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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 103, April 2007

 

 

L’identità del Cappellano nella Pastorale per gli Zingari alla luce degli Orientamenti, con attenzione anche al punto di vista del Diritto delle Chiese orientali Cattoliche

 

 

Rev. Prof. Cyril Vasil, S.I.

Pontificio Istituto Orientale

 

Introduzione

Durante la mia giovinezza trascorsa sotto il regime comunista ed antireligioso della Cecoslovacchia, cioè prima della Primavera di Praga, la letteratura religiosa era molto rara o piuttosto carente. Perciò, nelle famiglie si custodivano gelosamente i libri e le riviste di carattere religioso pubblicate ancora prima dell’avvento del comunismo. Fra queste riviste, custodite dalla nostra famiglia e fra le letture devote della mia nonna, si trovavano alcune degli anni trenta e quaranta della rivista missionaria dei padri verbiti “Le voci dalle missioni”. Le immagini esotiche di paesi lontani, i racconti di missionari, le presentazioni delle genti e delle tribù sconosciute – tutto questo suscitava l’interesse per le missioni e le vocazioni per il lavoro missionario anche in un paese relativamente povero e piccolo come la Slovacchia. Infatti, all’arrivo del comunismo numerosi sacerdoti slovacchi si trovavano a lavorare pastoralmente nelle missioni dell’Africa, dell’Indonesia, del Giappone ecc.

Più tardi, in seminario, studiando la storia della Chiesa, la mia attenzione si fermava sul fenomeno missionario, rappresentato da grandi personaggi come S. Francesco Saverio, Matteo Ricci, S. Pietro Claver e tantissimi altri. Ho ammirato l’enorme impegno organizzativo, spirituale ed anche materiale della Chiesa cattolica nei confronti di quelle  nazioni e tribù che non hanno ancora conosciuto Cristo. Mi sono più volte  chiesto criticamente: “Come fosse possibile che la Chiesa, dopo il crollo dell’impero romano dovuto alle invasioni barbariche sia  riuscita a cristianizzare tutta l’europa?”. Ho pensato al lavoro missionario di San Benedetto da Norcia e dei suoi monaci, e dei SS. Cirillo e Metodio e i loro discepoli ad inculturare il Vangelo fra gli Slavi, creando così una comune identità cristiana all’Europa. Va ricordato lo slancio missionario dei frati francescani e domenicani che sono partiti nelle lontani terre dell’Africa, delle Americhe e dell’ Oceania. Purtroppo, dobbiamo dire a malincuore, la Chiesa  nell’ambito dello stesso vecchio continente non è riuscita a evangelizzare gli Zingari, non è riuscita pienamente ad inculturare il Vangelo ed entrare nel loro modo di vivere e di pensare. Gli Zingari, forse proprio perché così “vicini”, sono stati molto spesso “lontani” dalla struttura, dall’interesse stesso della Chiesa, proprio nei paesi di antica tradizione cristiana.

Il missionario si preparava teologicamente, spiritualmente linguisticamente, culturalmente per la sua missione. Era ben consapevole che il suo approccio con le persone alle quali si preparava ad annunciare il Vangelo doveva essere personale, paziente, disponibile a comprendere la loro mentalità e nello stesso tempo non si doveva scoraggiare per l’insuccesso a cui andava incontro. L’operatore pastorale in un paese di antica tradizione cristiana, e per giunta di maggioranza cattolica,  ragionava con criteri diversi, e si muoveva nell’ambito di strutture diverse. Guardava alle esigenze di una pastorale rivolta alla maggioranza della popolazione in una determinata circoscrizione,  trascurando i gruppi che si trovano ai margini della società. Il “margine” può essere quello sociale, linguistico e culturale. Gli Zingari, si trovavano  spesso “al margine” in tutti questi casi.

Il Papa Giovanni Paolo il 12 marzo 2000, nella cornice delle celebrazioni liturgiche dell’Anno Santo, chiese perdono per i peccati commessi nei confronti degli Zingari dai figli della Chiesa nel corso della storia. Fra questi peccati – se non di azione negativa, ma certamente di omissione – possiamo probabilmente includere anche una secolare tiepidezza, anzi l’assenza di un approccio specifico e specializzato della Chiesa, anche dei suoi pastori sacerdoti e altri operatori pastorali, nei confronti della missione fra gli Zingari. Gli Zingari, questi ultimi nomadi dell’Europa, per secoli furono trascurati in quanto difficilmente afferrabili dalla pastorale territoriale, strutturata sulla base dell’organizzazione parrocchiale. Nonostante il fatto che alcuni gruppi di Zingari si siano talvolta liberamente o per costrizione sedentarizzati, continuarono a vivere nel loro mondo separato e segreto, guardando il mondo circostante con diffidenza, e di riflesso anche essi sono stati guardati da tutti con diffidenza. Gli Zingari si sono trovati ad essere forestieri sempre e dappertutto, isolati, estranei, sospinti fuori di ogni cerchio sociale.[1] 

Strutture per la pastorale degli Zingari a diversi livelli ecclesiali

Tale situazione si rivelava sempre più insostenibile e richiedeva una veloce presa di coscienza da parte della Chiesa. L’idea di un particolare approccio pastorale verso gli Zingari comincia a farsi strada  soltanto dalla metà del XX secolo. Infatti,  il 27 febbraio 1964 si è tenuto il I° Congresso Internazionale per il Ministero Pastorale e l'Azione sociale fra gli Zingari. Un’altra data, quella del 26 settembre 1965, ci ricorda lo storico pellegrinaggio degli Zingari a Roma e il loro incontro con il papa Paolo VI a Pomezia. A quaranta anni da questo storico incontro, dopo aver discusso la problematica della pastorale degli Zingari nei cinque Congressi mondiali, e dopo aver avviato con successo in varie nazioni la specifica pastorale degli Zingari, la Chiesa “incontra” la questione della pastorale degli Zingari in un nuovo documento ricco e complesso, riassumendo gli Orientamenti per una pastorale degli Zingari.

La pubblicazione degli Orientamenti rappresenta un altro eloquente segno della preoccupazione della Chiesa per gli Zingari, per la loro cultura e per i bisogni di una pastorale specifica.

Nel capitolo VI degli Orientamenti si parla di Strutture e Operatori Pastorali. In questo capitolo è delineata in ordine discendente l’intera struttura che la Chiesa di oggi ha, o prospetta di avere, per l’avviamento o per il miglioramento del lavoro pastorale specifico fra e con gli Zingari. In questa struttura spetta in primo luogo al Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti come organismo centrale della Chiesa – in virtù della Costituzione Apostolica Pastor Bonus art. 149 e 150 – stimolare, animare, promuovere e coordinare diverse attività a livello centrale e in collaborazione con le singole Conferenze Episcopali, Federazioni regionali delle Conferenze Episcopali, le corrispondenti Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche, e le singole Diocesi ed Eparchie.

Oltre agli stimoli provenienti dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, una occasione per la sensibilizzazione dei Vescovi circa la pastorale degli Zingari è rappresentata dalle sessioni di formazione permanente dei Vescovi volute dall’esortazione post-sinodale di Giovanni Paolo II Pastores Gregis (n. 24).

“Ugualmente è stato auspicato che brevi corsi di formazione o giornate di studio e di aggiornamento, come pure corsi di esercizi spirituali per i Vescovi, siano disposti e preparati dai Sinodi patriarcali, dalle Conferenze nazionali o regionali e pure dalle Assemblee continentali di Vescovi.”

La formulazione utilizzata nell’esortazione voleva probabilmente coprire tutte le realtà strutturali gerarchiche – ma sembra che in tale intenzione si è incuneata una piccola lacuna. Nella Pastores Gregis vediamo infatti elencate le seguenti strutture:

- Sinodi patriarcali,

- Conferenze nazionali o regionali

- Assemblee continentali di Vescovi.

Parlando delle Chiese cattoliche orientali si possono fare due osservazioni. 

- Nel documento si fa cenno ai “Sinodi patriarcali” che in corrispondenza con il testo del CCEO dovrebbero essere chiamati piuttosto “Sinodi delle Chiese patriarcali”, in quanto il termine “Sinodo patriarcale” faceva parte della legislazione precedente (motu proprio Cleri Sanctitati di Pio XII cc. 340-342) ed oggi è considerato antiquato e impreciso.[2] 

- Accanto al richiamo della struttura gerarchica tipica per le Chiese patriarcali e Arcivescovili maggiori manca però un esplicito richiamo alla situazione delle Chiese metropolitane sui iuris e ai loro Consigli dei Gerarchi. Inoltre fra le Istituzioni nell’ambito delle quali si può inserire la formazione permanente dei Vescovi potrebbe essere inclusa anche l’Assemblea dei Gerarchi di diverse Chiese sui iuris prevista dal CCEO can. 322.

In questo senso sembra che gli Orientamenti abbiano colmato la suddetta lacuna dell’esortazione Pastores Gregis, parlando sempre della “corrispondente Struttura Gerarchica delle Chiese Orientali Cattoliche” – usando perciò la dicitura più larga che implicitamente include anche i Consigli dei Gerarchi delle Chiese metropolitane sui iuris.

A livello delle Conferenze Episcopali e delle Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche è prevista invece l’esistenza delle Commissioni per la pastorale dei Migranti e Itineranti (Orientamenti n. 83), nel seno delle quali si dovrebbe avere una particolare attenzione per la specifica pastorale degli Zingari.

Per quanto riguarda il diritto canonico orientale, la possibilità dell’esistenza di tale Commissione per le Chiese patriarcali e arcivescovili maggiori è prevista nel CCEO c. 114 §1 – nell’ambito della curia patriarcale o arcivescovile maggiore. Il compito di tale commissione è soprattutto coordinare le istanze locali e sensibilizzare i fedeli e i Pastori circa la realtà Zingara.

Una di queste commissioni è la commissione per l’attività missionaria della Chiesa. Questa commissione è contemplata anche nel CCEO c. 585 §2 che tratta dell’evangelizzazione delle genti: “ Vi sia una commissione presso il Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale o il Consiglio dei Gerarchi, per promuovere una più efficace collaborazione di tutte le eparchie nell’attività missionaria della Chiesa.”

Si potrebbe discutere se l’impegno pastorale verso gli Zingari rientri nell’attività “missionaria” della Chiesa. Dall’uso del binomio Cappellano/Missionario e dalla constatazione degli Orientamenti nr. 95 che per la nomina del sacerdote dedito alla pastorale degli Zingari si procede a norma del CCEO can. 585, possiamo però legittimamente dedurre che tale pastorale va percepita come una specifica missione.

Se con la parola missione si intendessero soltanto le cosiddette “missioni estere” – cioè annuncio del Vangelo nelle terre lontane dagli antichi centri di cristianità, fra le genti non cristiane – l’attività dipendente dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli – forse tale concetto non si adeguerebbe perfettamente alla pastorale rivolta verso gli Zingari. Se invece partiamo dal concetto della missionarietà come caratteristica di tutta la Chiesa e che si esprime proprio con la parola evangelizzazione, cioè l’annuncio del Vangelo, vediamo che qui rientra la pastorale degli Zingari in maniera molto precisa. Se consideriamo gli Zingari come un vero “popolo”, con la sua particolare storia e cultura, dobbiamo considerarlo anche come un “popolo da evangelizzare”.

Nell’ambito dei problemi inerenti alla missione/missioni e ai missionari, il CCEO col termine evangelizatio intende occuparsi sia delle missiones ad extra che della questione ecumenica. Il canone 584 del CCEO deve essere inserito all’interno di questa realtà evangelizzatrice, che riguarda tutta la Chiesa, nella quale la connotazione di ecclesia missionaria compare strettamente unita alla evangelizzazione delle “genti”; ma questa evangelizatio deve essere fatta in modo che, conservando l’integrità della fede e dei costumi, il Vangelo si possa esprimere nella cultura dei singoli popoli, vale a dire nella catechesi, nei propri riti liturgici, nell’arte sacra, nel diritto particolare. Questo canone, dunque, proprio partendo dal concetto ecclesiologico di Chiesa missionaria, compie un passo ulteriore rispetto al Codex del 1983; anche da un punto di vista strettamente linguistico, i due termini missio e evangelizatio sono connessi sia sintatticamente che semanticamente in diversi canoni e precisamente i cann. 584, 589 e 590.[3] Il Codice orientale contiene inoltre due interessanti norme: il c. 592§2[4] ed il c. 593§2[5] (entrambi inseriti nel tit. 14° – De evangelizatione gentium).[6]

Più problematica sarebbe la considerazione circa la “missione” verso gli Zingari alla luce del CCEO c. 590. Tale canone esige che nell’attività missionaria si deve cercare che le “giovani Chiese” (cioè chiese nate come conseguenza dell’attività missionaria) raggiungono al più presto la maturità e siano costituite pienamente in modo da provvedere a se stesse, sotto la guida di un propria gerarchia e di poter assumere e continuare l’opera della evangelizzazione. Certamente è valida la menzione del desiderio di avere al più presto le persone provenienti dagli Zingari stessi a promuovere una ulteriore evangelizzazione. Di più difficile realizzazione sembra la costituzione di propria gerarchia, di una propria “giovane Chiesa”. Attualmente, sembra che gli Orientamenti mirino piuttosto ad un tale tipo di impegno pastorale verso gli Zingari che abbia come scopo il loro maggiore inserimento nelle esistenti Chiese particolari. La costituzione delle Chiese particolari distinte sulla base dell’appartenenza etnica Zingara non sembra contemplata in primo piano, anche se il CIC c. 372 §2 non lo esclude.

Oltre a queste commissioni stabili, si potrebbero prevedere altre Commissioni ad hoc che si occupino delle questioni connesse con la pastorale degli Zingari in vista della convocazione dell’Assemblea Patriarcale. Infatti, secondo il CCEO c. 140, l’Assemblea Patriarcale è un raggruppamento consultivo dell’intera Chiesa a cui presiede il Patriarca, che presta la propria collaborazione al Patriarca e anche al Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale nel gestire gli affari più importanti, specialmente per quanto concerne l’aggiornamento delle forme e dei modi di apostolato, come pure la disciplina ecclesiastica, adeguandoli alle circostanze del tempo presente e al bene comune della propria Chiesa, tenendo conto anche del bene comune dell’intero territorio dove esistono diverse Chiese sui iuris. Per quanto riguarda le Chiese metropolitane sui iuris, per le loro Assemblee vale il CCEO c. 172 che semplicemente rimanda alla normativa circa le Chiese patriarcali. Una simile commissione a livello eparchiale può essere eretta in vista dell’assemblea eparchiale, secondo la predisposizione del Vescovo (CCEO c. 240 §2).

La pastorale degli Zingari è uno dei campi che certamente richiede un aggiornamento delle forme e dei modi, rendendoli più adeguati alle circostanze speciali di vita. Per alcune Chiese orientali, strettamente legate con il fattore etnico attraverso il quale si definiscono, questo invito di rivolgere la loro attività missionaria e la cura pastorale anche verso gli Zingari, sarà una sfida che potrà aiutarle a superare i concetti di auto-definizione e auto-identificazione etnica che talvolta possono risultare riduttivi. Specialmente nei territori dove vivono insieme diverse Chiese sui iuris sarà bene stabilire le norme concrete dell’impegno pastorale delle diverse Chiese in favore degli Zingari – sia quelli che si considerano già appartenenti ad una determinata Chiesa sui iuris sia quelli che sembrano fuori ogni struttura ecclesiale o addirittura non ancora toccati dall’annuncio del Vangelo. Tale coordinamento serve per evitare eventuali contrasti fra le varie Chiese nell’esercizio dell’apostolato rivolto agli Zingari, oppure piuttosto un fenomeno di disinteresse comune, motivato dal presupposto che spetta probabilmente ad un’altra Chiesa di occuparsi degli Zingari.

Specialmente per quanto riguarda gli Zingari sedentarizzati, la loro identità di appartenenza ad una determinata Chiesa sui iuris o la scelta di dichiararsi membro di una Chiesa sui iuris piuttosto che di un’altra non è motivata tanto dalle ragioni storiche, etnico-rituali nel senso classico della parola, ma piuttosto dalla convenienza pratica e dal desiderio di adeguarsi – per quanto riguarda l’appartenenza ecclesiale e l’utilizzo di un determinato rito liturgico – alla popolazione maggioritaria. I pastori delle rispettive Chiese sui iuris e i rispettivi parroci devono tenere conto di questa mentalità, quando devono risolvere le questioni riguardanti i dubbi circa l’ascrizione di fedeli Zingari ad una determinata Chiesa sui iuris. Le difficoltà e dubbi possono nascere specialmente nel campo della pastorale sacramentale – per la celebrazione dei matrimoni deve essere osservata la forma canonica- ma talvolta è difficile stabilire il parroco della Chiesa sui iuris a cui si deve ricorrere, chi è competente perché il matrimonio sia celebrato validamente e lecitamente. Stessa difficoltà può nascere in occasione del battesimo e la successiva iscrizione del bambino ad una determinata Chiesa sui iuris. Avere le norme pratiche comuni nell’ambito di una Nazione, uno Stato, o una e o più Chiese sui iuris potrà rendere l’approccio pastorale più sereno.

Nel caso degli Zingari nomadi – che magari non hanno assimilato l’idea di appartenere ad una concreta Chiesa sui iuris piuttosto che ad un'altra, – possono presentarsi situazioni, nelle quali si potrà parlare di una appartenenza ecclesiale e rituale “fluttuante” e dove sarà necessario applicare il CIC c. 107 §2/CCEO c. 916 §3. Secondo tale norma, Gerarca del luogo proprio e parroco del girovago è il parroco e il Gerarca del luogo dove il girovago attualmente dimora. Se poi sul determinato territorio esercitano la potestà due o più gerarchi o parroci di diverse Chiese sui iuris – sarà necessario stabilire le norme comuni circa l’approccio e le competenze nel campo della pastorale degli Zingari.

A livello dei singoli Vescovi gli Orientamenti ricordano il loro dovere di cercare e promuovere l’unione fra l’identità zingara e l’esigenza della comunione ecclesiale, che dovrebbe permettere anche agli Zingari di sentire come propria la Chiesa locale in cui si trovano (Orientamenti n. 86).

I singoli Vescovi a livello diocesano/eparchiale o anche interdiocesano/intereparchiale però non sono sempre in grado di attuare con efficacia questo gravoso compito – in questo caso si possono creare altre strutture pastorali  previste dalla legislazione e dalla prassi della Chiesa. La nomina di un Vescovo, Promotore della Pastorale degli Zingari (cf. n. 89), all’interno delle Conferenze episcopali  e delle Corrispondenti strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche, potrebbe rivelarsi uno strumento utile  per il maggiore coordinamento dell’equipe nazionale della pastorale degli Zingari.

L’equipe nazionale dovrebbe essere guidata dal Direttore Nazionale. Il suo compito è quello di incoraggiare attraverso il funzionamento della Cappellania nazionale la creazione delle equipes  regionali o diocesane/eparchiali, attraverso il lavoro delle quali, tramite  regolare formazione  di Cappellani, religiosi/e e laici si dovrebbe assicurare agli Zingari una buona e continuativa assistenza religiosa e catechetica. Nel caso in cui su un determinato territorio vivano due o più Chiese sui iuris, il Direttore nazionale potrebbe essere scelto fra i sacerdoti di quella Chiesa alla quale appartiene la maggioranza degli Zingari. Per eventuali compiti specifici riguardanti la prassi liturgica ed educazione rituale degli Zingari appartenenti alle altre Chiese sui iuris presenti nel medesimo territorio, potrebbero essere affiancati ad essi uno o più assistenti provenienti dalle rispettive diverse Chiese sui iuris.  

Il Cappellano/Missionario – principali norme canoniche

La figura del Cappellano nel CIC ’83 viene generalmente  descritta nei cc. 564-572, mentre il CCEO non contempla una figura specifica sotto una simile denominazione. Da questo fatto potrebbe nascere forse qualche dubbio. In virtù di quale normativa saranno incaricati e agiranno sacerdoti della specifica pastorale degli Zingari nelle Chiese orientali cattoliche? La risposta la possiamo trovare nel CCEO c. 192 §1 che ricorda al Vescovo eparchiale, nell’esercizio della sua funzione pastorale, di mostrarsi sollecito verso tutti i fedeli cristiani affidati alle sue cure, di qualsiasi età, condizione, nazione o Chiesa sui iuris, sia che abitino nel territorio dell’eparchia sia che vi restino temporaneamente, rivolgendosi con animo apostolico verso coloro che per la loro situazione di vita non possono usufruire abbastanza della cura pastorale ordinaria, come pure verso quelli che si sono allontanati dalla pratica religiosa. Specialmente la menzione delle situazioni di vita che comportano l’insufficienza della cura pastorale ordinaria ci richiama alla situazione frequente degli Zingari. In questo caso, nonostante l’assenza del termine “cappellano” nel CCEO, anche nelle Chiese orientali cattoliche il buon senso pastorale suggerisce di completare la cura pastorale degli Zingari attraverso le modalità della cura pastorale “straordinaria”, cioè attraverso la destinazione pastorale e missionaria specifica di alcuni presbiteri. Se questi presbiteri saranno poi chiamati Cappellani o Missionari, o semplicemente sacerdoti con incarichi speciali  – questo non è importante. Nel nostro contributo parleremo generalmente di Cappellani, intendendo con questo termine tutti coloro che  svolgono il medesimo o simile incarico pastorale.

Mentre i Cappellani militari sono retti da una legislazione speciale, nel caso di altri Cappellani  possiamo  riassumere i principali punti canonici riguardanti le competenze e la figura dei Cappellani nelle seguenti nozioni.

In primo luogo si ricorda che, per quanto è possibile, siano costituiti i Cappellani per coloro che non possono usufruire, per la loro situazione di vita, della cura ordinaria dei parroci, come gli emigranti, gli esuli, i profughi, i nomadi, i naviganti.

Secondo la definizione canonica, il Cappellano è il sacerdote al quale viene dal-l’Ordinario/Gerarca del luogo (a meno che a qualcuno non spettino legittimamente diritti speciali) affidata in modo stabile la cura pastorale, almeno in parte, di una comunità o di un gruppo particolare di fedeli, e che deve essere esercitata a norma del diritto universale e particolare. (CIC c. 564-565, CCEO c. 585). Tale nomina deve comportare anche la concessione di tutte le facoltà richieste da una ordinata cura pastorale. Oltre a quelle che vengono concesse dal diritto particolare o da una delega speciale, il Cappellano, in forza dell'ufficio, ha la facoltà di udire le confessioni dei fedeli affidati alle sue cure, di predicare loro la parola di Dio, di amministrare loro il Viatico e l'unzione degli infermi, nonché di conferire il sacramento della confermazione a chi tra loro versa in pericolo di morte, oppure nel caso dei presbiteri orientali anche in via ordinaria, nel caso che celebrino il battesimo.

Negli Orientamenti  si raccomanda di condurre  la pastorale degli Zingari in modo tale che si faccia sentire come propria la Chiesa locale in cui si trovano (Orientamenti n. 86). Per creare un clima positivo che permetterebbe di favorire tale risultato, il Cappellano è invitato, nell'esercizio del suo incarico pastorale, a mantenere il debito rapporto con il parroco locale (cf. CIC’83 c. 571).

Se alla sede di una comunità o di un gruppo di Zingari è annessa una chiesa non parrocchiale, il cappellano sia rettore della chiesa stessa, a meno che la cura della comunità o della chiesa non esiga altro. Questa sua posizione sarà un’altra occasione per entrare in  contatto più stretto con il parroco  locale.

Il Rettore di una chiesa, anche nel caso che questa sia destinata in maniera specifica per il servizio della comunità degli Zingari, deve ricordarsi che in linea di principio, può celebrarvi la Divina Liturgia e le lodi divine, salvi restando i legittimi statuti di fondazione e inoltre purché, a giudizio del Gerarca del luogo, non si reca pregiudizio in alcun modo al ministero parrocchiale; in questo caso non è lecito compiere nella chiesa a lui affidata le funzioni parrocchiali se non col consenso oppure, quando è il caso, con la delega del parroco.  (cf. CIC’83 c. 558 e 559; CCEO c. 306).

D’altra parte invece, l'Ordinario/Gerarca del luogo, quando lo ritenga opportuno, può ingiungere al Rettore di celebrare nella sua chiesa determinate funzioni anche parrocchiali per il popolo e inoltre di aprire la chiesa a determinati gruppi di fedeli perché vi celebrino funzioni liturgiche (cf. CIC’83 c. 560; CCEO c. 307).

I Cappellani per la pastorale degli Zingari svolgono il loro ufficio sia sulla base personale che territoriale – la circoscrizione territoriale in questo caso può coincidere con il territorio di una o più parrocchie o anche i distretti più larghi.

In questo caso la collaborazione di Cappellani con i parroci potrà essere coordinata anche da un protopresbitero/vicario foraneo (CCEO c. 276, CIC c. 553) che svolge le sue competenze verso tutti i sacerdoti di un determinato distretto, oppure nell’eparchia/diocesi potrebbe tale funzione svolgere un presbitero incaricato specialmente per coordinare il lavoro pastorale di Cappellani della pastorale degli Zingari.

Se la presenza di fedeli Zingari e dei Cappellani incaricati della loro cura pastorale lo consiglia, tali Cappellai potrebbero essere eletti o anche nominati direttamente per il Consiglio presbiterale che a norma del CCEO c. 266-267 e CIC c. 497 e 498. 

Alcune caratteristiche specifiche dell’approccio di un Cappellano orientale nella pastorale degli Zingari

Nel nostro contributo, oltre una dimensione specifica orientale,  vogliamo ricordare anche alcune caratteristiche dell’approccio del Cappellano orientale incaricato della pastorale degli Zingari. Alcune di queste si presentano in maniera specifica per un Cappellano orientale, altre hanno la valenza generale.

Gli Orientamenti nr. 94 ricordano la necessità di offrire qualche nozione circa la pastorale a favore degli Zingari già nei Seminari e negli Istituti di formazione dei religiosi. Tale formazione dovrebbe riguardare sia gli aspetti sociologici e linguistici che i suggerimenti per eventuale specificità richiesta nel modo di annunciare il Vangelo agli Zingari e circa la loro  pastorale sacramentale.

Alcune caratteristiche specifiche troviamo menzionate negli stessi Orientamenti – cerchiamo di vedere le loro  particolarità dal punto di vista di un Cappellano orientale in tre casi, menzionati negli Orientamenti  ai nr. 59-61.

“Per la mentalità degli Zingari l’azione pastorale sarà più incisiva quando essa si svolgerà nel seno di piccoli gruppi” (Orientamenti nr. 59). In molte regioni dove è presente la Chiesa cattolica orientale, la sua presenza numerica in un territorio è caratterizzata dalla situazione di una minoranza. In questa prospettiva, la pastorale di un Cappellano orientale per la pastorale degli Zingari sarà un lavoro con una minoranza dentro un’altra minoranza. Questo aspetto, che dal punto di vista psicologico e da una considerazione semplicemente quantitativa potrebbe sembrare un svantaggio, nella pastorale degli Zingari può risultare addirittura vantaggioso. La possibilità dell’approccio più personale con i fedeli affidatigli permette al Cappellano di creare i presupposti per la condivisione personale della fede e degli altri aspetti della vita cristiana.

 “La Parola di Dio annunciata agli Zingari nei vari ambiti dell’azione pastorale sarà da loro più facilmente accolta se proclamata da qualcuno che si è dimostrato, in concreto, solidale verso di loro attraverso gli avvenimenti della vita” (Orientamenti nr. 60). L’esperienza del lavoro pastorale con gli Zingari conferma che questi, una volta data la loro fiducia al Cappellano, aspettano che, come segno della fiducia, da parte sua, anche lui si dimostri aperto nei loro confronti in diversi aspetti della vita personale. Il confine fra la vita personale e l’ufficio ecclesiale di un sacerdote è in ogni caso sfumato, anzi è molto discutibile se debba esistere, ma nel caso della pastorale degli Zingari, tale ufficio suppone massima apertura e coerenza da parte del Cappellano. Nel caso di Cappellani orientali che sono presbiteri coniugati è necessario tenere conto del fatto che anche le loro famiglie saranno automaticamente coinvolte nella loro missione, che anche da intera famiglia si richiederà la testimonianza della generosità e della coerenza.  Infatti, Il CCEO c. 375 richiede che i chierici coniugati offrano un luminoso esempio agli altri fedeli cristiani nel condurre la vita familiare e nell’educazione degli figli. Tale norma generale vale a maggior ragione quando il presbitero svolge il suo ufficio pastorale nell’ambito di una comunità così specifica come è quella Zingara. L’esempio e la testimonianza della famiglia del Cappellano si devono dimostrare non solo nella loro personale vita cristiana, ma anche attraverso la capacità di condividere la missione del Cappellano. Ciò include necessariamente anche da parte della famiglia del Cappellano il superamento di alcuni pregiudizi, di diffidenza e di riserve mentali che spesso caratterizzano il comportamento diffuso della popolazione gagé maggioritaria.

“ … il ricorso alla musica – molto apprezzata e praticata presso gli Zingari - negli incontri pastorali e nelle celebrazioni liturgiche è un validissimo supporto, che conviene promuovere e sviluppare” (Orientamenti nr. 61).

L’identificazione dell’Oriente Cristiano e soprattutto delle singole Chiese orientali con il “rito”, inteso principalmente o quasi esclusivamente nel senso di una specifica espressione liturgica, rimane ancora oggi – dopo tutto l’iter storico di sviluppo di questo termine e nonostante le debite ed autorevoli chiarificazioni e distinzioni[7], – uno dei principali luoghi comuni, attraverso i quali vengono percepite le Chiese orientali. A tale identificazione contribuiscono talvolta gli stessi orientali che posti di fronte alla richiesta di definire o caratterizzare la specificità della loro Chiesa, rispondono che fanno parte di “una Chiesa che celebra Divina Liturgia”[8]. In questo contesto non sembra esagerato ricordare che l’immaginario comune d’identità delle Chiese Orientali sviluppatosi nell’arco dei secoli quasi esclusivamente attraverso l’approccio liturgico-ritualistico non è stato sempre e sufficientemente corredato da una precisione terminologica ed ecclesiologica. Questo immaginario si basa principalmente sull’evidenza del ruolo sovrastante svolto proprio dalla liturgia nella vita pastorale ed ecclesiale dell’Oriente cristiano. Per di più, oltre i luoghi comuni – non privi di rischio di una certa superficialità – anche da parte degli studiosi di larghe vedute scientifiche ed ecclesiali talvolta sentiamo che «la Chiesa Orientale è anzitutto una Chiesa che veglia davanti a Dio, celebrando i misteri di suo Figlio negli antichi riti trasmessi dai Padri nella Fede»[9]. Alle Chiese orientali e in maniera particolare, ai Cappellani incaricati della pastorale egli Zingari si pone perciò una urgente domanda.

Come avvicinare la vita liturgica orientale alla naturale musicalità degli Zingari, sfruttando  allo stesso tempo  l’approccio tradizionale  verso gli  “antichi riti trasmessi dai Padri” e allo stesso tempo, aprire questi riti alla sensibilità, all’estetica e alla musicalità che caratterizzano la popolazione Zingara? Probabilmente, il primo approccio potrà passare attraverso il maggiore sfruttamento dell’aspetto musicale e del canto nella catechesi e nei cosiddetti canti paraliturgici – cioè quei canti che non entrano direttamente nella sfera dei testi e delle melodie facenti parte del “rito” che caratterizza una determinata Chiesa sui iuris orientale. La minore flessibilità della struttura delle liturgie orientali non  offre tante possibilità alle forme nuove dell’espressione liturgica. D’altra parte, una partecipazione attiva dei fedeli attraverso il canto è una delle caratteristiche tipiche delle liturgie orientali. Anche questo aspetto perciò deve essere sfruttato dai Cappellani nella pastorale degli Zingari. 

Conclusione

Quando il Papa Giovanni Paolo II si è rivolto ai partecipanti al III Convegno Internazionale della Pastorale per gli Zingari, fra l’altro ha sottolineato la duplice identità del Cappellano degli Zingari. Il suo lavoro infatti è rivolto sia verso la comunità Zingara ma allo stesso momento anche verso la comunità ecclesiale rappresentante i gağè ossia la maggioranza etnica e culturale in mezzo alla quale i Zingari vivono. In questa occasione ha detto:

“Voi che vi occupate in modo particolare di questi itineranti, compite il lodevole sforzo di conoscerli e di farli conoscere così come realmente sono e non come vengono talora ingenerosamente considerati. Voi studiate la loro storia, la loro psicologia, il loro linguaggio; condividete le loro gioie e le loro sofferenze, ed è a questo prezzo che potete aiutarli a realizzare la loro vocazione nel mondo e nella Chiesa.

Dovete in particolare portare loro la testimonianza della vostra fede, condividere con loro il pane del Vangelo. La scoperta della parola di Dio, soprattutto da parte dei giovani, li metterà in grado di svolgere pienamente il proprio ruolo e di rispondere all'appello lanciato dalla Parola di Gesù Cristo.”[10]

Se volessimo da queste parole del Pontefice dedurre in sintesi le principali caratteristiche di un Cappellano degli Zingari, forse, potremmo farlo anche alla luce degli Orientamenti nel modo seguente:

Il Cappellano è

- una persona capace di conoscere gli Zingari e di farli conoscere;

- un sacerdote capace di condividere le loro gioie e le sofferenze.

Solo partendo da questi presupposti si può arrivare alla testimonianza personale e all’annuncio diretto della fede, alla condivisione del pane del Vangelo e del pane Eucaristico.

L'eventuale applicazione e utilizzo delle pertinenti norme canoniche – sia comuni che specifiche – deve essere sempre di aiuto e mai di intralcio a tale impegno del Cappellano, in quanto salus animarum: suprema lex.


 

[1] Cf. Omelia del Santo Padre Paolo VI al Campo Internazionale degli Zingari, n.1, (Pomezia, 26 settembre 1965).

[2] Cf. Nuntia, 2, 50.

[3] Cf. m. galati, “Missione ed evangelizzazione nella legislazione canonica”, in Ius Ecclesiarum – Vehiculum caritatis, Atti del simposio internazionale per il decennale dell’entrata in vigore del CCEO, Città del Vaticano, 19-23 novembre 2001, Libreria Editrice Vaticana 2004, 730.

[4] L’iter del c. nel processo di codificazione è rintracciabile in Nuntia, come segue: Nuntia 11, 58, c. 10; Nuntia 17, 15-16, c. 10; Nuntia 24-25,112, c. 589; Nuntia 27, 53.

[5] L’iter del c. nel processo di codificazione è rintracciabile in Nuntia, come segue: Nuntia 11, 58-59, c. 11; Nuntia 17 (1983) 16-17, c. 11; Nuntia 24-25, 112, c. 590.

[6] Questi canoni sono ben analizzati in D. Ceccarelli-Morolli, Il Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium e l’Ecumenismo: aspetti ecumenici della legislazione canonica orientale, Palermo 1998, 143-144.

[7] Circa lo sviluppo terminologico del termine “ritus” e di “Ecclesia sui iuris” e le rispettive ripercussioni ecclesiologiche e canoniche vedi  per es. I. Žužek, “Che cosa è una Chiesa, un Rito Orientale”, Seminarium 27(1975)2, 263-277, I. Žužek, Le «Ecclesiae sui iuris» nella revisione del diritto canonico in R. Latourelle (a cura di), Vaticano II: bilancio e prospettive venticinque anni dopo (1962-1987), vol. 2., Assissi 1987, 869-882, ristampato successivamente in Idem, Understanding the Eastern Code, Kanonika 8, Roma 1997, 94-109.

[8] Risposta del patriarca della Chiesa ortodossa Russa Alessio I ad una domanda di un visitatore anglicano. Cfr. Mensuel Service Oecumenique du Presse d’Information, 10 (1977) 7, citato e spiegato dal punto di vista ecclesiologico e liturgico da R. Taft, Oltre l’oriente e l’occidente, Roma 1999, 153.

[9] R. Taft, Oltre l’oriente e l’occidente, Roma 1999, 153.

[10] Discorso di Giovanni Paolo II ai Partecipanti al III Convegno Internazionale della Pastorale per gli Zingari, 9 novembre 198, citato da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1989/november/documents/hf_jp-ii_spe_19891109_3-worldcongress-nomads_it.html

 

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