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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People
on the Move
N° 104, August 2007
EUROPA A
RISCHIO*
Il fallimento
del sogno multiculturale mina le
fondamenta
della democrazia
Francis
Fukuyama
Le moderne società liberali in Europa e Nord America tendono ad avere
identità deboli; molti celebrano il loro pluralismo e multiculturalismo,
sostenendo che la loro identità in effetti è non avere identità. Il
fatto è che l'identità nazionale continua a esistere in tutte le
democrazie liberali, anche se con caratteri differenti in Nord America
rispetto ai Paesi dell'Ue. Secondo Seymour Martin Lipset, l'identità
americana è sempre stata di natura politica, essendo gli Usa nati da una
rivoluzione contro l'autorità statale con alla base cinque valori
fondanti: uguaglianza, libertà (o antistatalismo), individualismo,
populismo e laissez-faire. L'identità americana ha le sue radici anche
nelle diverse tradizioni etniche, in particolare in quella che Samuel
Huntington definisce la cultura «anglo-protestante», da cui derivano la
famosa etica protestante del lavoro, l'inclinazione all'associazionismo
volontario e il moralismo in politica. Questi aspetti chiave della
cultura americana all'inizio del XXI secolo sono stati distinti dalle
loro origini etniche, divenendo patrimonio della maggioranza dei nuovi
americani.
In Europa dopo la seconda guerra mondiale ci fu un forte impegno
nella creazione di un'identità europea «postnazionale», ma ancora pochi
pensano a sé come genericamente europei. Con il rifiuto della
Costituzione europea nei referendum in Francia e in Olanda nel 2005, i
cittadini hanno segnalato alle élites di non essere pronti a rinunciare
allo Stato e alla sovranità nazionale. Le vecchie identità nazionali
europee continuano a sussistere e la popolazione conserva tuttora un
forte senso di cosa implichi l'essere inglese, francese o italiano,
anche se non è politically correct affermare troppo fortemente
tali identità. Le identità nazionali in Europa, comparate a quelle nelle
Americhe, rimangono più fondate sugli aspetti etnici. La maggior parte
dei Paesi europei tende a concepire il multiculturalismo come una
cornice nella quale far coesistere culture differenti, piuttosto che un
meccanismo di transizione per integrare i nuovi arrivati nella cultura
dominante.
Quali che siano le esatte cause, il fallimento europeo nel tentativo
di creare una migliore integrazione dei musulmani è una bomba a
orologeria che ha già contribuito al terrorismo, che certamente
provocherà una più decisa reazione dei gruppi populisti e che può
persino minacciare la stessa democrazia europea. La soluzione di tale
problema richiede cambiamenti nel comportamento delle minoranze
immigrate e dei loro discendenti, ma anche in quello dei membri delle
comunità nazionali dominanti. Il primo versante della soluzione è
riconoscere che il vecchio modello multiculturale non è stato un grande
successo in Paesi come l'Olanda e la Gran Bretagna, e che è necessario
sostituirlo con tentativi più energici per integrare le popolazioni
non-occidentali in una comune cultura liberale. Il vecchio modello
multiculturale era basato sul riconoscimento dei gruppi e dei loro
diritti. A causa di un malinteso senso di rispetto per le differenze — e
talvolta per sensi di colpa postcoloniali — è stata ceduta alle comunità
culturali un'eccessiva autorità nel fissare regole di comportamento per
i loro membri. Il liberalismo non può essere basato sui diritti dei
gruppi, perché non tutti i gruppi sostengono valori liberali. La civiltà
dell'Illuminismo europeo, di cui la democrazia contemporanea è l'erede,
non può essere culturalmente neutrale, dal momento che le società
liberali hanno propri valori che riguardano l'eguale dignità e valore
dei singoli. Le culture che non accettano tali premesse non meritano
uguale protezione in una democrazia liberale. I membri delle comunità
immigrate e i loro discendenti meritano di essere trattati su un piano
di parità come individui, non come membri di comunità culturali.
Non c'è ragione perché una ragazza musulmana sia trattata
differentemente da una cristiana o da un'ebrea rispetto alla legge,
comunque la pensino i suoi parenti. Il multiculturalismo, per come fu
originalmente concepito in Canada, negli Usa e in Europa, era in un
certo senso un «gioco alla fine della storia »: la diversità culturale
era vista come un tipo di ornamento al pluralismo liberale, che avrebbe
provveduto cibo etnico, vestiti coloratissimi e tracce di tradizioni
storiche distintive a società spesso considerate confusamente
conformiste e omogenee. La diversità culturale era qualcosa da praticare
largamente nella sfera privata, dove non avrebbe condotto ad alcuna
seria violazione dei diritti individuali, né avrebbe minato l'ordine
sociale essenzialmente liberale. Per contro, oggi alcune comunità
musulmane stanno avanzando richieste per diritti di gruppo che
semplicemente non possono essere adattati ai principi liberali di
uguaglianza individuale. Tali richieste includono esenzioni speciali
dalla legislazione familiare valida per chiunque altro nella società, il
diritto di escludere i non musulmani da alcuni particolari eventi
pubblici o il diritto di opporsi alla libertà di parola in nome
dell'offesa religiosa (come nel caso delle vignette danesi). In taluni
casi estremi, le comunità musulmane hanno persino espresso l'ambizione
di sfidare il carattere laico dell'ordine politico nel suo insieme.
Tipologie simili di diritto di gruppo intaccano i diritti di altri
individui nella società e sospingono l'autonomia culturale ben oltre la
sfera privata. Chiedere ai musulmani di rinunciare ai diritti di gruppo
è molto più difficile in Europa che negli Usa, perché molti Paesi
europei hanno tradizioni corporative. Le modalità con cui l'identità
nazionale continua a essere intesa e vissuta talvolta costituiscono una
barriera per i nuovi arrivati, che non condividono l'etnia e la
religione delle popolazioni originarie. Questo senso di appartenenza a
un luogo e a una storia dovrebbe non essere cancellato, ma reso quanto
più aperto possibile ai nuovi cittadini.
A dispetto delle sue origini assolutamente differenti, l'America può
avere qualcosa da insegnare agli europei nel loro tentativo di costruire
forme postetniche di cittadinanza e appartenenza nazionale. La vita
americana è piena di cerimonie parareligiose e rituali intese a
celebrare le istituzioni politiche democratiche del Paese, laddove
invece gli europei hanno largamente deritualizzato la loro vita
politica. Queste cerimonie sono invece importanti per l'assimilazione
dei nuovi immigrati. Inoltre, in gran parte dell'Europa, una
combinazione di regole rigide nel mondo del lavoro e di benefit generosi
spiega come gli immigrati non vengano in cerca di lavoro, ma di welfare.
Molti europei affermano che il meno generoso welfare state statunitense
privi i poveri di dignità. È invece vero il contrario: la dignità si
sviluppa grazie al lavoro e al contributo che attraverso il proprio
lavoro una persona dà al resto della società. In diverse comunità
musulmane in Europa, circa metà della popolazione sopravvive grazie al
welfare, il che contribuisce direttamente a indurre un senso di
alienazione e disperazione. Il dilemma dell'immigrazione e dell'identità
converge con il problema più vasto della mancanza di valori della
postmodernità. L'insorgere del relativismo ha reso più difficile per i
postmoderni affermare valori positivi e perciò anche quei valori di base
condivisi che agli immigrati è chiesto di fare propri come condizione
per la cittadinanza. Al di là delle celebrazioni della diversità e della
tolleranza, i postmoderni trovano difficile accordarsi sulla sostanza di
un bene comune cui aspirare unitariamente. L'immigrazione ci costringe
in maniera particolarmente stringente a porci la domanda: «Chi siamo?».
Se le società postmoderne debbono muoversi verso una più seria
discussione dell'identità, avranno bisogno di portare alla luce le virtù
positive che definiscono cosa vuol dire essere membri di una società più
vasta. In caso contrario, rischiano di essere sopraffatte da chi è più
sicuro della propria identità.
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