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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 102, December 2006

 

 

 

IL TRAFFICO*

 

 

Mons. Gianfranco RAVASI

 

Si è maggiormente in pericolo di essere investiti quando si è appena scansata una vettura.

Nei giorni scorsi si leggevano sui giornali i soliti bollettini di guerra legati al rientro dalle vacanze: gli incidenti mietono sempre vittime e nessuno pensa più alla tragedia di quelle famiglie che vedono spegnersi al loro interno una vita sana e fiorente in un modo così brutale e repentino. Per assonanza mi è venuta in mente una frase - quella che oggi propongo - che, se ben ricordo, dev’essere dell’opera "Umano, troppo umano," scritta nel 1878 dal filosofo tedesco Nietzsche. Di solito si dice che chi si è scottato con l’acqua calda, ha paura anche di quella fredda. Ma questo non è sempre vero. Anzi. Una volta scansato il pericolo, si tira un sospiro di sollievo e si è convinti che non ci siano più rischi.

Questo forse sarà anche un po’ vero secondo le statistiche, ma ciò non toglie che l’insidia sia ancora in agguato. Siamo sempre sospesi sul filo dell’imprevisto; la nostra esistenza è pur sempre fragile e limitata e le minacce che vi incombono sono molteplici e spesso segrete. Noi, comunque, vorremmo ora assumere in senso lato il monito del filosofo, per esaltare il valore dell’attenzione (non solo - e quanto ce n’è bisogno! - nel traffico). Siamo immersi, infatti, in un tempo che ha come insegna l’approssimazione e la superficialità. Si è sempre più sbadati, disinteressati, sventati e imprudenti e non soltanto da parte dei giovani (secondo un tipico luogo comune). Nell’agire e nel parlare la ponderatezza è un vocabolo raro di fatto, oltre che di conoscenza linguistica. Ritroviamo, allora, un po’ più di cura di sé e degli altri, un po’ più di precisione, di scrupolosità, di avvedutezza. La prudenza è una virtù cardinale…

 
*Da Avvenire, 30 agosto 2006

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Il viaggio di De Seta nell’immigrazione*

 


 Francesco BOLZONI 

 

Due interessanti film nelle rassegne collaterali: Lettere dal Sahara di Vittorio De Seta e The U.S vs John Lennon della coppia David Leaf e John Scheinfeld. Il più atteso era il primo. Vittorio De Seta, da tempo rifugiatosi nella natia Catanzaro e ormai considerato fuori dal giro cinematografico, è uno dei padri del genere documentario. Il suo film più famoso è Banditi a Orgosolo, considerato l'analisi più indicativa sulla situazione sociale del banditismo sardo, ormai fortunatamente scomparso.
In Lettere dal Sahara De Seta ci invita in modo persuasivo a identificarci con persone diverse da noi, in apparenza lontane dal nostro mondo. Il suo è infatti un docu-dramma, di grandissima attualità, che parla del viaggio di un senegalese attraverso l'Italia, da Lampedusa fino a Milano. Quando finalmente riesce a ottenere il permesso di soggiorno, viene quasi linciato in una rissa fuori da una discoteca ed entra in crisi. Deciderà di tornare nel suo paese d'origine e di raccontare la sua esperienza.
U.S. vs John Lennon risveglierà invece antiche e mai sopite polemiche attorno alla figura di John Lennon. Gli americani, suggerisce il documentario, non amarono mai veramente il cantante britannico e il suo gruppo. Potevano applaudire lui e i Beatles. Ma non capirono come John, lui, un estraneo, potesse tradire radicati "valori" dell'America, aderire al dissenso sulla guerra in Vietnam, farsi pacifista in un paese diviso a metà, assumere atteggiamenti conflittuali verso la nazione che lo ospitava, avvicinarsi perfino al movimento delle Pantere nere che, con i musulmani neri, controllavano il campo nei ghetti abitati dalla gente di colore. The U.S. vs John Lennon usa brani di repertorio sui concerti del gruppo inglese, brani di interviste, conversazioni con testimoni che seguirono da vicino la carriera americana di Lennon per alimentare un sospetto: la popstar fu eliminata dalla Cia (vediamo una mano che spara) perché "persona non gradita" negli Stati Uniti. Una tesi francamente assurda. 



*Da Avvenire, 31 agosto 2006, p. 29.

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IL «muro» del pregiudizio contro l’ntegrazione*

 

Claudio TOSCANI

 

Dopo un decina di libri, tra poesia e prosa; Carmine Abate ne recupera uno, il primo, pubblicato originariamente in tedesco, nell'84 (Carmine Abate, Il muro dei muri, Milano, Mondadori, 2006, pp. 207).

 Abituati al suo universo italo-albanese (nato a Carfizzi, una comuni­tà «arbëreshe» della Calabria, Abate ha un dna linguistico abbastanza complesso, per esser culturalmente tributario di diversi mari e terre), ora, nel suo romanzo d’e­sordio, i suoi lettori lo sorprendo­no «germanese», ragazzo emigrato ad Amburgo «per colpa dello Sta­to». Raggiunto il padre, viene ri­mandato a casa, in Italia, perché è in Italia, a casa, che deve costruir­si la vita, non prenderla a prestitoda emigrante. In Germania, per chi espatria il lavoro è nero, duro, op­primente e precario. È una storia che si ripete, una tesi di fondo ri­coniugata ogni volta con le varianti del caso. In una quindicina di bloc­chi narrativi, racconti a tema gravi­tati a libro, alcuni dei quali hanno l’imponenza argomentante e for­male del romanzo, Abate narra di quanti mirano, all’estero, a una cittadinanza di carta che non risulte­rà mai né un diritto né tanto meno un regalo. 2563 km ci sono tra Am­burgo e Carfizzi, ma l’ostacolo non è la distanza, bensì il «muro dei muri». Quello ideologico del pre­giudizio, del rifiuto sociale, del razzismo, infine: la tempesta che si raccoglie dopo la semina dell’o­dio. Ma la scrittura di Abate è tutta un miracolo dello stile. L’arte, la magia, la grazia di «correlativo», ossia la trasposizione metaforica di anima, amore, destino, attraver­so oggetti, sguardi, parole, pensie­ri, paesaggi. Un paio di pagine tra­discono la sobrietà espressiva di questi racconti-romanzo: il resto è l’onesta e limpida descrizione di un intatto mondo morale e di una sua augurabile rivincita etica. 



*L’Osservatore Romano, N. 205 (44.347), del 6 settembre 2006, p. 8.

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Gli emigranti di Crialese vera sorpresa di Venezia* 

 

Alessandra De Luca

 

Applausi a «Nuovomondo», viaggio verso l'America di una famiglia siciliana Il regista: «Spero ci insegni ad essere più accoglienti» E se vincesse un Leone?  

«Non un saggio di sociologia sul fenomeno dell'emigrazione, ma il sogno di uomini di altri tempi». Con queste parole Emanuele Crialese offre una chiave di lettura per il suo film, Nuovomondo, che chiude il concorso di questa 63esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia strappando lunghissimi applausi e collocandosi tra i più probabili candidati al Leone d'Oro. Prodotta in collaborazione con la Francia e girata tra l'Argentina e la Sicilia, la pellicola arriverà nelle sale italiane il 22 settembre.

«Da tre anni lavoro a questo progetto - ha raccontato il regista, arrivato al Lido insieme agli attori, tra cui Charlotte Gainsbourg e Vincenzo Amato -. L'idea è nata quando, visitando il museo di Ellis Island, l'isola alle porte di New York in cui gli immigrati europei venivano messi in quarantena, sono stato colpito dagli sguardi perduti e storditi dei viaggiatori catturati dalla macchina fotografica. Non mi piace mandare messaggi con i miei film, ma penso che tutti dovremo riflettere sull'accoglienza che riserviamo a chi oggi arriva nel nostro paese, gente disperata che vuole solo lavorare».
Paragonato a Fellini e a Visconti, Crialese calibra con grande sensibilità sogno e realtà, nascondendo il tanto agognato nuovo mondo nella nebbia e mostrandolo solo simbolicamente sotto forma di un mare di latte nel quale nuota chi si prepara a una nuova vita oltreoceano. «Le immagini che in Europa arrivavano degli Stati Uniti - racconta il regista - erano frutto della propaganda di quell'epoca. La schiavitù era stata abolita da poco e l'America aveva un grande bisogno di manodopera. Nel vecchio continente circolavano allora fotografie contraffatte che ritraevano ad esempio ortaggi giganteschi e che facevano pensare all'America come alla terra dell'abbondanza. Ma le condizioni a cui erano sottoposti gli immigrati durante il viaggio in nave prima, e poi a Ellis Island, erano molto più dure di quelle che ho mostrato».
Arrivati alle soglie della Grande Mela, sull'Isola delle Lacrime, uomini e donne, vecchi e bambini venivano sottoposti a umilianti test non solo medici, ma anche psicoattitudinali. «Mentre conducevo le mie ricerche per il film - rivela ancora il regista - ho scoperto che proprio a Ellis Island è nato il primo laboratorio di eugenetica con i primi test mentali applicati alle masse di cui si abbia traccia nella storia moderna. Nel film questo aspetto non è particolarmente approfondito perché mi interessava seguire i miei personaggi e non polemizzare contro questi metodi. Ma su questo argomento tornerò con un documentario dal titolo Black Drop, ovvero la goccia nera, che era quella che cercavano nel sangue degli immigrati per poterli dividere in diverse categorie. Persino i matrimoni erano combinati prima dello sbarco a New York in base a queste selezioni genetiche».
Se dunque l'Italia spera in un premio anche grazie a Crialese, come di consueto il gioco del totoleone impazza tra i festivalieri che fanno pronostici sui possibili vincitori. Ai primi posti tra i favoriti si collocano l'americano Bobby di Emilio Estevez, il francese Alain Resnais con Private Fears in Public Place e l'inglese The Queen di Stephen Frears, anche se il film sulla regina Elisabetta II frutterà forse solo un premio per l'attrice protagonista, la strepitosa Helen Mirren. Qualcuno poi vorrebbe vedere premiato l'africano Daratt che vanta anche un ottimo attore protagonista, anche se il Castellitto de La stella che non c'è ha ottime chances di portare a casa la Coppa Volpi. 



*Da Avvenire, 9 settembre 2006, p. 31.

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Mehr, vita da rom* 

 

Maurizio Cecchetti 

 

A colloquio con la scrittrice "zingara" autrice del romanzo «Labambina», intervenuta ieri al Festivaletteratura di Mantova.

«Da sempre i regimi totalitari si scagliano contro chi è diverso. Ma oggi il vero problema è l’integrazione» 

«Spesso canta il lupo nel mio sangue». C'è una bambina che fino a cinque anni si è chiusa in un mutismo volontario. Questa bambina è una di quei bambini che, in Svizzera, fra il 1926 e il 1972 furono sottratti a forza alle loro famiglie e affidati ad altre famiglie per plasmarli a una vita sedentaria. La bambina ha sofferto molto, ha subito innumerevoli torti e violenze, ma poi, come talvolta capita agli esseri più selvatici il lupo ha cantato e questa bambina da vittima si è scoperta carnefice. Quella bimba così provata dalla vita e da una società conservatrice e perbenista, oggi rivive nel racconto di una scrittrice, Mariella Mehr, che da anni vive in Toscana e che parla della condizione di coloro che vivono a margine delle nostre società. La sua vicenda prende forma nel romanzo Labambina appena pubblicato da Effigie. Mariella Mehr è nata a Zurigo nel 1947 da madre zingara di ceppo Jenische e come molti figli di questa stirpe rom diffusa fra Svizzera e Svezia, ha subito il destino tremendo del programma di sedentarizzazione forzata del popolo zingaro organizzata dall'Opera di soccorso per i bambini di strada. Effigie pubblica anche un volume di poesie della Mehr, Notizie dall'esilio, che brilla di umori e sentimenti aspri e visionari. E porta alla superficie quelle pulsioni che non sono la conseguenza di una vita dura, ma dell'anima duplice che porta gli zingari nelle nostre città, ma al tempo stesso, per l'indole anarchica che li rende nomadi, li spinge anche a un'esistenza a parte, in tribù, come un corpo «estraneo» alle società fondate sulla sedentarietà.
Ora Mariella Mehr è a Mantova per presentare i suoi libri e per spendere la sua voce a favore della dignità del popolo rom. «La loro storia, la persecuzione e l'emarginazione di cui sono stati e sono ancora oggetti, è emblematica della condizione di tutti i gruppi marginali: zingari, sì, ma anche ebrei, africani e ogni altro soggetto umano che nella storia sono stati, e talvolta ancora sono, trattati come bestie».

Zingari, ebrei, neri, e ogni altro "diverso", sono stati un capro espiatorio anche dei totalitarismi, quello nazista e quello comunista.

«Penso che quei regimi non avevano capito che c'è posto per tante diversità, non erano abbastanza flessibili e la loro paura si è tradotta nella persecuzione. L'ideale per questi regimi era che tutti assomigliassero a cloni. E il fenomeno non è scomparso: anche nelle democrazie esistono derive totalitarie che si sfogano sui “diversi”. Le società moderne hanno paura di tutto ciò che esce dai loro schemi. Però io penso che questa paura, per quanto riguarda gli zingari, derivi dalla coscienza che i rom sono anche un simbolo della libertà, quella totale del vivere senza lo stato, senza documenti, senza vincoli troppo stretti. Questo è senza dubbio gratificante per chi lo vive: chi in Occidente può vivere così oggi? Ma è anche fonte di inquietudine per chi vive in modo molto organizzato».

Recentemente il ministro Amato ha posto il problema della scolarizzazione per alcune migliaia di bambini rom. È possibile una integrazione così stretta? È accettabile, prima di tutto, dal popolo rom?

«In Germania esistono tanti gruppi rom molto bene integrati. Trovo anche importante che i bambini rom vadano a scuola, imparino a leggere…»

Anche la lingua del paese in cui si trovano?

«Dipende da quel Paese…»

La scuola insegna una lingua, ma insegna anche una storia, che è universale e particolare, comunica tradizioni, costumi, idee, dunque forma a un'appartenenza civile. Questa non contrasta con l'indole profonda dei Rom?

«In realtà, penso che anche la storia degli zingari deve entrare nei libri di scuola. Perché i Rom da secoli fanno parte dei paesi dell'Europa».

L'integrazione, nelle società occidentali, presuppone che si accettino le regole della democrazia, un certo codice di comportamento, dei diritti e dei doveri. I Rom, la loro cultura, possono scendere a compromessi con questi presupposti che fondano le democrazie? Il diritto delle società democratiche può conciliarsi con quello delle tribù?

«Non credo che servano poi tanti compromessi: nella periferia di Torino c'è un campo che ospita cinquemila Rom: quando vedi come sono costretti a vivere la prima cosa che pensi è che sia una vergogna per lo Stato italiano non per loro. Quello che chiedono è soltanto di vivere con le loro tribù, con la loro famiglia. Non è quello che accade di solito in una casa? Gli zingari sanno benissimo di vivere in uno stato e che devono adattarsi. Ma la prima legge degli zingari è quella che si riconosce nel più anziano della tribù. Sarà lui poi a fare da tramite fra la comunità rom e lo Stato. E in qualche caso questo ruolo è svolto anche da donne».

Ma questo non può diventare ragione di conflitti interni alla stessa comunità zingara, che magari non si riconosce nell'opera di mediazione del rappresentante più anziano?

«Quando il più anziano non viene più riconosciuto, allora la tribù stessa riconosce il matto, che è come il “matto dei Tarocchi”. A quel punto è questa figura che detta la linea di comportamento della tribù. Il che significa che, in un primo momento, la comunità rom riconosce una esigenza d'ordine, ma quando questa non è più praticabile a imporsi è piuttosto un'istanza anarchica, che è l'elemento incancellabile dello zingaro».

La protagonista del suo romanzo incarna in maniera dura questa vena anarchica. Sembra una sorta di capro espiatorio che prima subisce come vittima e poi produce la vendetta e si trasforma in carnefice. È perturbante e destabilizza la vita del villaggio in cui si trova a vivere forzatamente e così mette in risalto i fattori patologici della società…

«La bambina si rifiuta di parlare, si chiude nel silenzio. Ed è anche una difesa contro le violenze che la società le riversa addosso. Questa bambina in realtà è il riflesso della stessa società in cui anche noi viviamo: soltanto nel nostro mondo la vita di una bambina come questa è possibile. Solo in una società individualista come la nostra, dove ciascuno bada a se stesso, può esistere una bambina che ormai è una sorta di essere autistico, uno specchio da cui la bambina stessa non riesce a uscire se non uccidendo. Così possiamo dire che nella nostra società ogni vittima, se vuole liberarsi, è costretta a diventare anche carnefice. Ma il suo futuro, certo, non è roseo. Il comportamento degli adulti, la loro violenza, genera in lei altra violenza».

Questa violenza ha anche un valore liberatorio?

«Sì, nella metafora. Ma soltanto inizialmente. Prima è un modo per liberarsi, ma alla lunga questa violenza non dà buoni frutti. La bambina, per come si mettono le cose nel libro, sarà costretta a uccidere anche in futuro. In realtà, sono abbastanza pessimista. Non credo che l'uomo possa distanziarsi troppo dalla violenza, essa è dentro di lui».

In una sua poesia lei parla dell'«erba degli zingari». Che erba è?

«È la menta. La menta era sempre il primo medicamento degli zingari. Un balsamo, come, per me, lo è la mia scrittura, forse».



*Da Avvenire, 9 settembre 2006.

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UNA LETTURA IN PROFONDITA

DELL’EMIGRAZIONE DEL PRIMO ‘900* 

 

Franco PATRUNO

 

Emanuele Crialese, sorpresa beneaugurante per il cinema italiano dopo l'ultimo Festival di Venezia, aproposito del suo «Nuovomondo» parla di inconscio collettivo nel viaggio degli emigranti siciliani verso quello che appariva una sorta di «Paradiso terrestre».

Malgrado la prevalenza narrativa della vicenda di Salvatore - un bravissimoVincenzoAmato -, è l’anima di un popolo che affiora già nello splendido silenzioso inizio e che si esprime attraverso non solo Salvatore, ma pure nell’interiorizzata figura di Donna Fortunata, la madre che esemplifica un legame a tal punto radicato con la propria terra e con i figli da sconvolgere e commuovere anche senza parole.

Non si tratta di sola verifica etnica, ma di visione antropologica. Inaltri termini, Crialese non fa del verismo di superficie ma, come in«Padrepadrone» e, con diverse accentuazioni, in«Goodmorning Babilonia» dei fratelli Taviani, compie invece non una semplice fredda analisi dei dati di differenza etnica, ma una lettura in profondità del fenomeno umano nelle sue irripetibili ricchezze di tradizione, di cultura e di civiltà.

Ma «Nuovomondo» è ovviamente un film, e non un trattato di antropologia. Infatti, complesso e per certi versi equivoco è fermarsi a queste constatazioni modellari o di forse implicita ispirazione, perché appare evidente che l’intenzionalità del regista è poetica.

Mi contraddico volentieri con un altro riferimento magistrale, cioè quello di Fellini: il finale, che è curioso ed inaspettato, ricorda sogni e proiezioni del grande riminese. Diciamo pure che quella chiusa è anche una trovata intelligente, nel senso che l'impostazione di tutta la pellicola avrebbe potuto continuare nei tempi lunghi de «Lameglio gioventù» di Giordana e che invece, vista la sceneggiatura e probabilmente le necessità produttive di mamma Rai, si risolve con un «colpaccio di genio», se mi è consentito questo linguaggio.

L’impronta surreale della chiusura sposta tutta la vicenda e, come sostiene Paul Ricoeurin «Tempo e racconto», la interpreta e la conclude. È da prendere seriamente la tesi del grande filosofo e studioso del linguaggio: il finale è la vera scena madre di una struttura narrativa.

«Nuovomondo» è una storia di emigrazione ma, durante la proiezione, s’avverte che vuole essere «la» storia di questo fenomeno di onirismo ad occhi aperti. Il viaggio in nave è descritto con una magistrale tenuta dei singoli attori ed anche dei movimenti di scena che inseriscono quella che non è mai, nel senso anche post-marxiano del termine, una massa indistinta.

I personaggi - ma durante la lettura ci si accorge che sono un vero rivissuto di personali tragitti - vivono se stessi recuperando una scuola italiana di recitazione cinematografica non accademica che si pensava perduta, e che non necessita sempre e comunque della benedizione dell’«Actor's studio», segno evidente di collaborazione sentita con il regista e di comprensione intelligente della messa in atto della sceneggiatura.

In questo il regista si è avvalso di un costumista (Mariano Tufano) che non ha fortunatamente ceduto alla tentazione della cartolina, come nella penosa costumistica di serial televisivi anche a soggetto religioso, che pur hanno trattato di santi tutt'altro che cartolineschi come nel caso di don Bosco.

Molto ben definita ed atmosferica la scenografia di Carlos Conti. Ma a poco conterebbe la perfezione dei dati che un tempo venivano chiamati «profilmici» e dai semiologi «codici della messa in scena» (cioè in funzione della ripresa cinematografica), se il «respiro» complessivo non avesse compimento.

La struttura, chiaramente in due parti che polarmente s'attraggono, ha previsto una lunga fase iniziale in Sicilia, e ciò vuol dire che il regista non s'è accontentato di un legame alla terra solo durante il pellegrinaggio verso il creduto orto delle meraviglie, ma, con riprese fotografiche di felice intensità (Agnès Godard) ci ha introdotti nel mondo di quella Sicilia di inizio Novecento nella quale i legami al territorio e familiari non solo rappresentano, ma sono un tutto unitario e, esasperando i termini, un insieme «carnale» nel senso dell’appartenenza e delle radici secolari. Il silenzio, non secondario ma essenziale, lascia posto ai rumori, agli accenni gestuali che esplicitano più delle parole, agli sguardi che sembrano da tempo immemore scolpiti sulle rocce.

Realismo, quindi, ma non verismo dal facile e gratificante consumo. La decisione è drammatica: quel mondo nuovo sembra propiziare fortune insperate, ed anche immagini montate appositamente per gli ingenui mostrano animali come polli spropositatamente giganteschi o denari che scorrono facili come nella stanza-cassaforte nella quale si tuffa Paperon de' Paperoni.

L'emigrazione è realtà assai diversa e molto più simile ad una Via Crucis a suo modo religiosa nell’assiepamento, nel rischio costante del maremoto e nella sopravvivenza alimentata dalla proiezione di ciò che è umanamente atteso come. riscatto di tutta una vita.

Eppure durante il penoso tragitto, l'umanità non viene mai meno e i rapporti tra le persone hanno egualmente modo di esprimersi. Non è solo un espediente accattivante il contrasto tra Salvatore e una ragazza inglese già mandata indietro una volta dagli States perché il fidanzato americano non s'era presentato in quella che ha tutto lo squallore di una sala di accettazione.

Molto brava una Charlotte Gainsbourg dai capelli rossi e costantemente con un cappello che, malgrado sia naturalmente sdrucito per il viaggio, porta con estrema dignità e segnala quella che è una differenza di classe sociale e di cultura. Crialese è molto accorto figurativamente, perché i singoli personaggi sono seguiti e accompagnati da una solida conoscenza della pittura tra Otto e Novecento. In alcuni passaggi si notano, non so se sempre espliciti e voluti, richiami alla pittura di Michetti e della migliore tradizione napoletana. Il contrasto, si diceva, è tragico: il «Paradiso terrestre» è un inferno razzista, che penosamente distingue quelli che oggi noi chiamiamo extracomunitari come fossero cose e mai delle persone. Crialese esaspera questo dato ma ha anche il conforto di tutta una storia della migrazione italiana che descrive situazioni anche più segregazioniste di quelle presentate nel film.

Ma in «Nuovomondo» il calco non voleva essere di tipo riproduttivo, perché l’attenzione è sempre proiettata sulle vittime, sulla loro apparente acquiescenza e sul loro orgoglio. Indimenticabile è la sequenza nella quale la madre e dil figlio sordomuto vengono rimandati in Sicilia da una discriminazione che a noi oggi sembra pazzesca, ma che invece, se ben si osserva la situazione di non poche migrazioni dal cosiddetto Terzo mondo anche verso le nazioni che sembrano più aperte, è tutt'altro che lontana o ricacciata nella memoria del passato.

Mi sembra che l’autore pur non facendo della retorica per tutte le stagioni, ci renda avvertiti con questo film, come era anche il caso di «Lamerica» di Gian­ni Amelio, che quel mondo così riattua­lizzato ed esistenzialmente provocatorio continui ad interpellarci.

Se questa è una dimensione etica e non un facile moralismo che lascia il tempo che trova si può affermare senza timore che l'obiettivo del film, proprio perché esteticamente unitario e con una soluzione finale di estrema intelligenza, si colloca come un intervento significati­vo nel panorama del cinema mondiale, e che il Leone d'argento con tutta pro­babilità poteva anche essere d'oro. A mio avviso exaequo con un altro film italiano recensito su queste pagine che è «La stella che non c'è» di Amelio.



*L’Osservatore Romano, N. 230 (44.372), del 5 ottobre 2006, p. 3.

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Un’eccezionale storia di devozione e di santità

 

Domani, domenica 8 ottobre, alle ore 11, il Cardinale Vicario Camillo Ruini presiederà una solenne Concelebrazione Eucaristica per la restituzione al culto dell'Immagine restaurata della Madonna della Strada. Per una felice coincidenza, in questo stesso giorno si celebrerà anche la giornata conclusiva del Convegno organizzato dalla Provincia l'Italia della Compagnia di Gesù sulla collaborazione con i Laici nelle opere apostoliche e i partecipanti provenienti da tutta l'Italia prenderanno parte alla solenne Liturgia nella chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina, la chiesa Madre dei Gesuiti, a Roma.

L'immagine della Madonna della Strada è un affresco eseguito con buona probabilità tra la seconda metà del XIII secolo e la prima metà del XIV. Attualmente esso è applicato a un supporto di ardesia di 68 x 75 cm. Benché ancora non sia stata definita l’attribuzione, notevoli elementi compositivi fanno pensare alla migliore scuola romana medioevale.

La Vergine è rappresentata a mezzo busto con in braccio il Bambino, che essa tiene con la sinistra, mentre ha la destra, aperta, rivolta ai fedeli. Ha il capo coronato circondato dal nimbo, lo sguardo frontale, e tutta la figura è avvolta da un manto color oro. Il Bambino ha il capo nimbato a croce e la postura del Pantocratore; ha lo sguardo frontale improntato a serena austerità; con la sinistra tiene il libro e alza la destra nel gesto della benedizione. Nel complesso l’Immagine sembra evocare la tipologia della Madre mediatrice di grazia che, ad un tempo, invita alla fiducia nel Figlio e intercede presso di lui.

La sacra immagine si trovava originariamente all'interno della piccola chiesa detta degli Astalli, successivamente degli Altieri (dal nome della piazza su cui si affacciava), infine denominata Madonna della Strada. Secondo il p.Tacchi Venturi sj, l'area in cui essa sorgeva e quella dell'attuale piazza del Gesù, al limite di via dell’Aracoeli.

Proprio quella chiesetta risultò di eccezionale importanza storica ed affettiva per la Compagnia di Gesù. Santa Maria della Strada, infatti, fu la prima chiesa della Compagnia. Sul finire del 1540, Papa Paolo III Farnese, che aveva approvato la Compagnia di Gesù il 27 settembre, concesse la chiesa a Sant’Ignazio.

A quell'epoca, essa viene descritta dal Polanco, segretario della Compagnia, come fatiscente, angusta, umida e disa­dorna; ciononostante era sempre più affollata di fedeli, ché vi accorrevano per accostarsi ai sacramenti della consolazione e assistere alla spiegazione della dottrina cristiana (che i Padri della Compagnia, conforme alle loro Costituzioni, davano gratuitamente).

La maggiore frequentazione della chiesa produsse un aumento della devozione popolare verso l'Immagine della Madonna, una devozione che si protrarrà nel corso dei secoli con due solenni incoronazioni da parte del Capitolo Vaticano (il 14 agosto 1638 e il 14 agosto 1885). Ancora oggi la Madonna della Strada è venerata come Patrona dell'Azienda Municipalizzata per l'Ambiente e dell'Associazione dei Tassisti romani.

Nel 1568 il Cardinale Alessandro Farnese intraprese la costruzione della chiesa del Gesù. Questo comportò l’abbattimento della chiesetta della Madonna della Strada, che avvenne nel 1569. In quella occasione l’Immagine fu preservata mediante il taglio del muro su cui era affrescata. Non si sa se l'attuale sistemazione del dipinto sia da attribuire a quel periodo; è più probabile che essa sia dovuta ai pesanti interventi della fine del 1800.

Probabilmente dal 1569 al 1575 l’Im­magine fu esposta nella chiesa di san Marco. Nel 1575, con l’apertura della nuova chiesa del Gesù, in occasione del­l’Anno Santo, l’Immagine della Madon­na fu collocata nella Cappella costruita per accoglierla, a destra dell’altare mag­giore.

Quando, nel sec. XVII (1696), la cap­pella fu adornata di marmi e di affreschi e di tavole raffiguranti le storie della Beata Vergine, fu posta un'iscrizione la­tina, nella quale si ricorda che dinanzi a quell’Effige avevano celebrato la Messa sant’Ignazio e san Francesco Borgia. Alla Compagnia però è caro ricordare che nei primi anni di vita del giovane Istitu­to nella chiesetta in cui essa era venera­ta, assieme al Santo Fondatore e al già menzionato Francesco Borgia, si sono fermati a pregare san Francesco Save­rio, apostolo dell’Oriente, il beato Pietro Favre il primo compagno di Ignazio, uo­mo mite e buono, missionario in tutta Europa, san Pietro Canisio, autore del famoso Catechismo e fondatore di Colle­gi in Germania, san Stanislao Kostka, il novizio santo, inviato dal Canisio a Ro­ma e qui accolto da san Francesco Borgia, e poi san Carlo Borromeo, san Fi­lippoNeri, grandi amici della Compa­gnia di Gesù.

Il padre Tacchi Venturisj ricorda che, anteriormente alla soppressione del 1773, i Padri professavano nelle ma­ni del Generale davanti all'Immagine della Madonna della Strada e che anco­ra davanti ad essa si soffermavano a pregare i Gesuiti che lasciavano Roma; qui, infine, si congedavano i missionari.

L'immagine della Madonna della Strada è insomma per la Compagnia di Gesù la memo­ria degli inizi. Sant’Ignazio l’a­veva molto cara ed avanti a lei ripeteva la preghiera che l'aveva sempre accompagnato, quella cioè nella quale chiedeva alla Vergine Maria di otte­nergli la grazia di essere messo col Figlio, grazia che egli ottenne e di cui ebbe conferma nella visione della Storta della fine estate del 1537.

Negli Esercizi Spirituali, sant’Ignazio invita a rivolgersi a Maria per il primo dei tre colloqui con i quali si chiude la contemplazione (cfrES 63). Negli Esercizi della IV settimana, Maria è ricordata come colei che, secondo un'antica tradizione (soprattutto di area spagnola), riceve per prima la visita del risorto (ES 299) ed è ancora lei che raduna gli Apostoli dispersi confortandoli in attesa dello spirito (ES 312). A questi richiami, che segnano in maniera sobria e chiara la nota mariana della Spiritualità,della Compagnia di Gesù, ci è caro aggiungere l'icona proposta dal Concilio Vaticano II, che guarda a Maria come all’immagine della Chiesa, Sposa del Signore, alla quale sant'Ignazio ha voluto la Compagnia prestasse il suo servizio sotto la guida del romano Pontefice (cfr FI).



*L’Osservatore Romano, N. 233 (44.375), 8 ottobre 2006, p. 9.

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Storia di Malaika, un «angelo» nero

nel fango di Nairobi*

 

Antonio Giuliano

 

Malaika è nata alla periferia di Nairobi, in una baracca dove tutto quello che c'è non supera l'unità: un mobile, una sedia, un letto. Solo gli inquilini sono 5. Una stanza stretta tra quattro lamiere non è proprio una casa, ma Malaika è una bambina che riesce a sorridere. Ha un papà e una mamma. Ha due fratelli più grandi con i quali gioca nelle vie fangose dello slum. Malaika ha paura soltanto del buio. Di notte suo padre torna spesso ubriaco e senza soldi, litiga con la moglie e la picchia senza pietà. Stanca dei continui soprusi e impotente di fronte alla miseria, la donna prende con sé i piccoli e fugge. A tre anni, Malaika segue la madre in altre baraccopoli e finisce in strada. Si ritrova così tra i tanti street children («bambini di strada») che affollano Nairobi. Piccoli disperati che incontri ovunque, sui marciapiedi, tra un mucchio di spazzatura o dentro una scatola di cartone. Vestiti di stracci, gironzolano spesso in gruppo: chiedono l'elemosina, fanno qualche lavoretto o rubacchiano per sopravvivere. I più piccoli hanno 4 anni. Tanti sono figli di prostitute giovanissime, nati e cresciuti in strada. Quelli fortunati hanno conosciuto come unico tetto un'auto sgangherata. Molte volte sono preda degli adulti che li sfruttano per far soldi o per il sesso, soprattutto le bambine. Il vortice in cui cade Malaika sembra senza fondo. Spinta in basso anche dall'illusoria evasione della droga, perde quello che ancora le rimaneva: il proprio nome. Quando incontra padre Kizito, Malaika si chiama Shikò (il titolo del libro che oggi alle 18 viene presentato dai giornalisti Franco Di Mare e Pietro Veronese alla Feltrinelli di piazza Colonna a Roma). Ma solo per quel giorno: cambiare quotidianamente identità è la regola per vivere in strada. Anche padre Kizito non si è sempre chiamato così. Missionario comboniano, trent'anni fa era conosciuto come padre Renato Sesana. Ma gli africani lo hanno ribattezzato «Kizito», nome di un martire ugandese del 1886. Padre Sesana ha fondato Koinonìa, comunità per gli street children. Per le bambine di strada, dal 1999 ha messo in piedi la «Casa di Anita», dove sul modello di una grande famiglia alcune giovani coppie adottano le nuove arrivate. Shikò adesso vive qui: a 15 anni ha una casa, può andare a scuola, ha ritrovato la gioia di vivere e il nome: Malaika, che vuol dire «angelo». Proprio come chi l'ha strappata alla strada.



*Da Avvenire, 10 ottobre 2006.

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Le solitudini di Fouad Allam*

 

Edoardo CASTAGNA

 

Si intitola La solitudine dell'Occidente, il nuovo lavoro di Khaled Fouad Allam (Rizzoli, pp. 220). Ma il suo sguardo, uno sguardo a cavallo tra due mondi, abbraccia anche, se non di più, la solitudine dell'Oriente, di quell'Oriente islamico che oggi si trova «al bivio fra un’ideologizzazione che svuota la sua identità culturale, e una reinvenzione, una lettura critica di ciò che esso è stato e di ciò che vuole essere, entro un ambito non solo rituale ma anche spirituale». Il sociologo italo-algerino riprende molti dei temi sui quali si è appuntata, negli ultimi anni, la sua riflessione, e li rielabora mescolando l’analisi dello studioso con le esperienze vissute dal migrante. L’Algeria della guerra e dei primi, difficili passi dell’indipendenza; l’Italia che l’ha accolto, con uno sguardo affettuoso rivolto alla «sua» Trieste. Fouad Allam rievoca lo sconvolgimento che ha portato, per un orientale d’Occidente come lui, il trauma dell’11 settembre: «Da quell’istante tu non eri più come gli altri: la tua lingua, il tuo modo di camminare, i tuoi documenti, il tuo nome e il tuo cognome, le tue origini, tutto era malessere». Un malessere profondo, intrecciato a quello secolare dell’islam: fatto di risentimento, di senso d’impotenza, di rancore verso l’«invadenza» occidentale, di rimpianto per un passato glorioso. Il rischio, denunciato da Fouad Allam, è che questa miscela non trovi altri sbocchi che l’ideologia islamista. A mancare, o a essere ancora troppo deboli, solo gli elementi critici, dalla ragione storica alla stessa lingua. L’arabo si è come sclerotizzato, perdendo «la sua capacità di guardare il mondo e di farlo parlare»; travagliato dalla scissione tra uno standard asettico e ingessato - quello dei giornali, della politica, di Internet - e una quotidianità frammentata in mille dialetti, tanto vivi quanto ignorati dai media. Anche questo segna il latente autismo del mondo islamico: «Da oltre cent’anni - scrive Fouad Allam riecheggiando Samir Kassir - non riusciamo a uscire da un sentimento di inferiorità, che ci fa sentire gli eterni perdenti della storia. Allora ci si chiude in se stessi». È, questo, un ritorno alla paura di una storia che «ti può respingere là da dove sei venuto, farti tornare al deserto», all’eterno dolore dell’islam: quello cantato mille anni fa da Ibn Hazm ne Il collare della colomba e che il sociologo rivede oggi. Quel che resta, nella solitudine dell'Oriente, è un «sogno irreale» dove le masse sono mute e i pochi intellettuali che si levano non fanno breccia. «Il mondo musulmano aspetta il suo Solzenycin», conclude con amarezza Fouad Allam.


Khaled Fouad Allam, La solitudine dell'Occidente, Rizzoli, Pagine 220.

 



*Da Avvenire, 14 ottobre 2006

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Memorie di un Marco Polo arabo* 

 

Gianfranco Ravasi


Esce il resoconto (Einaudi, pp. 888) di Ibn Battuta, «globe-trotter» del ’300 che toccò tutti i confini del mondo islamico. Quasi trent'anni «on the road», da Tangeri a Canton, da Delhi a Timbuctu, in una felice fusione di curiosità e slancio spirituale 


«Lasciai Tangeri, mia città natale, il giovedì 14 giugno dell'anno 1325, con l'intenzione di compiere il pellegrinaggio alla sacra Casa di Dio (la Mecca) e di visitare la tomba dell'Inviato». È questo l'incipit - adattato al nostro calendario e segnato anche da un errore cronologico (quel giorno era un venerdì) - di uno straordinario resoconto di viaggi che vede come protagonista Ibn Battuta, «globe-trotter arabo del Trecento», come lo definirà uno dei nostri maggiori arabisti, Francesco Gabrieli, resoconto elaborato, per ordine del sultano del Marocco, da un giovane letterato musulmano andaluso, Ibn Juzavy di Granada, sul filo del racconto del protagonista. Per quest'ultimo, il viaggiare era stato il vivere stesso, se è vero che a Tangeri ritornerà solo dopo aver macinato su cavalli, dromedari, carri, imbarcazioni e persino slitte per ben 28 anni qualcosa come 120.000 chilometri, attraversando i territori di 44 Stati attuali, dopo essersi sposato dieci volte e aver talora sostato a lungo, come in India ove rimase ben sette anni al servizio del sultano di Delhi.

E sì che tutto era iniziato col progetto di un semplice pellegrinaggio alla Mecca, tant'è vero che il suo racconto può essere classificato come una rihla, il genere letterario delle narrazioni dei pellegrini musulmani. Queste descrizioni, note anche in ambito cristiano per i pellegrinaggi in Terra Santa, ovviamente fiorivano sotto la penna dei loro autori con evocazioni difficilmente controllabili, spesso innestate sulla marcia del prodigioso e del fantasioso. Pensiamo a come ciò accadesse nel caso del nostro Ibn Battuta che si era spostato, ad esempio, da Timbuctu a Canton o da Volgograd alla Tanzania: possiamo facilmente immaginare come, accanto a una massa sterminata di dati e informazioni, siano stati deposti in quel memoriale, pizzichi generosi di spezie mirabolanti, creando così un caleidoscopio rutilante di verità e di mirabilia.

Si deve, comunque, riconoscere che le sue pagine sono affollate soprattutto di persone che popolavano la dar al-Islam, ossia l'insieme dei territori di cultura e di regime musulmano: arabi, berberi, turchi, mongoli, persiani, indiani, andalusi, somali, nigeriani, cinesi. Ma il nostro viaggiatore non ignora anche gli altri, come i cristiani di Palestina e Libano, e giunge al punto di dipingere una sorta di Assisi interreligiosa, allorché a Damasco, flagellata da una peste terribile, musulmani col Corano, ebrei con la Torah e cristiani col Vangelo si riuniscono insieme a implorare nella preghiera la liberazione divina da quell'incubo. Il suo sguardo - che non era quello freddo di un geografo o di un etnologo - si posava con tenerezza anche sui bambini delle varie nazionalità e non solo sulle fattezze femminili che, come si è visto dal numero dei matrimoni, pure lo attraevano vivacemente (la palma della bellezza andava, ai suoi occhi, alle donne berbere per «i lineamenti, il bianco candore della pelle e l'abbondanza delle forme»).
Tuttavia, pur col filtro personalissimo della soggettività (l'«io» regge il filo dei ricordi), Ibn Battuta offre allo storico una documentazione impressionante e preziosa rendendo questo itinerante di vocazione il vero Marco Polo arabo, posteriore di non molto al veneziano vissuto nel XIII secolo. In lui pulsa ancora il sangue dei suoi antenati nomadi, un dato che spiega perché la letteratura di viaggio abbia avuto un forte impulso proprio nel mondo arabo. Il suo è un pellegrinaggio che si trasforma in turismo, senza perdere mai una certa qualità "spirituale", anche se il flusso dei volti, dei costumi, dei paesaggi attira prima di tutto la curiosità e accende la fantasia. Dopo tutto, un antico aforisma orientale affermava che ci sono tre tipi di viaggiatori: chi avanza solo coi piedi, e sono i mercanti; chi procede anche con gli occhi, e sono i sapienti che cercano di capire e studiare ciò che vedono; c'è, infine, chi cammina soprattutto col cuore, e sono i pellegrini . Il nostro viaggiatore trecentesco è un po' tutto questo, perché unisce concretezza e conoscenza, informazione ed edificazione, interesse e passione.
C'è, quindi, qualcosa di simile - pur con le immense distanze culturali e storiche - al Kerouac di Sulla strada, per cui «la via è la vita», come diceva lo scrittore della Beat generation, anche se per Ibn Battuta il viaggiare non è un vagare senza stelle polari esistenziali e, in questo, la definizione citata di «globe-trotter» risulta per lui riduttiva. Una volta, però, lo toccò il desiderio di fermarsi per sempre in un luogo, e non solo per una sosta: è lui stesso che ce lo confessa in una testimonianza significativa. Alle Maldive, su un isoletta, egli aveva incontrato un tessitore che abitava una modesta casa con la moglie e i figli, cibandosi del pesce che abboccava al suo amo e delle noci di cocco, in una pace e in una quiete assoluta. «Confesso che invidiai quell'uomo e se quell'isola fosse stata mia, mi ci sarei ritirato sino all'ora della Verità».

Dobbiamo essere grati, per questo stupendo viaggio, a Claudia M. Tresso, arabista dell'università di Torino, che ha approntato un testo esemplare sia per rigore scientifico (si sfoglino le cinquanta pagine degli indici dei nomi, le mappe, gli apparati di note e così via) sia per il fascino della traduzione e della introduzione che rendono quelle pagine attraenti come un libro di Chatwin. Anche per lei, allora, vale la benedizione finale che suggella il testo: «La redazione di quest'opera ha avuto termine nel mese di febbraio dell'anno 1356. Ricompensi Iddio chi la ricopierà!».



*Da Avvenire, 14 ottobre 2006, p. 31.

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Masterbee, andata e ritorno al cristianesimo

di un artista a caccia di spiritualità*

 

Daniela Pizzagalli 

 

Ispirato maestro zen con devoti seguaci occidentali sensibili alle suggestioni della New Age, l’eclettico pittore svizzero Masterbee (Mendicante di luce Dal Tibet al Gange e oltre, San Paolo, pp. 268), ha seguito l'indicazione di uno swami errante incontrato in riva al Gange: «Ritorna là da dove sei venuto e vi troverai quello che stai cercando». Il ritorno alle radici gli ha fatto a riscoprire Gesù come meta di una ricerca spirituale che per decenni l’ha portato in giro per il mondo «dal Tibet al Gange e oltre», come recita il sottotitolo della sua autobiografia, una parabola ricca di eventi e incontri sul crinale di una realtà ineffabile, che l’ha visto protagonista di una strabiliante metamorfosi, da artista di fama internazionale, agnostico di formazione, a maestro zen prima, e poi appassionato testimone del cattolicesimo, spogliato di ogni tentazione sincretistica, come sottolinea nella prefazione padre Raniero Cantalamessa, il quale, vedendo in Masterbee un moderno Agostino, ha invitato il maestro a scrivere le proprie eccezionali esperienze, e ne ha letto alcuni brani in una predica alla presenza di Benedetto XVI. Nato nel 1940, sperimentò una precoce vocazione alla pittura e uno stretto rapporto con la natura, cui fu avviato da uno stravagante zio rintanato in un bosco. Fin da giovanissimo sentì di appartenere a due mondi, quello immanente in cui costruire la sua carriera d'artista e quello spirituale e misterioso che lo attirava non per un afflato religioso, ma psicologico, alla ricerca di una profondità interiore, fonte anche di ispirazione artistica. Negli anni Sessanta si diresse in India, affascinato «dalla capacità di vivere alla presenza del mistero, innata in queste culture». A Benares incontrò il poeta Allen Ginsberg, che lo condusse da una celebre yogini tantrica la quale rivelò che riteneva Gesù Cristo il più grande degli avatar, figlio di Dio e Salvatore del mondo. Una posizione condivisa da parecchi guru avvicinati da Masterbee, il quale però, recalcitrante ad abbracciare una religione istituzionalizzata, era attratto dal buddismo zen di cui, dopo vari anni passati in monasteri sull'Himalaya, divenne egli stesso maestro, pur non considerando mai conclusa la sua ricerca; anzi, dovendo girare il mondo per gli impegni della sua arte, si confrontava con illuminati di varie religioni. Un cabalista ebreo, uno scienziato ateo, un mistico sufi sono alcune delle figure esemplari incontrate da Masterbee insieme alla moglie Kicka, una bellissima e geniale artista. Ma l'incontro determinante fu con uno starec greco che insegnò loro l'ininterrotta Preghiera del cuore, che sostituirono ai mantra sperimentandone il potere di illuminazione: «Nella via mistica cristica l'energia scende dall'alto e non sale dal basso verso l'alto, come nelle culture asiatiche». 



*Da Avvenire, 14 ottobre 2006, p. 31.

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"AZUR ET ASMAR" PARLE DE LA

DIFFICULTÉ D’ÊTRE IMMIGRÉ*

 

« Azur et Asmar »avait reçu un excellent accueil à la Quinzaine des réalisateurs, en mai dernier, à Cannes. Il sort aujourd'hui sur les écrans français. Que s'est-il passé durant ces six mois?

Michel Ocelot: Le film a été vendu à l'étranger. Je suis allé en Belgique, en Suisse. J'ai dirigé le doublage en Italie, où les gens verront, pour la première fois, un film où l’on parle italien mais aussi arabe, et, j’y tiens, sans sous­titres. Ce sera une première, car les Italiens doublent absolument tout. Le studio Ghibli de mes amis IsaoTakahata et Hayao Miyazakias ­ sure la sortie du film au Japon - ce qui, à mes yeux, est l'équivalent d'un grand prix dans un festival.

Nous devons cependant lutter pour garder intacte l'intégrité du film. Il est, d'une certaine manière, censuré à Singapour, où les autorités l'ont assorti d'une restriction (les enfants doivent être accompagnés de leurs parents) en raison d'une «scène de nu» où, en réalité, je montre les deux enfants tétant le sein de leur mère et nourrice. Aux États-Unis, on m'a même demandé si j'acceptais que cette scène soit coupée! Il va de soi que j'ai dit non, comme j'avais dit non, pour Kirikou, aux gens qui voulaient que je mette des soutiens-gorge aux femmes du village africain. En Allemagne, l’acquéreur du film voulait que tous les dialogues soient doublés, y compris les phrases en arabe que je ne souhaite pas voir traduites. Là encore, j'ai refusé. 

Pourquoi avez-vous choisi de réaliser le film en français et en arabe, sans sous-titrer l'arabe?

Azur et Asmar évoque la civilisation islamique, fondée sur la langue arabe. C'est un film sur l'immigration, plus précisément sur la difficulté d'être un immigré. Je devais donc pouvoir m'appuyer sur cette langue largement incomprise de ce côté-ci de la Méditerranée, pour perdre de temps en temps mes jeunes spectateurs. Je voulais les amener à se débrouiller sans tout maîtriser, même si je m'arrange, dans la plupart des scènes concernées, pour que le sens apparaisse clairement. En réalité, ce ne sont pas les enfants mais les adultes que ce procédé a dérangés le plus. Les enfants ont admis depuis longtemps qu'ils ne comprenaient pas toujours tout. 

Qu’est-ce qui vous a donné envie de traiter ce thème de l'immigration après l'aventure Kirikou ?

Ce n'est pas un événement en particulier, mais la vie quotidienne en France, ce que je lis, ce que j'observe. J'ai commencé à travailler sur le film il y a six ans, et la situation n'était pas celle d'aujourd'hui. Cette hostilité que l'on sent monter entre deux groupes est irrationnelle. La France n'est pas le pays d'une seule religion. Elle les accepte toutes ainsi que l’absence de religion. J'ai relu la bible, lu une bonne partie du Coran. Pour moi, il s’agit du même socle. ­Avec ce film, j’ai voulu dire aimons-nous d’abord, discutons aprés. 

Au début du film, Asmar est l’immigré. Ensuite c’est Azur qui le devient. Pourquoi cètte constructionen miroir ?

Les histoires d'Azur et Asmar sont parallèles et leurs rôles parfaitement interchangeables. Si bien que les spectateurs peuvent s’identifier aux deux. Dans ce film, j'ai surtout voulu souligner les beautés de la civilisation islamique. Pour faire du bien aux Français d'origine maghrébine ou aux Maghrébins immigrés. Pour qu'ils sentent qu'ils sont aussi riches que les autres, pour leur donner de la dignité. 

Est-ce une façon pour vous de tendre la main?

C'est une façon de dire qu'on peut s'entendre sans attendre qu'on nous dise de le faire. Azur et Asmar est un film sur des gens différents qui parviennent à vivre ensemble. Il y a un blond et un brun, des chrétiens, des musulmans, des juifs (comme le sage Yadoa qui dit une phrase en hébreu), des pauvres, des riches, des vieux et des enfants. Et un personnage, baptisé Crapoux, qui symbolise l'immigré qui fait tout de travers, qui rate tout en disant «ici, c'est moche» et qui refuse devoir les beautés de sa terre d'accueil. J'ai été ce Crapoux lorsque, adolescent, j'ai été transplanté d'Afrique, où j'avais vécu plusieurs années, en France, où j'étais pourtant né. J'ai craché sur mon pays d'origine pendant des années, allant jusqu’à m'inventer une nationalité à moi. Azur et Asmar pointe aussi ces réactions qui ne mènent nullepart.

(recueilli par Arnaud Schwartz)



*La Croix, Mercredi 25 octobre 2006

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SOMALY MAM, IL SILENZIO DELL’INNOCENZA*

Una cambogiana contro lo sfruttamento sessuale dei bambini

 

Corrado RUGGERI

 

Gli occhi. Non c’è nulla che la costringa ad abbassarli. E la corazza della sua anima si legge in quello sguardo. Fiero.

E disperato. Somaly Mam è una cambo­giana di forse 35 anni che non sa quando è nata e non ha mai coconosciuto i genitori. Da ragazzina è stata costretta a prostituirsi, dieci anni, forse quindici nei bordelli. A cominciare da quando aveva appena superato, forse, i 12 anni. «Il giorno peggiore, ammesso che ce ne siano stati altri migliori, fu quando insieme a un’altra bambina venimmo consegna­te per una sera a una ventina di uomini. Un assalto. Che è ancora un incubo».

Gli occhi. «Ho visto cose che non si immaginano. Ragazzine incatenate e torturate con fili elettrici, una a cui hanno piantato un chiodo nella testa perché aveva cercato di scappare». Il disagio di quei ricordi le tormenta ancora la vita, ogni volta, ogni sera, che quel passato si affaccia e, dice lei, «mi fa sentire violata e sporca».

Somaly è la salvezza per migliaia di bambine che affollano i bordelli cambogiani. Da quando è riuscita a tornare libera si è impegnata per riscattare chi è ancora prigioniera. Va a prenderle, con­segna preservativi, le riscatta, le porta via, le ospita nei suoi centri di assistenza, case che ha costruito e dove le ragaz­zine imparano un mestiere che consentirà loro di vivere senza soffrire troppo. Almeno, senza soffrire troppo.

«La Cambogia è un paese difficile» dice Somaly. Talmente difficile che lei gira con la scorta e qualche mese fa un grup­po di sconosciuti - «posso ben immagi­nare chi sono» - ha rapito una delle sue figlie. «L’hanno tenuta per quattro giorni, l’hanno drogata ma non sono certo riusciti a farmi paura».

Difficile impressionarla. «Cosa c'è che non ho visto o non mi è capitato?».Un’antolo gia della sua vita si legge nel libro che ha appena presentato a Roma, «Il silenzio dell’innocenza» (Cor­baccio), 170 pagine che atratti fanno venire l’affanno. Come quando si racconta la storia di Thomdi. «A 9 anni venne venduta a un bordello. A 17, quando l’ho conosciuta, viveva in strada e aveva l’Aids, in ospedale non la volevano e la presi in casa mia. Pian piano sembrava mi­gliorare. Un giorno dovetti partire, lei mi supplicò di non lasciarla: ma era un viaggio di lavoro in Francia al quale non potevo rinunciare. Ero a Parigi quando mi telefonarono dicendomi che era morta: mi sento ancora colpevole».

Somaly è bella.Vagamente, per chi la ricorda somiglia a Zeudi Araya. Come lei ha la pelle di luna, non è bianca ma neppure nera. «Proprio per questo mi consideravano una specie di animaletto, quasi una scimmia: gli orientali amano la carnagione chiara». Anche nei bordelli era una seconda scelta, ma crescendo il suo fascino diventò irresistibile. «Mi cercavano in molti e quando arrivavano europei, quando mi ritrovavo con uno spagnolo o un italiano, chiedevo sempre “Perchè?”. Non mi rispondevano mai. Qualcuno mi dava uno schiaffo e mi faceva segno di stare zitta».

Non ha mai taciuto. E non tace ora che il mondo sa ascoltarla. L’organizzazione che è riuscita a creare, l’Afesip, ha sedi in Europa e nel Sudest asiatico, ha scuole professionali, è collegata con le agenzie delle Nazioni Unite, ha un centinaio di dipendenti e un programma di autofinanziamento. Ma ha comunque bisogno di sostegno. «Il nostro obiettivo principale -dice Somaly- è salvare e reinserire nella società le persone ridotte alla schiavitù sessuale e combattere il traffico degli esseri umani». Lei è stata candidata al Premio Nobel per la pace, riceverà nei prossimi giorni a New York il premio Donna dell’Anno 2006. Ma non per questo dimentica il suo villaggio di Bou Sra, provincia di Mondolkiri, est della Cambogia, una delle zone più povere del mondo. «Ancora oggi quando ho l’occasione di inoltrarmi nella foresta mi sento a casa: riconosco gli odori, le piante, so distinguere le cose che si possono mangiare. Riconosco il profumo delle polpette che tanto amavo da bambina: carne disseccata con sterco di mucca, peperoncino, germogli di bambù amaro. Si mangia con il riso. É buonissimo».

A Roma è andata a mangiare da Nino, invia Borgognona, ristorante custode di una gastronomia sana e gustosa. Ha assaggiato i fagioli al fiasco, le zucchine alla scapece, le melanzane alla griglia, il risotto al radicchio, i saltimbocca alla romana. E le è piaciuto tutto. «Ora quando viaggio mi trovo a vivere nel lusso dei grandi alberghi, ma pertanto tempo il bagnoschiuma mi ha fatto paura. Pensavo fosse una sostanza che inghiottiva le persone. E ricordo il mio primo bagno caldo: non capivo come potesse accadere. Avevo per fino il terrore di affogare dentro la vasca. Mi ero sempre lavata in piedi, sotto una secchiata di acquafredda».

Non sache anche Roma ha le sue disperazioni. Non sa che esistono bordelli a cielo aperto dove ragazze venute dall’Est sono costrette a prostituirsi espesso ricevono le stesse botte e le stesse umiliazioni delle bambine d’Indocina. Qualcuna ogni tanto muore. Qualcun’altra trova coraggio e riesce a scappare. Si chiamavia Salaria, questo bordello. «Non l’ho visto, ma riesco ad immaginare. C’è sempre il povero che ha bisogno di denaro e c’è sempre qualcuno che se ne approfitta. Credo che la politica resti incapace, ovunque, di risolvere i veri problemi della gente».

Somaly ha tre figli, un ex marito, l’uomo che l’ha accompagnata nella rinascita e nel suo nuovo impegno. «Poi è finita. Non sono una donna facile». Lo si capisce, guardandola negli occhi. «Non ho qualità, non so fare molto. Resto una selvaggia». Ha impugnato, una pistola e ha sparato in terra davanti all’uomo che aveva sparato in aria, appena oltre la sua testa, per intimidirla: «Certo che non volevo ucciderlo, ma volevo fargli capire cos’è il terrore, esattamente quello che avevo provato io». È una donna estrema. Anche nelle rare dolcezze. «A volte mi capita di sognare i genitori che non ho avuto, ed i immaginarli come mi sarebbe piaciuto. Per mamma avrei voluto una donna in grado di amare tutti gli essere umani, una persona coraggiosa, come madre Teresa di Calcutta. Per padre, un uomo capace di rispettare le donne». Il sogno lieve, di un mondo migliore.



*Dal Corriere della Sera, 29 ottobre 2006, p. 15.

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LES MIGRATIONS, UNE CHANCE POUR L’ECONOMIE*

 

Sami NAÏR

Conseiller d’Etat en service extraordinaire

Professeur de sciences politiques

à l’Université Paris-VIII

 

Pour cet ancien délégué aux migrations internationales, la politique mise en œuvre dans ce domaine depuis trente ans a échoué. Apôtre du codéveloppement, il estime que ce dernier «n’a de chance de réussir que s’il est fondé sur une politique d’intégration et non de retour» 

Vous avez été délégué aux migrations internationales dans le gouvernement Jospin, puis député européen, proche de Jean-Pierre Chevènement. Les drames de Ceuta et Melilla, les noyades répétées d’immigrants aux portes de l’Europe ne traduisent-ils pas l’échec des politiques migratoires?

Cette situation signe l’échec d’une politique mise en œuvre depuis les années 1970, qui se caractérise par une fermeture drastique des frontières, entraînant une augmentation à la fois de l'immigration familiale, de l’immigration clandestine et des demandes d'asile. Ce qui se passe aujourd’hui était à prévoir et il n’y a aucune raison pourque cela cesse tant que l’Europe comme la France continueront d’avoir une politique d’immigration instrumentale. Les inégalités de développement se sont considérablement creusées ces dernières années.

La soumission de l’Afrique aux plans d’ajustement structurel du FMI et la transformation des accords d’association économique que nous avions avec ces pays, n’ont rien arrangé. Les politiquesqui existaient ont été remises en question alors qu’elles garantissaient à certains pays africains des franchises de douane pour vendre leurs produits et des tarifs préférentiels pour acheter des produits européens indispensables. Les pays africains se retrouvent dépossedés des moyens de répondre aux problèmes de développement. En même temps, la situation sociale de ces pays a été profondément désagrégée.Les investissements privés font  défaut, les agriculteurs ne peuvent pas exporter, les pêcheurs sont étranglés par la politique européenne de la pêche. Une autre politique migratoire est possible à l’échelon de l’Union européenne. 

Comment mettre en œuvre cette politique dans une Europe affaiblie par le non au traité constitutionnel, que vous avez vous-même prône?

Le traité constitutionnel n’offrait aucune solution en termes de codéveloppement et de visas, or je considère que l’augmentation du nombre des visas est la seule façon d’eviter l’immigration clandestine.

Le traité, de ce point de vue-là aussi, méritait d’être rejeté. 

Quelle politique préconisez-vous, face à une opinion publique réticente ?

Dire la vérité aux gens. La vérité c'est que les flux migratoires vont continuer, car les inégalité sont contraignantes. La vérité c’est que les migrations sont une chance pour nos économies. Je ne parle pas seulement des exemples symboliques de réussite comme Zidane. L’immigration enrichit les sociétés d'accueil et contribue au développement des sociétés de départ. Les récents chiffres publiés en Espagne le confirment de façon éclatante. La vérité c'est aussi que ces migrations doivent être contrôlées, organisées, et qu’une fois légalement installés, les migrants doivent accepter les contraintes qui s’imposent à tout citoyen, à savoir, en France, les devoirs de la loi et de la laïcité. 

En quoi votre discours diffère-t-il de celui de la droite ?

Je voudrais lever une ambiguïté. L’obsession dominante en France est celle du retour. On fait tout pour faire expulser ces gens. Les lois qui ont été mises en place par M. Sarkozy ont pour objectif, entre autres, de déstabiliser l’immigration légalement installée. Or la condition pour que l’immigration puisse aider au développement des pays d’origine, c’est qu’elle soit intégrée en France. Le codéveloppement n’a de chance dé réussir que s'il est fondé sur une politique d'intégration et non de retour. Mon expérience sous la gauche m'a montré qu'il y avait alors la même obsession de faire partir les gens, même si par ailleurs la loi de 1998 créait les conditions de l’intégration.  

Vous prônez le « codéveloppement ». Ségolène Royal et Nicolas Sarkozy s’y réfèrent aussi. Cette piste n’a-t-elle pas montré son inefficacité depuis presque dix ans ?

Mais la politique de codéveloppement n’a pas été mise en place! Nous avions promis aux Etats africains de construire avec eux une telle politique, fondée sur des mécanismes précis : le financement des microprojets, une relative liberté de circulation pour certaines catégories de population, l’augmentation du nombres de visas pour les étudiants et la possibilité pour eux de retourner dans leur pays d'origine sans perdre le droit de revenir en France.

Il s’agissait aussi de former des travailleurs dans des secteurs correspondant à l’intérêt de ces pays : l’hôtellerie, le tourisme… L’idée était de fixer, en concertation avec les pays d'origine, des contingents de personnes qui viendraient se former et qui repartiraient chez eux, mais en conservant la possibilité de revenir en France. 

Pratiquement, aucune de ces idées n’a été mise en œuvre. Pourquoi la gauche version 2007 agirait-elle différemment de la gauche version 1997 ?

Jean-Pierre Chevènement est le seul à avoir compris la problématique du codéveloppement. Mais pour d'autres ministres avec qui j'ai dû travailler, cette politique devait en réalité servir à masquer l’expulsion des illégaux. On retrouve la même conception chez Nicolas Sarkozy, mais pas chez Ségolène Royal quand elle parle de codéveloppement.

Je vais tout faire pour que la gauche prenne conscience de cet enjeu, car il n’ya pas d'aιιtre solution. Aujourd’hui, l’Espagne met en œuvre les même mécanismes, la Belgique ou l’Allemagne ont des approches similaires et à la Commission européenne, ces idées progressent. Mais la politique du développement implique une immigration légalement installée, assurée de sa situation. Comment voulez-vous que des immigrés investissent dans leur pays s'ils ne sont pas sûrs d'avoir les papiers qui leur permettent de vivre normalement ici? Il faut assouplir les migrations, réinjecter du sang que ça circule. Nous avons cadavérisé notre relation avec les pays africains depuis 1975. 

Que proposez-vous pour les étrangers en situation irregulière qui n’ont aucune intention de partir?

La loi votée en 1998 par la gauche prévoyait qu'au bout de dix ans un clandestin pouvait être régularisé automatiquement. C’etait une bonne disposition, qui évitait les effets d’annonce d’une régularisation collective. Je ne crois pas à la possibilité d’expulsions massives. Il faut une bonne politique de contrôle aux frontières, étudier la situation des personnes au cas par cas, en appliquant des critères, et si un retour dans les pays d’origine est requis, négocier pourque cela se passe dignement. Car il n'est pas possible d'ouvrir simplement les frontières.

Si la gauche hérite de la situation actuelle, une nouvelle opération de régularisation s'imposera-t-elle ? 

Il faudra changer de politique migratoire. On ne peut pas rester sur les lois Sarkozy qui ne permettent pas de répondre à cet immense défi. Une nouvelle politique reposerait sur trois piliers. D’abord un contrôle démocratique aux frontières, fondé sur une augmentation du nombre de visas. Actuellement, en Afrique les visas sont accordés au comptegouttes et à la tête du client, en fonction de ses moyens financiers.L’immigration ne doit pas devenir une nouvelle politique de classe.

Le second volet, essentiel, est l’intégration. Il s’agira de prendre en compte la diversité de la société française non pas avec une approche ethnique, mais avec un regard républicain. Le troisième pilier est la politique d'aide au développement marquée par l’ouverture des marchés européens aux produits africains et des investissements dans des domaines vitaux comme l’eau, la santé, les transports et l'éducation. Les cadres éduqués fuient l’Afrique. Ils doivent pouvoir rester et travailler chez eux. Ce troisième pilier n’a aucune chance de réussir si on ne desserre par l’étau de la dette. Aujourd’hui, l’Afrique est contributeur net aux finances de l’Europe par le mécanisme du remboursement de la dette ! 

Qui peut mettre en place une pareille politique ?

On ne peut pas laisser la politique d’immigration dépendre exclusivement du ministère de l’intérieur ou des affaires sociales. Je plaide pour la création d’un ministère de la coopération et du codéveloppement, comme il en existe un en Suède. Le prochain président de la République devrait très vite organiser une réunion avec les chefs d’Etat des pays concernés pour réfléchir à une gestion commune des flux migratoires. Ensuite, la France devra porter le problème au niveau européen. Il est temps que l’Europe comprenne qu’elle fait face à un immense défi historique. 

La politique d’immigration est un attribut fondamental de la souveraineté nationale. Comment vous, souverainiste, pouvez-vous prôner son européanisation ?

Je ne suis pas souverainiste, sauf quand il s’agit de défendre le peuple contre une technocratie bruxelloise et une Banque centrale européenne sans contrôle. J’admets les délégations de souveraineté au niveau de l’Europe, à condition qu’elles soient contrôlées et puissent être remises en cause par les populations, par référendum. De toute façon, nous ne pouvons pas avoir une politique migratoire commune parce que les besoins des différents pays diffèrent : l’Espagne a besoin d’une immigration peu qualifiée, ce qui n’est pas le cas de la France. D’autre part, parce que l’immigration touche à l’identité d’un pays et pas seulement à l’économie. Intégrer des populations non autochtones est un travail long et lent, plein d’embûches. Il est donc normal que les pays veuillent continuer à gérer les migrations en fonction de leurs besoins et de leur propre identité.

Mais je crois à une grande politique migratoire européenne fondée sur la coopération avec les pays du Sud. Il faut convaincre l’UE que l’immigration n’est pas un vaste marché dans lequel on va puiser selon son bon vouloir.



*Le Monde, Dimanche 26 – Lundi 27 novembre, 2006.

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La stella di Baggio illumina a teatro*

 

Di Domenico RIGOTTI 

 

Il titolo è trompe l'oeil: Il mio amico Baggio. La figura infatti del famoso calciatore entra nello spettacolo solo indirettamente. Di striscio. Evocata dai protagonisti e da qualche spezzone di partita. E però ha funzione maieutica in questo interessante, opportuno lavoro di Cesare Lievi (prodotto dal Teatro Stabile di Brescia) che in questi giorni, al Santa Chiara preso d’assalto soprattutto da un pubblico giovanile, scuote Brescia. Un lavoro che coraggiosamente getta lo sguardo su una realtà aspra e difficile quale è quella dell'integrazione dell’extracomunitario nel nostro Paese. E nella fattispecie in una città ricca di benessere, aperta al forestiero e che però negli ultimi tempi più di altre ha dimostrato disagio e contraddizioni.

Semplice, col sapore quasi di una fiaba popolare, è l’avvio del lungo, amaro e limpido, atto unico dove c’è molta e bella musica, molto colore e anche tanta ironia. Lungo una strada anonima e scolorita (è una scenografia grigiastra e dechirichiana quella di Josef Frommwieser; solo i costumi hanno note sgargianti) due ragazzi, berrettino rovesciato e stinti pantaloni, cantano una nenia dolcissima. Una nenia, una sertaneja, che arriva da lontano. Appunto dal Sertao, quel territorio immenso del Brasile da cui provengono i due giovani, Gustavo e Denniel, desiderosi di sfondare nel mondo della canzone. In Italia, come tanti altri loro simili, arrivati senza conoscere nulla. Solo il nome di quel calciatore, appunto il mitico Baggio, che nel 1994, fallendo un rigore ai Mondiali negli Stati Uniti, regalò la vittoria al Brasile. E da quel giorno in cui erano ancora bambini è diventato la loro icona. Che però non serve. Perché l'esistenza è dura da affrontare e non è una canzone che può fruttare qualche euro per vivere. La gente magari ascolta ma, assente e frettolosa, se ne va senza lasciare un soldo. Soli erano nel Sertao e soli sono tra le vecchie case della città sconosciuta.
Cercheranno di sopravvivere. Un compagno di strada, un mimo che veste da angelo con le ali stinte, cercherà di trovare loro un lavoro. Lavoro nero. Tenteranno anche un provino televisivo (la sequenza più pungente). Ma falliranno il "rigore" decisivo, come Baggio. La nostalgia avrà il sopravvento e torneranno al loro Sertao. In un finale bellissimo e beckettiano, mentre cantano un'altra delle loro dolci canzoni, sprofonderanno come la Winnie di "Giorni felici".
Cantano assai bene, con pathos, e sprigionano grande simpatia, Gustavo e Denniel, i due autentici ragazzi brasiliani presi dalla strada. E chi racconta la loro piccola grande storia è una narratrice che funge anche da coro. Ruolo che con raffinata ironia assolve la bravissima Giuseppina Turra.

È asciutto, non insegue un facile verismo, anche se soffre un poco di didascalismo, l'intelligente copione di Lievi e cattura lo spettatore. Anche perché lo spettacolo, di eleganza formale come sono tutti gli spettacoli dell'artista gardesano, è ricco di lampi teatrali. E bene assolve quel che è il vero compito del teatro. Cioè di essere passione civile. Verità nella poesia.

 



*Da Avvenire, 25 novembre 2006.

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Un Rachmaninov séduit par l'univers des Tziganes*

 

L'Orchestre philharmonique de Radio France a consacré un gala au compositeur russe avec deux invités prestigieux, Denis Matsuev et Vladimir Fedosseiev.

Oser un gala Serge Rachmaninov (1873-1943), Salle Pleyel, en pleine année du centenaire Chostakovitch (1906-1975), ne manque pas de panache, surtout quand les invités de l'Orchestre philharmonique de Radio France ont l'abattage du pianiste Denis Matsuev ou du chef d'orchestre Vladimir Fedosseiev. Le premier a 31 ans, un physique du genre cataclysme tranquille, une trajectoire typique de prodige russe : il est passé par le prestigieux Conservatoire Tchaïkovski de Moscou et a remporté la médaille d'or du Concours Tchaïkovski, en 1998. 

Pianistiquement, c'est un colosse. A tel point qu'on a parfois l’impression qu'il possède un doigt par note tant la musique sort du clavier avec une aisance, une puissance et une acuité souveraines. Le toucher franc, sans rudesse, s’il excelle à jouer au profond des chairs du piano, peut aussi se faire léger et caresser des plumes dange sur des traits diaboliques.

Avec le Premier Concerto pour piano et orchestre,on aura certes déjà entendu pre­mier mouvement au lyrisme plus chantourné et sensuel, «Andante » plus nocturne et mystérieux, mais l’ « Allegro vivace » semble se gausser de sa propre virtuosité – siderant cette placide audace dénuée de la moindre ostentation gestuelle.

Un opéra de jeunesse

La baguette de Vladimir Fedosseiev est de celles auxquelles il est inutile de vouloir résister. A 74 ans, le chef russe est au faîte de son savoir-faire et l'Orchestre philharmonique de Radio France sonne haut et clair dans le rare Aleko, opéra de jeunesse en un acte que Rachmaninov écrivit à 19 ans d'après Les Tziganes, de Pouchkine, pour le concours de sortie de la classe de composition du Conservatoire de Moscou. Une musique sous influence qui en appelle certes au Tchaïkovski d’Eugene Oneguine ou de Mazeppa, mais témoigne aussi de la puissante séduction exercée par les Tziga­nes, sur le plan strictement musical (mélodies orientalisantes, rythmes de danses) ou idéologique, ceux-ci incarnant un monde ­de sauvage ou la liberté fait loi.

Les quatre solistes russes rendront pleinement justice aux amours adultères de la belle Zemfira avec le jene Tzigane, cependant que son vieil époux, AleKo, Russe, blasé finirà par les tuer tous les deux.

C’est terrible, un opéra version de concert. Les solistes sont sagement assis avec leur partition sue les genoux. Ils se lèvent et disent des choses dramatiques, provocantes et inhumaines, comme l’horrible « Scène au berceau» que chante le chaud soprano de Maria Gavrilova, plus un air d’imprécations contre le mariqu’une berceuse. Oula poignante « Cavatine d’Aleko » rendue célèbre par Chaliapine, scène de défaite et d’amour ici donnée avec âme par Egils Silins, à laquelle répond l’érotique « Romance» du jeune Tzigane, dans les sonorités claironnantes du ténor Andreï Dunayev.       

Le sang coulera sans laisser de trace sur les visages, tandis que s’exhaleront les choeurs orthodoxes, magnifiques prémices de la Liturgie de saint Jean Chrysostome ou des Vêpres op. 37 écrites par Rachmaninov quelque vingt-trois ans plus tard. (Marie-Aude Roux)

 
*Le Monde, 26-27 novembre 2006.

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LA COMUNITÀ SEPARATA*

(in un campo Rom)

 

Valerio MAGRELLI

 

A che cosa assomiglia questa storia straziante diduegiovanissimi sposi morti in un rogo? Vengono in mente altrevicende simili,ma tutte inadeguato adescriverel’accaduto. Innanzitutto c’è lo «scandalo» dell’età: inuna società comequellaita­liana, fatta dianziani, anzi, addirittura fra le piùanzianedel Mondo (crescitazero, insostenibilepeso so­ciale dellepensioni), idueragazzi esprimevanouna culturaradical­mentediversa.Nelcamporom divia Gordiani, infatti, imatrimoni av­vengono assaipresto, irridendo ognilogica, sfidando apertamente quello che giàRimbaudaveva chia­mato «l’orrore economico». Nessu­na previdenza in una scelta simile, certo;ma quanta fiducia nelfuturo!

Siamonelpuntoin cui l’irresponsa­bilità confina con la vita e ilsuo cieco richiamo, perché, arigore, logica e economica consiglianouna solavia:nonnascere.  

Nelnostro mondo, atterrito, con­fuso,paralizzato dalla burocrazia, tutto invita aritrarsi, anonrischia­re.Invece SashaeLijuba, le vittime delrogo, erano già sposatia sedici anni, e avrebbero avutopresto dei bambini,quasibambini anch’essi.La loro morte,dunque,ci colpisceperlo slancio el’energiadiun com­portamentoche, sebbenerazionalmentecriticabile,dimostraun’aper­turaverso l’avvenire semprepiùrarainchivive «nei palazzi».Ed ecco il secondo aspettodella tragedia: la contrapposizionefrala comunitàdeicontainerequelladelle abitazio­niborghesi. Qui nonsi tratta diaccu­sare lo Stato: problemi comequellodell’insediamento deinomadi riguar­danol’interaEuropa,e ancoranonhanno trovatounarisposta.Ma re­stail dato difatto intutta la sua cru­dezza: lanostra società è spaccata indue.Alcuni hannounadimoradegnadiquestonome, altri no.

Seprogettareun domani è già dif­ficile periprimi, proviamo a immaginare cosadev’essereperi secondi. Sale eLilli(questii soprannomi deidue giovani) sonomortiperripararsi dal freddo,uccisidallaprecarietàdellaloronon-casa. Sia chiaro: a dif­ferenzadialtri paesiabbiamo istitu­zioni che offrono gratuitamente sa­nità eistruzione. Sarebbe bene,pe­rò,difendere epotenziarequesti ser­vizipubblici, segnodiunaprofondaconsapevolezza, nella speranzadi riuscireungiorno a cancellare lafrattura civile che separa abitanti e senza tetto.



*Dal Corriere della Sera, 3 dicembre 2006.

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85 anni DEL "Katholisches Auslandssekretariat" (KAS)*

 

S. Ecc. Dr. Josef Voß, Presidente della Commissione Migrazione della Conferenza Episcopale Tedesca, confronta nell'introduzione il lavoro del KAS in questi 85 anni, con citazioni della Bibbia, dove si parla dello straniero e delle sue necessità per poter conservare la fede in un paese straniero. Questo è stato l'impegno del KAS in questi 85 anni.

Nel suo messaggio di saluti, Sua Eccellenza Trelle descrive il lavoro del KAS, partendo dal 1921, quando al KAS viene dato il compito di coordinare meglio le diverse Associazioni e Istituzioni cattoliche per rispondere in modo più efficace ai bisogni del grande numero di persone che lasciavano il territorio di lingua tedesca per cercare altrove condizioni di vita migliori.

A questo compito si è aggiunta poi l'assistenza alle persone che solo per un periodo di tempo si recavano all'estero, sia per ragioni di lavoro o anche per passare una vacanza.

Negli anni 70 nasceva, grazie all'iniziativa di Padre Guntermann OP, recentemente scomparso, il grande settore della sicurezza nel traffico. Venne rafforzata la pastorale nei centri internazionali di cura, la pastorale ai pellegrini e l'assistenza pastorale sulle navi da crociera.

I sacerdoti e i loro collaboratori/trici hanno un grande compito da svolgere nelle 160 comunità parrocchiali all'estero.

Il Presidente del KAS, Prelato Dr. Prassel, esprime un saluto e un ringraziamento a tutti i sostenitori e amici del KAS, anche a nome dei collaboratori e collaboratrici.

Un estratto del libro del Prof. Dr. Erwin Gatz, "Geschichte des kirchlichen Lebens - Storia della vita della Chiesa", dà un breve cenno storico.

Il Rev. Padre Roman Bleistein SJ (†), è stato un collaboratore stretto del Padre Guntermann e del KAS; qui viene pubblicato un suo articolo del l987, "La storia di un engagement mondiale". All'inizio parla della presenza di persone di lingua tedesca all'estero. Questa presenza è documentata in Italia già al tempo di Carlo Magno (Scuola francorum - che esiste oggi come Arciconfraternita del Campo Santo Teutonico in Vaticano). Sono le Confraternite che svolgono il compito di assistenza ai loro compaesani. Nel 13° e 14° secolo vengono molti artigiani a Roma e nasce la prima assistenza pastorale nell'Anima (Santa Maria dell'Anima - chiesa nazionale tedesca). Uno sviluppo simile si può notare anche in altre città europee, e dal 1800 incomincia il grande movimento migratorio verso l'America (del Nord e del Sud).

Già nel l918 esisteva il 'Reichsverband für das katholische Deutschtum im Ausland' (= l'associazione imperiale per la caratteristica tedesca all'estero) = RKA. In un primo momento questa organizzazione era domiciliata presso il Raphaels-Verband e nel 1951 nasce il KAS e come base e fondamento si può indicare la Costituzione Apostolica "Exsul familia" (1952). È una conferma di questo lavoro e impegno per i migranti e rifugiati. Dopo la guerra vengono create molte comunità tedesche all'estero, che tutt'oggi esistono. Con l'anno 1960 ha inizio il movimento turistico verso le spiagge dei paesi europei e verso i paesi esotici, e il KAS percepisce un altro settore pastorale, la pastorale ai turisti. Il Motu proprio "Pastoralis migratorum cura” (1969) e il motu proprio “Apostolicae Caritatis” sull'istituzione della Pont. Commissione Migrazione e Turismo danno un regolamento ecclesiale-giuridico all'assistenza pastorale.

Nella Rivista segue un breve profilo dei 5 Direttori dell'Auslandssekretariat:

Prelato Albert Büttner (1937-1967), Prelato Bruno Wittenauer (1967-1979), Padre Paul Guntermann OP (1979-1993), Mons. Norbert Blome (1994-2001) e l'attuale Presidente, il Prelato Dr. Peter Prassel (dal marzo 2002)

Ci sono poi le foto dei primi tempi, le statistiche, i rapporti dalle comunità parrocchiali, dai santuari, dai posti turistici, dalle crociere e dal lavoro per la sicurezza sulle strade.

Il KAS coltiva una stretta collaborazione con il Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, con le sedi diplomatiche all'estero e con i giovani diplomati in Germania, con la Chiesa evangelica e con i vescovi e la Chiesa locale all'estero.

Molte comunità all'estero appoggiano progetti di aiuto per persone anziane, prigionieri ed altre iniziative, in diverse città, in America-Latina, Russia, Asia ecc.

La Rivista "Miteinander" esce in forma di Quaderno, quattro volte all'anno, per informare reciprocamente le comunità tedesche in tutto il mondo sul proprio lavoro, sulle difficoltà e sui successi. I sacerdoti e i collaboratori pastorali si incontrano a intervalli regolari a livello nazionale e internazionale. (M.T.K.)



*Nell'Edizione Speciale della Rivista Miteinander, un resoconto degli 85 anni del KAS (1921-2006)

 

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PREMESSA A Infinito  Cammino*

(Raccolta di Poesie)

 

Silvano GALLON

 

Ho trascorso sei lustri accanto a persone che nello stringermi la mano, marcavano, con le loro dita robu­ste e callose, una dolorosa cicatrice nel cuore; oggi restano tanti quadri di quei lunghi anni, che adorna­no “il mio giardino”.

Il destino mi ha portato a lavorare, conoscere, in­contrare ed amare, quasi sempre all’estero; una vita caratterizzata da partenze ed arrivi ed ogni distacco da una terra, che sempre mi aveva accolto con bontà, è stato una sofferenza. Quegli amici oggi vivono con me, anche se sono sparsi nei sentieri del cielo e della terra.

L’eredità di un maestro, il console Enrico Terrraci­ni – “Chi sa dove sono quei ragazzi tra cui mi recavo sovente alla ricerca di un contatto umano più profon­do, o, forse, credendo di abbandonare una goccia di bene tra gli ammalati, gli uomini, e tutti coloro che desideravano la mia presenza” (Amici delle Valli,1963) - mi ha aiutato a sensibilizzare ogni manifesta­zione della mia attività verso i forti sentimenti che esprimeva l’emigrazione ed il migrante. Alle sue incancellabili testimonianze di fede, io, umile discepo­lo, posso aggiungere che l’abbraccio di un emigrante, rappresenta quella coscienza dignitosa che affratella gli uomini.

Il lavoro mi ha fatto conoscere giovani mortificati in una babelica confusione di linguaggi ed affetti sen­za più un sentimento nazionale; figli dell’emigrazio­ne, che partivano e ripartivano senza più il desiderio o il sogno del ritorno in quella patria, già dei genitori ma non più la loro.

Giovani che non si rivolgevano più per un sussidio - prerogativa di qualche vecchio o di un nuovo emi­grante! - che non cercavano conforto nelle istituzio­ni, ma che accennavano una sicurezza ed una felicità apparenti e celanti, purtroppo, solamente angoscia ed incertezze.

Ho abbracciato anziani, decorosi nel vestito, since­ri nella verità, che mi rendevano felice con le loro me­morie, che ricordavano i vecchi consoli: i consoli delle miniere, i consoli dei cantieri, i consoli dei sanatori, i consoli che lasciavano la porta di casa aperta.

Vecchi emigrati che hanno sempre creduto nella famiglia e nella patria, sia pur con una nuova compa­gna - segregazione obbligata dall'isolamento eremiti­co e dall'inflazione micidiale che riduceva il misero risparmio mensile inferiore al costo di un francobollo! - sia pur abbandonati dalle istituzioni: quanti anni per un banale diritto di voto!

Come dimenticare, assieme a quei tanti connazio­nali conosciuti, il cui abbraccio era caldo e generoso, i tanti aspiranti emigranti che, vestiti nei loro miglio­ri abiti occidentali - figli di una religione diversa, non raramente neo negativo per ogni decisione finale - consci della durezza di una vita nelle baracche e sen­za affetti, chiedevano, con gli occhi segnati dalla pau­ra, con il viso rigato dalla sofferenza e con le mani tremanti al fato, quel visto della speranza.

Ma, questa vita mi ha anche mostrato bimbi che, di fronte ad un Occidentale, ostentavano la forza dell’or­goglio della vita, sia giocando, sia elemosinando, sia sa­lutando: un sorriso diverso dalla loro tristezza, occhi della Gioia alla Vita, ingenua e pura risposta contro le guerre e le morti decretate da freddi calcoli di inte­resse; come può la civiltà leggere il tutto egoistica­mente a livello di passioni e nefandezze dell’adulto?

Torno, di tanto in tanto, a Skopje o a Coira, più raramente negli altri Paesi; presento un libro o una poesia, un amico o una storia; tra tanti professori e studenti, tra amici e colleghi, confuso nella famiglia degli erranti e dei credenti, ricordo e rivedo coloro che hanno insegnato, con le parole e con il comportamento, ai tanti giovani e ad un amico.

Il rientro in Ciociaria, dopo trent'anni, mi ha ri­portato alla mente l'errare di mio nonno, da Vittorio Veneto a Frosinone, e gli incontri degli anni Cinquan­ta, quando accompagnavo mia madre a conoscere “gli americani”, emigrati degli anni Trenta o qualche for­tunato del ‘49, che, ad età tarda e con tanta stanchez­za nelle membra, rientravano e regalavano ai giovani un biglietto-portafortuna da un dollaro.

Infine ho trascorso, prima di prendere la decisio­ne delle dimissioni, pochi ultimi mesi nei marmi della Farnesina, dove ho rincontrato tanti disperati, già de­lusi dagli uffici consolari, con quelle loro consunte carte, per lungo tempo passate freddamente di mano in mano con sentenze superficiali.

La campagna, oggi, mi offre le migliori possibilità di riflessione: conversazioni con il silenzio, lasciando­mi andare al vento ed alla pioggia; gustare il sorgere del sole masticando saliva dolce e offrendo gli occhi di un bambino al cielo. La campagna è ancora una sincera verità della vita!

Sotto il fruscio delle foglie che cadono, sorridente ai giochi degli scoiattoli e degli uccelli, ospito i miei amici, italiani e macedoni, svizzeri ed argentini, africani ed albanesi, dall'oriente e dall'occidente, musul­mani ed ebrei, ortodossi e cattolici, silenziosamente immersi in sentimenti di fratellanza, pur respirando sempre quel terrore vissuto in alcune delle loro terre, ancora troppo piene di sangue, da noi tanto amate!

E, per me, è dolce camminare, insieme a loro, i sentieri di questo infinito cammino!                                                                       



*Silvano Gallon,Infinito Cammino, Fara Editore, Santarcangelo di Romagna (RN), p. 61.

 

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