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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 106, April 2008

 

 

Le Figure dei Nonni nella Famiglia dei Migranti* 

 

Arcivescovo Agostino MARCHETTO

Segretario del Pontificio Consiglio

della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

 

Mi è gradito rivolgere un caloroso saluto ai membri e consultori del Pontificio Consiglio per la Famiglia e a tutti voi partecipanti alla decima ottava sua Assemblea Plenaria. Con sentimenti di rispetto e affetto, rendo omaggio in particolare al Cardinale Alfonso López Trujillo, Presidente del Dicastero, che dà spazio, invitandomi qui, alla dimensione migratoria anche in ambito familiare che è un fenomeno strutturale del mondo contemporaneo. A Lui formulo tanti auguri di pronta guarigione.

Una prima osservazione generale. Oggi il rapporto tra genitori e figli è grandemente influenzato dalle esigenze della vita lavorativa-professionale, e quindi il rapporto tra nonni e nipoti assume un’importanza particolare, che cresce quando si tratta di chi ha lasciato la terra natia. Al tempo stesso, purtroppo, fino ad ora, sono pochi gli studi che esaminano tale realtà, al punto che l’Università di Toronto e quella delle Açores hanno organizzato, per il prossimo maggio, un Congresso proprio sul tema “La voce dei nonni: migrazione e patrimonio culturale”.

Facciamo un passo indietro e costatiamo che nelle società così dette sviluppate, e non solo, regna una Weltanschauung non di rado distorta. Prevalgono infatti egoismo e desiderio di soddisfazione immediata dei bisogni materiali, dimenticandosi doveri di solidarietà e responsabilità.

Così anche la famiglia è intesa spesso come una convivenza “temporanea” che si può sciogliere, con conseguenti diverse forme di convivenza, e penso soprattutto alle famiglie “monogenitoriali” o “ricostruite”.

Quelle dei migranti sono immerse pure in queste realtà, non esenti da conflitti tra mariti e mogli, da separazioni e da divorzi, anzi, forse, ancor più immerse in essi. Anche tali tristi esperienze possono far assumere ai nonni una posizione straordinaria. Il loro matrimonio di lunga data – se così è – può diventare infatti fonte di stabilità, sicurezza ed equilibrio e un esempio positivo per i nipoti che vivono in famiglie problematiche o addirittura disgregate.[1] La presenza dei nonni è perciò benefica, sia affettivamente sia per l’aiuto finanziario che possono offrire in molti casi.[2]

Ciononostante la figura del nonno, inserito nel fenomeno migratorio, è cosa ardua da delineare, perché varie sono le situazioni culturali, educative, tradizionali, e religiose, e vario è il livello economico di ciascuno. Bisogna aggiungere poi che nelle migrazioni non è facile poter avere con sé la propria famiglia “estesa”. In generale, comunque, si può affermare che i nonni immigrati sono persone disponibili a collaborare con i genitori per il bene dei nipoti, ad offrire consigli e sostegno nell’educazione, secondo la tradizione del Paese d’origine. In genere essi considerano un piacere, oltre che un dovere, dedicare tempo ai bambini dei loro figli, con i quali sanno rapportarsi con intraprendenza, dinamicità e dolcezza, trasmettendo il proprio vissuto. Dai nipoti essi si aspettano affetto, comprensione, e forse anche qualche semplice dono, secondo l’età.

Dicevamo d’inizio che la famiglia migrante ha pure vissuto i suoi cambiamenti. Un esempio? Un tempo i nonni erano pochi e i nipoti molti; oggi capita il contrario e non è rarissimo di trovare un solo nipote per quattro nonni. In  passato il padre di famiglia emigrava ed era la donna ad occuparsi di tutto, a casa, con impegno altresì nell’educazione dei figli, mentre i vecchi nonni erano trattati con reverenza e non di rado vivevano assieme a figli e nipoti. Su questo punto, del grande rispetto che in passato si aveva per gli anziani, scrisse anche Giovanni Paolo II, nella sua Lettera del 1999 ad essi rivolta. Egli costatava “che presso alcuni popoli la vecchiaia è stimata e valorizzata; presso altri, invece, lo è molto meno a causa di una mentalità che pone al primo posto l'utilità immediata e la produttività dell'uomo. Per via di tale atteggiamento, la cosiddetta terza o quarta età è spesso deprezzata, e gli anziani stessi sono indotti a domandarsi se la loro esistenza sia ancora utile”.[3] 

Accennavamo alla donna nel fenomeno dell’emigrazione, ma dobbiamo ora aggiungere che, oggi più di un tempo, anche le donne emigrano, in percentuale praticamente uguale ai maschi[4] ed inoltre i nonni abitano per lo più da soli, indipendenti, legati certo alla famiglia dei figli, ma nello stesso tempo, fuori di casa, se non in qualche luogo di riposo. I contatti con i nipoti sono dunque meno frequenti.       

La realizzazione della “vocazione” dei nonni - diciamo così - nell’ambito della famiglia è quindi complessa e variabile. A volte, di fatto, essi assumono la tutela dei nipoti[5], nel caso di assenza dei genitori, di divorzio, malattia, decesso di uno di essi, o per detenzione, con assistenza scolastica e ricreativa. I nonni poi, spesso, si sostituiscono ai genitori in quelle mansioni dove le istituzioni pubbliche non arrivano: accompagnano i bambini all’asilo nido, alla scuola, allo sport, a eventi culturali, favorendo così l’entrata delle “madri” nel mercato del lavoro. Non pochi sono anche i genitori emigrati che decidono, magari loro malgrado, di inviare i propri figli nel Paese d’origine sotto la tutela dei nonni.[6]

Ma vi è anche il caso di nonni che si sentono “orfani” quando figli e nipoti emigrano. Perdono cioè la loro “ragione d’essere”. Uno dei modi per superare questa pena sarebbe seguire i figli all’estero, anche per prendersi cura dei nipoti, facilitando al tempo stesso l’attività economica dei figli e dei loro coniugi. Così essi si sentirebbero ancora utili.[7]

Tutto ben considerato, esprimo dunque la convinzione che il contributo educativo dei nonni è di notevole importanza per lo sviluppo e l’arricchimento dei nipoti in fatto di valori. Essi “aiutano a guardare alle vicende terrene con più saggezza, perché le vicissitudini li hanno resi esperti e maturi. Essi sono custodi della memoria collettiva, e perciò interpreti privilegiati di quell'insieme di ideali e di valori comuni che reggono e guidano la convivenza sociale.… Gli anziani, grazie alla loro matura esperienza, sono in grado di proporre ai giovani consigli ed ammaestramenti preziosi”.[8]

Nell’emigrazione i nonni, come persone che portano dunque i valori della terra nativa, li trasmettono ai nipoti quasi per osmosi, in dialogo che si rivela spesso fecondo, basato, come dev’essere, sul rispetto di tutti gli autentici altri valori, pur diversi dai propri.

Il successo educativo dei nonni è dovuto al fatto - credo - che si mettono più dei genitori in posizione di ascolto e di osservazione nei confronti dei nipoti, in un atteggiamento che magari non hanno potuto avere essi stessi con i propri figli. I nonni, rispetto ai genitori, in genere sono meno rigidi, più tolleranti, talora addirittura “complici” in senso giocoso. L’essere nonni si manifesta in un rapporto più libero, con meno responsabilità e privo perciò di quelle preoccupazioni educative strette che generalmente hanno i genitori.[9]

Come si sa, la lingua[10] rappresenta un fattore importante per i processi di integrazione e al tempo stesso di identità. Ognuna di esse è simile a una frontiera territoriale ed esclude chi non la parla. E’ capitato probabilmente a tutti noi di farne dolorosa esperienza. Ma ci sono anche nonni immigrati che non parlano l’idioma del luogo di accoglienza o lo parlano poco, per cui in casa con i propri figli e nipoti si esprimono in quella materna – ed è l’altro lato della medaglia –, con le affettività, il calore e le sfumature che le sono proprie. Grazie ai nonni, oltre che ai genitori, i nipoti dunque potrebbero automaticamente imparare un’altra lingua, ed è un vantaggio. Ognuna di esse è di fatto una ricchezza e non credo sia contro l’integrazione nel Paese d’accoglienza il fatto di coltivare la propria lingua d’origine.

Un altro aspetto importante da sottolineare è la partecipazione dei nonni e nipoti ad attività associative. Le associazioni dei migranti hanno lo scopo di unire le persone che condividono lo stesso contesto etnico-linguistico. Utili sono quelle di mutuo soccorso, che aiutano anche al disbrigo delle pratiche burocratiche e alla tutela dei diritti dei lavoratori o all’aiuto dei nuovi arrivati. Qui va detto che le associazioni religiose dei Paesi d’origine cattolici sono più numerose rispetto alle altre. Ne è scopo altresì la celebrazione della festa del Santo Patrono del luogo d’origine o di un titolo particolare della Madonna colà venerata. Dalle attività associative nasce pure l’aspetto ricreativo e conviviale con impegno per i piatti tipici della gastronomia dei luoghi d’origine – ricordiamo che dopo Braudel la “cucina” fa anche parte della storia –, viaggi a Santuari o ritorno annuale alla propria prima patria. Si organizzano cori folcloristici, tornei di gioco, si tifa per determinate squadre sportive, si conservano contatti con la madrepatria. I nonni coinvolgono i loro nipoti nell’attività associative, e questi, a loro volta, ne assimilano il bagaglio culturale ed assumono la responsabilità di continuare le tradizioni, pur con la buona disposizione ad amare il Paese d’accoglienza, fino a difenderlo.[11]

Mi piacerebbe ora, se ci resta tempo, contestualizzare la visione con qualche flash a livello continentale. Cominciando dalla mia Africa, dove ho passato 20 anni della mia vita sacerdotale. I nonni provenienti da alcune sue regioni sono visti ancora, dai nipoti, come “patriarchi” a cui va il rispetto e l’affetto con l’ispirazione per la crescita. Dai nonni imparano cosa vuol dire la vecchiaia, e come accettarla; inoltre essi rappresentano il legame coi defunti, col mistero della vita e della morte.

Potremmo fare anche una digressione cinese, guardando per un momento al grande continente asiatico di provenienza di quegli immigrati. Nella famiglia cinese, per esempio, i bambini sono considerati come le piccole ruote dentate di una macchina complessa; la famiglia rappresenta la più piccola unità sociale, è il nucleo di tutti i rapporti, offre sicurezza, protezione; l’amore dei nonni e quello dei genitori sono considerati le radici del sentimento d’umanità. La base confuciana della cultura cinese, mi pare che renda possibile un futuro di diffusione del cristianesimo in Cina. Orbene è grandissimo il contributo sociale offerto dai nonni immigrati cinesi. Le loro famiglie si avvalgono del supporto dei membri più anziani per accudire i bambini, svolgere piccoli lavori, fare la spesa o sbrigare commissioni e presidiare l'abitazione. Oltre alla disponibilità personale, la generosità dei nonni investe anche la sfera economica: una buona parte della loro pensione è impiegata a favore delle giovani generazioni, anche con qualche sacrificio personale.

E guardiamo in un battibaleno l’America Latina, speranza della Chiesa. In essa è ritenuto sgradevole il fatto che un bambino capriccioso disobbedisca ai nonni o che risponda loro sgarbatamente e con maleducazione. Essi, per la famiglia latino-americana, in genere, sono un tesoro da cui trarre insegnamento per la vita e anche ricevere un po’ di denaro, se possibile.

Nella famiglia araba poi il bambino inizia ad osservare i precetti religiosi quando i genitori lo considerano maturo per farlo. Così i nonni immigrati, insieme ai genitori zelanti, incoraggiano il nipote di 6/7 anni a osservare per qualche ora il digiuno, per il ramadan, ed a conoscere l’insegnamento morale e rituale corrispondente. I nonni immigrati musulmani, inoltre, non accettano facilmente il matrimonio di un loro nipote con persona di altro Paese, di altra religione, di altra cultura. La storia odierna registra così reazioni negative non solo da parte dei nonni ma di intere famiglie, con conseguenze davvero penose, se non tragiche.

La casa dei nonni inoltre è spesso il luogo privilegiato per incontrare gli altri membri della famiglia, bisogna qui almeno dirlo, pur di sfuggita.

I nonni immigrati, infine, – ricordiamolo – molte volte sono partiti da terre lontane allo scopo di dare un avvenire migliore a figli e nipoti per cui, dopo anni di sacrifici, potrebbero ritornare al loro Paese d’origine a godersi la pensione, ma l’affetto per figli e nipoti li trattiene nel Paese che li ha ospitati, dando loro un futuro migliore.

È troppo ideale il mio quadro? Forse, ma molti potrebbero confermare dal vivo quanto ho detto. Certo, luci e ombre compongono ogni fotografia e ci sono vari colori sulla tavolozza del pittore.

Certo, la famiglia è la cellula originaria della società, è la comunità nella quale fin dall’ infanzia si può incominciare ad amare ed adorare Dio, apprendere i valori umani e morali e a far buon uso della libertà. Purtroppo ciò non è vero per molti. Ugualmente, noi cattolici, definiamo la famiglia una “Chiesa domestica[12]. Per i migranti, poi, già Pio XII scrisse nel 1952: “La Famiglia di Nazaret in esilio, Gesù, Maria e Giuseppe emigrati in Egitto e ivi rifugiati per sottrarsi alle ire di un empio re, sono il modello, l’esempio e il sostegno di tutti gli emigrati”.[13] Papa Benedetto XVI, nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2007, riprese il concetto che la “Santa Famiglia di Nazaret [è] icona di tutte le famiglie…. Nel dramma della Famiglia di Nazaret, obbligata a rifugiarsi in Egitto, intravediamo la dolorosa condizione di tutti i migranti”.[14]

Nelle loro famiglie i genitori sono certo i primi responsabili dell’educazione dei figli, ma accanto a loro ecco dunque i nonni. Se credenti, poi, essi sono di fondamentale importanza perché possono irradiare una fede viva e semplice.[15] In questa linea, la catechesi impartita dai nonni, con l’esempio e la parola, arricchisce e concreta altre forme di insegnamento della fede. Molte volte i nonni accompagnano anche a Messa i nipotini.

A questo riguardo, nella mia diocesi d’origine, si è visto programmato un corso di catechesi per “nonne/i maestri di vita[16], inteso a renderli atti a trasmettere ai nipoti, appunto, fede e vita. Potrebbe essere una buona iniziativa cui ispirarsi altresì per i nonni migranti. Essi si scoprono catechisti!

Permettetemi di concludere ricordando ancora la Lettera agli anziani di Giovanni Paolo II dove si menziona il quarto comandamento: “Onora il padre e la madre”. E’ “un dovere universalmente riconosciuto” – il Papa vi affermò. “Dalla sua piena e coerente applicazione non è scaturito soltanto l'amore per i genitori da parte dei figli, ma è stato anche evidenziato il forte legame che esiste fra le generazioni. Dove il precetto viene accolto e fedelmente osservato, gli anziani sanno di non correre il pericolo di essere considerati un peso inutile ed ingombrante”.[17]

I nonni, dunque, pur spesso con la loro fragile umanità, diventano “un richiamo all'interdipendenza ed alla necessaria solidarietà che legano tra loro le generazioni, perché ogni persona è bisognosa dell'altra e si arricchisce dei doni e dei carismi di tutti”[18], specialmente nelle situazioni difficili che in genere sono caratteristiche dell’emigrazione. E anche questa è storia, “memoria futuri”.

 

Grazie!

 

Resumen

 LA FIGURA DE LOS ABUELOS EN LA FAMILIA DE LOS MIGRANTES 

Me es grato dar un caluroso saludo a los miembros del Pontificio Consejo para la Familia y a todos los participantes a su décima octava Asamblea. Con sentimientos de respeto y afecto, saludo de forma particular al Cardenal Alfonso López Trujillo, Presidente del Dicasterio, quien invitándome aquí, abre un espacio a la dimensión migratoria como fenómeno estructural en el mundo contemporáneo.

La nuestra sociedad, que se dice desarrollada, no solamente, presenta una visión distorsionada de las cosas. Prevalecen, de hecho, el egoísmo y la satisfacción inmediata de las necesidades, olvidando los deberes de la solidaridad y responsabilidad.

De esta forma, aunque, la familia puede ser entendida como una convivencia “temporal”, la cual se puede disolver en otras formas de convivencia como la familia “monoparental” o “reconstruida”.

Las familias de los migrantes, también, están inmersas en esta realidad. Tal triste realidad, puede  ofrecer a los abuelos una posición importante. A veces ellos asumen la tutela de los nietos en los casos de divorcio, enfermedad o muerte de los padres, o si estos están prisioneros. Los abuelos asisten a los nietos en la educación y la recreación. Los abuelos, frecuentemente, sustituyen a los padres en aquellos lugares donde las instituciones publicas no llegan: acompañan a los niños a las salas cunas, a la escuela, al deporte, eventos culturales, favoreciendo de esta forma a la mujer, “madre”, su entrada al mercado de trabajo. De hecho, no pocos padres inmigrantes deciden, aunque no con agrado, de enviar sus propios hijos a su país de origen para ser cuidados por los abuelos.

La eficacia de los abuelos es debido al hecho, pienso, que se ponen en posición de escucha y observación en relación con sus nietos. Los abuelos, respecto a los padres, son en general menos rígidos, mas tolerantes, y aunque “cómplices” en sentido gracioso. El ser abuelo se manifiesta en una relación mas libre, con menos responsabilidad, y por esto, fuera de aquella preocupación educativa que generalmente tienen los padres.

Como se sabe, la lengua representa un factor importante para el proceso de integración. Todas ellas son, en efecto, similares a una frontera territorial y excluye a quien no la habla. Existen, también, los abuelos inmigrantes quienes no hablan la lengua del lugar de acogida, o la hablan poco, por lo cual en casa con sus hijos y nietos se comunican en la lengua materna. De esta forma, gracias a los abuelos, los nietos automáticamente aprenden otra lengua.

Otro aspecto importante de subrayar es la participación de los abuelos y nietos en actividades asociativas. De gran utilidad son aquellas de ayuda mutua, que permiten, también, liberarse de las prácticas burocráticas, y la tutela de los derechos de los trabajadores o la ayuda a los recién llegados. Aquí se deben mencionar que las asociaciones religiosas de los países de origen católicos son más numerosas respecto a otras. Algunas tienen como finalidad la celebración de la fiesta del Santo patrón del lugar de origen, o de un titulo particular de la Virgen allá venerada. De las actividades asociativas, nacen, también, los aspectos recreativos y de convivencia, los cuales comprenden platos típicos de la gastronomía de los lugares de origen, viajes a santuarios y retorno de vacaciones de verano a la propia patria. Se organizan coros de cantos folclóricos, torneos y juegos, se apoya una determinado club deportivo, se conservan contactos con la madre patria. Los abuelos involucran a sus nietos en dichas actividades asociativas, y de esta forma los nietos asimilan el bagaje cultural, y asumen la responsabilidad de continuar las tradiciones, con la buena disposición de amar el país de acogida, hasta defenderlo.

Me gustaría, ahora, contextualizar a nivel continental, comenzando por África. Los abuelos, provenientes de algunas de sus regiones son vistos, aun, por los nietos, como “patriarcas”, a quines se les ofrece respeto y afecto como inspiración para el crecimiento. De los abuelos aprenden el significado de la vejez, como aceptarla; también, ellos representan el légame con los difuntos, con el misterio de la vida y de la muerte.

En la familia China, por ejemplo, los niños son considerados como el pequeño mecanismo de una maquina compleja; la familia representa la unida social mas pequeña, y el núcleo de todas las relaciones, ofrece seguridad, protección; el amor de los abuelos y de los padre es considerado las raíces de los sentimientos de la humanidad. Ahora bien, es grandísima la contribución social ofrecida por los abuelos inmigrantes chinos Sus familias se valen de la ayuda de los miembros más ancianos para ocuparsen de los niños, realizar pequenos trabajos, hacer las compras, realizar diligencias y vigilar la casa.

Y miremos, a grande vuelo, al America Latina, esperanza de la humanidad. En ella es considerado grave el hecho de que un niño caprichoso desobedezca a los abuelos o responda maleducadamente.

En la familia árabe, el niño musulmán comienza a respetar los preceptos religiosos cuando los padres lo consideran maduro para hacerlo. De esta forma, los abuelos inmigrantes, junto con los padres, celosamente motivan al niño de 6/ 7 aňos a respetar, por algunas horas, el ayuno, durante el Rabadán, y a conocer las enseñazas morales y rituales correspondientes. Los abuelos inmigrantes musulmanes, además, no aceptan fácilmente el matrimonio de un nieto con personas de otro país, de otra religión o cultura.

Los abuelos inmigrantes, también, muchas veces, han partido de tierras lejanas con el fin de dar una mejor vida a los hijos y nietos, por lo cual después de anos de sacrificio, podrían regresar a sus propios países de origen, a disfrutar de sus pensiones; pero el afecto por los hijos y nietos los detiene en los países que los ha hospedado, ofreciéndoles un futuro mejor.

¿Resulta muy idealista mi descripción? Puede ser, pero muchos podrían confirmar en persona cuanto he dicho.

Concluyo. La familia es la célula originaria de la sociedad, y la comunidad en la cual desde la infancia se puede comenzar a amar y adorar a Dios, aprender los valores, morales, y hacer buen uso de la libertad. Desafortunadamente, ello no es verdadero para muchos. De la misma forma, nosotros cristianos definimos la familia como la “iglesia domestica”. Como ya Pío XII lo escribía en 1952: “la familia de Nazaret en exilio, Jesús, María y José emigrantes en Egipto y allí refugiados para huir de la ira de un cruel rey, son el modelo, ejemplo, y el sustento de todos los inmigrantes”. Y Benedicto XVI, en el mensaje para la Jornada Mundial del Migrante y del Refugiado del 2007, retoma el concepto de esta forma: “La santa Familia de Nazaret es signo visible de todas las familias. En el drama de la familia de Nazaret obligada a refugiarse en Egipto, entrevemos la dolorosa condición de todos los migrantes”.

Las familias y los padres son los primeros responsables de la educación de los hijos pero junto a ellos se encuentran los abuelos. Si son creyentes, también, son de fundamental importancia porque pueden irradiar una fe viva y simple.
 

Summary  

THE FIGURES OF  GRANDPARENTS IN THE MIGRANT FAMILY 

This is a summary of what Archbishop Marchetto said.

“It gives me great pleasure to warmly greet members of the Pontifical Council for the Family and all the participants its eighteenth Plenary Assembly. With feelings of respect and affection, I greet in particular Cardinal Alfonso López Trujillo, President of the Dicastery,  for giving me space and inviting me here,  recognising the migratory dimension as a structural phenomenon of  the contemporary world.

Our so-called developed society, presents a vision of things that are very rarely undistorted. In fact egoism and the immediate satisfaction of  needs prevail forgetting duties about solidarity and responsibility.

Thus also the family can be understood like a ‘temporary’ cohabitation that can be reduced into consequent types of cohabitation such as ‘single-parents’ or ‘reconstructed’ families.

That of the migrants is deeply absorbed in this condition. Such sad realities can make grandparents assume an important position. Sometimes they take on  the protection of  grandchildren in the event of the  absence of  parents, divorce, disease, death of one of them, detainment in prison, or during times of study or recreation. Grandparents then often replace parents in those duties especially when public institutions are unable to help: they accompany children to the nursery, school, sport, cultural events, thus encouraging women “mothers” to enter the job market. In effect,  a considerable number of immigrant parents decide, in spite of their bad situation,  to put their own children in the country of origin under the protection of grandparents.

Their success is in fact - I believe - because they put themselves in a position of listening and observing with reference to their grandchildren. Grandparents, compared to parents, are generally less rigid, more tolerant, sometimes  even ‘accomplices’ in the light-hearted sense of the word. Being a grandparent is marked by  a looser relationship, with less responsibility and therefore lacking in those educational worries that generally beset parents.

As it is known, language represents an important factor for the process of integration. Each of these, in fact, is similar to a territorial frontier and excludes those who do not speak it. There are also grandparents that do not speak the language of the place of acceptance or they speak it little, so at home with their own children and grandchildren they therefore express themselves in a maternal way. Thanks to the grandparents, grandchildren automatically therefore learn another language.

Another aspect important to emphasize is the participation of grandparents and grandchildren in associative activities. Useful are those of mutual aid, also helping to disentangle practical bureaucracy, to protect the rights of workers or to aid the newly arrived. Here it goes without saying that the religious associations of Catholic countries of origin are more numerous in regard to the other ones. There is scope for them in the celebration of the festival of the patron Saint of the place of origin or in the particular title under which they venerate the Blessed Virgin. From the associative activities are born  recreational and hospitable features with a commitment for the typical dishes of the place of origin and for travels to sanctuaries (holidays returning) of their own native land. They organise for themselves choirs of folk songs, tournaments of games, supporters for particular sporting teams, thus conserving contacts with their native mother land. The grandparents involve themselves in their grandchildren’s associative activity, and these, in time, assimilate them into the cultural baggage and in assuming the responsibility to continue traditions, together with the  positive outlook to love the country of welcome,  even to defend it”.

Starting with Africa, Archbishop Marchetto contextualizes his talk at continental levels. Grandparents coming from ancestral Africa are still seen by grandchildren as “patriarchs” who should be given respect and affection. From their grandparents they learn how to speak of old age, and  to accept it; moreover they represent the tie with those who are departed, together with the mystery of life and death.

In a Chinese family, children are considered as the cogwheels of a complex machine; the family represents the smallest social unit, is the nucleus of all the relationships, offering security, protection; the love of grandparents and that of parents are considered to be the roots of human feelings. Indeed, the social contribution from immigrant Chinese grandparents is great. Their families benefit themselves of the support of older members in order to care for children,  carrying out small tasks, doing the shopping, dispatching errands and protecting the home.       

In Latin America, hope of the Church, it is considered unpleasant that a capricious child disobeys their grandparents or that they answer rudely and with discourtesy.

And in the Arab family, moreover, the Muslim child begins to observe religious precepts when the parents consider them old enough to do it. Thus  immigrant grandparents, together with zealous parents, encourage a  child of 6-7 years old to observe the fast for a few hours, for Ramadan, and to understand moral instruction and corresponding rituals. Immigrant Muslim grandparents do not easily accept the wedding of a  grandchild with person of another country, another religion or culture.

Immigrant grandparents, moreover, often remain in distant countries in order to give  better opportunities to their children and grandchildren.  Because of the affection they stay in fact in the country that has accepted them, giving them a better future.

Are these images too idealistic? Perhaps so, but many people would be able to confirm what is described here.

In conclusion, the family is the original cell of society and is the community which from infancy one begins to love and to adore God, to learn moral values and to make good use of freedom. Unfortunately this is not true for many.  Similarly Christians define the family as the “domestic Church”. Pius XII already wrote in 1952 the following: “The Family of Nazareth in exile, Jesus, Mary and Joseph emigrated to  Egypt and taking refuge there avoiding  the anger a wicked king, are the model, the example and the support of all emigrants”.  Benedict XVI, in the Message for the World Day of  Migrants and the Refugees of 2007, repeated thus: “the Holy family of Nazareth is the Icon of all  families. In the drama of the Family of Nazareth, obliged to shelter itself in Egypt, we catch a glimpse of the painful condition of all migrants”. In their families, parents are the first to be responsible for  the education of their children but beside them there are the grandparents. If they are believers, then, they are of fundamental importance because they can instil a living and simple faith.  


 

* Intervento alla XVIII Assemblea Plenaria (Roma, 3-5 Aprile 2008), del Pontificio Consiglio per la Famiglia.

 

[1] Anne Milan e Brian Hamm, Across the generations: Grandparents and grandchildren: Canadian Social Trends (Winter 2003), p. 4, preso 11 marzo 2008 da http://dsp-psd.pwgsc.gc.ca/ Collection-R/Statcan/ 11-008-XIE/0030311-008-XIE.pdf.

[2] Cfr. Pier Giorgio Liverani, “La scuola dei nonni”, Ed. Ave, Roma 2001.

[3] Giovanni Paolo II, Lettera agli anziani, Città del Vaticano, 1 ottobre 1999, n. 9, preso 11 marzo 2008 da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/letters/documents/ hf_jpii_let_01101999_elderly_it. html.

[4] Cf. Stime delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione Internationale del Lavoro citate in Agostino Marchetto, La donna Migrante: People on the Move, n. 101 (Agosto 2006), pp. 130-132.

[5] Cf. Anne Milan e Brian Hamm, op. cit., p. 6.

[6] Cf. Russell King e Julie Vullnetari, Orphan pensioners and migrating grandparents: the impact of mass migration on older people in rural Albania: Cambridge Journals, Vol. 26, N. 5 (Settembre 2006), p. 1.

[7] Cf. Mario Gecchelle e Giovanni Danza, Nonni e Nipoti: Un Rapporto Educativo, ed. Rezzara, Vicenza 1993.

[8]Giovanni Paolo II, op. cit., n. 10.

[9] Cf. Anne Milan e Brian Hamm, op. cit., p. 2.

[10] Cf. Marta Castiglioni, La mediazione linguistico culturale: principi, strategie, espe-rienze, ed. Franco Angeli, Milano 1997.

 

[11] Cf. Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Istruzione Erga migrantes caritas Christi: AAS XCVI, N. 35 (2004), p. 780; Cf. anche Agostino Marchetto, Chiesa conciliare e pastorale di accoglienza, Quaderni Universitari, Nuova serie, Libreria Editrice Vaticana, 2006, p. 11.

 

[12] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen Gentium, n. 11; v. anche Enrique Colon, Chiesa domestica e Teologia, III Simposio Internazionale della Facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo della Santa Croce, Roma 12-14 Marzo 1997: H. Fittle (cur.), Fermenti nella teologia alle soglie del terzo millennio, Lib. Ed. Vaticana, Vaticano 1998, pp. 254-265.

[13] Cf. Pio XII, Costituzione Apostolica Exsul familia: AAS N. 44 (1952), p. 649.

[14] Cf. People on the Move,  N. 102 (Dicembre 2006), p. 41.

 

[15] Cf. Pino Scambini, Gli Anziani, risorsa da esplorare: Orientamenti Pastorali, N. 11 (1993).

[16] Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2223.

[17] Giovanni Paolo II, op. cit., n. 11.

[18] ibid., n. 10.

 

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