The Holy See
back up
Search
riga

 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 104, August 2007

 

 

REVIEWS

 

″Le Pèlerin, un autre regard sur l’homme″

 

 

Volentieri accedo alla gentile richiesta del Prof. José da Silva Lima di “aprire” questa sua pubblicazione, nella mia qualità di Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.

Lo faccio perché con esso Don José ha collaborato varie volte, con nostra soddisfazione. Ricordo, per esempio il suo bell’intervento a Bangkok per il VI Congresso Mondiale di Pastorale del Turismo (dal 5 all’otto luglio 2004) dal titolo “Il turismo al servizio dell’Incontro fra i popoli” (v. la nostra Rivista People on the Move, N. 96 Suppl., pp. 57-70)

Il titolo di quella sua conferenza “L’Incontro”, ritroviamo qui, insieme con “La Visita” e “Il Santuario”.

Ma vorrei ricordare anche altri contributi del Professore che fanno dire, sfogliando le sue altre pubblicazioni, che egli è un esperto della pastorale specifica del Settore Turismo e Pellegrinaggi, uno di quelli oggetto della nostra sollecitudine per la pastorale della mobilità umana. Essa va vista integrata certamente in quella ordinaria, parrocchiale, territoriale, ma senza perdere la sua specificità.

Ci auguriamo che questa opera aiuti tutti in tal senso, tenendo conto che la mobilità umana è anche un “segno dei tempi”. (v. il mio articolo “El Magisterio de la Iglesia y el Turismo signo de los tiempos”: People on the Move, N. 101, August 2006, pp. 149-161).

 

Buona lettura! 

 

+ Arcivescovo Agostino Marchetto

Segretario

 

 

*******

 

LES EMIGRÉS

 

 

Dato il successo dello spettacolo nella precedente stagione, il Teatro francese di Roma, servizio teatrale del Centro Culturale Saint-Louis de France, hanno deciso a grande richiesta di riproporre Les Emigrés per quattro eccezionali rappresentazioni.

24 gennaio 2007. Da 24 giorni la bandiera dell'Unione Europea vanta 27 stelle ma basta davvero abbattere i confini ed avere una sola moneta per fare dell'Europa uno stato unico e unito? Basta davvero vedere solo le grandi potenzialità politiche di questo progetto per riuscire ad avere una mentalità più comunitaria e meno nazionalistica? Les Emigrés cerca di guardare oltre, di osservare un aspetto spesso ignorato, puntando lo sguardo sul surreale incontro di due sconosciuti, emigranti, costretti a vivere in uno spazio ristretto, lontani, o magari solo nascosti, da un mondo che non li apprezza, che non li capisce, o che forse semplicemente non li vuole vedere. La vita dal loro punto di vista è come una gigantesca scacchiera in cui loro sono solo pedine di una partita giocata da altri. Non possono fare altro che attendere. Attendere un gesto, una parola, magari una conferma di esistere. Il loro è uno scontro/confronto sulla vita, la ricerca disperata di qualcosa che solo l'altro potrebbe avere; e la realtà, quella degli altri, sembra così lontana, eppure si trova solo negli appartamenti situati sopra la cantina in cui vivono i nostri due personaggi, da dove riecheggiano grida e frastuoni per i festeggiamenti di questa strana vigilia di Capodanno. Roberto Ciufoli (XX) e Frédéric Lachkar (AA) portano in scena il confronto tra due vite, due culture, due lingue, in una società in cui tale confronto è tutt'altro che semplice. Les Emigrés di Slawomir Mrozek è un testo che, benché scritto trent'anni fa, porta con un'immensa carica di attualità, riassumendo nella storia dei due protagonisti tutto il malessere della cultura contemporanea.

Bastano tre I per definirlo: Innovativo, Incendiario e decisamente... Imprendibile!

 

*******

 

JOAQUÍN CORTÉS AMBASCIATORE

DEI ROM ALL’UNIONE EUROPEA

 

 

Punta y tacón, un passo dietro l’altro, il ballerino di flamenco Joaquín Cortés si è fatto largo tra gli scranni del Parlamento europeo: “Vengo modestamente a portare il mio granello di sabbia”. Con un ruolo ufficiale: ambasciatore per i diritti dei Rom. L’«investitura» è dello scorso novembre. L’anno decisivo, però, è il 2007, dedicato dall’Ue alla lotta «per le pari opportunità». Rom e Sinti in testa. Dieci milioni di persone, minoranza «discriminata e marginalizzata», ammette il presidente dell’Europarlamento Josep Borrell. «Dobbiamo risolvere questo problema», accetta la sfida Cortés. Nuovo impegno umanitario per il ragazzo gitano di Córdoba approdato al Balletto Nazionale, e poi ancora in alto, a zapatear sui palchi più prestigiosi tra New York e Parigi: «Sono uno dei rari Rom europei con i quali la fortuna è stata propizia perché posso affermare con orgoglio la mia identità senza aver paura di essere umiliato: dobbiamo tutti lottare per l’integrazione dei Rom». Un testimonial credibile? «Penso che possa dare anche lui un contributo», dall’European Roma Rights Center risponde Osalinda Maya Ovalle, attivista di origine gitana. Che fa il punto: «Abbiamo esercitato molte pressioni perché nelle condizioni di ingresso dei nuovi Paesi Ue fosse incluso il miglioramento delle leggi per i Rom. C’è stato. Adesso bisogna lavorare sulla messa in pratica…».

 

*******

 

F O R U M  2006

 

 

“Students on the move”*

 

IMCS - PAX ROMANA - MIEC

 

 

"Forum" is a magazine produced by the International Team of IMCS - Pax Romana. The 2006 issue discusses the last International Coordination Meeting that it has taken place in April.

In accordance with the “Forum”, Catholic students see themselves to have specific rights and responsibilities towards migration and mobility. As communities on the campus, catholic students play an important role in welcoming Christ who is present in the stranger. In fact, the meeting concerned a special category of students the foreign ones. This phenomenon is complex and in the publication is studied in different dimensions.

The term “foreign student” is generally defined as a student engaged in tertiary education, and often includes visitors on exchange programs. The United States has long been the principal destination for foreign students, and today attracts over one million per year, up approximately 65% in the past decade. The United Kingdom and Germany have long been the second and the third, major destinations for foreign students. In France, between 2001 and 2003, arrivals increased by more 30% and Australia 13%.

The above mentioned meeting tries to develop a comprehensive  reason for the increase of the foreign students in the world. First, it begins with the very human and individual aspiration to learn, to master a skill or profession, to prepare for employment, self-sufficiency and support of a family, and to make a contribution to society. Second, the improvements in transportation and communication have made foreign study and related travel more accessible then ever before. Third, globalization and internationalization of labor markets constitute a major “pull” factor, in particular the enormous demand in the developed world for teachers, healthcare professionals and other skilled workers to support the aging of their native populations. Fourth, a number of countries support the education, training and employment of their citizens abroad. Fifth, there has always been some allure to an advanced degree from foreign institution.

However, participants face the problem in the use of language. They question themselves what wording today is more appropriate for those people who study out of their country. They  think the phrase  “international students” is more positive than “foreign students”.

The matter of the pastoral care for the international students has been deepened in detail. Chaplains and, ministers are invited to design a pastoral plan in different dimensions: welcome the international students in the spirit of Christ. Chaplaincy creates a place of gathering and sharing; a place of opining, free from prejudices. Spiritual, social and cultural events for international students are of special importance. Many international students experience culture shock and secularism. International students seek more than spiritual help, they are in need of practical help.

Certainly chaplaincy economically sustains international students to continue in their studies. International students Offices provide opportunities for cultural integration as well as help and advice about visas, economic matters and studies. In some countries, chaplaincy provides hostels for international students, assist ing them in  developing  leadership skills, helping to help one another to vane their own cultural gifts. Pastoral care of international students has an ecumenical, inter-religious and intercultural dimension; it can create opportunity of dialogue between Catholic and Muslim communities. Ministers encourage the international students to see themselves as a natural resource by returning to their homeland upon completion of their studies. The Catholic students hope that will be a world wide directory of university chaplaincies created by the competent authorities  .

Forum” provides  a good contribution for the knowledge of the international students. It tries to define who the international students are, their origins, and the reasons that impel them to go to the foreign countries to study. Besides, it shows the evidence that international students often bring native wisdom, financial resources, and cultural richness. In conclusion, it highlights  "welcome  and evangelization" as the pillars for the success of the pastoral care for international  students.

(C.G.)

 


 

* The Official Publication of the International Movement of Catholic Students.

 

 

*******

 

L’Ecclesiologia di Scalabrini*

 

 

L’Istituto Storico Scalabriniano, a nome della Direzione Generale di quella Congregazione e con il coordinamento di G. Parolin e A. Lovatin, ha recentemente pubblicato il volume L’Ecclesiologia di Scalabrini. Atti del II Convegno Storico Internazionale.

La convocazione del Convegno in parola (celebratosi a Piacenza dal 9 al 12 novembre 2005) si inserì nell’arco delle celebrazioni centenarie della morte del Beato Giovanni Battista Scalabrini (1905-2005) e ne costituì l’atto ufficiale conclusivo. Bisogna ricordare che tale Incontro fece seguito ad un primo eccellente tentativo che ebbe luogo nel 1987 e i cui Atti furono raccolti e pubblicati nel volume Scalabrini tra vecchio e nuovo mondo. Ideatore e promotore del Convegno di cui ci occupiamo in questa sede fu l’allora direttore dell’Istituto Storico, Antonio Perotti, improvvisamente deceduto prima di poterne vedere l’attuazione e coglierne i frutti. Di fatto, fu Perotti ad individuare come fulcro del Convegno il tema dell’ecclesiologia in relazione allo Scalabrini, giustamente ritenendo che la preoccupazione ecclesiale fosse la nota dominante di tutta la vita e l’opera del Vescovo di Piacenza, confermandosi tuttora il suo contributo più creativo e la sua più cospicua eredità.

Il volume si articola in cinque parti che trattano, rispettivamente, il quadro storico internazionale dell’ecclesiologia del 1800 dopo il Concilio Vaticano I (parte prima: pp. 17-236); l’approfondimento di alcuni aspetti particolari della ecclesiologia di Scalabrini (parte seconda: pp. 239-409); testimonianze e interventi su temi particolari di emigrazione attuale (parte terza: pp. 413-478); i rapporti tra Scalabrini e alcune delle figure più rappresentative nel contesto ecclesiale dell’epoca come don Bosco, don Guanella, don Orione, Mons. Comboni, ecc. (parte quarta: pp. 481-638). La quinta parte, che costituisce anche la conclusione del volume, riproduce il memoriale Pro Emigratis Catholicis, nel quale lo Scalabrini suggeriva l’istituzione di un organismo apposito, all’interno della Curia Romana, che dal centro della cristianità fosse responsabile di gestire la cura pastorale dei migranti di tutte le razze e di tutte le nazioni. Fu quella, del resto, un’intuizione profetica quanto alle modalità con cui la Chiesa poteva esprimere la sua sollecitudine pastorale verso uomini e donne coinvolti nei flussi e riflussi della mobilità umana, fenomeno che, con il passare del tempo, si è sempre più esteso nello spazio e nel tempo, assumendo caratteristiche strutturali e numericamente rilevanti.

Relazioni, interventi e testimonianze, raccolti nel volume in esame, concordano nel sottolineare che lo Scalabrini fu essenzialmente un Pastore, un Vescovo e un uomo di Chiesa, non uno studioso della teologia della Chiesa. Pertanto, mettendo in luce il tema dell’“ecclesiologia di Scalabrini”, il Convegno ha inteso individuare, tra le righe dell’instancabile attività pastorale del Vescovo piacentino, i tratti essenziali e sottintesi della sua fede nella Chiesa di Cristo. Ne è risultata una ecclesiologia che, se da un lato segue sostanzialmente le linee tradizionali dell’epoca, dall’altro non manca di spunti innovativi e originali.

Le principali fonti esaminate nei contributi degli Atti del Convegno furono gli scritti e soprattutto le Lettere Pastorali che periodicamente lo Scalabrini indirizzava alla sua diocesi specialmente, ma non esclusivamente, in occasione delle ricorrenze liturgiche. A questi, si devono aggiungere anche l’opuscolo Il Concilio Vaticano; una serie di conferenze sulla Chiesa come appariva dai documenti del Concilio Ecumenico Vaticano I, tenute nella cattedrale di Como; la preoccupazione per la formazione dei fedeli, che si concretizzò nell’organizzazione dell’insegnamento della Dottrina Cristiana, che nel 1877 gli meritò da Pio IX il titolo di Apostolo del Catechismo; l’attenzione ai bisogni dei più poveri e abbandonati come i sordomuti, le mondariso e soprattutto i migranti; i tentativi per un maggiore coinvolgimento dei laici nella vita e nell’apostolato della Chiesa in tempi difficili come quelli dell’era post-risorgimentale. A questo proposito, il volume mette in luce anche un aspetto finora inedito dell’impegno ecclesiale di Scalabrini, vale a dire il suo contributo ai lavori della Conferenza Episcopale emiliano-romagnola, dove emerge anche l’alto grado di stima e di rispetto che i confratelli Vescovi nutrivano verso lo Scalabrini. Non poteva mancare, infine, uno studio sull’intensa relazione tra il Fondatore/Vescovo e la Santa Sede, un rapporto reso spesso difficile dalle circostanze storiche, dalle posizioni abbracciate dalle diverse parti e, più tardi, anche da imprudenze ed errori commessi da alcuni missionari dello Scalabrini.

Infine, è molto interessante anche la carrellata di personaggi di forte levatura, soprattutto fondatori di congregazioni religiose, con cui lo Scalabrini condivise preoccupazioni apostoliche e autentico zelo pastorale, oltre a mantenere rapporti di sincera amicizia. Anzi, in molti casi l’amicizia generò un certo grado di cooperazione tra le rispettive congregazioni come avvenne nel caso dei Salesiani, dei Guanelliani e dei Pallottini che, almeno per qualche tempo, diedero un consistente apporto all’assistenza dei migranti.

Scopo primario del Convegno, che la pubblicazione degli Atti conferma raggiunto con pieno successo, era di arrivare ad una conoscenza più approfondita della persona e dell’azione pastorale di Giovanni Battista Scalabrini, per attingerne ispirazione e coraggio nel rispondere ai bisogni di coloro che oggi vivono i drammi della mobilità umana, con la medesima sollecitudine che caratterizzò il “Padre dei migranti”. Dunque, il presente volume merita apprezzamento sia perché offre un contributo storico e scientifico di alto valore, sia perché suggerisce orientamenti e itinerari che possono illuminare anche l’odierna azione pastorale, soprattutto nell’ambito della mobilità umana, con autentico spirito ecclesiale. (G.B.)

 


 

* Parolin G. – Lovatin A. Atti del II Convegno Storico Internazionale, Urbaniana University Press, Roma 2007. 

 

*******

 

Le vie di Shikò*

Una delle tante bambine di strada di Nairobi racconta la sua vita.

 Piccola storia che è anche figura di un continente

che subisce abusi inenarrabili

 

 

di Davide Malacaria

 

«Il mio nome è Shikò e vengo da un posto chiamato 87, nel quartiere di Uthiro, un sobborgo di Nairobi. La mia casa è una grossa scatola di cartone in un vicolo del centro». Così si presenta Shikò, una delle tante bambine di strada che vivono nella capitale del Kenya, in questo piccolo libro al quale ha voluto affidare la sua storia. Una storia che inizia con una fuga: madre e fratelli scappano da un marito violento e sempre ubriaco, o, meglio, violento perché sempre ubriaco. Una fuga dal paese alla grande città. È qui che Shikò vede per la prima volta i grattacieli dei bianchi. Li ammira estasiata, fausto presagio di un futuro migliore. Ma è solo un attimo, e la fuga termina oltre quegli edifici lucenti, in uno dei tanti slum della metropoli, dove li attende una casupola miserevole, per di più in affitto. In questa nuova sistemazione, per la madre è difficile provvedere al cibo. Inizia una vita di stenti. La mamma di Shikò fa di tutto, compreso distillare changa’a – alcolico molto diffuso in Kenya – e, forse, darsi alla prostituzione. È mattina quando conduce Shikò ancora una volta presso quegli edifici brillanti. Poche parole, chiare: «Chiedi l’elemosina». Per la bambina è una frustata. Da quel giorno cambia tutto. Shikò sente crescere dentro di sé un moto di ribellione e inizia ad allontanarsi da casa e a frequentare la strada. È il piccolo popolo che l’abita. Una schiera di bambini in fuga da famiglie distrutte che vive tra i vicoli e i parchi della città, con le sue leggi, i suoi luoghi, le sue figure di riferimento. “Jeevanjee garden” è uno di questi luoghi, un parco al centro della città. Qui Shikò a volte viene a dormire, la notte, insieme al suo gruppo, un piccolo branco che deve ogni giorno lottare per la sopravvivenza in mezzo a quella giungla piena di insidie che è la metropoli. Un gruppo precario, perché in strada si usa cambiare compagni con frequenza. Bambini che hanno storie terribili dietro le spalle, spesso in preda ai fumi della colla o all’estasi di qualche droga pesante. Violenti perché respirano violenza tutto il giorno. Con una sola preoccupazione: cercare qualcosa da mangiare, a ogni costo, pena la morte per inedia. Così si rovista tra la spazzatura, si stende la mano in cerca di elemosina, a volte accompagnando quel gesto con  il lancio di buste piene di escrementi verso l’ennesimo “cliente” indifferente. Ad alcuni va male. A Mimò, per esempio, che bussa alle porte alla ricerca di qualcosa da mangiare e che riceve del cibo pieno di topicida. Morirà avvelenata. Capita anche questo tra loro. A volte, invece, si ruba qualcosa. In strada si impara presto a far di tutto per sopravvivere. Anche a prostituirsi. Spesso sono degli adulti a instradare i bambini sulla via della prostituzione e del furto. Figure senza scrupoli, come “the Queen”, la regina, come la chiamano. Aiuta i bambini di strada in vari modi, tra l’altro organizzando i funerali quando muoiono, e vende ragazzine ai turisti occidentali in vena di perversioni.

      E poi la polizia. E la prigione. “Kadema” (o forse un’altra: ne ha girate tante, Shikò, di prigioni, che ne confonde i nomi) è quella dove usano una sorta di sedia elettrica, ma anche nelle altre non si scherza: giù i vestiti e giù frustate con il filo elettrico. Poi anche qui, e ancora, abusi sessuali.

      Una vita a fuggire, a tentare di sopravvivere e a evitare i coltelli e le mani dei più grandi. A passare di luogo in luogo; sempre a cambiar nome per non lasciare troppe tracce dietro di sé. Una rassegna di orrori, guardata con occhi bambini. E anche se tutto intorno a lei è impazzito e violento, Shikò rimane bambina. Verso la madre, stremata dalla malattia e da un uomo violento – un altro, perché è impossibile vivere negli slum senza la protezione di qualcuno – va tutto il suo affetto. Una madre cui non mancherà di far visita di tanto in tanto, tra una prigione e l’altra, tra una violenza e un’altra. Proprio in una di queste visite la bambina incontra Anne, ora direttrice di “Rescue Dada” (ovvero “salva sorella”), un’associazione dell'arcidiocesi di Nairobi dedita al recupero delle bambine di strada, che la porterà con sé per poi affidarla alle cure della “Casa di Anita”, una delle tante opere di carità fiorite attorno a padre Renato Sesana (“Kizito”, come lo chiamano i suoi, dal nome di uno dei martiri ugandesi), missionario comboniano che da anni opera in Kenya. È la sua penna ad accompagnare la voce narrante della bambina, inframmezzando il racconto con commenti e spiegazioni. Così la storia di una bambina diventa spunto per accennare alla piaga dell’alcolismo che si sta diffondendo in tutta l’Africa, o per spiegare come milioni di persone per curarsi devono ricorrere alle medicine illegali e spesso fasulle, dal momento che le altre hanno prezzi inaccessibili. O per parlare dell’Aids, che sta divorando un intero continente nell’indifferenza generale. Così la piccola storia di Shikò è, insieme, la storia di un continente che ha subito e sta subendo abusi inenarrabili. Ma anche la storia di una speranza, perché Shikò è uscita dalla strada grazie a una piccola opera buona. Lì, nella “Casa di Anita”, ha anche conosciuto Dio: «Adesso ho conosciuto il Signore dei cristiani», scrive, «e anche se non ho capito molto, mi piace questo Dio perché è buono e perdona e ci chiede di essere buoni e perdonare anche noi». Così, semplice. Adesso, dice, la chiamano Malaika, che vuol dire “angelo”. Non l’avrebbe mai creduto.

Piccola storia bambina. Che crediamo meriti di essere letta.

 


 

* Renato Kizito Sesana, Shikò. Una bambina di strada, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2006, 236 pp., euro 16,00.

 

*******

 

“Et si je me confessais”

 

 

Il libro di Guy Gilbert, dal titolo “Et si je me confessais” (Ed. Stock, Paris 2006, pp. 286), racconta parte della sua vita, e quella di altri, con fiducia ed ottimismo. Nell’uomo intravede sempre qualche cosa di buono. Lo vede nel povero come nel ricco, nell’ateo, che prima di morire vuole confessarsi, e nel credente che si impegna a vivere una vita fondata sui valori dello spirito. Lo vede nelle varie religioni, che hanno educato per secoli tante generazioni, negli uomini di Chiesa che consacrano tutta la loro vita a Dio e nella missione della Chiesa che testimonia al mondo il messaggio cristiano.

Il protagonista pone al centro della sua esistenza Dio, il Vangelo e la preghiera. Il silenzio è il mezzo più efficace per incontrare Dio e ritrovare se stesso. É nel silenzio interiore che si carica spiritualmente per agire pastoralmente in favore dei più bisognosi. 

Guy sembra destinato ad essere prete sin dal suo concepimento. Sua madre durante la gravidanza promette a Dio che qualora gli fosse nato un figlio maschio lo avrebbe donato a Lui e alla Chiesa. Nel 1948 entra, infatti, in seminario, a Saintes, all’età di tredici anni, dove riceve un’educazione rigida e timorata di Dio. Nel 1965 fu ordinato sacerdote. Il padre lo adorava e lo stimava. Scriveva, in una lettera a sua moglie, dopo la conversione avvenuta per intercessione della Madonna di Fatima: “La gioia più grande della mia vita è il fatto che Guy sia diventato sacerdote”.

Egli è un uomo di vasta cultura e scrive nel corso di trent’anni una ventina di libri.  Appartiene comunque ad un’epoca culturale che va dal Concilio Vaticano I al Concilio Vaticano II. Alcuni lo definiscono un prete progressista altri tradizionale. Lui rivendica tutti e due gli appellativi, poiché il sacerdote deve avere un’apertura totale nei confronti di tutti. La sua cultura è frutto soprattutto di un contatto quotidiano con gli esseri umani: la cultura operaia la riceve da suo padre, che era operaio e da sua madre che accudiva gli anziani e gli handicappati; quella della povertà si deve al fatto che proviene da una famiglia numerosa. La cultura dei valori è poggiata sull’educazione dei suoi genitori: suo padre gli ha inculcato valori forti e duraturi, sebbene lo facesse in maniera rude, secondo l’uso di quel tempo. Questi valori hanno costruito e condotto la sua vita su basi solide e durevoli. I suoi genitori gli avevano insegnato sin dall’infanzia il rispetto degli esseri umani e l’amore di Dio. La cultura della sofferenza l’ha toccata con mano: è stato vicino a tante miserie, ha ascoltato il grido degli emarginati, dei senza tetti, dei ragazzi di strada, dei prigionieri, delle prostitute, dei drogati, degli ammalati mentali, dei deviati sessuali, dei disoccupati, degli immigrati. Vede nella sofferenza un mistero da contemplare e nello stesso tempo un mezzo per elevarsi a Dio. A chi soffre dà amore, tenerezza, misericordia, rispetto, condivisione, tolleranza.

     Il suo apostolato è il segno di una Chiesa aperta al mondo d’oggi e all’annuncio appropriato del Vangelo. L’apostolato in Algeria dell’autore è pieno di ricordi tristi e gioiosi. L’apostolato parigino è vivace e pieno di avventura. I protagonisti sono i giovani di strada, che vanno alla ricerca di eroi, cioè di persone che si alzino al di sopra di loro e ispirino fiducia ed entusiasmo nel vivere il quotidiano.

Nella catechesi sacramentaria Don Gilbert cerca di trasmettere in modo semplice e persuasivo quei valori predicati da Cristo. Risponde così ai vari interrogativi che i fedeli si pongono.

Il libro di Guy è pieno di sensazioni e di emozioni e vi si nota il rigore di uno scrittore. Il suo stile è semplice, chiaro, conciso e scorrevole. Sfoglia la sua vita come se sfogliasse un libro di avventure. L’animo del missionario emerge e il suo cuore si lascia prendere dai problemi che lo circondano. La sua è una storia fatta di ombre e di luci, ma piena di entusiasmo e tanta confidenza nell’amore di Dio. Il Vangelo è la sua regola di vita, lo carica e lo fa esplodere pastoralmente. Il suo motto - si può dire - è quello di servire l’uomo immagine di Dio e fratello. (C.G.)

 

*******

 

Storia delle migrazioni*

 

Riconoscere il peso, valore e ruolo delle migrazioni in generale, sembra essere questo intuizione e contenuto del presente libro della Paola Corti; libro utile, in quanto può servire alla buona ‘curiosità’ di tanti, che s’interessano di problemi sociali e/o di storia in genere.  Per le strade di Roma e del mondo si vedono migranti. Siamo tutti migranti in un qualche modo, in fondo.

In verità, le migrazioni hanno un ruolo centrale (strutturale nell’odierno mondo globalizzato) e questo la Corti lo dichiara apertamente. Il libro, allora, ci viene incontro con una pregnante sintesi capace di dipingere un quadro abbastanza completo delle migrazioni di diversi secoli in varie aree geografiche.

È un libro che si coinvolge (e coinvolge il lettore) in una occhiata forse veloce ma ponderata di all’incirca un 500 anni di storia mondiale, individuando e evidenziando sempre il protagonismo dei migranti, donne e uomini in cammino per migliorare la vita, essendo essi stessi la prima risorsa. Si legge difatti nelle prime pagine che “anche le ragazze alimentavano un’intensa mobilità territoriale e la loro attività si esercitava tanto nel settore domestico quanto nei differenti esercizi della tessitura…già nell’età preindustriale”.

Epoca è questa nella quale la mobilità territoriale rappresentava, fin da allora, “una costante risorsa dell’economia domestica e comunitaria”. Il libro si dispone, pertanto, a indicare e chiarire termini chiave del campo migratorio come ‘catene migratorie’, ‘reti sociali’, ‘esilio politico’, ‘industrializzazione’, ‘urbanizzazione’; qui, poi, il continente africano riceve una dovuta attenzione; per questo, il ‘nostro’ fa da prima lampada per inoltrarci nel difficile mondo delle migrazioni.            

Il libro pretende avere, così, un sguardo complessivo sui temi fin da Le migrazioni nell’età preindustriale ai Movimenti migratori negli ultimi vent’anni del Novecento; e riesce ad aggiornare al punto che il lettore attento può avvantaggiarsi della sua lettura anche per il prosieguo di futuri studi migratori. È un vasto mondo quello della mobilità umana anche pieno di sofferenze da dover distinguere migrazioni ‘volontarie’ e ‘coatte’, come i profughi, i rifugiati ecc.

Un libro di storia diventa motivante e stimolante, quando coinvolgendo nella lettura, riesce a far conoscere, a far capire le diverse fasi e i passaggi epocali, a far sì che ci si liberi da obsolete paure, per cui poi il frutto diviene un agire umano più coerente verso l’altro, e anzi un’azione anche pastorale più consapevole, in quanto la lettura ci ha aperto gli occhi dell’anima e ci sollecita un riconoscimento effettivo di quella che è la storia reale, da essere assunta e vissuta da uomini ora liberi e coscienti.

Sì, la lettura di un libro può far questo in quanto approssima al lettore gli argomenti che sembrano tanto distanti, ma poi si rivelano così vicini. E la storia del passato si trasforma in storia contemporanea, attuale e coinvolgente…Le migrazioni vengono viste come fenomeno strutturale e ricco di risorsa.

Il libro fa parte di una Biblioteca Essenziale e così consigliabile a tutti.. è un libro non recentissimo ma attualissimo.  Forse un po’ presuntuoso e ‘approssimativo’ nel voler abbracciare con un solo sguardo (sole 135 pagine) quasi il mondo intero e tanti secoli.

Questi i capitoletti, dopo una consistente introduzione: -a- Le migrazioni nell’età preindustriale; -b- Gli esodi di massa tra Ottocento e Novecento; -c- Profughi, fuorusciti e deportati tra le due guerre; -d- Le migrazioni nella seconda metà del Novecento; -e- Le caratteristiche dei movimenti migratori negli ultimi vent’anni del Novecento.

C’è, insomma, l’invito a riflettere sui fenomeni migratori di cui il mondo, e l’Italia in particolare, è stato ed è teatro ancor di più tuttora: da questa riflessione può scaturire un’elaborazione personale più ‘onesta’ delle proprie migrazioni per superare le incertezze e contraddizioni con cui l’italiano medio si confronta con le immigrazioni più recenti: strumento di riflessione anche al senso comune di tanti ‘ipocriti’ che si sentono distanti dagli immigrati presenti oggi in Italia. (L.M.)                                                  

 


 

* Paola Corti, Storia delle migrazioni internazionali, Edizioni Laterza, Biblioteca essenziale 53, serie di storia contemporanea, Roma-Bari 2003-2007(3.a edizione).

 

*******

 

¿QUÉ ESPERA EL PONTIFICADO DE

BENEDICTO XVI DE LOS HISPANOS?*

 

Cosa il Papa desidera dai cattolici ispani immigrati negli Stati Uniti? Cosa la Chiesa Cattolica si aspetta da loro?  Cosa noi ‘tutti’ cattolici vogliamo da loro?  Innanzitutto, credo, che essi non perdano la loro fede, la tradizione e il patrimonio cattolico in mezzo al ‘mare magnum’ di relativismo, secolarismo e multiculturalismo, rappresentato particolarmente dagli ambienti e società statunitensi. Non si ha l'intenzione, però, di togliere i meriti e pregi di una società da sempre ‘accogliente’, che conserva forti caratteristiche religiose anche ‘cristiane’, come mostrano interne indagini sulla fede in Dio, il quale riceve sì alta approvazione. 

Ma lì c’è il pericolo di perdere forse non tanto la ‘fede’, ma di non capire più la caratteristica di essere cattolici e di possedere così una ricchezza, che viene sì da Dio, più precisamente dalla Sua iniziativa rivelatrice: “L’uomo ha il diritto alla libertà religiosa. Dio stesso, però, manifestò al genere umano il cammino per il quale può salvarsi e giungere ad essere felice in Cristo. Crediamo che questa religione sia presente nella Chiesa Cattolica, alla quale il Signore Gesù consegnò il dovere di diffonderla nel mondo”(cfr. Dignitatis Humanae n.2). Il libretto indica agli ispani migranti questa propria identità cattolica da proporre nei luoghi e società d’arrivo: diviene un libretto  invito, cioè un forte invito ad approfondire il proprio essere cattolici e ad imparare come proporre questa fede anche negli U.S.A.

Ma questo ambiente non è facile, tra nuove sette, secolarismo e relativismo… Bisogna fare molta attenzione ai preconcetti anticattolici e antiispanici… C’è ancora una realtà anticattolica e antilatina e antispagnola.

Non sembra, a prima vista, ma il libro può utilmente essere letto in due o più parti, in modo da distinguere ciò che è descrizione e ciò che è proposta.

Diviene utile, nel leggere il presente testo, l’individuazione di gruppi di capitoli e quindi di parti del libro in modo da capire meglio gli argomenti svolti, ad esempio ci sono 4 - 5 capitoli che affrontano la ‘pericolosa’ questione del preconcetto cattolico, come se l’ispano, per essere di tradizione cattolica, non possa essere un buon americano e contribuire al progresso degli Stati Uniti… ”We are America” gridavano in molte piazze statunitensi gli ispani lavoratori nell’Aprile 2006 rivendicando diritti e doveri … di essere recepiti come ‘americani’ pur essendo ‘cattolici’.

Il libro qui recensito non è un testo rigorosamente scientifico, né storico, ma offre spunti molto seri di attenta considerazione storica e ‘catechetica’ di modo che gli ispani siano lievito buono.  In fondo, è uno stimolo ad ogni migrante cattolico a non dimenticare il compito affidato da Cristo di evangelizzare fino ai confini della terra.  Il migrante diviene, a modo suo, missionario evangelizzatore perché porta in ambiente diverso la sua fede e quasi ‘costringe’ il nuovo ambiente a modificarsi per ‘accogliere’ e per permettere l’inserimento dei bambini nelle scuole, l’esercizio della preghiera, il lavoro di uomini e donne, ecc. L’ispano farà queste cose a modo suo, certo, con una mentalità e cultura cattolica.

Guzman  Carriquiry vuole motivare gli ispani a partecipare insieme, ecclesialmente, come fedeli cattolici in ambiente statunitense: i latini migranti non devono appena considerarsi una massa eterogenea e mescolanza di gente in nuovo ambiente o solo lavoratori immigrati, ma queste persone, cattoliche, avendo dovuto scegliere la migrazione, necessitano di ritrovare la propria identità anche cattolica per essere capaci di un incontro costruttivo con gli altri in scambio culturale. (L.M.)    

 


 

* Guzmán M. Carriquiry Lecour, Misión de los hispanos en Estados Unidos a la luz de la catolicidad, Coleccion: América Latina: memoria y futuro 3, Instituto Mexicano de Doctrina Social Cristiana, Guadalupe,  Mexico, DF, 2007.

 

*******

 

Migrazioni e società multiculturale.

La verità alla base del dialogo*

 

La Rivista vuol essere un luogo di incontro e scontro, sempre però utile e costruttivo, di opinioni diverse su tematiche correnti e notevoli. Il presente numero riguarda la intricata materia delle ‘migrazioni’, in contesto particolarmente occidentale e poi italiano.

‘Atlantide’ sarebbe ‘un mondo che fa parlare altri mondi’. In questo modo la Rivista stessa si percepisce davanti ai lettori, i quali possono apprezzare vari e interessanti interventi, come si nota nel Sommario, fin dall’iniziale editoriale di Paolucci agli approfondimenti finali di Foschi.

Paolucci si propone nell’argomento Per un superamento dei vecchi modelli. Essi sarebbero, ad esempio, quello francese che va all’insegna della ‘assimilazione’, cioè il migrante è sollecitato ad integrarsi in Francia al punto di ‘scomparire’ come differente in quanto ‘assimilato’ nei valori universali francesi rivoluzionari di Libertà e Uguaglianza, per cui il velo delle donne islamiche le fa troppo diverse dalle altre donne. Di conseguenza esso è proibito per legge.

Si giunge al modello ‘cercasi’ italiano, sul quale si commisurano opinioni contrarie fra loro, come quelle dei politici Ferrero, da una parte, e Fini, dall’altra.

L’idea fondamentale del presente numero ci fa seriamente domandare su quale ‘verità’ cerchiamo, costruiamo e pertanto mettiamo come base del dialogo.

Ci viene incontro l’intervento del cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Sua Eminenza si cimenta nel titolo di primo piano Migrazioni, dialogo interreligioso e reciprocità. Così, egli subito orienta nella direzione che il contributo dei migranti sia determinante nella vita e nel mercato del lavoro, essendo essi rilevanti per l’economia mondiale e necessari per il rinnovo demografico di varie popolazioni. Continuano però i Governi a adottare misure restrittive per contrastare l’immigrazione.

Ci sono studiosi, però, favorevoli ad essa, cioè bendisposti a un’apertura delle frontiere non appena per una soluzione di problemi contingenti, ma piuttosto inseriti in uno scenario globale. Il Cardinale a sua volta chiarisce che “ciò non significa aderire alla visione di una totale e indiscriminata  libertà d’immigrazione, anzi è grave compito dei governi regolare la consistenza e la forma dei flussi migratori, tenendo conto del bene comune, in modo che gli immigrati siano dignitosamente accolti e gli abitanti del Paese che li riceve non siano posti in condizioni di orientarsi verso il rigetto con conseguenze nefaste sia per gli immigrati che per la popolazione autoctona e per i rapporti tra i popoli”.

Rimane sempre valido il diritto a non emigrare, ma quando questo non garantisce, o quasi, in patria, la sopravvivenza, sorge poderoso il diritto a emigrare, rileva nel suo articolo Giorgio Feliciani, ordinario di Diritto canonico all’Università cattolica di Milano: Il pensiero e le iniziative della Chiesa Cattolica. Di conseguenza, già Pio XII richiedeva che le ‘vie di emigrare’ fossero aperte a quanti sono costretti ad abbandonare le loro case. E Giovanni Paolo II completava auspicando che il ‘male’ dell’emigrazione non comportasse maggiori danni, anzi l’emigrazione potesse apportare, con giuste leggi, al migrante e ai suoi familiari, benefici alla loro esistenza personale e sociale.

Di fatti, l’investigazione realizzata dalla Rivista ammette che le società sono da sempre multiculturali e che da sempre esistono flussi migratori, ora in aumento… spunta il problema della convivenza di identità diverse, non risolvibile appena con il rispetto dei soli diritti individuali, né appena con il riconoscimento dei diritti dei gruppi: bisogna giungere ad un atteggiamento aperto di ciascuna cultura verso l’altra. È un dialogo culturale (e anche interreligioso), basato innanzitutto sulla verità, su quella verità configurata dalla struttura originaria della persona, che ‘unica’ può permettere un confronto sereno e reale nelle attuali società. (L.M.)         


 

* Con questo titolo si presenta il numero 2 (giugno 2007) della Rivista Trimestrale ‘Atlantide’ della Fondazione per la Sussidarietà.

 

*******

 

PRESENTAZIONE DI NUNTIUM N. 30 (2006)

 

Cercare di fotografare ‘questo’ mondo in movimento, provare a cogliere con un “click” ‘questa’ società globale sembra essere stato l’intento del Dossier Migrazioni e Migranti, della rivista <Nuntium>, trentesimo numero, pubblicato dalla Pontificia Università Lateranense.

Nel Dossier si susseguono tante immagini di ‘questo’ mondo di sofferenze: ci sono donne e uomini, bambini e famiglie complete e interi popoli in movimento, anzi in cammino; tutti non stanno in belle e comode abitazioni, ma fra sterpaglie o nel deserto, o su barconi, o in treno o…seduti sul primo marciapiede, o radunati in foto di gruppo. Si possono pure osservare valigioni, o altri contenitori di fortuna. Ci sono tutti: neri, bianchi, gialli… Treni in partenza portano via nazionali e bastimenti in viaggio con africani a bordo.  

Insomma un effettivo mondo in movimento che sfugge… Allora, qual’è la pretesa della Rivista?

C’è la competenza della Pontificia Università nel farsi concedere gli emblemi dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni- OIM - di Ginevra, e c’è tutta una schiera di conoscitori della difficile materia Migrazioni, disponibili a lanciarsi in questa sfida accattivante e dilaniante di afferrare l’inafferrabile: cioè il desiderio e sogno e illusione del migrante che parte di sua ‘propria’ iniziativa, o dello sfollato ‘costretto’ a abbandonare la sua terra e la sua casa.

In fondo, la domanda (ma verso dove?) vale per tutti. Tutti, o quasi, hanno subíto una qualche ingiustizia. Lasciare la propria patria è pur sempre uno strappo doloroso.

Diventano indispensabili, dunque, la competenza e la maestria di studiosi (vescovi, preti, missionari e laici): McKinley, Tomasi, Golini, Martin, Amato, Blangiardo, Frattini e Cagiano de Azevedo, per la prima Parte, dedicata agli “Scenari di un mondo in movimento”. Vi sono poi Demarie, Carballo, Prencipe, Marin, Baggio, Santillo, Madrazo Rivas e Letta, per la seconda Parte, dal titolo “Le cause e i bisogni di un fenomeno in crescita”.

Le tematiche della “Integrazione, coesistenza di culture, finanziamento allo sviluppo” sono affrontate nella terza Parte, a cui si dedicano Zurcher, Pastore, von Oswald, Nkafu Nkemnkia, Wihtol de Wenden, Cardini, Ardura, Ambrosini e Avveduto. Su “L’attenzione e l’apporto delle religioni ai migranti” (quarta Parte) si cimentano invece Marchetto, Saviola, Dupré, Riccardi e Fardeau.

Segue l’ultima Parte, circa “Le politiche tra integrazione e identità”, curata da vari specialisti: Battistella, Sigillo, Pittau, La Manna, Gamaleri e Mei. C’è pure un approfondimento di Manzone su “Le migrazioni umane nel Magistero della Chiesa”, con finale di Quevedo su “Comunione, solidarietà e missione per rispondere al dissolvimento della famiglia”, con sguardo sull’ Asia.

Nella società globale cambiano le rotte, si mescolano le dinamiche e si incrociano i volti di uomini e di donne, ma in questo mondo globalizzato e sofisticato il problema è pur sempre ‘umano’: v’è l’urgenza di una governance che consenta un equilibrio virtuoso (e favorevole all’uomo) tra il rispetto delle regole e la capacità di accogliere e integrare, nel rispetto.

È una sfida per la politica e per le religioni con un unico obiettivo: l’edificazione di una società del ‘con-vivere’! ( L. M.)  

*******

 

San Gregorio di Narek

Teologo e Mistico*

 

 

 

In questo volume sono raccolti gli interventi, al relativo Seminario Internazionale, di numerosi esperti con una prolusione di Sua Beatitudine Ignace Moussa I Cardinal Daoud. San Gregorio incarna gli slanci, l’animo, la storia e il pathos del suo popolo, più e meglio di chiunque altro, tanto da diventarne il monumento vivente che maggiormente lo caratterizza.

Nelle relazioni, tutte di grande spessore, viene esaminato via via la cultura, la profonda ricchezza teologica e mistica  e altresì il rapporto con il mondo arabo-islamico di San Gregorio. Dall’attenta lettura degli “Atti” si ha la possibilità di conoscere attraverso mente e cuore, la ricchezza universale di questa figura profondamente inserita nella sua amata Chiesa Armena del decimo secolo.

Emerge inoltre che il Santo Dottore di Narek fu anche un grande poeta, oltre che un teologo e interprete dei misteri divini. Nel rispetto del linguaggio teologico del suo tempo, egli  propose ai suoi contemporanei  e a tutti i futuri lettori delle interpretazioni universali. Sui temi fondamentali della dottrina cristiana, la Trinità, l’Incarnazione, il ruolo della Madre di Dio, l’ecclesiologia, la Redenzione, l’insieme dei suoi scritti esprimono adeguatamente la fede comune della Chiesa, con appoggio su una conoscenza molto sicura delle Sacre Scritture.  (M. P. R.)


 

* A cura di Jean-Pierre Mahé e Boghos Levon Zekiyan, Pontificio Istituto Orientale. Il volume raccoglie gli Atti del Seminario Internazionale dedicato a San Gregorio di Narek teologo e mistico, svoltosi dal 20 al 22 gennaio 2005, presso il Pontificio Istituto Orientale. Il Rettore del Pontificio Collegio Armeno, Rev. P. Joseph Bezouzou e il P. Philippe Luisier, S.J., hanno curato l’organizzazione del Simposio.

 

*******

 

L'immigration, phénomène inéluctable*

 

Laetitia Van eeckhout

 

 

Ce n'est pas sans arrière-pensée électoraliste qu’en 2006 Nicolas Sarkozy proposait une nouvelle loi sur l'immigration. Le 11 décembre, le ministre de l'intérieur et désormais candidat UMP à l'élection présidentielle se faisait encore l’écho de «l'angoisse » des Français, suscitée par « l’immigration massive » que connaît le pays, selon lui.

En dépit d'une progression notable des flux migratoires depuis 1998, l’immi­gration ne prend pourtant pas, dans la France d'aujourd'hui, la forme d'une « intrusion massive », mais bien davanta­ge celle d'une « infusion durable », com­me s'attache à le rappeler le démographe François Héran, directeur de l'Institut national d'études démographiques. Le solde migratoire de la France est évalué par l’Insee à 105.000 personnes. De 1,7‰ ce solde, l'un des plus modérés du monde industriel, est loin d'atteindre les niveaux des années 1950-1974.

Aussi, avec un accroissement naturel dynamique (800.000 naissances pour 540.000 décès, soit un solde naturel de 4,2‰), la France fait figure d'exception dans l'Europe vieillissante. Elle est même le seul grand pays d'Europe où la contribution de l'immigration à la crois­sance démographique reste depuis dix ans minoritaire, y participant pour un tiers seulement. La plupart de ses voisins affichent, eux, ces dix dernières années, des soldes migratoires compris entre 3‰ et 10‰, allant de pair avec des sol­des naturels nuls ou négatifs.

La fécondité exceptionnelle de la Fran­ce s'expliquerait-elle néanmoins par l'im­migration ? Pas davantage, en réalité. Car si la contribution des immigrées au nombre de naissance est relativement importante (12 %), ce surcroît ne relève en fait le taux de fécondité du pays que de 0,1 enfant, le portant à 2 enfants par femme. Le démographe prévient néan­moins : cette exception française « ne durera pas, ou du moins pas plus d'une génération ». A compter des années 2030, les décès commençant à frapper les baby-boomers vont se mettre à croître fortement, et finiront par rejoindre ou dépasser le nombre des naissances. Du coup, c'est la migration qui assurera en priorité la croissance de la population, comme c'est déjà le cas chez nos voisins.

Partant de là, se fixer aujourd'hui l'ob­jectif de réduire le flux migratoire est peu réaliste, sauf à choisir la voie du déclin. La loi de 2006 a pris acte, sans trop le dire toutefois, de ce rôle de plus en plus décisif de l'immigration dans la croissan­ce de la population, par la réouverture des frontières a la migration de travail. Reste que l'objectif de cette loi, observe François Héran, est de faire reculer l'im­migration « subie » et de la ramener sous, l'immigration « choisie ». Ce qui revient nécessairement à réduire le solde migra­toire de la France. Or, force est de consta­ter que cet objectif n'est pas « démo-com­patible », relève le démographe.

La part croissante de l’immigration dans la population française est un phé­nomène inéluctable. Au lieu d'agiter cet­te évolution comme un spectre, de s'en­fermer dans la dénégation, ne vaut-il-pas mieux, comme y a invité François Héran, se préparer au « brassage » grandissant des natifs et des immigrés ?

 


 

* Le Monde, Jeudi 18 janvier 2007

 

*******

 

AL SUNDANCE TRIONFA IL FILM

SUI MESSICANI CLANDESTINI*

 

 

Giovanna GRASSI

 

 

Anche se sono state presentate tante commedie, al Sundance ha vinto su tutta la linea l’impegno con un’anima latina, a confermare una forte tendenza di stagione già delineatasi con le nomination per gli Oscar e ancora prima con i Golden Globe.

Miglior film è stato giudicato Padre Nuestro del regista Christopher Zalla – nato in Kenya – che racconta con durezza la storia di Pedro, un ragazzo innocente e senza esperienze che lascia una zona centrale del grande paese per accordarsi a Juan, un trafficante che porta i messicani senza permesso di soggiorno negli Stati Uniti. Il ragazzo ha un solo sogno: conoscere il padre immigrato anni prima e per il quale la madre gli ha consegnato una lettera.

“È una storia di ricerca d’identità – spiega il giovane regista – ambientata in una metropoli dove il cane più forte mangia il cane più debole. Dobbiamo tutti fare un esame di coscienza sull’uso che facciamo degli immigrati, ma nel mio film ci sono a tratti anche toni comici, che dimostrano con amarezza l’egoismo perpetuato giorno dopo giorno sui messicani, che sono ormai una forza lavoro ed economica basilare per questo Paese”.


 

* Dal Corriere della Sera, 29 gennaio 2007, p. 31.

 

*******

 

Une violence à la condition humaine*

 

 

Recueilli par Julia FICATIER

 

Mon ami camerounais, au beau prénom afri­cain, Flaubert, dit "j’arrive" pour partir et "nous sommes ensemble" quand il quitte quel­qu'un. Sa manière de conjurer le sort. Ceux qui partent ne pensent pas revenir et, quand ils quittent une personne, c'est pour toujours. Ils ont dans la tête ce rêve d'une vie meilleure, ailleurs, une vie avec plus de justice, plus de dignité, plus de liberté. Quelqu'un qui a envie de partir, on ne peut pas le retenir. Malika, la petite Maro­caine, ouvrière dans une usine de Tanger, ne dit-elle pas: "L’Espagne, Françá, j'y habite déjà en rêve." "Et tu t'y sens bien?", questionne son voisin Azel. "Cela dépend des nuits," répond Máliká.

Emigrer - ce n'est pas un voyage, touristique -, c’est une violence faite à la condition humaine. Qui n'a pas vu ces embarcations de fortune munies pour la plupart de moteurs tenter d'emmener du Ma­roc, de Mauritanie ou du Sénégal, des clandestins de l’autre côté, aux îles Canaries, terre espagnole? Un voyage à hauts risques, des errańces dans le désert, avant combien de noyades dans l'océan Atlanti­que! Qui n’a pas vu ces centaines d'Africains se jeter sur des grilla­ges, hauts de trois mètres, élevés pour les empêcher de passer vers Ceuta et Melilla, les deux enclaves espagnoles collées au nord du Ma­roc? Ils s'y sont blessés. Ils en sont morts aussi, certains disparus en Méditerranée.

On a pris l’habitude de compren­dre l'exil politique et nettement moins l’exil économique qui fait parler «d'émigration choisie», contre «l'émigration jetée», celle dont personne ne veut. C'est scandaleux de faire son marché en choisissant les plus qualifiés des candidats à l'émigration. Tout en étant appauvris par ces départs, les pays, concernés en sont « soulagés » : ils n’ont plus d'effort à faire, plus de devoir vis-à-vis de leurs concitoyens.

Partir n’est pas la solution. C’est même une grave erreur. Ceux qui partent dans des conditions illégales: payent très cher le pas­sage de l'autre côté, eux et leurs familles qui se cotisent. Seule la mafia des passeurs en profite. Écoutez ce que dit Abdeslam, le candidat au départ, et ce que lui répond Al Afia, le passeur aux propos trompeurs: "Dis-moi, la barque, c'est pas dutoc? - Bien sûr que non! - Combien de gent vas-tu y mettre ? - Le nombre légal, pas plus, pas moins. Pourquoi êtes vous si méfiants? - Parce que les noyés sont nombreux ces derniers temps. - Je suis un professionnel, pas un marchand de désespoir. Je fais ça pour rendre service aux gars du quartier, c'est pas avec ces broutilles que je m'enrichis".

Il y a cette vérité commune à tous: personne n'admet que sa porte soit forcée ni que ses fron­tières soient violées. Pourquoi ne pas regarder le problème de ces migrations en face? Depuis pas mal de temps, il y a un manque sérieux de rapport à la réalité. La réalité, soit on la maquille, comme c'est souvent le cas, soit on la regarde en face, et alors, on fait état de choses dérangeantes qui ne font pas plaisir. J'en prends le risque en proclamant qu'il faut s'appuyer encore une fois sur la réalité historique! Il y a une his­toire, celle de la colonisation qui a profité énormément à la prospérité française d'un côté et qui a provo­qué de l'autre une extrême pau­vreté en Afrique, continent sans cesse menacé de sécheresse, de famine. Il faut parler aussi de ce soutien continu de la France aux «dictateurs africains», corrompus, au nom précisément de l'histoire commune. Cette responsabilité française, ne la nions pas, mais travaillons tous ensemble, main dans la main, pour nous en sor­tir.


 

* La Croix, Vendredi 2 Février 2007, p. 12

 

*******

 

L’ILE MAURICE ESQUIF DE TRANSHUMANCE*

 

 

Carl DE SOUZA

 

 

Le peuple de mon pays est le produit de migrations relativ­ement récentes : aventuriers blancs et autres venus chercher fortune, esclaves arrachés à leur terre, main-d’œuvre «engagée» en Inde... S'il s'est toujours livré à une recherche désespérée de racines, il a largement oublié la transhumance qui l'a conduit en cette île, improbable, et le goût des grandes traversées.

Ma propre enfance fut épisodi­que, ponctuée par les transferts de mon père: maisons vétustes dont nous découvrions les particulari­tés d'une construction coloniale, d'autres plus récentes et dénudées, conçues pour résister aux cyclo­nes. Amitiés laissées en suspens et qui n'avaient jamais le temps de se dénouer, écoles auxquelles il fallait s'adapter comme à de nouvelles chaussures, dures et sans pitié. Ma mère n'avait de cesse de se plain­dre de ses meubles déglingués par les déménagements, de la distance que les postes successifs mettaient entre elle et ses parents qui, eux, habitaient toujours la même ville au centre du pays.

En revanche, nous avons célé­bré Divali, la fête hindoue de la lumière dans un village du Nord, dégusté les friandises chinoises qui se vendaient sur les trottoirs de Port-Louis, parlé créole avec un accent de l’île Rodrigues, attrapé lors d'une étape sur la plus petite île des Mascareignes, distante de l'île Maurice d'à peine 560 km...

L'avènement dé l'indépendance, auquel toute une section de la population n'avait voulu croire malgré les signes avant-coureurs, a causé une émigration massive de métis créoles et de Blancs dès la fin dés années 1960, surtout par crainte d'une domination hindoue. L'Australie, l'eldorado de l'époque, donna du travail à beaucoup, mais leur permit en même temps, d'esquiver cette coexistence de différentes communautés sans l'arbitrage des Anglais.

Si la courte histoire de Maurice, devenu pays, souverain, n'a pas justifié leurs craintes et l'a conduit jusqu'ici sans trop d'encombre à travers les expériences de l'in­dustrialisation, du tourisme et des bouleversements sociaux qui s'y rattachent, il semblerait que l'île ait été rejointe par le modernisme. Alors que la com­munication lui permet de recol­ler aux grands pays fondateurs, la France, la Grande-Bretagne, l'Inde, sans oublier l'Afrique, un libéralisme forcené l'oblige à suivre une route qui l'éloigne des valeurs traditionnelles qui avaient perduré justement à cause de l'isolement: une convivialité un peu désuète, le sens de l'accueil qu'on a voulu confondre avec la servilité, la gratuité… Aussi, osons le dire, le patriotisme, pour ce qui n'était encore qu'une patrie en devenir.

Sans être nostalgique du «temps béni des colonies», l'îlien doit aujourd'hui se résigner à être performant pour survivre. Juste­ment, parce qu'îlien, il n'est plus. Le «Global Village» moule davan­tage les mentalités qu'il ne propose de rencontres de différences...

Ainsi sommes-nous fragilisés par la chute du cours du sucre sur le marché mondial, qu'une brève et outrancière phase d'industriali­sation et qu'un tourisme de luxe n'ont pas (encore?) compensée.

Un poète mauricien qui nous á livrés de bien belles pages dans les années 1950 comparait l'île à un arbre aux multiples racines; on pourrait, aujourd'hui, trouver plus appropriée l'image d'un es­quif au milieu d'un océan vaste et tourmenté. Cherchant et se cherchant. Sans doute est-ce l'idée qui m'habitait quand j'ai écrit Ceux qu'on jette à la mer quelques an­nées après qu'on avait découvert une «cargaison» d'improbables jeunes Chinois dans la cale d'un chalutier mouillé dans le port. Personne n'a su d'où ils venaient exactement et eux affirmaient aller en Haïti, sans doute petite porte permettant, l’accès aux États Unis. A chacun son Amérique.

Nous assistons à Maurice à un phénomène nouveau. Ce n'est plus une section de la population qui ne se sent plus chez elle comme dans les années post-indépen­dance. C'est toute une jeunesse, après des études universitaires, fortement encouragée par les parents, qui aspire à quelque chose que l'île natale n'offrirait plus. L'a-t-elle jamais offerte cette manne? Ou les besoins n'ont-ils pas simplement changé? Car, par ailleurs, l'île tropicale des dépliants touristiques devient de plus en plus une île-cité, avec son collier de grands hôtels côtiers et un rythme qui rivalise avec celui de toutes les cités.


 

* La Croix, Vendredi 2 Février 2007, p. 12.

 

*******

 

ON EST TOUS À UN MOMENT

DES ÈMIGRÉS DE LA VIE*

 

 

Laurent GAUDÉ

 

Pendant sept ans, je n'ai pas cessé de me pencher sur ce thème vaste, bou­leversant, sur cette thématique dé l'exil, du désir du voyage, du combat contre les mauvais coups du sort pour s'en sortir. J'ai même écrit une pièce en 2003 sur l'immi­gration algérienne, sur la double appartenance, sur trois femmes de 50 ans, Les Sacrifiées, jouée au théâtre des Amandiers à Nanterre un an après.

Depuis 1999-2000, je conservais dés journaux me constituant des dossiers et puis j'ai été rattrapé par les images terribles de Ceuta et Melilla, les enclaves espagnoles as­siégées aux frontières marocaines par des centaines de clandestins venus d'Afrique noire, grimpant sur dés grillages, tombant sur le sol, terriblement blessés pour les uns, morts pour les autres, avec, pour les plus chanceux, la joie im­mense d'avoir réussi à « passer de l'autre côté». J'étais bouleversé.

J'ai alors voulu écrire le roman de ces hommes-là, de ces jeunes Africains prêts à tout, même à la mort pour atteindre l'eldorado que représente l'Europe. Je me suis posé à ce moment-là une vraie question: est-ce que j'ai le droit d'écrire sur cette tragédie, sans jamais être allé sur les lieux, à Tanger, à Ceuta, à Melilla ou sur l'île italienne de Lampedusa, autre lieu de passage des clandestins?

J'ai préféré me nourrir de cette réalité, sans témoins directs, m'appuyant sur des journaux, des photos, sur le regard de ces jeunes gens. Je ne sais pas ce que c'est d'être exilé. Je suis un Fran­çais de France comme on dit, né à Paris, pas trop baroudeur. Mais il m'est arrivé le temps d'un voyage de m'être senti étranger, perdu, dans une ville que je ne connais­sais pas, d'être un visage qui s'ef­face, vite oublié des passants.

Alors, même si cette sensation a été fugitive, j’y ai puisé des sensations fortes sur la problé­matique de l'exil, de l'identité, de l'appartenance: qui ne s'est pas demandé un jour ou l'autre ce qui resterait de soi, d'une vie qu'on a laissée derrière soi, des liens avec ce qui est loin, avec ce qui était « soi » auparavant, avant un exil?

Il n'est pas si facile de quitter sa vie. On est tous à un moment donné des émigrés de la vie car elle se charge de nous faire quitter notre enfance, notre adolescence, des endroits, des maisons, nos amis, nos souvenirs aussi.

La jeunesse des clandestins fait que je sens en empathie avec eux. J’ai leur âge, 34 ans. Si j'étais né dans un pays d'Afrique noire, si j'y vivais, si j'étais confronté à ce choix-là, je serais comme eux: il n'y a en effet aucune raison de ne pas tenter le grand voyage pour tenter de mieux vivre. Le jeune homme de 30 ans, clandestin, «ingénieur ou médecin», comme le pense le héros d'Eldorado, le commandant Salvatore Piracci, gardien de la citadelle Europe, qui navigue depuis vingt ans avec sa frégate au large des cô­tes italiennes, afin d'intercepter les embarcations des clandes­tins, dit à l'officier italien: «J'ai échoué. Ce n'est pas grave. Je vais retourner chez moi. Je réessaierai. Mais j'allais mourir, noyé, là, au milieu de nulle part, avec de l'eau dans la bouche, dans les yeux, dans les poumons. Juste un corps pour nourrir les poissons. Vous m'avez sauvé de cela».

Je ne puis accepter cette mort affreuse pour ces jeunes Africains ou le retour obligé au pays. Alors j'ai inventé « le dieu des émigrés», Massambalo, que présente le conteur ivoirien. On ne sait pas à quoi il ressemble. Mais « il a des esprits qui voyagent pour lui. On les appelle les ombres de Massambalo. Elles sillonnent le continent. Du Sénégal au Zaïre. Dé l’Algérie au Bé­nin. Elles peuvent reυêtir différentes formes: un enfant gardant quelques chèvres sur le bord d'une route. Une vieille femme. Un chauffeur de ca­mion au regard étrange. Ces ombres ne disent rien. C'est à travers elles que Massambalo voit le monde. Il voit ce qu’elles regardent. Il entend ce qu'elles écoutent. À travers elles, il veille sur les centaines de milliers d'hommes qui ont quitté leur terre. Ces ombres sont toujours en route. On ne les voit qu'une fois. Le temps d'une halte. D'un voyage. Elles ne parlent pas. Ne révèlent jamais qui elles sont. C'est au voyageur qui les croise de deviner leur identité. Si l’ombre acquiesce, alors il peut lui laisser un cadeau. L'ombre de Massambalo prend l’offrande et la conserve. C'est signe que le périple se passera bien. Que le vieux dieu veillera sur le voyageur ». C'est mon souhait pour tous».

           

Recueilli par

Julia FICATIER

 

 


 

* La Croix, vendredì 2 Février 2007, p. 14.

 

*******

 

GEOGRAFIA ED ANTOLOGIA DELLA

«LETTERATURA MIGRANTE»*

 

 

Ada PEROTTI

 

 

Sono passati quasi vent’anni dalle prime manifestazioni in Italia di un fenomeno culturale molto diffuso in Europa: la letteratura della migrazione. Ora i tempi sono maturi per tracciare un preciso e dettagliato resoconto delle opere scritte in italiano da autori immigrati e fare un pò di chiarezza sull’argomento.

È quanto si propone di fare il «Nuovo Planetario Italiano. Geografia e antologia della letteratura migrante in Italia e in Europa», un’opera e una preziosa antologia, curata da Armando Unisci, professore associato di Letterature comparate al Dipartimento di Italianistica e Spettacolo della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università «La Sapienza» di Roma. Dal 1983 ha pubblicato 30 libri e decine di articoli scientifici in riviste e atti accademici di tutto il mondo. […]


 

* L’Osservatore Romano, N. 27 (44.470), del 3 Febbraio 2007, p. 9.

 

*******

 

L’ÉTRANGER*

 

 

S.Exc. Mgr Alphonse Georger

 

Ce n'est pas du roman « l’Étranger » d’Albert Camus que je veux parler, roman qui dépeint l'existence d'un homme qui mène sa vie en étranger dans un monde absurde. Mais je voudrais plutôt réfléchir sur notre comportement absurde en face de l'étranger, de tout étranger... et, à la lumière de la foi, invi­ter chacun de nous à nous engager résolument sur le chemin de la conversion à laquelle nous appelle le carême qui est tout proche.

« J'étais étranger et vous m'avez accueilli » (Mt 25, 35). Ces paroles fortes de Jésus peuvent nous choquer ; elles devraient surtout nous faire réfléchir sur ce qu'a vécu Jésus qui est devenu un étranger, Jésus qui s'identifie à l'étranger et qui nous permet surtout de le rencontrer en le servant.

Dès le début de son évangile, Jean affirme que le Verbe, c'est-à-dire Jésus, « est venu dans son propre pays, mais les siens ne l'ont pas accueilli » (Jn 1,11).

Un passage de l'évangile de saint Luc (Lc 4,21-36) nous raconte bien concrètement comment Jésus a été rejeté par les siens. Un jour, Jésus prê­chait dans la synagogue de son pays à Nazareth, c'était probablement sa première homélie devant les habitants de son village qui connaissaient bien les membres de sa famille. Ils admiraient son commentaire du prophète Isaïe tout en lui faisant sentir leur jalousie à l'égard des gens de Capharnaüm, des étrangers parmi lesquels il avait opéré des miracles, des guérisons, alors que chez eux il n'en avait pas encore accompli. Vainement, Jésus cherche à élar­gir leurs horizons égoïstes. Il n'arrive pas à leur faire comprendre que Dieu veut agrandir le cercle bien chaud de la parenté et des groupes humains de même appartenance pour l'ouvrir aux étrangers. Par des exemples du passé d'Israël, Jésus illustre ses affirmations en citant des prophètes que Dieu a en­voyés à des personnes étrangères au peuple élu : ainsi, Élie fut envoyé à une veuve de Sidon pour soulager sa grande détresse et non pas aux nombreuses veuves d'Israël qui souffraient de la même sécheresse ; de même, un Syrien, le lépreux Naaman, vint trouver Élisée pour être guéri, alors que les lépreux étaient bien nombreux en Israël. Dans la synagogue de Nazareth, Jésus de­vient l'étranger de son propre peuple, ce peuple qu'il aime à l'extrême, mais non pas exclusivement. Dans la synagogue de Nazareth se profile déjà le des­tin du messie, sa passion, son calvaire. Jésus est poussé vers l'escarpement d'une colline en dehors de Nazareth, pour être tué : on se croirait déjà un cer­tain vendredi, près d'une croix, en dehors de la ville de Jérusalem !

Jésus exclu, devenu étranger pour les siens, devient le missionnaire de l'amour de Dieu pour tous les hommes. Il devient tellement étranger qu'il s'identifie même à l'étranger, à tout étranger. Il nous donne surtout la chance de pouvoir le rencontrer, de pouvoir le servir et l'aimer, puis de vivre éternel­lement avec lui si dès à présent nous accueillons l'étranger.

Après avoir terminé la lecture du passage du livre d’Isaïe, dans la syna­gogue de Nazareth, Jésus ajouta, de son propre chef: « Cette parole de l'Écriture que vous venez d'entendre, c'est aujourd'hui qu'elle s'accomplit. » Jésus n'a pas commenté de manière classique ou routinière les prophéties d'autrefois et il présage encore moins l'avenir par des paroles lénifiantes et prometteuses. Non, il parle d'aujourd'hui. Son homélie veut frapper les auditeurs en les faisant réfléchir sur l'action de Dieu dans le cœur des hommes, en les appelant à la conversion et à l'engagement spontané, sans remise au lendemain.

Aujourd'hui aussi, Dieu frappe à notre porte ! Nous pouvons être déran­gés, voire déstabilisés devant certaines interpellations venant d'hommes ou de femmes étrangères, aux traits peut-être défigurés, méconnaissables. Souvent nous avons du mal à reconnaître l'étranger comme un frère. Nous nous déro­bons alors, non seulement parce que nous n'avons pas toujours les moyens pour venir en aide, mais parce que nous sommes mal à l'aise, mal réconciliés en nous-mêmes, avec cette image de l'étranger qui pourrait être la nôtre et qui est en même temps le visage de Dieu. Cette image, nous voulons la placer en dehors du champ de vision de notre bonne conscience car elle ne correspond pas à celle de Dieu que nous avons fabriquée. Nous avons peut-être aidé quelques étrangers. Ces derniers ont beaucoup de visages : ils ne sont pas nécessairement les migrants d'Afrique subsaharienne qui transitent nombreux par l'Algérie, cherchant à rejoindre une Europe de leurs rêves, mais ils sont peut-être juste à côté de nous, dans le cercle de nos relations habituelles... Nous ne serons jamais tranquilles, jamais quittes, jamais arrivés ! Jésus n'aura jamais fini de nous bousculer, il continuera à nous rencontrer, à s'introduire dans notre vie en frère étranger et dérangeant, non pas pour nous déstabiliser et nous culpabiliser mais pour nous faire entrer dans ce courant d'amour fraternel et universel qui nous hausse au niveau de Dieu dont nous sommes les enfants.

Alors ne fermons pas notre porte ! Un jour, Jésus nous adressera aussi ces paroles : « J'étais étranger et vous m'avez accueilli. »


 

* da Le Lien, n. 347, février 2007.

 

*******

 

IL CASO OLANDA INSEGNA.

 SERVE UN’IDENTITÀ «ARRICCHITA»*

 

 

Samir Khalil SAMIR

 

La presenza d'immigrati in Europa, in particolare quelli che affermano un'identità fortemente diversa e fanno difficoltà ad integrarsi nella cultura e nella civiltà occidentale, solleva la questione dell'identità occidentale stessa. Esiste un'identità dell'Occidente? Se esiste, quali sono i suoi componenti? Che valore universale hanno? Insomma l'immigrazione, ben oltre i problemi economici, pone interrogativi di fondo sull'essere europeo e occidentale.

Non a caso, un dibattito è sorto di nuovo in queste settimane a partire dall'affermazione identitaria dei musulmani. L'occasione è stata il saggio di Ian Buruma Murder in Amsterdam: The Death of Theo Van Gogh and the Limits of Tolerance («Assassinio ad Amsterdam: la morte di Theo Van Gogh e i limiti della tolleranza»), pubblicato negli Stati Uniti nel settembre 2006. Ayaan Hirsi Ali, la deputata di origine somala e sceneggiatrice del film Submission che è costato la vita al regista Van Gogh, minacciata di morte, ha lasciato l'Olanda per gli Stati Uniti. Buruma dice la sua ammirazione per lei, ma non lesina critiche, chiamandola «assolutista dell'illuminismo», formula che Timothy Garton Ash riprende forzandola in «fondamentalista dell'illuminismo».

Spiega Buruma (olandese di nascita): la libertà olandese si è spesso dimostrata oppressiva per la gente che appartiene a società rigide o tribali. Gli ideali occidentali, che pretendono di essere universali, sono inaccettabili per la cultura musulmana. Critica Pim Fortuyn, il politico ucciso il 6 maggio 2002, il quale diceva: «Gli stranieri che non sottoscrivono i valori olandesi dovrebbero lasciare l'Olanda». E critica la Hirsi Ali e Van Gogh perché non accettano nessun compromesso con i musulmani sulla questione dei diritti delle donne o dei gay; e critica pure una femminista che aveva detto: «Trovo sia terribile che dobbiamo offrire il benessere sociale e gli aiuti a gente che rifiuta di dare la mano ad una donna!».

Il libro di Buruma ha suscitato reazioni di segno diverso. In Spagna, Mario Vargas Llosa difende a fondo la Hirsi scrivendo su El País: «Se la cultura della libertà riuscirà a resistere all'assalto del fanatismo religioso, lo dovremo proprio ai nuovi cittadini dell'Occidente, gente come Ayaan Hirsi Ali, che per aver sofferto sulla propria pelle gli orrori dell'oscurantismo religioso sa apprezzare e difendere i valori dell'Europa».

Anche il filosofo francese Pascal Bruckner difende la posizione della Hirsi, criticando il multiculturalismo di Buruma e di Ash. Il multiculturalismo «è il razzismo degli antirazzisti, incatena le persone alle loro radici. Nel nome della coesione sociale, siamo invitati ad applaudire l'intolleranza dei radicali musulmani per le nostre leggi, ad apprezzare la coesistenza di piccole società ermetiche che seguono ognuna norme differenti».

Buruma e Ash escludono sia «la versione estrema del multiculturalismo» all'olandese, sia il «rigido monoculturalismo» alla francese. Dobbiamo difendere sia la libertà di espressione, sia la diversità culturale. Combattere l'islam in Occidente è una strada sbagliata. Anche l'illuminismo è un valore relativo. L'islamismo e l'illuminismo sono due versioni concorrenti e ostili della verità assoluta, uscite da due culture differenti.

Il multiculturalismo, che è stato di moda in Europa, mi sembra essere frutto di due malattie psichiche tipicamente europee degli ultimi cinquant'anni : il relativismo e il «meaculpismo». Il primo, che lotta contro un certo moralismo, nega l'esistenza di valori universali, che derivano dalla riflessione ragionevole (l'illuminismo) o spirituale (le religioni e le filosofie). Il «meaculpismo» deriva dall'auto-critica (praticamente inesistente nel mondo musulmano), sulla base delle «tare» occidentali: schiavismo, imperialismo e colonialismo.

Ora, relativizzare la propria cultura e civiltà paragonandola con altre, è una necessità. Ma negarsi il diritto di affermare alcuni principi fondamentali come universali, è la fine della civiltà. Non tutte le opinioni si equivalgono. Senza valori riconosciuti come universali, non ci sono più punti di riferimento. L'Occidente ha una sua identità culturale e spirituale, che lo contraddistingue proprio da altre civiltà. Si tratta di affermarla tranquillamente e di arricchirla con le altre culture grazie agli immigrati che ce le rendono presenti. Né multiculturalismo relativista, né ripiego fanatico su di sé, ma una identità arricchita, sempre aperta all'altro. Ecco la via della convivenza positiva.

 


 

* Avvenire, 6 febbraio 2007.

 

*******

 

MORTI MISTERIOSE AL NORD E IMMIGRATI SFRUTTATI:

IL NOIR CHE PIACE A MORETTI*

 

 

Emilia Costantini

 

 

La piaga delle «morti bianche», cioè quelle che avvengo­no nei cantieri, (25 le vittime solo nei primi nove giorni di quest’anno), approda al grande schermo. Apnea si intitola il film-denuncia dell’esordiente Roberto Dordit, dove l’apnea è quella di chi, lavorando in una conceria, è costretto a non respirare per non inalare un gas letale. Avverte il regista: «Non è una mia fantasia. Ce ne sono sta­ti parecchi di incidenti mortali per questo motivo». Poi aggiunge: «Credo sia la prima volta che in un film si raccontino le morti bianche nelle concerie».

Tant'è, ma Apnea, interpretato da Claudio Santa­maria nel ruolo di protagonista, con Elio De Capitani, Fabrizia Sacchi e, tra gli altri, Miche­la Noonan, Diego Ribon, Emilio De Marchi, ha fatto molta fatica a usci­re nelle sale. Prodotto da Indigo in collaborazione con RaiCinema, con il contributo di un milione di euro del Ministero dei Beni cultura­li, e distribuito da Istituto Luce la pellicola arriva il 16 febbraio in una decina di cinema, a due anni di distanza dalla fine delle riprese. A Ro­ma sarà ospitato dal Nuovo Sacher di Nanni Moretti. Dice Dorditi «È stato, molto importante il sostegno di Moretti. E, se da un lato sono feli­ce perché finalmente il film vede la luce, dall'altro lato rimane lo sconcerto per una sistematica disattenzione, nel nostro sistema cinemato­grafico, verso quei film indigeni che abbiano qualcosa da raccontare».

La cifra stilistica scelta dal regista è quella del «noir». Ambientata nel nord est d'Italia, tra grandi e piccole industrie della concia, la ­storia è quella di un'indagine che assume ben presto i toni di un dramma sociale. Paolo (Santamaria), dopo un brillante passato di schermidore, lavora come giornali­sta sportivo in un piccolo giornale. Un suo amico, Franz, muore d'infar­to: era un ex campione di scherma, diventato poi imprenditore. Un per caso, Paolo si accorge che la vita dell’amico scomparso non era così limpida come credeva: faceva parte di un mondo spregiudicato, dove trattava gli affari grazie allo sfruttamento di lavoratori extracomunitari. Alla ricerca della verità, per far luce su alcune morti sospette, Paolo si ritrova coinvolto, in un gioco pericoloso, fino al drammatico epilogo. Riprende Dordit: «Ho voluto, descrivere un flagello siste­matico, che ci porta ad avere in Ita­lia un numero di morti sul lavoro, indegno di un Paese civile. Nel film non parlo solo di imprenditori che agiscono nell'illegalità; ma anche di chi rispetta le regole, incontran­do grosse difficoltà». Interviene De Capitani, che Moretti ha voluto nel suo Caimano, dopo averlo visto due anni fa, proprio in Apnea: «Trovo che il noir sia la cifra giusta per raccontare questa storia, per­ché esclude la soluzione facile ed esalta la catarsi. In fondo, l’Italia  di oggi è un po’ tutta un noir». Ag­giunge la sindacalista Cgil Valeria Fedeli: «Gli imprenditori della moda italiana devono controllare tut­te le componenti della filiera e scoraggiare gli abusi».

 


 

* Corsera, 6 febbraio 2007.

 

*******

 

QUANDO ERAVAMO GLI ALTRI*

 

Dopo trecento repliche in Italia e all’estero, il ciclo dell’emigrazione raccontato da Mario Perrotta è al teatro Palladium fino a domenica. Di Alice Calabresi.

Comincia dalla sua emigrazione di bambino – che ­viaggiava da Lec­ce a Bergamo per curarsi i denti – Mario Perrotta, nel suo progetto Italiani Cincali, diretto e interpretato nello stile del teatro di narrazione e diviso in due parti: Minatori in Belgio e La Turnàta, al Teatro Palladium fino a domenica.

Nel primo spettacolo rac­conta dal vero, alternando l'ita­liano al pugliese, statistiche e numeri alla mano, la vita e le condizioni degli operai italiani che scappavano dalla miseria per un falso, promesso benes­sere, diffuso dai manifesti del governo italiano, che li portava a lavorare nelle miniere in Bel­gio. Lo racconta attraverso la testimonianza di un postino, tra i pochi giovani uomini rimasti in un piccolo paese della Puglia a cui gli emigrati pregavano di non leggere, nelle lettere invia­te alle mogli, quei maltratta­menti, quel “sogno infangato" di cui si vergognavano. È dovuta accadere l’immensa tragedia di Marcinelle nel 1956, con oltre 200 morti, perché si cominciasse a parlare delle terribili con­dizioni di lavoro, dei minatori. Non lavoro, ma schiavitù: i mi­natori erano costretti anche a lavorare in strettissimi varchi (fino a 25 cm) per spalare più carbone possibile, perché era­no pagati a cottimo.

Il secondo capitolo indipendente è La Tur­nàta, sugli emigranti in Svizze­ra. "La venuta" in dialetto pu­gliese e quando si va e si viene, “la turnàta” è invece il ritorno definitivo. Perrotta lo racconta attraverso gli occhi di un bambino che per nove anni è stato rinchiuso al buio nella sua stan­zetta, perché era clandestino. Un bambino che di nascosto, per un destino amaro, guarda­va tutti i giorni, dalla finestra, i bambini svizzeri della scuola di fronte. Solo quando è tornato nella sua terra ha potuto vedere i grandi olivi che prima aveva solo sognati.

 

Mario Perrotta ci ricorda che l'inferno ora lo subiscono altri emigrati e lo denuncia at­traverso un'esposizione di foto; sempre in teatro, che compara la nostra emigrazione con quella attuale in Italia di altri po­poli. Un odio verso il diverso che si ripete e che Perrotta vuole spezzare con la sua appassiona­ta testimonianza, gia premiata dalla Camera dei Deputati per l'alto valore civile del testo (scritto insieme a Nicola Bonazzi) e dal pubblico che richiama in teatro il progetto Cìncali con già quasi trecento repliche in Italia e all'estero.


 

* E Polis Roma, 16 febbraio 2007, p. 42

 

*******

 

RAITRE RISCATTA I NOSTRI EMIGRANTI*

 

 

Mirella POGGIALINI

 

Andrà in onda domani, lunedì, in seconda sera­ta, la seconda puntata di Grande storia Magazine-Pa­ne amaro di Raitre: e chi ha vi­sto la settimana scorsa la prima parte non si perderà la conclu­sione di un film- documentario di rara efficacia stilistica e co­municativa, dedicato alla storia degli emigranti italiani verso l'America del Nord. Scritto e diretto da un regista, Gianfranco Norelli, che da ventisette anni vive negli Stati Uniti e che perciò degli italoamericani conosce a fondo l'eredità di memorie e le aspirazioni, Pane ama­ro elabora con apparente facilità e attenta cura `immagini e filmati d'epoca, che illustrano, dalla fine dell'Ottocento, la vita agra e le umiliazioni di chi dall'Italia partiva per cercare altrove sicurez­za e lavoro: e si trovava invece avvilito - quel car­tello, in cui decrescendo si leggevano i salari di «bianchi», «neri» e alla fine «Italiani», i meno pa­gati di tutti! - da un razzismo dichiarato e violen­to. Abbiamo visto, in rare foto di allora, il crudele linciaggio di undici italiani a New Orleans, nel 1891: abbiamo visto i volti smarriti degli Italiani sbarcati a Ellis Island (nell’anno 1906, 908 al giorno), e divisi dalla famiglia e rimandati indietro (dove? Raccolti da chi?) perché malati o deboli. Con ritmo da film, soluzioni di sceneggiatura che ben si sono adattate alla necessaria sobrietà del documentario, l'autore ha saputo creare "suspense" attraverso la forza emotiva delle immagini - volti, luoghi, abiti, ambienti - e ha raccontato con forte tensione, ma senza sentimentalismi, la tra­gedia delle camiciaie della fabbrica Triangle, a ­New York, che bruciarono al nono piano o si sfra­cellarono lanciandosi dalla finestra perché chiu­se da catenacci dentro le stanze. Poi vedremo l'at­tentato di Wall Street, le accuse agli anarchici, l'in­ternamento degli italiani durante la seconda guer­ra mondiale: storie dolorose, che ci ricordano quanto sapesse di sale quel «pane amaro» con­quistato con tanta sofferenza e tenacia.


 

* Avvenire, 4 marzo 2007

*******

 

«I RAPPORTI CON L’ISLAM?

CHI VIVE QUI RISPETTI LE NOSTRI LEGGI»

(intervista con S.E. Mons. Bagnasco)

 

 

Andrea Tornielli

 

A Genova è intervenuto sulla costruzione della mo­schea. Come rapportarsi al­l’islam?

«Innanzitutto, ci vuole cono­scenza reciproca. Poi il ri­spetto delle regole: tutti colo­ro che vivono qui devono ri­spettare le nostre leggi. In terzo luogo, ci vuole il dialo­go, con l’approccio dell’inter­culturalità più che della mul­ticulturalità, come Papa Be­nedetto XVI ha ben spiegato nel discorso di fine anno alla Curia romana».

 

Che differenza c'è tra i due approcci?

«Se per multiculturalità si in­tende la presa d'atto notari­le di tutte le religioni o di tut­te le posizioni etiche esisten­ti in una società, questo significa certificare la man­canza di un incontro, la codi­ficazione di mondi diversi. L'interculturalità, invece, è la relazione tra le varie cultu­re. Per entrare in relazione bisogna rispettarsi recipro­camente, ma anche arrivare a valutazioni su comporta­menti, criteri, tradizioni...».

 

Faccia qualche esempio.

«Pensiamo alla poligamia, o alla pena di morte. Bisogna dare un giudizio, non appro­vare per il semplice fatto che esse appartengono a una certa tradizione: una società non può recepire tutto e il contrario di tutto, perché co­sì si finisce per creare i presupposti dell'impossibilità della convivenza se non del­la conflittualità permanente».

 

Lei a Pesaro è stato testimo­ne di una forte polemica sui simboli religiosi... .

«Nel nuovo obitorio, il sinda­co aveva abolito i simboli re­ligiosi, facendo togliere il crocifisso. La popolazione si è sollevata contro questa de­cisione. A parte le ragioni nu­meriche (che pure hanno valore, dato che il 99.9 per cen­to dei funerali sono cattoli­ci), credo che il rispetto non significhi un atteggiamento passivo e neutro, ma creare le condizioni perché le reli­gioni possano esercitare la ­loro missione. Dunque, inve­ce di abolire la croce, meglio approntare una camera funeraria per i musulmani, se c'è questa necessità».


 

* Da Il Giornale, 7 marzo 2007, p. 8.

 

*******

 

Meninos d'Italia

Vite da baby-spacciatori nelle fognature di Torino

 

Paolo Lambruschi

 

Appollaiati sui Murazzi di Lungo Po Diaz, a circa un chilometro dal centro, i baby pusher vanno avanti e indietro a gruppi di tre o quattro nella sera torinese. Spalle al fiume e sensi in continua allerta per captare l'avvicinarsi di ogni auto: potrebbero essere i clienti della Torino bene in cerca di «fumo» oppure la Polizia. Nel secondo caso, scattano inseguimenti forsennati sul lungo fiume. L'obiettivo è infilarsi nei cunicoli che si aprono sotto Piazza Vittorio e per diversi chilometri attraversano il ventre della città. Chi entra sbuca fuori dai tombini. Che le forze dell'ordine continuano a sigillare e loro a forzare. Magari ci si rifugiano dopo una nuotata nel Po e ci restano qualche giorno.

Sotto la strada, storie di ragazzi invisibili che sembrano venire da un'altra epoca e da altri mondi. Storie di miseria e fame che obbliga le famiglie a spendere i risparmi per mandare in Italia un figlio minorenne in clandestinità. È un fatto che un minore sfruttato che vende droga o fa accattonaggio sfama una famiglia a sud o ad est dell'Europa. Una situazione che va avanti da anni. Qualche giorno fa don Luigi Ciotti ha rilanciato l'allarme. A Torino, ma anche in diverse città italiane, ha ribadito il prete che da 42 anni segue gli emarginati e lotta contro il crimine che li sfrutta, ci sono minori sfruttati che vivono come nelle favelas. Nella città cisalpina il fenomeno è più evidente, ma la risposta è migliore che altrove. Il comune da 4 anni ha aperto un servizio di pronto intervento non stop, l'assessore ai servizi sociali ha la tutela di oltre 600 minori non accompagnati, come li chiama la burocrazia. La città dispone di una rete efficiente di operatori di strada del privato sociale, che lavorano con il Comune, la Procura e le forze dell'ordine. Ma più di tanto non si può fare.
«Per aiutarli meglio occorrerebbe modificare la legge sull'immigrazione- spiega l'assessore Marco Borgione - che consente di rilasciare il permesso di soggiorno solo dopo tre anni di permanenza. Inoltre il governo deve stabilire con la Romania, ora membro dell'UE, come agire con i minori romeni».

I ragazzi di strada di Torino sarebbero 500 e arrivano grosso modo da tre paesi: la maggioranza dal Marocco, poi dalla Romania e dall'Albania. Oltre ai Murazzi, si trovano al parco del Valentino, alla stazione di Porta Nuova e in piazza Bengasi. Alcune decine sono dedite allo spaccio. Altri al borseggio e alle piccole rapine. La maggior parte fa accattonaggio o vende le «spugnette», fenomeno tutto torinese di commercio illegale di fazzoletti di carta e spugne per cucina davanti ai centri commerciali. Da qualche mese le antenne della solidarietà segnalano l'arrivo di minori profughi dall'Afghanistan.
In strada l'unico rapporto umano è con gli operatori di strada, come quelli dell'oratorio salesiano di San Salvario. Bastano un pallone e un bigliardino e, giocando, gli operatori riallacciano i fili di un dialogo paziente, fissano colloqui. I baby pusher hanno facce segnate, capelli tagliati a spazzola come gli scugnizzi di tutte le periferie del globo. Ma quando parlano e si rilassano i loro sorrisi sdentati rivelano che al massimo avranno 15 anni, qualcuno anche meno. Divisa d'ordinanza: felpa da rapper col cappuccio e jeans comprati al mercato di Porta Palazzo per pochi euro. Le scarpe no, sono firmate e ne costano almeno 250. Non mancano l'Ipod e il cellulare di ultima generazione. «Vivono in condizioni disumane - spiega don Cesare Durola, responsabile dell'oratorio salesiano del quartiere multietnico di San Salvario, che ospita una comunità di accoglienza per 15 ragazzi di strada sempre piena - arrivano a fiutare colle e solventi che bruciano il cervello, dormono in case abbandonate a Porta Palazzo, in appartamenti-dormitorio, con una ventina di posti letto divisi con adulti in condizioni igieniche precarie. Magari pagano 150 euro al mese un posto letto. Spesso devono lasciare l'alloggio alla mattina presto per rientrare la notte. Gli europei dell'est dormono in prevalenza nelle baracche in periferia. A volte arrivano qui dai tombini, magari con una gamba rotta in un inseguimento. Oppure ci chiedono aiuto materiale per lavarsi, per andare dal medico. Noi gli offriamo alternative, una formazione, gli spieghiamo che possono studiare e trovare un lavoro in regola. Vivono come 160 anni fa i ragazzi emarginati di don Bosco. Ci stiamo battendo per chi è stato in carcere, perché come ai minori italiani gli azzerino la fedina penale una volta maggiorenni». Quanto guadagnano? Uno spacciatore, ad esempio, incassa in media 500 euro al giorno. La maggior parte va all'organizzazione, il resto a casa. Ma devono pagarsi vitto e alloggio.
«Oggi i più numerosi sono gli adolescenti marocchini - spiega Laura Marzin, dirigente dell'ufficio minori stranieri del comune - di recente è arrivata un'ondata di ragazzi delle baraccopoli di Casablanca. Hanno fatto apprendistato del crimine al porto di quella città. Da lì sono partiti in lunghi e pericolosi viaggi dentro i tir. So di alcuni che hanno viaggiato seminudi nelle bombole vuote del gas. Le famiglie pagano migliaia di euro, (fino a 9mila, ndr), per mandarli da pseudo parenti che li mettono sulla strada».

Dove vivono, sempre in guardia, vite illegali. Temono di perdere soldi e droga in una retata. C'è infatti una sola regola: i debiti con il racket si saldano sempre. Per sopportare la tensione spesso si imbottiscono di alcol e psicofarmaci. O usano hashish. Le conseguenze psichiche possono essere brucianti. A un operatore che l'ha trovato con le braccia tagliuzzate da una lametta, Ahmed, nome di fantasia, baby pusher di 14 anni ha urlato: «Mi disprezzo. E odio voi tutti».

 

 

Bambini di strada

 

10 mila             in Italia

 

1.500                 a Roma

 

1.800           a Napoli

 

700-800       a Milano

 

500                      a Torino

 

1,5 milioni  a Rio de Janeiro


 

* Da  Avvenire, 11 marzo 2007, p. 9.

 

*******

 

Palermo si commuove per i «piccoli schiavi»*

 

 

Alessandra Turrisi

 

 

La loro casa è la strada, dove camminano, lavorano, bivaccano, schiacciano un pisolino con la testolina barcollante sulle ginocchia. A scuola a volte ci vanno, ma passano la mattina a sbadigliare per quelle ore di sonno perse ormai da chissà quante settimane. A casa, di solito tuguri ricavati in sottoscala bui in cui abitano in cinque in una stanza, passano solo poche ore, giusto il tempo di caricare la merce da piazzare e via sulla canna della bicicletta del papà o dello zio. È la vita dei nuovi "piccoli schiavi", bambini fra i sette e i 12 anni di origine straniera, che ogni sera a Palermo sono costretti, a volte anche a suon di botte, a portare qualche soldo a casa vendendo fiori. Perché i bambini commuovono i clienti, che così diventano più generosi. Coi visi smunti e un fascio di rose sotto il braccio, trascorrono le loro serate da soli ai semafori delle vie principali della città o alla porta di ristoranti e pizzerie, implorando la gente con lo sguardo di alleggerire il loro fardello. Ne conosce tanti ormai Rosaria Maida, a capo della sezione Reati contro i minori della Questura di Palermo, che da qualche anno cerca di restituire a questi bambini il diritto di godere della propria infanzia. «Ascoltiamo le loro storie, denunciamo i loro genitori o i loro parenti per maltrattamento, giriamo per i quartieri per scoprire i casi i bambini costretti a vivere in strada gran parte della giornata e della serata purtroppo, con i rischi che ci sono», racconta. Un mese e mezzo fa, per esempio, un bambino di nove anni del Bangladesh, è stato notato in pieno centro da alcuni agenti, che gli hanno chiesto di raccontare la sua storia. Quel bambino faceva il venditore ambulante da un anno, viveva in una casupola del Borgo Vecchio ed «era tanto stanco - spiegano i poliziotti - a causa dei sacrifici fatti ogni giorno per frequentare la seconda elementare e contemporaneamente vendere fiori agli angoli delle strade». La madre di 31 anni è stata denunciata per abbandono di minore e per il piccolo è arrivata un po' di tranquillità. Qualcuno comincia anche a ribellarsi da solo, soprattutto quando impara ad aver fiducia nelle forze dell'ordine e a non considerare gli agenti "sbirri", ma amici. Poco più di un anno fa Pashmir, di sette anni, del Bangladesh anche lui, vedendo un'auto ferma al semaforo a piazza Politeama, ha cominciato a correre con le braccia piene di rose. Ha bussato al finestrino e ha chiesto alla donna al volante: «Se vedi un bambino che vende le rose tu cosa fai?». «E cosa devo fare?». «Non chiami la polizia?». È iniziata così l'avventura di Pashmir negli uffici della squadra mobile, dove ai poliziotti ha detto in modo schietto: «Non voglio più vendere i fiori ai semafori, voglio fare quello che fanno tutti i bambini, voglio studiare e giocare». Il piccolo era costretto a quella vita da schiavo dal padre. Se avesse provato a ribellarsi, avrebbe ricevuto la sua dose di botte. L'uomo è stato convocato in questura e non ha potuto fare a meno di ammettere tutto. Una storia che ha fatto il giro della città e ha toccato il cuore di una coppia di professori, che ha deciso di "adottare" non solo il bambino ma tutta la sua famiglia. I due hanno dato la loro disponibilità per offrire a questa famiglia la cifra che il bambino guadagna in un anno vendendo i suoi fiori. In cambio la garanzia che Pashmir e il suo fratellino potessero cominciare a vivere una vita normale. «Oggi si è più sensibili ai diritti dei bambini - osserva la Maida -, ci arrivano diverse segnalazioni, anche gli insegnanti hanno più coraggio. Anche l'aver creato dentro la Questura una stanza colorata per l'ascolto dei bambini, con giochini e immagini a loro familiari, è segno che l'attenzione nei confronti dei minori è cresciuta».

 


 

* Da Avvenire, 11 marzo 2007, p. 9.

 

*******

 

«Ballerina»,

un film contro tutti gli aguzzini*

 

 

Pino Ciociola

 

 

I sogni marciscono su un marciapiede. Ballerina è una ragazza albanese. Giovane, bella. Sorride, mentre danza sulle punte come una dea. Stacco: lo specchio nel quale lei sta guardandosi "esplode", la musica svanisce. Ballerina adesso è rannicchiata, nuda, graffiata, su una misera branda in una stanza "italiana", vuota e squallida. L'uomo che l'ha appena picchiata e violentata si riveste. «Ti resta solo la vita, ballerina. Prossima volta che non dai retta ti tolgo anche quella». Le stringe il viso fra le mani, glielo stringe davvero: «Hai capito?».
Così comincia Ballerina, cortometraggio di Rosario Errico, regista che stasera viene premiato al Festival del cinema di Busto Arsizio (che l'anno scorso ha avuto fra gli ospiti Francis Ford Coppola) insieme all'attrice protagonista, Martina Stella. Per una pellicola che ha già ricevuto la Medaglia d'argento del presidente della Repubblica, ma anche il patrocinio del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei migranti, di cinque ministeri, della Presidenza del Consiglio. Con un cast di grandi attori che hanno lavorato gratis sotto la guida di Errico: da Giancarlo Giannini a Murray Abraham, da Lina Sastri ad Alessandro Haber e Andrei Konchalovsky.
Ballerina morirà. Schiantata da un'overdose. La droga gliel'aveva consigliata, per reggere la prostituzione, una donna che ha già percorso, per intero, la vita che aspettava Ballerina. E del suo corpo si disferanno, chiuso in un sacco di plastica, buttandolo via da una macchina. Mentre sua sorella Catia sta salutando la madre, lacrime negli occhi - che hanno la stessa docilità e purezza di quelli di Ballerina - partendo dall'Albania su un'auto impolverata. La guida un uomo: «Tornerai presto - le dice, accendendo il motore - e con tanti soldi, come tua sorella. L'Italia è bellissima. È una torta messa lì per chi vuole mangiarsela. E tu la vuoi quella torta, vero piccolina?».
L'hanno vista in tivù, l'Italia. Nelle mille ballerine delle nostre trasmissioni. L'auto sta ormai lasciando il villaggio albanese. Catia ha lo sguardo verso il nulla fuori dal finestrino. «Ti ho vista ballare - le dice ancora l'uomo alla guida -, sei bravissima, come tua sorella. Lei si sta facendo strada in Italia. Perché lei è una bravissima ballerina...».

 


 

* Da Avvenire, 31 marzo 2007.

*******

 

THE HOMELESS ARTIST IN THE PLAYGROUND*

 

 

César Chelala

writer on human rights issues

 

The man motioned me to come closer. “I also want to give you something,” he said, and handed me a beautiful crayon drawing on which he had been working. I was taken aback, since it was such a significant present in comparison with what I had given him.

During my, daily walk in my neighborhood in Soho, New York, I would often see this elderly Japanese man sitting on a bench, in a small playground working on his drawings, which he colored beautifully. Although many of his pictures were of cats, the one he gave me was of fruits and flowers in striking colors.    

I often wondered about him. He appeared to be in his eighties; perhaps he was homeless, since he was at the play­ground at all hours. I had never seen him talking with anybody.

He wore a red beret and two heavy coats, which­ had seen better times. What caught my attention was how seriously he took his work, since he was totally concentrated on his drawings, which I could see on the marble table in front of his bench.

One day I had asked him if I could take his picture. He agreed, and took several photographs. When they were developed I went back and gave him several prints. He seemed surprised by my gesture, and that is how he came to give me one of his drawings.

Shortly afterwards he stopped coming to the playground. I saw him a couple of times in the street, walking and talking with a young woman.

After that I never saw him again, and I sometimes wondered what had happened to him.

I might have forgotten him if not for the beautiful drawing he gave me, which I hung in my studio and showed proudly to friends. The artist, I con­cluded, was another of the many transient people in this modern Babylon.

A couple of weeks ago my wife and I were visiting a couple in Woodstock, the artists’ colony in upstate New York. Since our friends are both avid movie and theatergoers, I asked if they had seen any movies or plays that they would recommend.

“Yes,” said she, “A movie called `The Cats of Mirikitani.’ It’s about a Japanese painter who used to live on the streets until a film director, Linda Hattendorf, saw him, was impressed by his work and by his history, and wanted to help him have a more com­fortable and protected life.”

Moved by the painters situation - particularly after 9/11, when she saw him coughing the dusty air blowing from Ground Zero - Hattendorf invited him to live with her.

Eventually she was able to obtain for him a regular Social Security check to which he was entitled as an American citizen and, most importantly, an apartment provided by the City of New York.

I learned that the painter’s name was Tsutomu "Jimmy" Mirikitani, and that he was born in Sacramento. When he was three years old, he returned with his family to Japan and was raised in Hiroshima, where, many of his rela­tives would perish. He returned to the United States as a young man because he wanted to become an artist.

During World War II, he was interned at the Tule Lake camp, the largest of the camps set up for people of Japanese descent in California. He was there for three and a half years.

These experiences obviously had a negative impact on his life. He became an angry and solitary man, ranting against the government which had unjustly imprisoned him.

After he was released from the camp he worked in several trades - at one point he was a cook in a restaurant in East Hampton, long Island, which used to be frequented by Jackson Pollock. He came to New York in 1952 and finally ended up living as a homeless artist.

He continues to paint now and, on occasions, he, gives lessons. He has met with long-lost relatives living on the West Coast - one of them a sister from whom he had been separated for sever­al decades.

Thus a casual encounter between a homeless artist and a filmmaker gran­ted that artist recognition, relatives, a home and justice. It was also how I learned who my playground artist was.

 


 

* da International Herald Tribune, Tuesday, April 17, 2007, p. 7.

 

*******

 

COMICITÀ E SALUTE:

LA FRANCIA LANCIA LA LAUREA

PER DIVENTARE CLOWN*

 

Riccardo SPAGNOLO

 

 

Che far ridere sia un’arte, è indubbio. Che per farlo nel modo migliore occorra una laurea, lo ha stabilito ora il ministero dell’Educazione francese, dando il via libera al primo diploma universitario per clown.

Il corso, della durata di un anno, sarà aperto a chi ha frequentato il primo biennio della facoltà di Sociologia e Antropologia all’Università di Lione II: qui si terranno le lezioni teoriche, mentre quelle pratiche si svolgeranno presso la Casa delle arti circensi di Bourg-Saint-Andéol. L’idea nasce dalla constatazione che la richiesta di clown è sempre più alta anche da parte di ospedali, case di riposo e associazioni. Corretto, perciò, far si che la formazione di coloro che dovranno allietare determinate categorie di persone sia all’altezza del delicato compito. Ma l’insegnamento non si limiterà alla teoria e alla pratica del divertire: riguarderà anche la gestione, produzione e amministrazione degli spettacoli. Cosi, chi dovesse rinunciare a fare il clown potrà comunque svolgere un altro lavoro. Perché con la disoccupazione, si sa, c’è poco da scherzare.


 

* Da Avvenire, 18 aprile 2007.

*******

 

LE CHOIX DU TOURISME SOLIDAIRE*

 

 

François bostnaváron

 

Quelle différence a-t-il entre tourisme responsa­ble, durable, solidaire ou éthique ? Tourisme humanitaire et tourisme solidaire relèvent-ils de démar­ches similaires ? Depuis le 16 mars, un label « Tourisme responsable » permet un peu de s’y retrouver.

L'apparition de cette manière de « voyager autre­ment », au même sens qu’«acheter autrement» ou « consommer autrement », s’est en quelque sorte officialisée en 1995, lorsque l'Organi­sation mondiale du tourisme (OMT) a organisé sa première conférence sur le tourisme durable.

Devant la demande pour ce type de séjours où sont privilégiés le contact avec les populations et le respect des ressources locales existe, l'offre des voyagistes laisse souvent perplexe. Comment 'sy retrouver ? Existe-t-il des labels ? ­Où va l’argent ainsi dépensé ?

Une récente enquête confirme que cette notion de tourisme responsable reste finalement mal connue, comme le montre une enquête réalisée par l'institut des sondages TNS-Sofres du 9 au 13 mars, à la demande de Voyages-sncf.com et Routard.com.

Les résultats ne sont pas à l’avantage de ce type de tourisme. Ils sont assez comparables à ceux de l'enquête menée par l'Union nationale des associations de tou­risme et de plein air (UNAT) sur le même sujet à la fin 2004.

A l’époque, 28,8% des personnes interrogées avaient entendu parler de ce type de tourisme. Dans l'enquête TNS, cette catégorie tombe aujourd’hui à 27% des sondés parmi lesquels 12% seule­ment reconnaissent en avoir une bonne connaissance ! Enfin, tou­jours selon cette enquêté, 2% des personnes interrogées disent avoir «voyagé responsable».

Pour Pascal Languillon, président et fondateur de l’Association française d’écotourisme (AFE) et auteur d’un petit guide intitulé Itinéraires responsables pour le compte de l’éditeur spécialisé Lonely Planet, il y a une notion très importante à retenir: «Il faut cesser de confondre tourisme solidaire et humanitaire. Le principe qui prévaut c’est qu’il faut passer de bonnes vacances tout en sachant qu’une partie de l’argent qui sera dépensé bénéficiera à certains projets des population locales, ce qui est la définition d’un tourisme solidaire». Petit à petit, des labels dont les critères sont déterminés par la profession et agréés par l’Afnor, commencent à sortir. Le dernier en date est celui obtenu par Agir pour un tourisme responsable (ATR). Yves Godeau, fondateur et président de cette association et ancien PDG de Club Aventure s’en félicite, mais il reconnaît que les démarches sont longues. «Tous les labels sont encadrés par le code de la consommation, explique-t-il. Ils doivent être élaborés en collaboration avec un organisme certificateur – du type Afaq/Afnor, Ecocert ou Flo – avant d’être examinés par la direction générale de la concurrence, de la consommation  et de la répression des fraudes (DGCCRF) avant d’être publies au Journal officiel.»

L'Association du tourisme équitable et solidaire (ATES) est sur le point d'obtenir le sien. « Les pouvoirs publics ont un moment essayé de réunir l'ATR et l'ATES au sein d'un même label, mais cela a échoué », déplore Yves Godeau, pour qui « un seul et même label pour toute une profession aurait eu une meilleure visibilité ».

En France, plusieurs associations se sont lancées dans l'organisation de ce type de voyages, avec des ambitions et des systèmes différents. C'est par exemple le cas de l’Association du tourisme équitable et solidaire (ATES) ou d'Agir pour un tourisme responsable (ATR) qui regroupe une dizaine de voyagistes spécialisés dans le tourisme d’aventure et de marche à pied. Voyages Dévelop­pement Solidarité, elle, se charge d'assurer la liaison avec des ONG qui œuvrent dans certains pays et assurent la prisé en charge d'éven­tuels touristes.

L'Association française d’éco­tourisme (AFE), créée en 2005 afin de diffuser le concept d’éco­tourisme en France, se propose d’accompagner le développe­ment de projets et la mise en pla­ce de stratégies de territoire liées au tourisme durable. Une preuve que cette activité ne se situe pas toujours dans le cadre des rela­tions Nord-Sud.

« Ces associations peuvent utile­ment donner des conseils aux futurs voyageurs, note M. Lan­guillon. Car trouver ce type de voya­ges dans une agence classique est quasiment impossible. A moins de se tourner vers un voyagiste spéciali­sé dans l'aventure ou le voyage à pied. »

Deux  questions reviennent souvent à propos du tourisme durable. La première concerne les tarifs : est-il plus cher de voya­ger solidaire ? La réponse de Pas­cal Languillon est nuancée : « Si l'on compare le voyage solidaire à un produit de masse "tout com­pris" comme ce que proposent de grands voyagistes à Cancun au Mexique ou en République domini­caine, c'est plus cher, estime M. Languillon. En revanche, à destination et à catégorie d'héberge­ment égales, il n'y a pas de différen­ce de prix entre les deux types de tourisme ».

Les adeptes de ce type de vacances insistent aussi sur le fait qu'elles ne sont pas réservées aux aventuriers adeptes d'un confort spartiate. Il existes, en effet, des structures d'accueil haut de gam­me qui peuvent même accueillir des familles avec enfants.­

La seconde question porte sur l'utilisation de l'argent déboursé par le touriste solidaire. « Il faut encourager les voyageurs à questionner leurs hôtes, pas forcément en leur parlant finances, mais les faire parler sur l’évolution des pro­jets, par exemple », explique M. Languillon.

Pour Marianne Didierjean, res­ponsable du département Voya­ger autrement, une structure spécialisée dans le tourisme solidaire au sein de l'opérateur associatif Vacances bleues et qui a travaillé pendant huit ans dans des actions de développement, l'ob­jectif est de promouvoir les pays du tiers-monde tout en faisant redécouvrir le sens du voyage et la notion perdue du lien d'échan­ge. « Le point de départ, c'est le tou­risme, le développement  n'inter­vient  qu'après », explique Mme Didierjean:

Sur le plan local, Vacances bleues ne finance pas de projets spécifiques, mais elle reverse 1% du chiffre d'affaires de cette activi­té à des associations à Madagas­car, au Pérou où au Vietnam. Les sommes versées sont faibles: elles avoisinent au total 10.000 euros par an.

« Voyager autrement » revendi­que 500 clients par an à compa­rer aux 80.000 qui voyagent avec Vacances bleues. Ces voyageurs, pour la plupart, sont enseignants, retraités, occupent une profes­sion libérale et surtout ils cher­chent à « ne plus voyager comme ils le faisaient avant ».

Conscients de l'impact positif que cela peut avoir pour leur ima­ge, les grands opérateurs n'ont pas voulu laisser le monopole du tourisme solidaire aux seules associations. Ce qui laisse leurs responsables sceptiques. Pascal Languillon salue la démarche des opérateurs, mais déplore qu'ils n’aient pas davantage de projets, compte tenu des moyens dont ils disposent par rapport aux petites structures. « Ils peuvent ainsi se donner bonne conscience en finan­çant des microprojets », lan­-ce-t-il.


 

* Da Le Monde, Samedi 21 avril 2007, p. 30.

 

*******

 

L’AMORE AI TEMPI DELLE FARC*

La tragedia della Colombia dilaniata da conflitti e violenza in una storia d’amore tra una guerriglia e un paramilitare.

 

 

di Gabriella SABA

 

Se c’è un modo per spiegare in maniera comprensibile il conflitto in Colombia è quello di raccontarne "dal basso" le storie dei protagonisti come fanno i libri della giornalista e scrittrice Patricia Lara. Il suo saggio-reportage Las Mujeres en la guerra ha vinto sette anni fa il prestigioso premio Planeta e di esso, qualche mese fa è andata in scena la nuova, tragicomica versione teatrale (la prima era stata rappresentata in molti Paesi, tra cui Francia e Stati Uniti, con grande successo): un lungo monologo in cui una sola, magnifica attrice interpretava quattro donne in guerra (per esempio la guerrigliera e la paramilitare) che facevano sballare gli stereotipi grazie a un apporto massiccio, di "fattore umano". Sguarnito di proclami e perfino di giudizi, lo spettacolo mostrava infatti come non fossero questi ultimi la chiave di lettura ma, spesso, una concomitanza di circostanze e la stessa fatalità.

Alla prima dell'opera, in un teatro nel quartiere coloniale della Candelaria di Bogotà, la Lara ha pianto. La gente le si avvicinava per complimentarsi e lei si è commossa. Un po' perchè il monologo era, in effetti, emozionante e anche perchè, nonostante sia famosissima in Colombia, Patricia è di basso profilo. Autentico pezzo da novanta nella storia del giornalismo colombiano, autrice di un'infinità di reportage e di due libri inchiesta (al momento è editorialista indipendente), ha pubblicato l’anno scorso il suo primo romanzo e sta per cominciarne un altro di cui non anticipa nulla. Quanto all'altro, è una storia d'amore tra un giovane paramilitare e una ragazza guerrigliera.

Una bella storia tenera in mezzo a un sacco di morti ammazzati. Si intitola Amor enemigo (editore Seix Barral) ed è, spiega la Lara, un racconto di «riconciliazione e speranza» anche se finisce malissimo, e però i due, almeno, smettono di ammazzare. «Più che di un romanzo si tratta della versione romanzata di una vicenda molto verosimile», dice.

Niente di strano per una giornalista che considera la letteratura un modo per raccontare storie più profonde di quelle giornalistiche perchè non sottomesse a dati, cifre e regole. Allo stesso tempo, la Lara guarda al giornalismo come (anche) alla maniera di in­formare sulle storie umane.(che messe insie­me "fanno" le grandi storie) e considera buoni giornalisti coloro che non si accomodano all'ombra dei potenti ma si avvicinano a chi non conta, ai protagonisti invisibili.

«Il problema è capire e poi approfondire, ricordare. Il nostro Paese ha un problema di memoria, è smemorato, e il giornalismo e la letteratura hanno, ognuno a suo modo, il dovere di mantenere la memoria». Memoria della violenza, della guerra ormai arcaica che ancora affligge una parte del Paese (invisibile nelle città e in molte zone ma percepibile sottotraccia come una febbre intermittente). «Basta aprire il giornale ed ecco massacri, stragi, scandali. Succedono più cose qui in un giorno che in Europa in un anno. Stare dietro a tutto è difficile e pericoloso, ed è per questo che non si leggono più storie ben scritte. Ma il problema è an­che un altro. Credo che il grande reportage stia morendo, e non ci sia più spazio per la parola scritta, che comincia a dubitare della sua identità».

È una bella signora raffinata, Patricia Lara, madre di due figli e già nonna. Parla con misura, è delicata. Un pomerania di nome Susi ci schiamazza intorno, morbide luci illuminano le stanze dai soffitti bassi, i mobili in stile e la piccola, curatissima terrazza coperta. Di sé non parla volentieri, benché abbia una storia non comune. La sua famiglia è ricca e importante e lei ha studiato alla Sorbona e alla Columbia University. È stata corrisponden­te da Parigi e dagli Stati Uniti per i media più autorevoli, ha sposato un ambasciatore e ha fondato nel suo Paese il settimanale « Cambio16 » - insieme alle due étoiles del giornali­smo Daniel Samper e Juan Tomás de Saia­sche - che poi diventò « Cambio » e nel 99 fu rilevato da García Marquez. Più volentieri racconta della sua recente esperienza politica, la candidatura alla vicepresidenza nel 2006 che, se non la portò all’elezione (era in campagna con il candidato dell'alleanza di sinistra Polo Democratico Alternativo, Carlos Gayiria), aggiunse alla sua conoscenza "sul campo"parecchio materiale. I suoi leit-moti­ve sono la guerra e la voglia di pace. Lottare per la pace. «L'accordo che ha siglato Uribe con i paramilitari è meglio di niente, nonostante le difficoltà e i molti punti deboli», am­mette lei che non è certo uribista. «E però qui la violenza è sempre alta. In Colombia anche il linguaggio è violentissimo, e il fatto che si continuino a chiamare i propri nemici - siano le Farc o i paramilitari - banditi e assassini, non favorisce l'accordo».

Per il suo impegno, e per le sue inchieste, qualche anno fa finì nella lista dei condanna­ti a morte dai paramilitari. Ammette oggi che morì di terrore quando, nel 2002, il super-boss di quelli, Carlos Castaño, le chiese di incontrarla, in una finca nei pressi di Cordoba. «Indossava un paio di jeans e una Lacoste rossa», ricorda la Lara, che andò all'appunta­mento preparata al peggio e si trovò di fronte un ragazzo affabile che per un'ora e mezzo le raccontò le ragioni della "sua" guerra, la presunta amarezza per l'ingresso di narcos tra le Auc (la Autodefensa Unida de Colom­bia, i micidiali e crudelissimi gruppi paramilitari che lo stesso Castaño aveva fondato qualche anno prima) e le fece una rivelazione che perfino lei trovò inaspettata. « Se l’esercito volesse catturarmi potrebbe farlo in due giorni ».

Due anni dopo Castaño fu ammazzato, per ordine del fratello Vicente, mentre cercava di trattare con la Dea. Eppure, nemmeno di loro la scrittrice parla con violenza. Pesa le parole, pondera, spiega piano. Non giudica, o almeno non troppo. Si infiamma leggermen­te quando racconta dei bambini in guerra. « Questo è un conflitto fatto in gran parte dai ragazzini, che fuggono da famiglie povere e violente, oppure si arruolano per vendicare un familiare ucciso o perchè non hanno altro modo per guadagnarsi da vivere ». Ne ha in­contrate decine, di quei bambini, centinaia. Poi, ha scritto Amor enemigo.


 

* Da Il sole 24 ore, del 19 agosto 2007, p. 26.

 

*******

 

L' arte di viaggiare*

Non più turismo, ma avventura dello spirito

 

 

Paola CAPRIOLO

 

L'intervento ‘Oltre i confini della letteratura’. Nell'intervento che pubblichiamo in questa pagina la scrittrice Paola Capriolo propone alcune riflessioni sul tema del viaggio in letteratura. L'intervento è nato su sollecitazione di Mario Andrea Rigoni per un convegno organizzato lo scorso maggio dall' Università di Padova, intitolato «Scrittori del mondo nel Veneto e scrittori veneti nel mondo» a cui hanno partecipato, tra gli altri, Massimo Cacciari, Andrea Zanzotto, Carlo Fruttero. La Capriolo rielabora quello spunto e sviluppa l'idea del viaggio come una delle belle arti e come strumento al servizio dell'arte. Il caso più evidente è quello di Rainer Maria Rilke che, per risolvere le sue impasse creative, andava alla ricerca del paesaggio in grado di ispirarlo, in Spagna, a Roma o in Egitto.

 

Scorrendo lo sterminato elenco dei grandi libri dedicati ai viaggi, viene quasi da dubitare che sia mai esistito un altro genere di letteratura e che qualcuno abbia mai potuto scrivere un libro restandosene comodamente tra le mura di casa. Basti ricordare le baleniere di Melville, le navi di Conrad, le isole di Stevenson; ma anche le fantastiche peregrinazioni dei Gulliver, dei Sindbad, delle Alici, perché sulle carte geografiche dell'immaginazione Lilliput ha un posto non meno preciso di quello occupato da Nantucket o dalle Samoa. Per giunta il tema del viaggio, in letteratura, è antico quanto la letteratura stessa: svolge un ruolo fondamentale già nell'epopea di Gilgamesh, il più antico poema a noi pervenuto, e trova nell'Odissea la sua prima, esemplare codificazione; e pensate all'ambizioso itinerario di Dante nella Divina commedia, pensate a quanto viaggiano i personaggi dell'Orlando furioso, tra luoghi reali e fantastici, tra Parigi e la luna... Eppure solo in epoca relativamente recente, con il Grand Tour nasce l'idea del viaggio fine a se stesso, quella sorta di «l'art pour l'art» del viaggio, che trova la sua più alta espressione letteraria nel Viaggio in Italia di Goethe, la sua precoce parodia nel Viaggio sentimentale di Sterne, e forse si conclude tra i bauli dei ricchi americani di Henry James venuti, a loro rischio e pericolo, ad assaporare le atmosfere insidiose del vecchio continente. È l'idea del «turismo», come ancora oggi lo pratichiamo in una forma più modesta e massificata. È l'idea, molto bizzarra, di progettare e plasmare un segmento del proprio tempo nello stesso modo in cui si progetterebbe la trama di un racconto o (nel caso dei grandi viaggi del passato) la scansione di un romanzo definita in anticipo capitolo per capitolo: prenotando i voli e gli alberghi, pianificando le visite, stabilendo dove si troverà quel personaggio chiamato «io», e a fare che cosa, un dato giorno a una data ora. E senza nessun rapporto con ciò che precede il viaggio e con ciò che lo segue, con le abitudini quotidiane, insomma, con il normale contesto della nostra vita. Tra questo contesto e il viaggio c'è una cesura non meno netta e profonda di quella che sussiste tra la parola «fine» apposta da uno scrittore a conclusione della sua opera e il suo successivo alzarsi, andare in cucina, versarsi una tazza di caffè. Credo che nessuno intraprenderebbe un cosiddetto viaggio di piacere se non fosse mosso da questo desiderio «artistico» di isolare dal resto un frammento di esperienza e di dargli una forma compiuta, un autonomo significato. Certo, poi c' è l' imprevisto, sempre temuto e segretamente bramato da chi si accinge a partire: l' imprevisto che potrebbe scombinare i nostri piani trasformando il viaggio in una vera, non addomesticata avventura, e che oggi si presenta il più delle volte in forme poco promettenti come lo smarrimento dei bagagli o uno sciopero «a sorpresa» dei mezzi di trasporto. Ma anche il narratore, per quanto elabori accuratamente le sue scalette, non può mai sapere in anticipo con assoluta certezza verso quali approdi lo sospingerà il viaggio della scrittura: a volte è come se qualcuno, a metà strada, avesse preso con la forza il comando del suo aereo e volesse dirottarlo chissà dove, verso mete del tutto impensate. Il viaggio come opera d' arte, dunque; ma anche il viaggio come strumento al servizio dell' arte. Rilke, ad esempio, ne ha fatto un uso quasi sistematico: per risolvere le sue impasse creative andava in Spagna, a Roma, in Egitto, alla ricerca del paesaggio «giusto» da avere in quel momento davanti agli occhi, il solo in grado di offrirgli la rivelazione che oscuramente inseguiva. E molto spesso, la cosa funzionava: nelle Elegie duinesi balena a volte tra le righe come il frammento di un diario di viaggio, una di quelle impressioni che noi, quando facciamo i turisti, cerchiamo goffamente di trattenere scattando fotografie con il nostro cellulare e che qui diventano poesia, piccole, concrete schegge di mondo incastonate nella trama metafisica dell' insieme. Ma anche Goethe, quando viene finalmente in Italia, ci viene nel momento giusto, rispondendo a una precisa esigenza del suo sviluppo creativo; e infatti, pur essendo un grandissimo osservatore e piccandosi di essere tale, a un certo punto del libro si lascia sfuggire una singolare confessione: «Lo scopo di questo mio magnifico viaggio - dichiara - non è quello d' illudermi, bensì di conoscere me stesso nel rapporto con gli oggetti». Non l' Italia, dunque, come ingenuamente avremmo potuto supporre, ma Johann Wolfgang Goethe in Italia: questo è il solo contenuto vero, non illusori tanto del viaggio quanto della sua narrazione. Insomma, può darsi che il viaggiare di questi poeti in realtà non sia altro che una sottile variazione sul tema del solipsismo: dovunque si rechino, vedono soltanto ciò che avevano già deciso di vedere... E in fondo non è così anche per noi? Il viaggio «turistico», questa attività prettamente moderna, è accompagnato sin dall' inizio come da un' ombra dalla scepsi moderna sulla capacità dell' io di uscire davvero dai propri confini, di conoscere un «mondo» indipendente dalle sue rappresentazioni. In questo senso, sembra che l' archetipo del turista non sia tanto Odisseo, quanto Don Chisciotte, che percorre in lungo e in largo la Spagna senza mai veder nulla, proiettando su ogni cosa la ridda delle fantasie cavalleresche di cui è prigioniero. Eppure l’illusorietà del viaggio riesce stranamente a coesistere con la sua pericolosità, perché non è senza rischio strappare dal suo contesto abituale un frammento di vita. Non c' è bisogno di avventurarsi in giungle infestate da tigri e da cannibali o di spingersi come Gordon Pym verso un Polo Sud inesplorato: anche una semplice visita alla vicina città di Anversa, come quella che Gottfried Benn fa progettare al suo alter ego dottor Rönne, può presentarsi sotto un aspetto così inquietante da suscitare al solo pensiero «un turbine di inibizioni e debolezza». E infatti il dottor Rönne non andrà ad Anversa. Andrà invece al cinema, immergendosi senza rischi nell'estasi delle immagini disincarnate che si avvicendano sullo schermo, perché anche quello è un modo di viaggiare, come lo è, ovviamente, la lettura di un libro, che tuttavia richiede un ritmo particolare: non il ritmo frettoloso dei nostri week end, ma quello lento e rilassato con cui i pellegrini del grand tour percorrevano le loro tappe, magari su carrozze di posta, senza aver fretta di arrivare e assaporando ogni particolare del paesaggio. Non credo sia un caso che ai nostri giorni il contrarsi dei viaggi (sempre più ambiziosi quanto a distanza delle mete, sempre più modesti quanto a durata e significato) si accompagni a un progressivo scemare dell' abitudine alla lettura, o almeno, alla lunga lettura, e forse anche all' affievolirsi di quel lungo respiro narrativo che ha prodotto i grandi romanzi ottocenteschi. Ci manca il tempo, certo; ci manca la capacità di concentrazione; ma prima ancora, il nostro gusto è sempre più nemico di quella continuità che permette di imbastire la trama di un romanzo o di un «viaggio sentimentale»: alla continuità preferisce il lampo, l' impressione, una rapida aggressività che trova la sua espressione più tipica nello spot pubblicitario ma che lascia anche altrove il suo inconfondibile segno stilistico. Il lampo, l'impressione, lo spot: tutte queste forme sono caratterizzate dalla mancanza di un contesto, cioè proprio da quella cesura rispetto al prima e al dopo che appartiene così essenzialmente alla natura del viaggio. E in effetti, il nostro modo di percepire la realtà assomiglia sempre più a una serie di viaggi brevissimi, addirittura fulminei, tra l'uno e l'altro dei quali ci è di rado lasciato il tempo per un tranquillo «ritorno a casa». 


 

* Corriere della Sera, 19 agosto 2007, p. 37.

 

*******

 

Negozi e check-in veloce. L' aeroporto di Hong Kong è il numero uno del mondo*

Nella “top ten” Monaco e Madrid.

La “Singapore Airlines” prima tra le compagnie

 

Alessandra Mangiarotti

 

Il più simpatico ha voluto firmare il suo questionario con un post scriptum: «Se Spielberg mi scegliesse come protagonista di The-Terminal-atto-secondo, farei inserire una clausola nel contratto: "Pronto a girare, purché il film abbia come set l' aeroporto di Hong Kong"». Simpatico, pure preparato in materia di vita d' aeroporto, ma non originale il nostro aspirante Tom Hanks. Perché come lui sono migliaia e migliaia i frequent flyer che indicano lo scalo internazionale di Hong Kong come il miglior hub del mondo: facile da girare, luminoso, pieno di negozi, ristoranti e cose con cui ammazzare il tempo che quando si deve aspettare un aereo non passa mai. Mentre la medaglia di miglior compagnia aerea dei cieli internazionali l' hanno appuntata alla Singapore Airlines. Quasi otto milioni di passeggeri nel corso di undici mesi sono stati intervistati da Skytrax, la società di ricerca britannica che si occupa di indagini nel mondo dell' aviazione civile. Risultato: lo scalo di Hong Kong è stato incoronato re assoluto degli hub internazionali, salendo dalla seconda posizione occupata nel 2006 alla prima della classifica. Il «suo» ex secondo posto, invece, per la prima volta nella storia dell' indagine, è stato assegnato in condivisione agli aeroporti di Seoul Incheon e di Singapore Changi. Mentre al quarto, ecco il primo scalo europeo premiato: l' aeroporto di Monaco, che perde però un posto rispetto all' anno prima. E poi via, con gli altri aeroporti della «top ten»: Kuala Lumpur, Zurigo e Amsterdam Schiphol (e fanno tre europei), Vancouver (unico nel Nord America), Kansai (che ha perso cinque posizioni). Quindi, rivelazione-sorpresa dell' indagine, lo scalo di Madrid (il quarto Ue): lo scorso anno l' aeroporto della capitale spagnola era al ventiduesimo posto. Un balzo in avanti di dodici posizioni che premia la Spagna del sorpasso, ma fa male all' orgoglio italiano già ferito dal non poter vedere né Malpensa né Fiumicino figurare nella classifica. «Hong Kong, spesso ai vertici della nostra classifica, è passata dal secondo al primo posto riconquistandosi il titolo di miglior aeroporto del mondo: un ritorno che sta a testimoniare la qualità dei servizi offerti da questo aeroporto», ha detto l' amministratore delegato di Skytrax, Edward Plaisted. Un aeroporto facile da vivere e nel quale non si debba passarci troppo tempo: ai check-in così come davanti al nastro per la riconsegna dei bagagli. Sono queste le priorità indicate dai viaggiatori intervistati. Con una priorità nelle priorità: «I passeggeri mettono in conto tempi più lunghi ai varchi di sicurezza - spiega Plaisted - ma restano delusi (spesso infastiditi) quando le apparecchiature per i controlli sono inadeguati». Uomini, donne e bambini passano sempre più tempo negli aeroporti. E molti scali stanno cercando di dare una risposta ai loro bisogni. Mentre i businessman cercano l' ottimizzazione dei tempi per restare il meno possibile in aeroporto (docce pulite e internet-point sono considerati «accessori di serie»), i passeggeri per svago puntano invece a una facile fruibilità dell' aeroporto e ai servizi: «Bagni puliti, poltrone comode e numerose nelle sale d' aspetto, buon rapporto qualità-prezzo nei bar come nei ristoranti, disponibilità e cortesia del personale». Requisito, quest' ultimo, che pesa molto nelle pagelle date dai passeggeri alle compagnie aeree. La medaglia d' oro, s' è detto, è andata quest' anno alla Singapore Airlines. Al secondo posto la Thai Airways. Al terzo la Cathay Pacific che ha base, guarda un po' , proprio all' aeroporto di Hong Kong. Quindi: la Qatar, la Qantas, la Malaysia Airlines, Air New Zealand (al diciottesimo posto nel 2006), China Airlines e Emirates. Solo al decimo posto una compagnia europea: la British Airways che solo un anno fa dominava la classifica.

 

I «migliori» aeroporti

 

I dieci aeroporti più votati (quasi otto milioni i passeggeri intervistati): 170 gli scali presi in esame. Tra parentesi la posizione nel 2006

 

1 Hong Kong  Int'l Airport (2)

2 Seoul Incheon Airport (5)

3 Singapore Changi Airport (1)

4 Munich Airport (3)

5 Kuala Lumpur Int’l Airport (6)

6 Zurich Airport

7 Amsterdam Schiphol Airport (11)

8 Vancouver Int’l Airport (15)

9 Kansai Int’l Airport (4)

10 Madrid Barajas Airport (22)

 

… E le «migliori» compagnie

 

Le dieci compagnie aeree più votate (più di 14 milioni i passeggeri intervistati). Tra parentesi la posizione nel 2006

 

1 Singapore Airlines (7)

2 Thai Airways (4)

3 Cathay Pacific (3)

4 Qatar Arways (6)

5 Qantas (2)

6 Malaysia Airlines (9)

7 Air New Zealand (18)

8 China Airlines (10)

9 Emirates (5)

10 British Airways (1)  


 

* Corriere della Sera, 25 agosto 2007, p. 23.

 

*******

 

Comprati, sfruttati, buttati via

Ecco gli immigrati di Loach*

Traffico di vite e destini a Londra come se si trattasse di merci.

Il regista: e chi ha subito violenze è disposto a farne agli altri.

 

 

Giuseppina Manin

 

In una società formato supermercato, dove ovunque si trova di più e la gara è a chi lo vende a meno, sul carrello degli acquisti finiscono anche gli esseri umani. Comprati e venduti ai peggiori offerenti, sfruttati senza remore, buttati via quando non servono più. Lontane anni luce le lotte sindacali, archiviate tra le anticaglie parole come diritti, sicurezza, posto fisso, oggi la sola regola in vigore è: si salvi chi può. Tanto, la fila per un lavoro, uno qualsiasi, è lunga da qui a tutto il terzo mondo. Serbatoio di nuovi schiavi senza nulla e quindi senza pretese, che ogni giorno vengono a bussare alle opulente porte dell'Occidente libero, liberale e liberista, pronto ad accoglierli a fauci aperte. “Benvenuti in questo mondo libero....” Il titolo di Ken Loach, ieri in concorso alla Mostra, è stato accolto con il regista inglese, con applausi di insolito calore. Perché questo signore settantenne dai capelli sempre più grigi, gli occhi sempre più azzurri, il cuore sempre più a sinistra, non ha mai smesso di lottare per un mondo libero davvero. Senza sarcastici puntini di sospensione. «A Londra vivono due milioni di immigrati, in bilico tra disoccupazione e sfruttamento - ricorda -. Lo stesso accade in ogni grande città dell' Europa. Una precarietà contagiosa anche per i lavoratori locali, ufficialmente condannata, in realtà molto funzionale a un sistema economico spietato». Così, dopo aver cambiato trenta lavori nel breve arco dei suoi trent'anni, Angie (la brava debuttante Kierston Wareing), bionda, carina, madre single di un ragazzino, dopo l'ennesimo licenziamento decide di mettersi in proprio. Con l'amica Rose aprono un'agenzia per fornire personale take away. Trasformato in ufficio il cortile di un pub, ogni mattina smistano polacchi, ucraini, cileni, afghani secondo le richieste: un meccanico va a fare il muratore, un'insegnante la badante, un medico l'imbianchino... Un commercio di vite e di destini gestito con cinica disinvoltura da una donna che fino al giorno prima stava dall'altra parte della barricata a imprecare contro le vessazioni del suo boss. «Chi ha subito violenza la farà a sua volta - sostiene Loach -. Le delusioni hanno reso Angie dura e avida. Vuole una sola cosa, quel denaro che le permetterà di iscriversi tra i consumatori felici, di assicurare un futuro a suo figlio. Lei incarna la filosofia dei nostri tempi: sgomitare per arrivare. È il frutto della controrivoluzione thatcheriana, che ha posto l'accento sul profitto e le capacità imprenditoriali. Una linea perseguita anche dal "liberal" Blair e da cui non si discosterà nemmeno Gordon Brown». Eppure Angie non è antipatica. A volte sembra compassionevole. «Il sentimento va spesso in coppia con l'aggressione. L'America insegna: Disney e l'Iraq», avverte Loach. Difatti Angie sa allungare una buona parola, persino ospita a casa sua una famigliola di perseguitati politici iraniani. Salvo poi denunciare alle autorità l'accampamento dove vivono, farlo sgomberare e sistemarvi il suo gruppo di ucraini in arrivo. Da lei forniti di quei passaporti falsi che li rendono ancora più appetibili: garanzia di un lavoro a testa bassa e bocca cucita. E loro ringraziano. «L'Inghilterra è un paese duro, i vostri occhi sono duri, è dura la vostra voce quando ci date gli ordini. Io sono un uomo, non sono un servo», dice il giovane polacco di cui Angie, in un'altra vita, avrebbe potuto innamorarsi. «Lui, con il padre di Angie, sono due voci diverse, il segno che questo non è l'unico mondo possibile», spiega Paul Laverty, storico sceneggiatore di Loach. «Parlando con i lavoratori, confrontando dati, sono emerse disparità mostruose. Persone che guadagnano 4-5 euro l'ora e altre, come un dirigente della Barclay's Bank, che incassano 40 milioni di euro l'anno. Più che libero, un mondo pazzo. E non solo da noi. Nel prossimo film vorrei esplorare cosa accadrà nella Cina post Olimpiadi. Un paese che si dice comunista ma dove, in nome di un'efficienza santificata, i lavoratori sono spesso schiavizzati, mutilati, feriti». Il film di Loach in Italia uscirà il 28 settembre. «Il cinema non può cambiare il mondo - ammette lui -. Ma può porre domande, sollevare idee diverse, indicare altre strade. Le cose possono cambiare. Dipende da noi».

 


 

* Corriere della Sera, 2 settembre 2007, p. 38.

 

*******

 

FAMIGLIA EMIGRANTI ED EX-EMIGRANTI

DEL LONGARONESE

 

 

 

Le poesie parlano, dicono di un po’ di tutto, parlano di sogni e di eventi, di ricordi e di speranze, di luoghi e di paradisi, di amori perduti e forse ritrovati…Queste poesie parlano nel volumetto: Arrigo Galli (a cura di)   “Emigrazione. Poesie nei dialetti bellunesi”, Tipografia ‘Nero su bianco’, Pieve d’Alpago (BL), marzo 2007.   Si tratta di un’antologia di poesie nei vernacoli bellunesi, che raccolgono sentimenti e memorie dei migranti.

C’è chi è partito e non è più tornato, e chi è partito ma, pur tornando nel paesello natio, rimane segnato profondamente dall’esperienza migratoria.

Molti sono stati, infatti, i poeti che hanno cantato il sacrificio dell’emigrante: vedi Dante Alighieri, con il verso famoso (Tu proverai sì.. e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.. ) del Paradiso XVII: 55-60.

Il sommo Poeta è ricordato all’inizio del libro, il quale poi segue con pianti e nostalgie e desideri di poeti ‘minori’, ma grandi negli affetti e realtà vissute: è un’umanità coraggiosa, che ha “sbarcato il lunario” più fuori che dentro le mura patrie e non dimentica però l’idioma nativo, anzi ne fa uso per codificare emozioni e speranze.

È la ‘Associazione Bellunesi nel Mondo’ a darsi pensiero nel raccogliere queste perle e gioielli ‘migratori’: e ciò merita plauso. 

( L. M.)

 

*******

 

NON PIÙ SCHIAVE:

Casa Rut. Il coraggio di una comunità*

 

 

È straordinaria la capacità che questo piccolo libro (130 pagine) ha di rappresentare una realtà ignota a molti, o di cui si è appena sentito parlare. È una vera immersione nel mondo delle donne immigrate, le più emarginate, molte delle quali vittime di “tratta”, aberrante commercio di esseri umani.

Rita Giaretta, Religiosa delle Orsoline del Sacro Cuore di Maria, dette “ Suore Orsoline di Vicenza”, colma di preziose doti di umanità, intelligenza e coraggio, è la fine autrice del volume, ma anche la protagonista - assieme a tre consorelle (Lorenza Dal Santo, Albina Bolcato e Silvana Mutti) -  della sua toccante trama. Essa si svolge nel Casertano, una provincia resa “calda” da un concorso di cause, quali disoccupazione, illegalità, microcriminalità, camorra, carenza di infrastrutture e servizi, ma anche dal fenomeno dell’immigrazione clandestina, facile preda della malavita organizzata.

Ciò che si palesa immediatamente agli occhi delle suore, è la condizione di invisibilità e di silenzio in cui vivono relegate le donne immigrate, quasi non fossero presenti. L’incontro decisivo avviene nel carcere femminile di Caserta, le cui ospiti sono quasi per la metà donne straniere, reclusevi per spaccio di droghe o perché coinvolte nel mondo della prostituzione. Inizia così “un’esperienza di vita toccante ed appassionante”, che si trasforma in poco tempo in  “Casa Rut“ (l’evocativa figura biblica di donna straniera.), centro di accoglienza, fraternità, assistenza, formazione delle detenute, per permessi premio, percorsi di affidamento, ma anche come primo appoggio al termine della pena.

Ben presto, però, altre donne straniere emergono all’attenzione delle suore. Sono le numerose giovani, in maggioranza di colore, che si prostituiscono lungo le strade della periferia, nell’indifferenza dei cittadini. È una provocazione forte per loro, donne consacrate, e decidono di avvicinarle. Un gesto di amicizia avvia un inarrestabile rapporto di fiducia con quelle giovani, che si commuovono e confidano le tante paure che le inchiodano alla strada: quella di ritorsioni su loro e sui familiari in patria, la paura delle forze dell’ordine, dei clienti, di essere picchiate, rapinate, di contrarre malattie. Sono esse stesse a raccontare le loro storie di miseria: Nigeriane, Marocchine, Moldave, Rumene, Albanesi, ecc., partite per sottrarsi alla fame o alla guerra, sono cadute nelle mani di persone senza scrupoli, a volte vendute dai propri familiari, ma più spesso ingannate col miraggio di un lavoro, per il quale contraggono debiti inestinguibili. Una volta lasciato il proprio Paese, sono private dei documenti, recluse, violate, stuprate, vendute più volte. Poi sono costrette a prostituirsi, in balia di disumane “mamana”, sfruttate, picchiate, costantemente sorvegliate e ricattate.

Ma le loro storie si fanno improvvisamente racconti di speranza, di vita ritrovata, di grande umanità, doni inaspettati dell’amore e del coraggio di Suor Rita, della sua comunità, decisa a liberare quelle sventurate dalla schiavitù della tratta, “un fenomeno internazionale che faceva e continua a fare concorrenza al traffico di droghe e di armi”. Casa Rut schiude loro le porte, si apre al volontariato, diventa punto di riferimento per loro, ma anche per le istituzioni  e le autorità locali impegnate in questo ambito, quale risultato di una lunga e tenace azione di vigilanza attiva, e all’occorrenza di denuncia, di dialogo, di  stimolo, rivolta ai giornali, agli amministratori,  fino alle massime Autorità dello Stato.

Dietro tutta la narrazione spicca un’altra figura, quella  del Vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro, strenuo sostenitore dell’opera delle suore, profondamente convinto della necessità dell’impegno della Chiesa per la liberazione delle donne dalla prostituzione.

“Da Casa Rut, – scrive nell’Introduzione al libro la loro amica Dacia Maraini - dagli spazi domestici in cui donne di nazionalità differenti mescolano i sapori e gli odori dei loro piatti tradizionali e costruiscono per se stesse nuove opportunità di lavoro e di vita, continuano ad arrivare alle nostre orecchie messaggi di speranza, di combattiva resistenza e, non ultimo, di lucida denuncia nei riguardi di mentalità e atteggiamenti collettivi che aspettano ancora di essere cambiati”.

 


 

* Rita Giaretta, “Non più Schiave, Casa Rut, il coraggio di una Comunità”, Marlin, Cava de’ Tirreni (SA), 2007, pp. 130.

 

*******

 

LA PASTORAL HISPANA

(A manera de presentación)

 

IMDOSOC, 2007

 

¿Por qué un texto sobre la pastoral hispana? Durante el 2006,
el Dr. Guzmán Carriquiry Lecour participó en Denver, en un
Congreso sobre hispanos y política. El alcance y el valor que tiene su intervención nos ayuda a ampliar la perspectiva en torno a la responsabilidad histórica de los hispanos, particulamente en la dinámica de las migraciones.

El Dr. Guzmán Carriquiry ha participado en el Pontificio Consejo para los Laicos por más de tres décadas, de manera que posee una vasta experiencia internacional, y es un experto en América Latina. De ahí la importancia de su contribución al tema.

Por la actualidad temática que se aborda, la migración, lejos de ser un movimiento de población del campo a la ciudad, o de considerarse como un asunto demográfico entre países, tiene otras perspectivas, exigencias y valoraciones cuando se mira desde una perspectiva global o continental: tan sólo para el caso de América, siete de cada diez migrantes latinoamericanos viven en Estados Unidos y constituyen el grupo minoritario más grande en la tierra del «sueño americano». En su mayoría son niños y jóvenes. ¿Qué significa este potencial? ¿Tienen los migrantes hispanos más desafíos que la inserción laboral? ¿Cuáles son las exigencias para la pastoral de migrantes hispanos y cuáles los desafíos de los creyentes hispanos en Estados Unidos?

En su conferencia el autor nos recuerda cuál es la misión de los católicos migrantes y no migrantes en Estados Unidos: Iglesia llamada a vivir la experiencia de los discípulos de Emáus (Lc 24, 13-35), es decir, mujeres y hombres testigos de Cristo Resucitado; una fe vivida en la presencia de Cristo; una praxis de fe que conlleva la conversión de corazón y de mente y un espíritu renovado de comunión en la construcción de estructuras de solidaridad (cfr. Carta pastoral de los Obispos de Estados Unidos y Mexico, 2005).

Este texto es una invitación a reconocer no sólo la importancia de la contribución del trabajo de los migrantes al crecimiento de las economías de los países de acogida y de origen, sino, además, destaca su aporte social e intercultural. El potencial de los migrantes constituye una riqueza en cuanto capital humano.

Más allá de una visión política y demográfica, la población hispana requiere atención pastoral que supere visiones asistenciales y paternalistas. El autor, interpela a los creyentes migrantes de Estados Unidos para que lo­gren miradas más amplias en torno al desarrollo de la población, invita a la proyección de la subjetividad de las personas y grupos, a superar la corta perspectiva de buscar solamente satisfacer necesidades de empleo, vivien­da, atención médica, seguridad social, entre otras.

Guzmán Carriquiry deja un serio desafió en la mesa: se espera una contribución, un aporte cultural en el estilo de ser y de vivir en la animación de la comunidad política a la que ahora pertenecen los hispanos. No romper con la historia ni dejar atrás a los países de origen se vuelven referentes para un nuevo discernimiento, que abre nuevas puertas para buscar nuevas oportu­nidades que permitan enriquecer culturalmente una sociedad cosmopolita necesitada de nuevas propuestas para organizar la vida social y hacerlo de manera civilizada.

En el itinerario propuesto, el autor parte de un examen de conciencia y propone un camino: optar por la migración para mejorar las condiciones de vida, de trabajo, incluso de ciudadanía, no tiene que significar una ruptura con la cultura de origen.

La intención de Guzmán ha sido motivar a los hispanos a participar de manera conjunta, como creyentes latinoamericanos. La finalidad de esta intervención no es un trabajo académico; por ello, no se enfatizan las diferencias sociales, culturales e históricas que ofrece el panorama multicultural latino-americano con lo cual se destaca el carácter de invitación a lograr la integración o a fortalecer la identidad latinoamericana.

Entre los derroteros que aporta la intervención de Guzmán Carriquiry, la solidaridad se acompaña siempre de procesos de promoción social, para llegar a propuestas de impacto estructural. Bajo ninguna circunstancia es lícito mantener una perspectiva de acción asistencial.

Los latinos en Estados Unidos no deben considerarse solamente como un conglomerado demográfico ni limitarse a una inserción exclusivamente laboral y mucho menos concebirse como una respuesta coyuntural a posturas políticas, subjetivas o discriminatorias; la migración no puede reducirse exclusivamente a un movimiento de población exclusivamente por intereses económicos. Las personas que han optado por la migración necesitan reencontrar su identidad para abrirse a un encuentro, un diálogo e intercam­bio cultural. Por todo eso, esta obra se integra dentro de la colección América Latina: Memoria y futuro.

 

 

top