscription in Russian, which
commemorates the tremendous loss of life endured by the Russian soldiers who
combated the Nazi reign of terror; but this inscription also reminds us that
their mission had a tragic twofold effect: they set the peoples free from one
dictatorship, but the same peoples were thereby subjected to a new one, that of
Stalin and the Communist system.
The other inscriptions, written in Europe’s many languages, also speak to us
of the sufferings of men and women from the whole continent. They would
stir our hearts profoundly if we remembered the victims not merely in general,
but rather saw the faces of the individual persons who ended up here in this
abyss of terror. I felt a deep urge to pause in a particular way before
the inscription in German. It evokes the face of Edith Stein, Theresia
Benedicta a Cruce: a woman, Jewish and German, who disappeared along with her
sister into the black night of the Nazi-German concentration camp; as a
Christian and a Jew, she accepted death with her people and for them. The
Germans who had been brought to Auschwitz-Birkenau and met their death here were
considered as Abschaum der Nation - the refuse of the nation. Today
we gratefully hail them as witnesses to the truth and goodness which even among
our people were not eclipsed. We are grateful to them, because they did
not submit to the power of evil, and now they stand before us like lights
shining in a dark night. With profound respect and gratitude, then, let us
bow our heads before all those who, like the three young men in Babylon facing
death in the fiery furnace, could respond: “Only our God can deliver us.
But even if he does not, be it known to you, O King, that we will not serve your
gods and we will not worship the golden statue that you have set up” (cf. Dan
3:17ff.).
Yes, behind these inscriptions is hidden the fate of countless human beings. They
jar our memory, they touch our hearts. They have no desire to instil hatred
in us: instead, they show us the terrifying effect of hatred. Their desire
is to help our reason to see evil as evil and to reject it; their desire is to
enkindle in us the courage to do good and to resist evil. They want to make
us feel the sentiments expressed in the words that Sophocles placed on the lips
of Antigone, as she contemplated the horror all around her: my nature is not to
join in hate but to join in love.
By God’s grace, together with the purification of memory demanded by this
place of horror, a number of initiatives have sprung up with the aim of imposing
a limit upon evil and confirming goodness. Just now I was able to bless the
Centre for Dialogue and Prayer. In the immediate neighbourhood the
Carmelite nuns carry on their life of hiddenness, knowing that they are united
in a special way to the mystery of Christ’s Cross and reminding us of the
faith of Christians, which declares that God himself descended into the hell of
suffering and suffers with us. In Oświęcim is the Centre of Saint
Maximilian Kolbe, and the International Centre for Education about Auschwitz and
the Holocaust. There is also the International House for Meetings of Young
people. Near one of the old Prayer Houses is the Jewish Centre. Finally
the Academy for Human Rights is presently being established. So there is
hope that this place of horror will gradually become a place for constructive
thinking, and that remembrance will foster resistance to evil and the triumph of
love.
At Auschwitz-Birkenau humanity walked through a “valley of darkness”. And
so, here in this place, I would like to end with a prayer of trust - with one of
the Psalms of Israel which is also a prayer of Christians: “The Lord is my
shepherd, I shall not want. He makes me lie down in green pastures; he
leads me beside still waters; he restores my soul. He leads me in right
paths for his name’s sake. Even though I walk through the valley of the
shadow of death, I fear no evil; for you are with me; your rod and your staff -
they comfort me ... I shall dwell in the house of the Lord my whole life long”
(Ps 23:1-4, 6).
L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 22 (1946), 31 May 2006, p. 11.
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ADDRESS FAREWELL CEREMONY, KRAKOW 28 MAY 2006
Dear Polish people! I want to confide in you that this pilgrimage, during
which I have visited places particularly dear to the great John Paul II, has
brought me even closer to you, his compatriots. I thank you for the prayer with
which you have surrounded me from the moment of my election. During my meetings
with you, at audiences in the Vatican, I have often felt a bond of intense
prayer and spontaneous sympathy. I would like you to continue to remember me in
your prayers, asking the Lord to increase my strength in the service of the
universal Church.
I thank the representatives of the mass media for the efforts they have made to
give ample coverage to this pilgrimage.
L’Osservatore Romano, (English Edition), N. 22 (1946), 31 May 2006, p. 12.
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AUDIENCIA GENERAL, MIERCOLES 31 DE MAYO DE 2006
En el programa no podía faltar la visita a los santuarios que han
marcado la vida del sacerdote y obispo Karol Wojtyla; sobre todo tres: el
de Czestochowa, el de Kalwaria Zebrzydowska y el de la Misericordia
Divina. No podré olvidar la visita al famoso santuario mariano de Jasna
Góra.
En ese Claro Monte, corazón de la nación polaca, como si fuera una
especie de cenáculo, numerosísimos fieles, en especial religiosos, religiosas,
seminaristas y representantes de los Movimientos eclesiales, se reunieron en
torno al Sucesor de Pedro para ponerse, juntamente conmigo, a la escucha de María.
Inspirándome en la estupenda meditación mariana que Juan Pablo II regaló a la
Iglesia en la encíclica Redemptoris Mater, quise volver a presentar la
fe como actitud fundamental del espíritu, que no es algo meramente intelectual
o sentimental. La verdadera fe implica a toda la persona: pensamientos,
afectos, intenciones, relaciones, corporeidad, actividad, trabajo diario.
Al visitar después el maravilloso santuario de Kalwaria Zebrzydowska, situado
cerca de Cracovia, pedí a la Virgen de los Dolores que sostenga la fe de la
comunidad eclesial en los momentos de dificultad y de prueba. La etapa sucesiva,
en el santuario de la Misericordia Divina, en Lagiewniki, me
permitió poner de relieve que sólo la Misericordia divina ilumina el misterio
del hombre. En el convento cercano a este santuario, al contemplar las llagas
luminosas de Cristo resucitado, sor Faustina Kowalska recibió un mensaje de
confianza para la humanidad, el mensaje de la Misericordia divina, del que Juan
Pablo II se hizo eco e intérprete, y que en realidad es un mensaje central
precisamente para nuestro tiempo: la Misericordia como fuerza de Dios, como
límite divino contra el mal del mundo.
Visité otros "santuarios" simbólicos: me refiero a Wadowice,
localidad que se ha hecho famosa porque allí nació y fue bautizado Karol
Wojtyla. La visita me brindó la oportunidad de dar gracias al Señor por el don
de este incansable servidor del Evangelio. Las raíces de su
fe robusta, de su humanidad tan sensible y abierta, de su amor a la belleza y la
verdad, de su devoción a la Virgen, de su amor a la Iglesia y sobre todo de su
vocación a la santidad se encuentran en esta pequeña localidad en
la que recibió su primera educación y formación. Otro lugar querido por Juan
Pablo II es la catedral de Wawel, en Cracovia, lugar simbólico para la
nación polaca: en la cripta de esa catedral Karol Wojtyla celebró su
primera misa.
Cfr. L’Osservatore Romano, (Edición Semanal en Lengua Española) N. 22
(1953), 2 de Junio de 2006, p. 15.
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UDIENZA GENERALE DI MERCOLEDÌ 31 MAGGIO 2006
Il mio pensiero va ora alla cara Nazione di Timor Est, in questi giorni
in preda a tensioni e violenze, che hanno provocato vittime e distruzioni.
Mentre incoraggio la Chiesa locale e le organizzazioni cattoliche a
continuare, insieme alle altre organizzazioni internazionali,
nell’impegno di assistenza agli sfollati, vi invito a
pregare la Vergine Santa affinché sostenga con la Sua materna protezione
gli sforzi di quanti stanno contribuendo alla pacificazione degli animi e
al ritorno alla normalità.
L’Osservatore Romano, N. 126 (44.268), 1 Giugno 2006.
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ANGELUS DOMINIOF SUNDAY 18 JUNE 2006
Tuesday, 20 June, is World Refugee Day, promoted by the United Nations.
It aims to focus the International Community's attention on the conditions of
numerous people who are forced to flee from their own lands because of grave
forms of violence. These brothers and sisters of ours seek refuge in other
countries, motivated by the hope that they will return home or at least that
they will find hospitality where they have sought refuge. As I assure them of my
remembrance in prayer and the constant concern of the Holy See, I express the
hope that the rights of these people will always be respected and I encourage
the Ecclesial Communities to meet their needs.
L’Osservatore Romano(English Edition), N. 25 (1949), 21 June 2006.
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DISCORSO AI PARTECIPANTI ALLA RIUNIONE DELLE OPERE IN AIUTO ALLE CHIESE ORIENTALI
(R.O.A.C.O.)
Alle venerande Comunità cattoliche Orientali rivolgo con affetto il
mio pensiero, ed in primo luogo a quelle di Terra Santa, a cui dedicate
costante sollecitudine. E’ desiderio di tutti i cristiani poter trovare
sempre nella terra che diede i natali al nostro Redentore una viva comunità
cristiana. Le gravi difficoltà che essa sta vivendo per il clima di
pesante insicurezza, per la mancanza di lavoro, per le innumerevoli
restrizioni con la crescente povertà che ne consegue, costituiscono per
tutti noi motivo di sofferenza. Si tratta di una situazione che rende
alquanto incerto il futuro educativo, professionale e familiare delle giovani
generazioni purtroppo fortemente tentate di lasciare per sempre la
tanto amata terra natale.
L’Osservatore Romano, N. 144 (44.286), 23 Giugno 2006, p. 5.
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“ANGELUS DOMINI”, DOMENICA 25 GIUGNO 2006-09-06
Sono lieto di salutare la comunità dei romeni cattolici che vive a Roma.
Cari fratelli e sorelle, il pellegrinaggio alla tomba di San Pietro rafforzi in
tutti voi la fede e la testimonianza al Vangelo. Saluto anche coloro che,
all’inizio dell’estate, si mettono in viaggio per un periodo di vacanza. Al
tempo stesso, desidero rinnovare l’appello al senso di responsabilità nella
circolazione stradale, ricordando che tenere un corretto comportamento nella
guida e un modo concreto di rispettare la vita propria e quella degli altri.
L’Osservatore Romano, N. 147 (44.289), 26-27 Giugno 2006, p. 5.
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AL NUEVO EMBAJADOR DE LA REPÚBLICA ORIENTAL DEL URUGUAY ANTE LA SANTA SEDE
Hoy día, el vasto problema de la pobreza y la marginación es un desafío
apremiante para los gobernantes y responsables de las instituciones públicas.
Por otro lado, el llamado proceso de globalización ha creado nuevas
posibilidades y también nuevos riesgos, que es necesario afrontar en el
concierto más amplio de las Naciones. Es una oportunidad para ir tejiendo como
una red de comprensión y solidaridad entre los pueblos, sin reducir todo a
intercambios meramente mercantiles o pragmáticos, y en la que tengan cabida
también los problemas humanos de cada lugar y, en particular, de los
emigrantes forzados a dejar su tierra en busca de mejores condiciones de
vida, lo que a veces comporta graves secuelas en el ámbito personal, familiar y
social.
La Iglesia, al considerar el ejercicio de la caridad como una dimensión
esencial de su ser y su misión, desarrolla de manera abnegada una valiosa
atención a los necesitados de cualquier condición o proveniencia, y colabora
en esta tarea con las diversas entidades e instituciones públicas con el fin de
que a nadie en busca de apoyo le falte una mano amiga que le ayude a superar su
dificultad. Para ello ofrece sus recursos personales y materiales, pero sobre
todo la cercanía humana que trata de socorrer la pobreza más triste, la
soledad y el abandono, sabiendo que «el amor, en su pureza y gratuidad, es el
mejor testimonio del Dios en que creemos y que nos impulsa a amar» (Encíclica Deus
caritas est, 31, c).
L’Osservatore Romano, N. 150 (44.292), 30 Giugno-1 Luglio 2006, p. 14.
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AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DELLA CROAZIA IN VISITA “AD
LIMINA APOSTOLORUM”
Ho notato anche l'impegno per la formazione religiosa e per una
catechesi di qualità, sia nelle scuole sia nelle parrocchie. Come non
rilevare poi la cura per le devozioni tradizionali e per i frequenti
pellegrinaggi, specialmente ai santuari mariani? Il vostro Paese,
purtroppo, risente ancora delle conseguenze del recente conflitto, i cui
effetti negativi si riscontrano non soltanto nell’economia, ma anche
negli animi degli abitanti, i quali a volte avvertono il peso di questa
eredità. Siate sempre annunciatori di riconciliazione ed operatori di
pace tra i cittadini della vostra patria, incoraggiandoli sulla strada
della riconciliazione cristiana: il perdono libera innanzitutto colui che
ha il coraggio di concederlo.
L’Osservatore Romano, N. 155 (44.297), 7 Luglio 2006, p. 5.
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“ANGELUS DOMINI”, DOMENICA 23 LUGLIO 2006
Colgo l'occasione per riaffermare il diritto dei Libanesi all'integrità
e sovranità del loro Paese, il diritto degli Israeliani a vivere in pace
nel loro Stato e il diritto dei Palestinesi ad avere una Patria libera e
sovrana. Sono, poi, particolarmente vicino alle inermi popolazioni civili,
ingiustamente colpite in un conflitto di cui sono solo vittime: sia a
quelle della Galilea costrette a vivere nei rifugi, sia alla grande
moltitudine di Libanesi che, ancora una volta, vedono distrutto
il loro Paese e hanno dovuto abbandonare tutto e cercare scampo altrove.
Elevo a Dio un'accorata preghiera, affinché l'aspirazione alla pace della
stragrande maggioranza delle popolazioni possa essere quanto prima
realizzata, grazie all'impegno concorde dei responsabili. Rinnovo pure il
mio appello a tutte le organizzazioni caritative, perché facciano
giungere a quelle popolazioni l'espressione concreta della comune
solidarietà.
L’Osservatore Romano, N. 170 (44.313), 24-25 Luglio 2006, p. 5.
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NEL CORSO DEL MOMENTO DI PREGHIERA NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI RHÊMES-SAINT-GEORGES
IN Val d'Aosta, Domenica, 23 luglio 2006
Affidarci vuol dire entrare attivamente in questo amore divino, partecipare a
questo lavoro di pacificazione, per essere in linea con quanto il Signore dice:
"Beati i pacificatori, gli operatori di pace, perché sono loro i figli di
Dio". Dobbiamo portare, per quanto possiamo, il nostro amore a tutti i
sofferenti, sapendo che il Giudice del Giudizio Ultimo si identifica con i
sofferenti. Quindi, quanto facciamo ai sofferenti lo facciamo al Giudice Ultimo
della nostra vita. Questo è importante: che in questo momento possiamo portare
questa sua vittoria al mondo, partecipando attivamente alla sua carità. Oggi in
un mondo multiculturale e multireligioso, molti sono tentati di dire:
"Meglio per la pace nel mondo tra le religioni, le culture, non parlare
troppo delle specificità del Cristianesimo, cioè di Gesù, della Chiesa, dei
Sacramenti. Accontentiamoci delle cose che possono essere più o meno
comuni…". Ma non è vero. Proprio in questo momento – nel momento di un
grande abuso del nome di Dio – abbiamo bisogno del Dio che vince sulla croce,
che vince non con la violenza, ma con il suo amore. Proprio in questo momento
abbiamo bisogno del Volto di Cristo, per conoscere il vero Volto di Dio e per
portare così riconciliazione e luce a questo mondo. Perciò insieme con
l’amore, con il messaggio dell’amore, con tutto quanto possiamo fare per
i sofferenti in questo mondo, dobbiamo portare anche la testimonianza di
questo Dio, della vittoria di Dio proprio mediante la non violenza della sua
Croce.
L’Osservatore Romano, N. 171 (44.313), 26 Luglio 2006, p. 5.
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ANGELUS DOMINI OF SUNDAY 30 JULY 2006
At this time, I cannot but think of the increasingly grave and tragic situation
which the Middle East is experiencing: hundreds of dead, numerous injured, a
huge number of homeless people and evacuees, houses, towns and
infrastructures destroyed, while in many hearts, hatred and the desire for
revenge seems to be growing. This clearly shows that it is impossible to
re-establish justice, create a new order and build authentic peace with recourse
to violent means.
We see more than ever how prophetic and at the same time realistic the voice of
the Church is when, in the face of wars and conflicts of every kind, she points
out the path of truth, justice, love and freedom, as was said in Bl. Pope John
XXIII's immortal Encyclical, Pacem in terris). Humanity must also
take this path today if it is to attain the desired good of true peace.
In God's Name, I appeal to all those responsible for this spiral of violence on
all sides to lay down their weapons immediately! I ask Government Leaders and
International Institutions to spare no efforts to obtain this necessary
cessation of hostilities and thus, through dialogue, be able to begin building
the lasting and stable coexistence of all the Middle Eastern peoples.
I invite people of good will to continue to intensify the shipment of
humanitarian aid to those peoples, so sorely tried and in need. Especially,
however, may every heart continue to raise trusting prayers to our good and
merciful God so that he will grant his peace to that region and to the entire
world.
Let us entrust this heartfelt plea to the intercession of Mary, Mother of the
Prince of Peace and Queen of Peace, so widely venerated in the Middle Eastern
countries, where we hope we will soon see reigning that reconciliation for which
the Lord Jesus offered his precious Blood.
L’Osservatore Romano, (English Edition), N 31 (1955), 2 August 2006,
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ANGELUS DOMINI, DOMENICA 13 AGOSTO 2006
In questo periodo estivo molti hanno lasciato le città e si trovano in località
turistiche o nei paesi d'origine per le loro vacanze. Ad essi auguro
che questa attesa sosta di riposo serva a rinfrancare la mente e il corpo,
sottoposti ogni giorno a un continuo affaticamento e logorio, dato il corso
frenetico dell'esistenza moderna. Le ferie costituiscono anche una preziosa
opportunità per stare più a lungo con i familiari, per ritrovare parenti e
amici, in una parola per dare più spazio a quei contatti umani che il ritmo
degli impegni di ogni giorno impedisce di coltivare come si desidererebbe. Certo
non a tutti è data la possibilità di usufruire di un tempo di vacanza e non
sono pochi coloro che sono costretti per vari motivi a rinunciarvi. Penso in
modo particolare a chi è solo, agli anziani e agli ammalati che spesso, in
questo periodo, soffrono ancor più la solitudine. A questi nostri fratelli e
sorelle vorrei manifestare la mia vicinanza spirituale auspicando di cuore che a
nessuno di loro manchi il sostegno e il conforto di persone amiche.
Il tempo delle ferie diventa per molti proficua occasione pure per incontri
culturali, per momenti prolungati di preghiera e di contemplazione a contatto
con la natura o in monasteri e strutture religiose. Disponendo di più tempo
libero ci si può dedicare con maggiore agio al colloquio con Dio, alla
meditazione della Sacra Scrittura e alla lettura di qualche utile libro
formativo. Chi fa l'esperienza di questo riposo dello spirito, sa quanto esso
sia utile per non ridurre le vacanze a mero svago e divertimento. La fedele
partecipazione alla celebrazione eucaristica domenicale aiuta poi a sentirsi
parte viva della comunità ecclesiale anche quando si è fuori della propria
parrocchia. Dovunque ci troviamo, abbiamo sempre bisogno di nutrirci
dell'Eucaristia. Ce lo ricorda la pagina evangelica dell'odierna domenica
presentandoci Gesù come il Pane della vita. Egli stesso, secondo quanto
riferisce l'evangelista Giovanni, si proclama "il pane vivo disceso dal
cielo" (cfr Gv 6, 31), pane che nutre la nostra fede
e alimenta la comunione fra tutti i cristiani.
Il clima delle ferie non ci fa dimenticare il grave conflitto in atto
in Medio Oriente. Gli ultimi sviluppi fanno sperare che cessino gli
scontri e che sia prontamente ed efficacemente assicurata l'assistenza
umanitaria alle popolazioni. L'augurio di tutti è che finalmente prevalga
la pace sulla violenza e sulla forza delle armi. Per questo invochiamo con
insistente fiducia Maria, sempre pronta dalla gloria celeste, nella quale
dopodomani La contempleremo assunta, a intercedere per i suoi figli e a
soccorrerne le necessità.
L’Osservatore Romano, N. 188 (44.330), 14-15 Agosto 2006, p. 5 .
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INTERVISTA IN PREPARAZIONE AL VIAGGIO APOSTOLICO IN GERMANIA, CASTEL
GANDOLFO, 5 AGOSTO 2006
Ma credo che sia importante ricordarci dei cristiani d'Oriente,
poiché al momento vi è il pericolo che essi, che sono stati sempre
ancora una minoranza importante, adesso emigrino. E vi è il grande
pericolo che proprio questi luoghi d'origine del cristianesimo rimangano
privi di cristiani.
Perciò bisogna che noi oggi non capitoliamo dicendo: "Ecco, siamo solo una
minoranza, cerchiamo almeno di conservare il nostro piccolo numero!".
Dobbiamo invece conservare vivo il nostro dinamismo, aprire rapporti di scambio,
cosicché di là vengano anche forze nuove per noi. Oggi vi sono sacerdoti
indiani ed africani in Europa, anche in Canada, dove molti sacerdoti africani
lavorano; è interessante. Vi è questo dare e ricevere vicendevole. Ma anche se
in futuro dovremo essere piuttosto coloro che ricevono, dovremmo tuttavia
rimanere sempre capaci di dare e sviluppare in tal senso il necessario coraggio
e dinamismo. Direi che in ogni caso abbiamo il nostro compito di mettere meglio
in rilievo ciò che noi vogliamo di positivo. E questo dobbiamo anzitutto farlo
nel dialogo con le culture e con le religioni, poiché il continente africano,
l'anima africana e anche l'anima asiatica restano sconcertate di fronte alla
freddezza della nostra razionalità. È importante dimostrare che da noi non c'è
solo questo. E reciprocamente è importante che il nostro mondo laicista si
renda conto che proprio la fede cristiana non è un impedimento, ma invece un
ponte per il dialogo con gli altri mondi. Non è giusto pensare che la cultura
puramente razionale, grazie alla sua tolleranza, abbia un approccio più facile
alle altre religioni. Ad essa manca in gran parte "l'organo religioso"
e con ciò il punto di aggancio a partire dal quale e con il quale gli altri
vogliono entrare in relazione. Perciò dobbiamo, possiamo mostrare che proprio
per la nuova interculturalità, nella quale viviamo, la pura razionalità
sganciata da Dio non è sufficiente, ma occorre una razionalità più ampia, che
vede Dio in armonia con la ragione, dobbiamo mostrare che la fede cristiana che
si è sviluppata in Europa è anche un mezzo per far confluire ragione e cultura
e per tenerle insieme in un'unità comprensiva anche dell'agire. In questo senso
credo che abbiamo un grande compito, di mostrare cioè che questa Parola, che
noi possediamo, non appartiene - per così dire - ai ciarpami della storia, ma
è necessaria proprio oggi.
È molto bello che l'esperienza della comunità diventi allo stesso
tempo un'esperienza di fede; che si sperimenti la comunione non solamente
in un luogo qualunque, ma che essa diventi più viva proprio là dove sono
i luoghi della fede, facendo risplendere nella sua forza luminosa anche la
cattolicità. Ovviamente ciò deve perdurare anche nella vita quotidiana.
Le due cose devono andare insieme. Da una parte i grandi momenti, in cui
si sperimenta che è bello partecipare, che il Signore è presente e che
noi formiamo una grande comunità riconciliata aldilà di tutti i confini.
Ma poi, naturalmente, bisogna attingere da questo lo slancio per resistere
durante i faticosi pellegrinaggi attraverso il quotidiano,
affrontandoli a partire da questi punti luminosi ed invitando così anche
altri a inserirsi nella comunità in cammino.
L’Osservatore Romano, N. 190 (44.332), 19 Agosto 2006, p. 4/5.
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