 |
Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People
on the Move
N°
102, December 2006
FIGLI DELLO
STESSO PADRE*
(Frammenti di Umanità dentro e fuori la città)
S.E. Mons. Cesare NOSIGLIA
Vescovo di Vicenza
Alla Chiesa di Vicenza,
ricca di comunità cristiane accoglienti nel segno della pace.
Ai fratelli e sorelle Rom e Sinti,
figli di un popolo ancora troppo poco conosciuto e amato.
Alle istituzioni e a tutte le persone di buona volontà
che abitano il nostro territorio.
Non posso pensare alla Chiesa di Vicenza a me affidata e non tenere abbracciato
con gli occhi del cuore e della fede ogni realtà, ogni comunità cristiana,
ogni angolo abitato, ogni persona. E lo sguardo si ferma lì, dove la vita è
dura non solo per le fatiche ordinarie, ma perché non c’è ancora uno spazio
per stare, per mangiare, per lavorare, per dormire. Sì, penso a voi, fratelli e
sorelle Rom e Sinti che abitate già da decenni vicini a noi e per i quali è
come se fosse sempre il primo giorno del vostro arrivo: la precarietà, il
rifiuto, la paura, fanno di voi dei perenni esiliati, dei costretti fuggitivi
senza tregua.
E penso anche a voi, fratelli e sorelle delle comunità cristiane, nati e
cresciuti in terra vicentina. Penso alla fatica di continuare a cercare
espressioni nuove di solidarietà e di accoglienza per non sentire troppo
pesante il giudizio di quella Parola di Gesù che ci invita ad amarci gli uni
gli altri di un amore forte fino alla fine.
Penso a noi come Chiesa, tutta insieme, chiamata a celebrare la misericordia del
Padre, assidua nella preghiera che genera relazioni umane autentiche e
coraggiose, vigilante nella carità che è via di pace.
In questa mia lettera la cui attenzione va in particolare ai fratelli e sorelle
Rom e Sinti (e Zingari in genere), vorrei fare mie le parole che il Papa Paolo
VI pronunciò al Campo Internazionale degli Zingari il 26 settembre 1965 a
Pomezia: “Voi, nella Chiesa, non siete ai margini, ma, sotto certi aspetti,
voi siete al centro, voi siete nel cuore”.
Il cammino luogo della fede
La vostra presenza ci riconduce ad immagini bibliche antiche nelle quali
ritroviamo le radici del nostro essere popolo di Dio: “Davanti a voi
cammina il Signore, il Dio di Israele chiude la vostra carovana”(Isaia, 52, 12).
Un popolo in cammino, uno snodarsi in fila di carovane cariche di vita, dentro
le generazioni e gli anni della storia, alla ricerca dei beni essenziali per
vivere. Provvisorietà, lentezza del cammino, sete e fatica, fanno parte del
nostro quotidiano, ma mai siamo vagabondi. Lì dove c’era la possibilità che
un solo uomo, Caino, andasse ramingo per il mondo a causa del suo peccato, Dio
intervenne perché non gli fosse fatto alcun male.
L’acqua, il pane, il vestito, una casa che serva da riparo, sono i beni
essenziali per vivere e questi beni noi cerchiamo con la certezza che Dio
accompagna e protegge il nostro cammino. Ed è proprio questa
“presenza-compagnia” di Dio che siamo chiamati a rendere visibile, concreta,
tra una carovana e l’altra, tra un accampamento e l’altro. Se questa
certezza ci è radicata nel cuore, la fatica trova sostegno, la paura è
superata, la provvisorietà diventa accoglienza.
Certo, le carovane di oggi hanno assunto forme diverse, il cammino non è più
attraverso il deserto sabbioso, ma i nostri bisogni primari sono quelli di
sempre e la loro ricerca è ancora affannosa e contrastata. Voi, fratelli e
sorelle Rom e Sinti, continuate ad abitare ai margini delle nostre città e
paesi, nella ricerca spesso senza speranza di un luogo dove poter abitare, dove
stabilire relazioni che vi consentano di sentirvi appartenenti ad un territorio,
familiari di altre persone, impegnati a costruire futuro per voi e per i vostri
figli.
Quale futuro insieme?
Ce lo chiediamo insieme: come costruire convivenze possibili, dignitose,
rispettose delle reciproche diversità culturali, religiose, sociali che ogni
etnia, ogni popolo porta con sé come bagaglio di vita?
Se perdiamo di vista che il Signore accompagna il nostro cammino, tutto si
complica e sembra senza soluzione. La diversità appare una minaccia alle
sicurezze acquisite; gli usi e i costumi che ci caratterizzano sono occasioni di
scontro più che di incontro.
Ho presente, conosco bene la laboriosità del popolo vicentino, la sua
instancabilità, le tante fatiche sopportate per raggiungere situazioni di
benessere per le proprie famiglie, per i figli dei figli. E so anche che la
solidarietà, l’ospitalità non devono e non possono mettere a repentaglio ciò
che ognuno si è procurato con il sacrificio ed il lavoro.
Ma è tempo di aprire spiragli di vita anche per chi, più svantaggiato per
cause diverse, chiede di abitare tra noi, chiede di abitare con noi. Troppe sono
ancora le provocazioni che ci impediscono di dormire sonni tranquilli, ma le
provocazioni della storia possono essere occasioni per approfondire anche la
nostra fede, per convertire il nostro cuore a Dio, allenandoci a proclamare con
le labbra ciò che il cuore vive nella carità. Dove la ricerca della carità è
una ricerca autentica, coraggiosa, testimoniale, lì la carità diventa operosa,
capace di fantasia, profezia di una giustizia che si ristabilisce, anticipazione
della pace.
E poi, quale consolazione e quale forza ci suscitano le parole che la traduzione
biblica dei Settanta ha posto a commento in Proverbi 18,19: “Un fratello aiutato
da suo fratello è come una città alta e fortificata, è forte come un bastione
regale”, ed ancora Proverbi 19,17 aggiunge: “Chi dona ad un povero,
fa un prestito a Dio. Chi restituirà se non Egli stesso?”.
Possiamo davvero “tollerare” che questi nostri fratelli Rom e Sinti non
abbiano le condizioni minime per vivere (terra, acqua, dimora) e sentirci a
posto come cristiani?
Il dover vagabondare, il non essere riconosciuti mai da nessuno, produce
comportamenti di aggressività, di violenza da una parte e di intolleranza
dall’altra.
Non c’è bisogno di improvvisazione o di gesti di spontaneismo, ma di
riflessioni e proposte concrete che aprano percorsi di convivenza e di
corresponsabilità che ci consentano di sentirci ugualmente coinvolti nel
trovare risposte adeguate e durature.
Diritti umani e stili di vita, fede e prossimità si incontrano, costruiscono un
tessuto sociale nel quale ognuno è tutelato in quanto persona a partire dai più
piccoli e indifesi. Elemosina e giustizia camminano insieme.
Con il salmista chiediamo al Signore “Apri la tua mano e sazia ogni vivente”,
anche noi apriamo le nostre mani e condividiamo l’umanità che siamo. Non c’è
paura nel condividere, perché dal Vangelo ci viene la lezione più
straordinaria di matematica: dividendo si moltiplica! L’episodio della
moltiplicazione dei pani di cui ci parlano i Vangeli (cfr Marco 6,30-44) ne è
un esempio illuminante. Certo, parliamo di una moltiplicazione che riguarda le
relazioni umane nuove, creative, libere e liberanti che il contatto con il
povero ci dona. Quante volte, in questi anni, vi ho sentito dire con gioia che
avete sperimentato quanto dia serenità all’animo e senso di gratitudine,
donare, aiutare, soccorrere chi è nel bisogno. Sembra una frase fatta quella
che “nel dare si riceve molto di più di ciò che si dona”, ma è
straordinariamente vero che la prossimità apre finestre che lasciano entrare
aria pura ed il nostro cuore si ossigena al contatto con ciò che ciascuno in
profondità è.
Osare la prossimità
Ma da chi iniziare? Da chi crede che ad amare non si perde, da chi sceglie di
osare la prossimità, da chi sente come una spina nel fianco che altri fratelli
e sorelle siano ai margini senza possibilità di riscatto.
L’invito è innanzitutto a voi, fratelli e sorelle Rom e Sinti, perché vi
sentiate “costruttori insieme” di futuro e non tanto dei “ricevitori” di
cose o di soluzioni già confezionate.
Le vicende storiche, gli abbattimenti di alcune frontiere, le guerre, i
cambiamenti sociali in genere, hanno modificato anche la vostra vita. Anche per
voi c’è la fatica di mantenere fede alle vostre tradizioni sia culturali che
religiose nel rispetto delle generazioni che crescono. Anche voi desiderate
caparbiamente non perdere le caratteristiche che vi contraddistinguono come
popolo, come etnia, eppure sentite la necessità di trovare mediazioni che vi
permettano di farvi accogliere nei contesti dove ora siete. Certamente, alcuni
cambiamenti fanno soffrire e portano degli sconvolgimenti che a prima vista
sembrano irreparabili. Penso, per esempio, alla dimensione del lavoro che vi ha
caratterizzato per aspetti tipici, particolari: lavoro artigianale, commercio.
Penso alle donne che chiedono l’elemosina. Come, oggi, qui, è possibile
restare fedeli a queste tradizioni? Quali altre modalità cercare, quali ambiti
di lavoro individuare nei quali guadagnare il necessario per vivere e mantenere
le vostre famiglie? Come accettare e rispettare le regole su cui si fonda la
nostra società, che possono sembrare stringenti ed estranee alla vostra
tradizione e cultura, ma che sono la base per una civile convivenza pacifica e
giusta tra persone, famiglie ed etnie diverse che abitano lo stesso territorio?
Comprendo e sento che non sono passaggi facili, so che richiedono anche per voi,
dialogo in famiglia, collaborazione, unità, volontà di interagire. Anche a voi
chiediamo di cogliere le opportunità che vi vengono offerte per un
“coabitare” vivibile, aperti al cambiamento lì dove occorra.
È una scommessa aperta anche per la nostra chiesa: dare vita a progetti di
inclusione sociale rivolti a singoli nuclei familiari. Gli obiettivi intermedi
sono la scolarizzazione dei minori, l’inserimento lavorativo attraverso le
cooperative, un cammino di fede in vista dei sacramenti ma non solo. Lo stile è
quello di fare in modo che siate voi al centro delle vostre scelte e
responsabilità attraverso una condivisione in itinere dei percorsi stessi.
Per tutti noi c’è l’invito a purificare il nostro vivere da quegli
atteggiamenti che non consentono il dialogo, la conoscenza reciproca, la ricerca
del bene. Impariamo a dare un nome alla nostra paura di fronte alla differenza
tentando percorsi di conoscenza che ci facilitino la via dell’incontro.
Favoriamo l’ascolto reciproco, accogliamo il buono che ogni storia umana porta
con sé, creiamo possibilità di vita che comprendano i valori comuni
riconosciuti.
Mi rivolgo alle comunità cristiane
L’evangelizzazione, la catechesi possono essere momenti per incontrarci, per
conoscerci, per accoglierci alla luce della Parola del Signore. Sarebbe bello
pensare ad una intesa umana così profonda e rispettosa del nostro credo
religioso, se fossimo capaci di pensare a dei percorsi catechistici e anche a un
catechismo, da costruire insieme con i bambini, con i ragazzi. Anche l’uso
della lingua propria è importante per comprendere meglio la storia, le
sfumature, il pensiero e la religiosità di un popolo.
Il Vangelo che abbiamo interiorizzato in famiglia, in parrocchia o, per
voi Rom e Sinti, nei racconti dei vostri capofamiglia, può essere il
punto di partenza per aiutarci a pregare insieme, a condividere il nostro
pensare Dio in modo diverso. In fondo, tutta la Bibbia è percorsa da
questa ricerca-accoglienza del “Dio di Abramo, di Isacco, di
Giacobbe”, quasi a dire che il nostro Dio non è il Dio dei luoghi ma
delle persone e si fa vicino passando attraverso “altri”. Possiamo
cominciare a scoprire quali segni di religiosità accompagnano la nostra
giornata, i fatti importanti della nostra vita (la nascita, il matrimonio,
la morte) e, mettendoli vicini, cogliere ciò che ci unisce quando
parliamo del Dio in cui crediamo.
Il cammino luogo della vita
A chi non professa la fede cattolica, dico di non temere: la Chiesa vi sente
ugualmente al centro del suo cuore e dove vive il rispetto per l’uomo, sempre
è possibile un dialogo.
Un invito particolare ai catechisti, agli animatori ai maestri e ai docenti
delle scuole frequentate dai nomadi: proteggete e difendete la spontaneità di
relazione e di familiarità che i bambini portano “naturalmente” con sé. È
un tesoro di cui siamo responsabili e la cui salvaguardia è nelle mani di noi
adulti. Le attività dell’oratorio, della vita associativa, scolastiche e
sportive, sono “cantieri” privilegiati dove far nascere l’incontro e
l’accoglienza alle diversità. Lì dove un bambino si sente amato, ci sono
buone possibilità perché il suo sviluppo come persona sia adeguato, armonico,
libero.
A voi pastori delle comunità infine e ai consigli pastorali, chiedo di
promuovere nella gente sentimenti di accoglienza e di pace superando timori e
chiusure, di sostenere quelle istituzioni che tentano vie di soluzione dei
problemi e offrire loro una sponda presso l’opinione pubblica, di aiutare
quanti operano in questo ambito con spirito di solidale amicizia e stima.
Mi rivolgo alle famiglie. Sarebbe consolante anche per me, vostro Vescovo,
sapere che ci sono famiglie disponibili a vivere una solidarietà vicina,
spicciola, con altre famiglie Rom e Sinte. In molte occasioni, in questi anni,
state dimostrando che l’amore per i poveri vi sta a cuore e la Chiesa vi è
grata. La richiesta che vi rivolgo è di aprire la vostra famiglia, inizialmente
anche per brevi momenti, a qualche bambino per aiutarlo nei compiti pomeridiani.
Anche qualche mamma Rom/Sinta potrebbe avere il desiderio di scambiare qualche
sua preoccupazione/fatica nell’educazione dei figli, nei problemi familiari.
Non abbiate paura di mescolare i vostri figli con i figli degli “altri”,
perché non è allontanando che ci si difende, ma chiamandoci per nome si può
superare la diffidenza. Non ribellatevi quando intuite che qualcuno ha iscritto
i bambini Rom e Sinti alla scuola dove vanno i vostri figli. Quale futuro può
esserci per un bambino che non conosce la lingua del paese dove si inserisce se
non sa leggere, scrivere o fare i conti? Come potremo pensare che, da adulto,
troverà un lavoro che gli consentirà di vivere dignitosamente?
Mi rivolgo alle istituzioni. È un invito a continuare quella collaborazione che
è iniziata nei mesi scorsi e che ci vede impegnati a cercare e trovare spazi
abitativi senza i quali ogni progetto di promozione e di inclusione sociale si
banalizza e si vanifica. Senza un pezzo di terra dove poggiare regolarmente una
roulotte, un prefabbricato e una serie di servizi essenziali per vivere
dignitosamente, nessun inserimento lavorativo, nessuna scolarizzazione dei
minori è fattibile, nessuna socializzazione può accadere.
Il rifiuto o l’allontanamento verso altri Comuni, non risolve i problemi di
fondo anche se li sposta altrove: perché non promuovere collaborazioni e
sinergie sul territorio per affrontarli insieme?
E mi rivolgo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: aiutiamoci a fare
accoglienza, aiutiamoci a non subire passivamente le povertà dei fratelli che
ci vivono accanto. Insieme, diventiamo testimoni di carità a partire da piccoli
passi che ognuno di noi prova a vivere dentro la propria vita. È un metterci in
gioco che prevede tempi lunghi, passione per l’uomo, progettualità, sinergie
dentro e fuori la chiesa.
Non mancheranno fallimenti e crisi, che del resto abitano anche le nostre
famiglie e il nostro credere. Ma non per questo ci si arrende. Le tante
inadeguatezze che abitano anche oggi le nostre famiglie non ci autorizzano
infatti a non credere più nella famiglia.
Così è per le complesse difficoltà di relazioni e di dialogo con chi è
“diverso da noi”: non devono impedirci di tentare comunque vie di rispetto,
attenzione, disponibilità a capire, ad aiutare, a percorrere vie concrete di
solidarietà reciproca.
Dio che ascolta il grido del povero, di certo, non resterà sordo
all’invocazione di aiuto di quei figli che, nel suo nome, vivono la
carità.
Vi benedico di cuore.
* Lettera Pastorale sui Nomadi edita a Vicenza, in data 1° novembre 2006, Festa di Tutti i Santi.
|