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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People
on the Move
N°
102, December 2006
LETTERA A
MASSIMO, LADRO ZINGARO AMMAZZATO*
S.E. Mons.Tonino BELLO
(†)
A Molfetta, durante una tentata rapina un metronotte, per legittima
difesa, sparò euccise il ladro, uno zingaro.
Il Vescovo, Monsignor Tonino Bello, saputa la notizia si recò al cimitero
e rimase contristato dalla
solitudine del morto: non c’era nessuno alle sue esequie e scrisse una
lettera ad un
uomo che non l’avrebbe mai letta, a Massimo, il ladro zingaro ammazzato.
Ho saputo per caso della tua morte violenta, da un ritaglio di
giornale. Mi hanno
detto che ti avrebbero seppellito stamattina, e sono venuto di buon’ora al cimitero a celebrare le
esequie per
te.
Ma non ho potuto pronunciare l’omelia. Perché alla mia messa non c’era
nessuno. Solo don Carlo, il
cappellano, che rispondeva alle orazioni. E il vento gelido che scuoteva
le vetrate. Sulla tua bara, neppure
un fiore. Sul tuo corpo, neppure una lacrima. Sul tuo feretro, neppure un
rintocco di
campana.
Ho scelto il Vangelo di Luca, quello dei due malfattori crocifissi con
Cristo, e durante la lettura mi è parso che la tua voce si sostituisse a
quella del ladro pentito: « Gesù, ricordati di me! ... ».
Povero Massimo, ucciso sulla strada come un cane bastardo, a 22 anni,
con una spregevole refurtiva tra le mani che è rotolata nel fango con te!
Povero randagio.Vedi: sei tanto povero, che posso chiamarti ladro tranquillamente,
senza paura che qualcuno mi denunzi per vilipendio o rivendichi per te il diritto al buon
nome. Tu non avev inessuno sulla terra che ti chiamasse fratello. Oggi,
però, sono io che voglio rivolgerti, anche se ormai
troppo tardi, questo dolcissimo nome.
Mio carofratello ladro, sono letteralmente distrutto.
Ma non per la tua morte. Perché, stando ai parametri codificati della
nostra ipocrisia sociale, forse te la meritavi. Hai sparato tu per primo sul
metronotte, ferendolo gravemente. E lui si è difeso. E stamattina, quando
sono andato a trovarlo in ospedale, mi ha detto piangendo che anche lui strappa la vita con i
denti. E
che, con quei quattro luridi soldi per i quali rischia ogni notte la
pelle, deve mantenere dieci figli:
il più grande quanto te, il più piccolo di un anno e mezzo.
No, non sono amareggia to per la tua morte violenta. Ma per la tua squallida vita.
Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, ti aveva
ingiustamente
ucciso tutta la città. Questa città splendida e altera, generosa e
contraddittoria. Che discrimina, che rifiuta, che non si scompone. Questa
città dalla delega facile. Che pretende tutto dalle istituzioni. Che
non si mobilita dalla base nel vedere tanta gente senza tetto, tanti
giovani senza lavoro, tanti minori senza istruzione. Questa città che
finge di ignorare la presenza, accanto a te che cadevi, di tre bambini che
ti tenevano il sacco!
Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, ti avevano ingiustamente
ucciso le nostre comunità cristiane. Che, sì, sono venute a cercarti,
ma non ti hanno saputo inseguire. Che ti hanno offerto del pane, ma non
ti hanno dato accoglienza. Che organizzano soccorsi, ma senza amare
abbastanza. Che portano pacchi, ma non cingono di tenerezza gli infelici
come te. Che promuovono assistenza, ma non promuovono una nuova cultura di
vita. Che celebrano belle liturgie, ma faticano a scorgere l'icona di
Cristo nel cuore di ogni uomo. Anche in un cuore abbrutito e fosco come il
tuo, che ha cessato di batter per sempre. Prima che giustamente ti
uccidesse il metronotte, forse ti avevo ingiustamente ucciso anch'io che,
l'altro giorno, quando c'era la neve e tu bussasti alla mia porta, avrei
dovuto fare ben altro che mandarti via con diecimila miserabili lire e
con uno scampolo di predica. Perdonaci, Massimo.
Il ladro non sei solo tu. Siamo ladri anche noi perché prima ancora
che della vita, ti abbiamo derubato della dignità di uomo.
Perdonaci per l'indifferenza con la quale ti abbiamo visto vivere,
morire e seppellire.
Perdonaci se, ad appena otto giorni dall'inizio solenne dell'anno
internazionale dei giovani, abbiamo fatto pagare a te, povero sventurato,
il primo estratto conto della nostra retorica.
Addio, fratello ladro.
Domani verrò di nuovo al camposanto. E sulla tua fossa senza fiori,
in segno di espiazione e di speranza, accenderò una lampada.
*Da La Voce di San Giuseppe, settembre/ottobre 2006, pp. 18-19.
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