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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 105, December 2007

 

 

I° INCONTRO MONDIale dei consacrati zingari

 Omelia*

(Letture: Esdra 1,1-6, Sal. 125, Luca 8,16-18) 

 

Cardinale Renato Raffaele MARTINO

 Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale

per i Migranti e gli Itineranti

  

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

Sono lieto di poter essere oggi con voi per affidare a Dio Padre – in questa Concelebrazione Eucaristica – ognuno di voi, i vostri problemi e difficoltà, le vostre gioie e soddisfazioni e, insieme con voi, pregare per i vostri fratelli di etnia, le vostre comunità parrocchiali e religiose, tutti coloro che sono affidati alle vostre cure e a cui è rivolta la vostra attenzione pastorale e spirituale.

La Liturgia della Parola ci propone oggi il tema della luce che ben 248 volte appare sulle pagine della Bibbia. Nell’Antico Testamento, il simbolismo della luce è utilizzato per descrivere la stessa essenza di Dio: la sapienza, l’effusione della gloria di Dio (cfr Sap 7,27.29 s.), mentre nel Nuovo la piena manifestazione della luce di Dio avviene in Cristo, Luce del mondo. Infatti, nella vita di ognuno di noi e nel buio che oggi vediamo nel mondo, Cristo si impone come luce e fonte di pace anche interiore.

Nella parabola della lampada accesa, San Luca ci ricorda che siamo chiamati ad essere trasparenza luminosa di Cristo nei diversi ambienti in cui operiamo, condividendo con altri l’esistenza, i desideri, le fatiche, le paure e le speranze. È un invito ad essere sempre radicati in Cristo, per predicare il Vangelo “en exousia” con passione, entusiasmo e perseveranza. Un giorno, infatti, Gesù ha chiamato per nome ognuno di noi, dicendo: "Tu, seguimi" (Gv 21,22). Si, seguimi fiduciosamente perché "Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv, 8,12).

Chi segue Me avrà la luce della vita… Ma come afferma San Giovanni nel Prologo al suo Vangelo “la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce(Gv 3,19). E ancora oggi sperimentiamo come il potere delle tenebre tenta di oscurare lo splendore della luce divina. Il dramma delle tenebre si manifesta in vari modi: nel rifiuto di Dio, nel relativismo religioso, attraverso la “cultura di morte”, e poi nelle guerre e nel terrorismo, negli aspetti negativi della globalizzazione, nello sradicamento culturale e nella perdita d'identità, ecc. Riferendoci, poi, al nostro quotidiano, è tenebra ogni qualvolta il rispetto soccombe all’odio, l’emarginazione e il disinteresse prevalgono sull’accoglienza e sull’impegno, ogni volta che il bene cede al male. Anche quando assistiamo ad atti di violenza e di ingiustizia contro i nostri fratelli Zingari – e viceversa – sulle comunità cala l’ombra del peccato.

Potrebbe essere diversamente se tutti vivessimo secondo il Vangelo. La luce di Dio non s'impone per annientare le tenebre, ma per rischiararle e indicare la strada perché uno possa abbandonare l'oscurità e muovere i propri passi verso Dio. Ovviamente, uscire dalle tenebre non è facile, poiché si richiede un cambiamento radicale di pensiero e di atteggiamenti, e ciò esige un’affermazione dei principi e dei valori cristiani. Questo impone uno schierarsi per la verità, la giustizia e la solidarietà. Ne consegue che bisogna mettersi dalla parte dei poveri, degli oppressi, degli emarginati, dei più deboli. “Un prete vero deve essere «sempre “in cattiva compagnia”, ossia in compagnia di barboni, sfrattati, disoccupati, disperati, perseguitati, balordi, carcerati, povericristi. Sempre compromesso con la miseria e i guai altrui»[1]1. Così, il volgere lo sguardo alla luce non è mai dolore vano, è anzi atteggiamento che riempie di forza e dà nuova carica d’amore e di verità. È un ricorrere alla “sorgente della vita”, è uno scorgere la propria luce attraverso la luce di Dio (cfr. Sal 35,10).

L’Apostolo Paolo ci incoraggia: “Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”, e spiega anche quali sono queste armi: la verità, la giustizia, la fede e la forza dello Spirito, la Parola di Dio (cfr. Ef 6,11-18). Il primo comparire della luce nelle tenebre è il rispetto di ogni persona, della sua dignità, delle sue convinzioni. Vivere nella luce è uscire dall’egoismo per entrare in una fraternità che non conosce frontiere; è instaurare una maggiore giustizia sociale; è incoraggiare solidarietà e carità, è promuovere e difendere la libertà. Abbiamo così le colonne della pace, secondo la visione originaria di Papa Giovanni, nella Pacem in terris, e poi di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e ora di Benedetto XVI.

Nella luce c’è la verità e la vita (il senso della vita), che senza la luce restano nascoste: Chi segue me – dice Gesù – non cammina nelle tenebre ma ha la luce della vita” (Gv 8,12). Quindi la luce ci fa vivere e ci indica la strada. Tutti viviamo in «terra straniera» come una volta lo fu il popolo ebraico e di esso ci parla l’Autore della prima Lettura. Esdra era uno degli incaricati a guidare un gruppo di esiliati nel viaggio di ritorno per ristabilirsi nella terra promessa. I primi rimpatriati, giunti in Palestina, si trovarono in una situazione assai difficile: dovevano ricostruire le città, dissodare la terra, rifarsi una nuova vita. E tutto ciò tra l’ostilità di popolazioni, che durante la loro assenza si erano insediate nella regione. Le difficoltà che dovette affrontare il popolo di Dio apparivano insormontabili, ma giorno dopo giorno, con l'aiuto di Dio, riuscì a superarle, fino al punto di poter dire con il Salmista: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia” e “Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Salmo responsoriale).

Se anche noi riusciremo a porre la nostra speranza in Dio, una buona misura … ci sarà versata nel grembo (cfr. Lc 6,38). Nessuno di noi sa quali difficoltà può riservarci il domani, ma la meditazione sul libro di Esdra e sul Vangelo di oggi può infonderci nuova fiducia. La luce di Dio ci illumina e ci accompagna anche nella notte più oscura. Ricordate a questo proposito quanto scriveva Madre Teresa nelle sue lettere sulla notte oscura.

Chiediamo al Signore la grazia di saper ascoltare e comprendere bene la parola di Dio, per far risplendere sempre la nostra luce davanti agli uomini (cfr. Mt 5,16), perché onorino il Padre nostro che sta nei cieli.


 

* In occasione del Primo Incontro Mondiale dei Sacerdoti, Diaconi, Religiosi e Religiose Zingari (Roma, 24 Settembre 2007).

[1] Don A. Pronzato – “Stelle sul Cammino”

 

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