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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People
on the Move
N°
103, April 2007
Fondamenti biblici degli
Orientamenti per una
pastorale degli Zingari
Cardinale
Albert Vanhoye,
S.I.
Pontificio
Istituto Biblico
Italia
Gli Orientamenti per una pastorale degli Zingari affermano
esplicitamente che "la strada dell'evangelizzazione" degli Zingari "non
può... che partire dalla riflessione biblica, alla luce della quale
trova una sua cristiana intelligenza anche il loro mondo" (Or. Zing.
n. 21). Gli Orientamenti precisano poi che "occorre perciò, a
questo punto, fare una lettura attenta della Sacra Scrittura, affinché
ci conduca anche ad un retto inserimento della pastorale degli Zingari
nel contesto della missione della Chiesa (Or. Zing. n. 21).
Questa precisazione fa intendere da una parte che l'evangelizzazione
degli Zingari entra nella missione universale della Chiesa e, d'altra
parte, che questa evangelizzazione va fatta in un modo specifico. Questi
saranno i due punti esposti in questa breve relazione.
I
La Chiesa ha il dovere di estendere la sua sollecitudine
all'evangelizzazione degli Zingari, perché essa ha ricevuto dal suo
fondatore e Signore una missione che abbraccia tutte le popolazioni. Il
Nuovo Testamento è molto chiaro ed insistente in proposito e questa è
una grande novità nei confronti dell'Antico Testamento. Mi pare
opportuno precisare qui e mettere in rilievo questa novità, perché è
fondamentale per l'atteggiamento della Chiesa verso gli Zingari e ne
dobbiamo quindi avere una chiara coscienza.
L'Antico Testamento esprime in parecchi testi prospettive universali,
che preparano il Nuovo Testamento, ma non accenna mai a una missione
apostolica universale.
Nella vocazione di Abramo constatiamo subito che il suo
particolarismo non esclude, ma al contrario include una prospettiva
universale. Il Signore, infatti, dopo aver promesso ad Abramo di fare di
lui un grande popolo, di benedirlo e di rendere grande il suo nome,
aggiunge: "diventerai una benedizione, [...] in te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra" (Gn 12,2-3). Non è possibile
esprimere una prospettiva più universale. Il patriarca, però, non viene
inviato a "tutte le famiglie della terra". Non gli viene affidata
una missione propriamente detta. Dopo il generoso sacrificio di Abramo,
la promessa divina viene confermata e precisata: sarà la discendenza di
Abramo a portare la benedizione a "tutte le nazioni della terra" (Gn
22,18), ma di nuovo non si accenna a una missione. Stessa constatazione
quando la promessa viene trasmessa ad Isacco (Gn 26,4) e poi a
Giacobbe (Gn 28,14). Non si parla mai di missione, né di
sollecitudine per "tutte le famiglie della terra".
In seguito, il particolarismo d'Israele si è affermato vigorosamente,
sino al punto di escludere talvolta l'universalismo. Israele aveva viva
coscienza di essere la segulla, "la proprietà personale" di Dio (Es
19,5), "il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla
terra" (Dt 7,6; 14,2), "un popolo particolare" (Dt 26,18).
Il salmo 147 dichiara che Dio "annunzia a Giacobbe la sua parola, le sue
leggi e i suoi decreti a Israele" e che "così non ha fatto con nessun
altro popolo, non ha manifestato ad altri i suoi precetti" (Sal
147,19-20). Il libro di Baruc riprende questa prospettiva, dicendo:
"Beati noi, o Israele, perché ciò che piace a Dio ci è stato rivelato",
e lungi dall'accennare a una missione universale, precisa: "Non dare ad
altri la tua gloria, né i tuoi privilegi a gente straniera" (Bar
4,3-4).
I grandi profeti sono più aperti all'universalismo. La loro visione,
pero, non è quella di una missione che andrebbe nei paesi stranieri per
annunciarvi la parola di Dio, ma è, al contrario, quella di una venuta
delle genti al tempio di Gerusalemme per ricevere la Legge. Un celebre
oracolo d'Isaia, che si ritrova anche in una profezia di Michea, esprime
chiaramente questo modo di vedere: "Alla fine dei giorni, il monte del
tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei
colli; ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli
e diranno: Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di
Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi
sentieri" (Is 2,2-3; Mi 4,1-2). Tra parentesi, è
sorprendente che Michea aggiunga alla fine di questo oracolo
universalista una espressione di particolarismo, dicendo: "Tutti gli
altri popoli camminino pure ognuno nel nome del suo dio, noi cammineremo
nel nome del Signore Dio nostro, in eterno, sempre" (Mi 4,5).
Questa aggiunta manifesta bene quanto lontano si era allora da una
prospettiva di missione.
La visione di Isaia si ritrova in un oracolo del profeta Zaccaria, il
quale annunzia che "popoli numerosi e nazioni potenti verranno a
Gerusalemme a consultare il Signore degli eserciti e a supplicare il
Signore" (Zc 8,22). Si può osservare però che l'orientamento di
questi oracoli non è tanto il bene delle nazioni pagane, quanto la
glorificazione di Gerusalemme. La cosa è ancora più evidente negli
oracoli che predicono gli omaggi che saranno resi dalle nazioni pagane
alla città santa e le ricchezze che le saranno offerte dai re dei
popoli. Dopo aver detto a Gerusalemme: "Cammineranno i popoli alla tua
luce", un altro oracolo di Isaia aggiunge: "le ricchezze del mare si
riverseranno su di te, verranno a te i beni dei popoli" (Is
60,5); "tu succhierai il latte dei popoli, succhierai le ricchezze dei
re" (Is 60,16). Similmente, il cantico di Tobi rivolge a
Gerusalemme queste parole: "come luce splendida brillerai sino ai
confini della terra; nazioni numerose verranno a te da lontano; gli
abitanti di tutti i confini della terra verranno verso la dimora del
santo nome, portando in mano i doni per il re del cielo" (Tb
13,13). In un oracolo del profeta Aggeo Dio stesso annunzia: "Scuoterò
tutte le nazioni e affluiranno le ricchezze di tutte le genti e io
riempirò questa casa della mia gloria" (Ag 2,8). È chiaro che se
ci fossero soltanto testi del genere, la Chiesa non sarebbe spinta a
preoccuparsi degli Zingari, tanto meno che le loro ricchezze non
sogliono essere sovrabbondanti.
Ma il Nuovo Testamento, come ho gia detto, ha introdotto un radicale
cambiamento di prospettiva e ha messo in moto un nuovo dinamismo. Più
esattamente, Cristo ha introdotto una grande novità, che ha conseguenze
anche per gli Zingari. La novità si manifesta già nella vita pubblica di
Gesù e prende poi tutta la sua estensione per mezzo del suo mistero
pasquale.
Vediamo nei vangeli che Gesù ha svolto il suo ministero in un modo
molto diverso da quello di Giovanni Battista, un modo cioè
caratterizzato da continui spostamenti. Giovanni Battista non andava da
un luogo ad un altro per chiamare la gente alla conversione, ma rimaneva
nel deserto o in riva al Giordano e la gente "accorreva a lui, dice il
Vangelo, da Gerusalemme e da tutta la Giudea" per farsi battezzare,
confessando i peccati (Mt 3,5-6; Mc 1,4-5). Gesù, invece,
andava ad incontrare la gente, "percorreva tutte le città e i villaggi,
insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del Regno e
curando ogni malattia e infermità" (Mt 9,35). Una volta lo
volevano trattenere in un luogo, rifiutò dicendo: "Andiamocene altrove
per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti
sono venuto" e andò in tutta la Galilea (Mc 1,38-39). Inoltre,
questo dinamismo di missione, Gesù lo comunicò ai suoi discepoli. Prese
l'iniziativa, mai vista prima nella Bibbia, d'inviare i Dodici a
predicare che il regno dei cieli è vicino e a curare ogni sorta di
malattie e d'infermità (cf. Mt 10,7-8).
"I dodici discepoli" (Mt 10,1) sono così diventati "i dodici
apostoli" (Mt 10,2; cf. Mc 6,30), cioè "i dodici inviati",
giacché il titolo "apostolos" è un derivato del verbo
apostellein, che significa "inviare".
Prima della Pasqua di Gesù, la missione degli apostoli non era
universale, ma si limitava, dice san Matteo, "alle pecore perdute della
casa d'Israele" (Mt 10,6), come la missione di Gesù stesso, che
dichiara alla Cananea: "Non sono stato inviato che alle pecore perdute
della casa d'Israele" (Mt 15,24). Ma dopo la Passione e la
Risurrezione, la missione è diventata universale. Nel Vangelo secondo
Matteo, Gesù risorto invia "gli undici apostoli" ad ammaestrare "tutte
le nazioni" (Mt 28,19); nel Vangelo secondo Marco, l'espressione
è ancora più universale: "Andate in tutto il mondo e predicate il
Vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15). Nel vangelo secondo Luca,
Gesù parla della proclamazione, "nel suo nome, a tutte le nazioni, della
conversione e del perdono dei peccati" (Lc 24,47). Negli Atti
degli Apostoli, Gesù precisa: "mi sarete testimoni a Gerusalemme, in
tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra" (At
1,8). Nel Quarto Vangelo, Gesù risorto dice ai discepoli: "Come il Padre
ha mandato me, anch'io mando voi" (Gv 20,21), non precisa allora
l'estensione della loro missione, ma un brano precedente del Vangelo
dimostra che dopo la morte e la risurrezione, questa estensione è
universale, perché, in una occasione in cui "alcuni Greci" avevano
manifestato il desiderio di "vedere Gesù", Gesù non aveva accolto la
loro richiesta, ma aveva annunziato: "Io, quando sarò elevato da terra,
attirerò tutti a me" (Gv 12,32; cf. 12,20-24), il che
significava che, dopo l'innalzamento di Gesù sulla croce, la missione si
doveva estendere a tutti gli uomini.
Conosciamo bene tutti questi testi, vi siamo abituati; forse non
percepiamo più abbastanza il loro aspetto di novità stupenda e di
intenso dinamismo, e quindi non accogliamo pienamente questo dinamismo.
Gli Orientamenti per una pastorale degli Zingari si sforzano di
comunicare questo dinamismo e di applicarlo al caso degli Zingari.
La Lettera agli Efesini ci ricorda che, prima della Pasqua di Cristo,
una forte discriminazione separava dal popolo eletto le nazioni pagane,
che erano escluse dalla cittadinanza d'Israele, estranee ai patti della
promessa, prive di speranza (cf. Ef 2,12). Questa situazione
provocava inevitabilmente inimicizia reciproca. Cristo, però, "per mezzo
della croce" ha distrutto l'inimicizia (Ef 2,16), ha abbattuto il
muro di separazione e ha riconciliato tutti e due con Dio e l'uno con
l'altro (Ef 2,14.16), facendo dei due un popolo solo, un solo
corpo. Gli Orientamenti citano questo brano della Lettera agli
Efesini e dichiarano, a ragione, che "con Cristo [...] scompare ogni
tipo di discriminazione" (Or. Zing. n. 29). Effettivamente, se
viene abolita la discriminazione più fondamentale, quella che separava
Ebrei e pagani, a maggior ragione devono scomparire le altre sorte di
discriminazione. Ne era ben consapevole l'apostolo Paolo, il quale
proclamava che in Cristo Gesù, "non c'e giudeo né greco; non c'e schiavo
né libero; non c'e maschio e femmina" (Gal 3,28), "non c'e
barbaro o Sciita" (Col 3,11). Paolo quindi riteneva di essere "in
debito verso i Greci e verso i barbari, verso i dotti e verso gli
ignoranti" (Rm 1,14); egli scriveva ai Corinzi: "pur essendo
libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti ... mi sono fatto Giudeo
con i Giudei ... soggetto della Legge con i soggetti della Legge ...
senza legge con i senza legge ... mi sono fatto debole con i deboli ...
mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo alcuni" (1
Cor 9,19-22).
Gli Orientamenti per una pastorale degli Zingari hanno quindi
pienamente ragione quando affermano che "tale pastorale è richiamata e
richiesta come esigenza interna della cattolicità della Chiesa e della
sua missione" (Or. Zing. n. 29). Si tratta, dicono ancora gli
Orientamenti, di "una realtà pastorale indubbiamente inserita nello
slancio missionario della Chiesa, alla quale essa, spronata dallo
Spirito di Dio, intende imprimere una svolta decisiva, impegnandosi a
sostenerla, incoraggiarla, e a dedicarle le risorse materiali, umane e
spirituali che sono necessarie" (Or. Zing. n. 2).
II
Saldamente "inserita nello slancio missionario della Chiesa", la
pastorale degli Zingari non si può pertanto confondere con la missione
in genere, ma deve presentare aspetti specifici, perché l'esistenza
degli Zingari presenta precisamente aspetti specifici, che costituiscono
una sfida per la pastorale.
Questi aspetti specifici hanno il loro lato negativo, che rende più
difficile la pastorale, ma anche il loro lato positivo, che la può
rendere più feconda. Lato negativo: perché gli Zingari costituiscono una
‘popolazione in movimento’, non è facile raggiungerli e creare con essi
relazioni stabili. Questo rende difficoltosa la loro evangelizzazione e,
quando sono stati evangelizzati, la catechesi ai loro bambini e l'aiuto
spirituale nelle varie circostanze della vita. D'altra parte, la
differenza di mentalità complica anche lo stabilirsi di rapporti. Gli
Zingari hanno una visione del mondo radicata "nella civiltà nomade, che
in una situazione di sedentarietà si ha difficoltà a comprendere in
profondità" (Or. Zing. n. 7). Ne risulta che la pastorale degli
Zingari si deve ispirare all'atteggiamento, appena ricordato, di San
Paolo. L'apostolo si adattava alla gente che evangelizzava, e si faceva
"Giudeo con i Giudei", "senza legge con i senza legge" (1 Cor
9,20-22).
Senza citare questo testo della Prima ai Corinzi, gli Orientamenti
parlano esattamente in questo senso, quando dicono: "La specificità
della cultura zingara è tale da non rendere a loro consona
un'evangelizzazione semplicemente ‘dall'esterno’, facilmente giudicata
come un'invadenza. Sulla scia della vera cattolicità, la Chiesa deve
diventare, in un certo senso, essa stessa zingara fra gli Zingari,
affinché essi possano partecipare pienamente alla vita della Chiesa
[...] per cui risulta importante per gli Operatori pastorali specifici
immergersi nella loro forma di vita e condividerne la condizione, almeno
per un certo tempo." (Or. Zing. n. 38). Questo orientamento ha
quindi un fondamento biblico quanto mai saldo.
Il lato positivo che l'esistenza degli Zingari presenta per la loro
evangelizzazione e per la loro vita cristiana viene espresso a
perfezione dagli Orientamenti nel loro Capitolo secondo, nei
paragrafi sull' "Alleanza di Dio e itineranza degli uomini" e su "Vita
itinerante e prospettiva cristiana" (Or. Zing. nn. 22-28).
È verissimo infatti che "la figura del pastore e della sua prevalente
vita itinerante trova un posto privilegiato nella rivelazione biblica" (Or.
Zing. n. 22). È significativo, in particolare, che la storia della
salvezza abbia cominciato con un ordine, dato da Dio ad Abramo, di
condurre un'esistenza itinerante. Il padre di Abramo, Terach, si era
sedentarizzato, stabilendosi nella città di Carran (Gn 11,31) a
nordovest della Mesopotamia. Abramo, invece, ricevette l'ordine di
rimettersi in moto. "Il Signore disse ad Abram: Vattene dal tuo paese,
dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti
indicherò" (Gn 12,1; Or. Zing. n. 22). Ordine di distacco
completo, come condizione dell'adempimento di promesse meravigliose. Non
si tratta, tuttavia, di una vita itinerante priva di qualsiasi
determinazione. Infatti, il Signore annunzia subito che indicherà un
certo paese come meta dell'itinerario.
Il seguito del racconto rivela che questo paese è la terra di Canaan.
Questo fatto costituisce una differenza con la vita nomade degli
Zingari, i quali non sono sottomessi a nessuna determinazione del
genere. La differenza, però, è di poca entità, perché Abramo non si
sedentarizzò, ma condusse sino alla fine una esistenza itinerante. Lo
vediamo "partire, come gli aveva ordinato il Signore" (Gn 12,4) e
incamminarsi verso il paese di Canaan (12,5), attraversare il paese fino
alla località di Sichem (12,6), di là passare sulle montagne a oriente
di Betel e piantare lì la tenda (12,8), poi levare la tenda per
accamparsi nel Negheb (12,9). Sopraggiunge una carestia, allora Abramo
scende in Egitto (12,10). Una serie di circostanze fa sì che venga
espulso dall'Egitto (12,18-20). Non di rado gli Zingari, sotto un
pretesto o un altro, vengono espulsi dal luogo in cui si sono fermati.
Espulso, Abramo si ritrova nel Negheb (13,1), ma non vi rimane: "di
accampamento in accampamento egli dal Negheb si portò fino a Betel, fino
al luogo dove la sua tenda era stata già prima" (13,3). "Poi Abram si
spostò con le sue tende e andò a stabilirsi alle querce di Mamre, che
sono ad Ebron" (13,18). Più tardi, veniamo a sapere che "Abramo piantò
un tamerice in Bersabea" (21,33) nel Negheb e infine che "fu forestiero
nel paese dei Filistei per molto tempo" (21,34).
Da questa abbondanza di informazioni risulta che nella figura di
Abramo gli Zingari possono riconoscere se stessi e quindi accogliere due
lezioni fondamentali per la loro vita e la loro dignità. La prima
lezione è che Dio non disprezza per niente l'esistenza nomade. Spesso
gli uomini sedentari la disprezzano, Dio invece no. È stato lui infatti
ad aver fatto di Abramo un nomade e con questo nomade Dio ha stabilito
una relazione quanto mai privilegiata, al punto di accettare di essere
chiamato ormai "il Dio di Abramo". Dio ha concluso con Abramo una
alleanza. Questo evento è tanto importante da essere riferito due volte
nel Libro della Genesi, dove ne troviamo un racconto jahvista e un
racconto sacerdotale. Il racconto jahvista si trova nel capitolo 15
della Genesi, il racconto sacerdotale nel cap. 17. Nel racconto jahvista,
Dio s'impegna verso Abramo in un modo particolarmente forte, perché si
sottomette a un antico rito imprecatorio, che consisteva nello spaccare
in due alcuni animali immolati e nel passare tra le loro carni
sanguinanti, per significare che un'eventuale violazione dell'impegno
preso avrebbe avuto come conseguenza una sorte simile. Sotto il simbolo
di "un forno fumante e una fiaccola ardente", Dio passò "in mezzo agli
animali divisi" (15,17). Il racconto sacerdotale, invece, insiste
maggiormente sulla relazione personale stabilita tra Dio e Abramo. Dio
dichiara: "Porrò la mia alleanza tra me e te" (17,2), poi dice: "Eccomi:
la mia alleanza è con te" (17,4) e ribadisce: "Stabilirò la mia alleanza
con te e con la tua discendenza dopo di te, di generazione in
generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua
discendenza dopo di te" (17,7). D'altra parte, come segno dell'adesione
personale dell'alleanza divina, Dio impone l'obbligo della circoncisione
(17,9-14).
Ad Abramo nomade, Dio fa promesse generosissime, la promessa di una
discendenza innumerevole (15,5; 17,2-6; 22,17) e quella di essere una
benedizione per "tutte le famiglie della terra" (12,3), per "tutte le
nazioni della terra" (18,18; 22,18). In tutta la misura in cui gli
Zingari s'immedesimano con Abramo, la sua storia li può fare esultare di-
gioia e dar loro la conferma della loro grande dignità.
D'altra parte, la storia di Abramo insegna loro un'altra lezione,
cioè che il loro genere di vita dà la possibilità di una vita spirituale
profonda sull'esempio di Abramo, il quale è un modello di docilità verso
Dio e di grande fede. La sua docilità si manifesta sin dall'inizio e si
conferma sino alla fine. Infatti, la prima cosa che viene detta di
Abramo dopo le parole rivoltegli da Dio è che "allora Abramo partì, come
gli aveva ordinato il Signore" (12,4). La sua docilità poi non si smentì
mai; essa raggiunse il colmo, quando Dio lo "mise alla prova",
chiedendogli di prendere il suo figlio, il suo unico figlio che amava, e
di offrirlo in olocausto (22,1-2). Abramo allora "si alzò di buon
mattino [...] e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva
indicato" (22,3). Fù docile fino allo stendere la mano e prendere il
coltello per immolare suo figlio, ma in quel momento l'angelo del
Signore lo fermò, perché in realtà Dio non voleva questa immolazione,
voleva soltanto che fosse resa manifesta l'assoluta docilità del santo
patriarca.
La docilità di Abramo aveva come fondamento una grande fede. Quando
Dio promise ad Abramo una discendenza altrettanto numerosa quanto le
stelle del cielo, "egli non vacillò nella fede" (Rm 4,19) di
fronte a questa promessa completamente inverosimile, ma "credette al
Signore, che glielo accreditò come giustizia" (Gn 15,6). Come
l'apostolo Paolo ha dimostrato nelle sue Lettere ai Galati e ai Romani,
questo atteggiamento di Abramo è fondamentale per la vita di ogni
cristiano. Gli Zingari, però, si trovano in una situazione più
favorevole di quella di altri cristiani grazie alla somiglianza del loro
genere di vita a quello di Abramo.
L'unione di Abramo con Dio si manifesta d'altronde con il fatto che
egli, nei luoghi in cui piantava la tenda, costruiva un altare al
Signore e invocava il suo nome. Così fece "presso la Quercia di More" (Gn
12,7), poi a Betel (12,8; 13,4) poi alle Querce di Mamre, che sono ad
Ebron (13,18). Questo dimostra una pietà profonda. Abramo viveva alla
presenza di Dio. Gli Zingari sono chiamati ad imitarlo.
Mi è sembrato utile insistere sull'esempio di Abramo, perché è
fondamentale e può essere molto ispiratore per gli Zingari. Questo
esempio individuale viene completato nella Bibbia con l'esempio
collettivo della storia dell'Esodo che ci mostra l'esistenza itinerante
degli Ebrei nel deserto. Gli Zingari non vivono nel deserto; la loro
situazione non è quindi identica. Molti aspetti, però, sono comuni. Gli
Zingari conducono un’esistenza itinerante come una volta gli Ebrei.
L'esistenza degli Ebrei era anzitutto guidata da Dio, il che è un
immenso beneficio. Il Libro dell'Esodo dichiara che "Dio guidò il popolo
per la strada del deserto" (Es 13,18.21), strada difficile, ma
privilegiata. Difficile, perché il deserto non offre per niente le
comodità della vita nelle ricche città; privilegiata perché libera da
tanti ostacoli che intralciano la relazione con Dio. Difficile, perché
l'esistenza itinerante è un tempo di prova e di tentazione, un tempo
anche di purificazione; privilegiata, perché è una situazione in cui si
può sentire meglio la voce di Dio. In un oracolo del profeta Osea che
riguarda la nazione eletta, Dio dichiara: "La attirerò a me, la condurrò
nel deserto e parlerò al suo cuore" (Os 2,16). Il tempo del
camminare nel deserto è stato per Israele come un tempo di fidanzamento
con Dio. Così come per Abramo il distacco dalla vita sedentaria è stato
la condizione previa per ricevere il dono dell'alleanza con Dio, così
anche per il popolo ebreo lo stesso distacco è stato la condizione
previa dell'alleanza del Sinai.
Nel Nuovo Testamento, la Lettera agli Ebrei invita i cristiani a
meditare sulla vita itinerante dei patriarchi, la quale viene presentata
come una splendida manifestazione di fede e di speranza. Questa
prospettiva può essere di grande conforto per gli Zingari e di grande
stimolo. La vita itinerante è una vita di continuo distacco dalle città
e dai possedimenti terreni che può favorire molto le aspirazioni
spirituali. Di Abramo, l'autore della Lettera agli Ebrei, osserva che
"per fede, chiamato" da Dio "egli partì senza sapere dove andava" (He
11,8) e poi che "per fede, soggiornò nella terra promessa come in una
regione straniera, abitando sotto le tende" (He 11,9). Questa
situazione paradossale lo spingeva alla speranza: "Egli, dice l'autore,
aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e
costruttore è Dio" (He 11,10). Di tutti i patriarchi, l'autore
dice similmente che "si dichiaravano ‘stranieri e pellegrini sulla
terra’ e aspiravano a una patria migliore, cioè a quella celeste" (He
11,13-16). Alla fine, parlando globalmente di tutti gli eroi della fede,
l'autore li mostra che andavano "vagando per i deserti, sui monti, tra
le caverne e le spelonche della terra" (He 11,38).
Occorre notare che questa evocazione non è soltanto confortante e
stimolante per gli Zingari, ma è anche una lezione data a tutti i
cristiani, una lezione che li deve portare a correggere la loro
mentalità, se è segnata da un certo disprezzo per la vita zingara e da
uno spontaneo complesso di superiorità. L'autore, infatti, ricorda loro,
alla fine della Lettera, che Gesù "soffrì fuori della porta della città"
e li invita quindi a "uscire verso di lui fuori dell'accampamento [...]
perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di
quella futura" (He 13,12-14). Tutti i cristiani sono così
invitati a una conversione almeno mentale, che li distaccherà dai
vantaggi materiali di una vita sedentaria ben protetta e darà loro una
profonda stima per chi accetta di vivere nell'insicurezza di continui
spostamenti. Ne seguirà un atteggiamento di sincera accoglienza e di
generoso aiuto per gli Zingari.
Ciò che abbiamo detto, nella prima parte di questa relazione, sullo
spirito missionario che caratterizza la vita pubblica di Gesù e che egli
ha comunicato ai suoi apostoli va ugualmente in questo duplice senso,
cioè di grande conforto per gli Zingari e di stimolo per tutti i
cristiani. Nel Nuovo Testamento, missione e vita itinerante sono
strettamente collegate. Pensando alla vita itinerante di Gesù, il quale
non aveva "dove posare il capo" (Mt 8,20), gli Zingari possono
provare un grande conforto nel vedere fino a che punto egli abbia
condiviso la loro sorte e ne abbia dimostrato la connessione con il
disegno di Dio. D'altra parte, tutti i cristiani sono invitati da Gesù a
distaccarsi dalle ricchezze materiali per seguirlo e partecipare alla
missione universale, con un rispetto particolare per la gente
itinerante.
Molte cose potrebbero essere dette in proposito, altri punti
ottimamente espressi o accennati negli Orientamenti meriterebbero
di essere approfonditi, ma i limiti di questa relazione non lo
consentono. Spero che nei suoi limiti, questa modesta relazione abbia
dimostrato a sufficienza quanto saldi ed estesi siano i fondamenti
biblici degli Orientamenti per una Pastorale degli Zingari.
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