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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 106, April 2008

 

 

******* REVIEW *******

 

Historical and Cultural Perspectives on Slovenian Migration*

 

The book has been written by a group of seven Scholar collaborators of the Institute for Slovenian Emigration Studies in Lujubliana. The monograph is entitled "Historical and Cultural Prospectives on Slovenian Migration". It was issued at the end of 2007, and reflecting some results of their research in the field of migration.

This study has been brought from the authors with scientific rigor and ability of synthesis. It has highlighted the suffering, the creativeness and success of the Slovenian migrant.  So that  new doors have been opened for the knowledge of this international migratory phenomenon.

Migration is a vast and multilayered field of research that demands a broad knowledge of the subject, undoubtedly offered in this book.

Marijan Drnovsek focuses on the Slovenian  historiography issued about the attitudes of the Catholic Church and the State towards emigration. A panoramic overview  of various opinion regarding emigration phenomena  sets as the central point the interdependence of those attitudes and national question.

Irena Gantar Godina presents the emigration of Slovenian intellectuals to the Slavic world, and explores cultural influences that have, through their experience, returned and integrated into Slovenian romantic, and later, cultural and political awareness. The author searches a significant niche in Slovenian emigration studies and she greatly contributes to the understanding of the development of Slovenian cultural and political spirit in the nineteenth and twentieth century.

Janja Zitnik analyses the development phases, content characteristics, influences, creative inspirations, intent of literature and its dispersal, the question of language as an element of identification  and finally, the attitude of the homeland towards emigrant authors, depending on cultural and politically-ideological appropriateness or unacceptability. In short, the author presents three development periods of emigrant literature: ignorance, oblivion, and revival.

Kristina Toplak researches experiences of Slovenian fine art of post-war Slovenian political  emigrants artists in Argentina. The production of fine art is observed through the History, ideological, political, and cultural orientation. This emigration was capable of reproducing and preserving Slovenianness  with a strict introverted stance and national self-sufficiency. This stance  is clearly reflected in motifs, style, taste, and the environment in which the art was produced  and maintained, until the democratization of the Slovenian old homeland and the gradual acceptance of the culture of the new homeland.

Mirjam Milharcic Hladnik studies the specifics of the migration of woman to the United States of America. She is interested in women emigrants and their role in preserving ethnic identity, as well as in establishing nationally connoted communities in migration environments. She emphasizes particularly on strategies of social and cultural integration of Slovenian women migrants into the North America society. The author compares life stories of members of different groups of pre-and post-war emigrant women, explores similarities and differences in the ways of inclusion and ways of adapting to the new environment, and the generational and social specifics of women’s emigration experience.

Marina Luksic-Hacin confronts the complex issue of multiculturalism in European integration processes in connection with yesterday’s and today’s migration models movements. She offers the reader an overview of migration policies and integration on the level of Nation States. She analyses  the emergence, development, conceptualizations, contraditions, and interpretations of multiculturalism, or multiculturalisms.  She makes critical comments and suggests possible solutions trough her own vision.

Jernej Mlekuz offers an analytical study of food as an element of recognition and identification of otherness in discourse relations with an immigrant society. Through the framework of narratives on immigrant food and nationalistic discourse, the author explores communication practices in Slovenian society and relations that are being established between the majority and immigrant communities, primarily those from the former Yugoslav Republics. (C.G.)   


 

* Edited  by Marjan  Drnovsek, ZRC Publishing, Scientific Research Center of  the Slovenian Academy of Sciences and Arts, Ljubljana 2007,  pages 204. 

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Sociologia delle Migrazioni*

 

L’Autrice ci fa qui un quadro chiaro e dettagliato del fenomeno emigratorio. Lo stile è semplice, conciso e scorrevole. Il suo obiettivo è quello di sfogliare la storia dell’emigrazione per mettere bene in luce il concetto del migrante internazionale. Passa così in rassegna le teorie che spiegano le ragioni dei flussi migratori, analizza la questione delle politiche migratorie, si concentra sui processi d’incorporazione dei migranti nella sfera economica e sugli effetti di retroazione che le migrazioni producono nella società d’origine. Vengono pure fatti  brevi cenni su alcune questioni fondamentali, che riguardano il processo d’integrazione sociale dei migranti, la loro inclusione nei sistemi di welfare, la trasformazione degli immigrati in minoranze etniche, i rapporti con la società ospite, i diritti di cittadinanza, i conflitti etnici, il rientro nel proprio Paese.

Ma riassumiamo i punti di maggior rilievo in questa pubblicazione.

La migrazione costituisce una forma di mobilità. Può avvenire all’interno di un territorio, (movimenti di persone entro i confini dello Stato) oppure verso l’esterno, (mobilità internazionale). Le norme giuridiche riguardo alla mobilità umana internazionale fanno si che ci sia il migrante legale e quello irregolare. I migranti regolari sono i cittadini autorizzati dall’ordinamento giuridico del Paese in cui si trovano a risiedervi. I migranti irregolari sono coloro che attraversano i confini di uno Stato eludendo i controlli alle frontiere. I legali possono essere classificati: residenti permanenti, sono coloro che dispongono di un titolo di soggiorno che conferisce il diritto a risiedere nel Paese per un tempo illimitato; residenti temporanei, sono tutti coloro che dispongono di un diritto di soggiorno di durata limitata; free  migrants, sono gli stranieri che hanno l’accesso al mercato del lavoro in uno Stato, previo accordo con il proprio Paese. Una categoria emergente è quella dei migranti ad alta qualificazione, che oggi non solo rappresentano una quota significativa dei migranti internazionali, ma sono anche oggetto di politiche d’attrazione da parte di molti Paesi. In fine, ci parla dell’emigrazione coatta, che riguarda coloro che vengono costretti con la forza a lasciare il proprio Paese. L’esempio storicamente più clamoroso è quello della tratta degli schiavi. In epoca contemporanea il fenomeno non è o scomparso e sembra anzi assumere volti sempre più inquietanti, come nel caso della tratta a scopo di sfruttamento sessuale, tra le cui vittime, nel mondo, ci sono centinaia di migliaia di minorenni.

L’evoluzione storica del fenomeno migratorio porta l’Autrice ad alcune considerazione di ordine statistico e logistico, che qui tralasciamo.

Comunque la mobilità internazionale odierna si basa su una nuova immagine del mondo “nel quale un numero crescente di comunità transnazionali  si muove liberamente per occupare spazi vuoti nel campo del lavoro in un altro Paese”.

Le comunità di immigrati sparse nel mondo sono chiamate diaspora. La sua cultura si fonda sulla presenza di istituzioni che si sforzano di controllare i comportamenti quotidiani delle persone, l’educazione dei figli, le pratiche religiose, i matrimoni nell’ambito del gruppo, l’organizzazione della solidarietà, le feste e le manifestazioni religiose o nazionali, la qualità di certi  cibi, gli scambi reali e simbolici con altri luoghi della diaspora.

L’Autrice si pone a questo punto una serie di domande: Perchè la gente emigra all’estero? Perchè alcune persone emigrano ed altre no, perché alcuni Paesi inviano molti migranti all’estero, perché i migranti scelgono destinazioni che non necessariamente sono quelle più vicine dal punto geografico o culturale e più ricche di opportunità? La Zanfrini passa qui in rassegna le principali teorie sulle migrazioni internazionali elaborate nell’ultimo quarto di secolo, di stampo per lo più economico e demografico. Viene così ipotizzata l’esistenza di un mercato globale in cui gli individui calcolano razionalmente i vantaggi associati alle diverse alternative di comportamento: restare nel proprio paese oppure migrare. L’idea di fondo è che le migrazioni internazionali siano causate da una domanda permanente di manodopera da parte  delle nazioni sviluppate. Le migrazioni delle giovani leve istruite poi rappresentano un doppio svantaggio per le nazioni del Terzo Mondo che, dopo aver sostenuto i costi  della loro crescita e formazione, se li vedono sottrarre proprio nel momento in cui potrebbero maggiormente trarne vantaggio: è il fenomeno, molto attuale, del “brain drain” ridefinito “brain washing”. Infatti, le giovani menti, una volta raggiunti i Paesi di destinazione finiscono spesso con il ricoprire i posti più bassi nella gerarchia delle professioni, di quanto meriterebbero i loro titoli, subendo un processo di squalificazione  professionale che distrugge il loro capitale umano.

Il ruolo delle istituzioni nella vita del migrante è comunque importante. Il primo tipo di organizzazione è rappresentato da quella che, operando nella clandestinità, lucra straordinari profitti offrendo la possibilità di emigrare clandestinamente, con fornitura di documenti e visti contraffatti, contrattazione di matrimoni combinati, e via dicendo. Il secondo tipo di organizzazione comprende gli enti ed associazioni senza scopo di lucro, che forniscono servizi di assistenza gratuita ai migranti. Infine, ci sono le istituzioni governative per  promuovere ed aiutare le migrazioni.

Certo è che le politiche  migratorie sono alla base della mobilità umana.

In effetti i Governi nazionali dispongono di potere sovrano nel regolare l’ingresso di stranieri nel proprio territorio e così di limitare o impedire la loro partecipazione al mercato del lavoro. È implicita, in questo campo, la facoltà di un Stato di introdurre discriminazioni legali con l’obiettivo di garantire ai propri cittadini una priorità nell’accesso alle risorse e alle opportunità sociali, a partire appunto dal lavoro.

Ma quali sono i criteri ai quali gli Stati si ispirano nel formulare tali politiche migratorie? Uno Stato autorizza l’ingresso di lavoratori stranieri sul proprio territorio nella misura in cui esso è ritenuto utile al benessere della Nazione ed a soddisfare le richieste del sistema produttivo.

La nascita e l’evoluzione della politica migratoria europea va quindi compresa alla luce della “sicuratization” della questione migratoria. Si è convinti che l’emigrazione sia un fenomeno da contenere per timore che esso diventi un fenomeno esplosivo. L’aspetto di maggior rilievo nella politica migratoria europea dei nostri giorni riguarda l’apertura delle frontiere per motivo di lavoro. L’idea di fondo è che l’emigrazione, pur essendo una soluzione al mercato del lavoro, lo sia a maggior ragione al declino demografico. Potrà perciò dare un contributo positivo al mercato, allo sviluppo economico e alla sostenibilità dei sistemi di protezione sociale.

In ogni caso, oggi, la lotta all’immigrazione irregolare rappresenta la principale finalità delle politiche migratorie in quasi tutti i Paesi a sviluppo avanzato, a conferma della tendenza alla “sicuratization” della questione migratoria. Un primo insieme di iniziative riguarda ì così detti controlli esterni (controlli dei visti, rafforzamento lungo i confini degli organici di polizia di frontiera, ecc.). In rapida espansione sono anche i vari dispositivi di cooperazione nel controllo con i Paesi d’origine e di transito dei migranti. La seconda categoria di misure che contrasta l’immigrazione irregolare è costituita da controlli interni (azioni di sorveglianza mirate a prevenire e combattere la presenza e l’impiego dei lavoratori stranieri nel mercato del lavoro). Il lavoro nero degli immigrati costituisce qui un fenomeno diffuso ed ampiamente tollerato a livello internazionale. Per l’Autrice, per concludere, le politiche migratorie sembrano vittime di una serie di limiti e contraddizioni.       

L’inserimento dell’immigrato nel sistema economico è certo un problema di grande rilevanza. Secondo la proposta della Zanfrini l’interpretazione dei processi d’incorporazione deve fare riferimento a tre tipi di fattori. Il primo è costituito dalle politiche governative che possono essere ostili, quando si oppongono all’ingresso e all’insediamento dei migranti; indifferenti, quando non fanno nulla per agevolare né per ostacolare il processo di inserimento; ricettive, quando, attraverso iniziative diverse sostengono nel loro processo di inserimento. Un secondo fattore è costituito dalle reazioni della società civile e dall’opinione pubblica che possono essere pregiudiziale e non pregiudiziale  (essere bianco o di colore). Il terzo fattore è rappresentato dalle caratteristiche  della comunità etnica e dalle risorse che essa mette a disposizione  dei propri membri. Va da sé che i “network” mobilitabili dai migranti non necessariamente comprendono unicamente connazionali. Con il procedere dell’integrazione sociale, in genere si arricchiscono i contatti e le risorse di sociabilità a cui attingere per accedere alle opportunità lavorative, ed eventualmente fuoriuscire dagli sbocchi consueti.

L’ampia serie d’indagine dedicate a questo punto nel volume, al fenomeno dell’imprenditorialità prende il via da una constatazione empirica, cioè,  “la diffusione del lavoro autonomo tra gli immigrati e i loro discendenti”. Le interpretazioni si basano inizialmente sulla tesi della mobilità bloccata: “è la condizione di precarietà occupazionale degli immigrati e le discriminazioni che essi incontrano nel loro dipendente a indurli a cercare una strategia alternativa per la realizzazione dei propri progetti di mobilità sociale”. Infine, il fenomeno dell’imprenditorialità immigrata è oggi ricondotto allo scenario del transnazionalismo: l’imprenditore emergente è colui che si muove “tra più mondi”, in uno spazio tendenzialmente “extraterritoriale”, traendo vantaggio dalle reti che connettono le ragioni d’origine e di destinazione con la molteplicità dei luoghi in cui sono disseminati i propri partener commerciali.

La storia delle migrazioni ci insegna che la discriminazione etnica dura per molte generazioni. Notiamo a causa di ciò le difficoltà di inserimento dei giovani. I figli degli immigrati spesso sono vittime di una struttura di natura razziale che gli impedisce di accedere a posti di responsabilità. Alla base delle difficoltà di inserimento dei figli degli immigrati ci sono cause molteplici. Inoltre, è quasi superfluo ricordare che esse non riguardano tutti i figli degli immigrati, molti dei quali registrano successi scolastici, hanno gratificazioni professionali e coprono ruoli di rilievo nella vita della società.

Lo studio su “Emigrazione e sviluppo” illustra i vantaggi che l’emigrazione comporta. Per quanto riguarda un tema particolare ricordo che nel passato, gli studi sull’emigrazione hanno messo in evidenza il ruolo delle mogli in assenza del marito, definendole “vedove bianche”. L’importante emigrazione femminile pone ora sia problema di care drain, privando la  famiglia di una dispensatrice di cure gratuite, sia un problema di ridefinizione dei  rapporti di coppia, nel momento in cui è la donna ad assumere il ruolo di procacciatrice di risorse per garantire il sostentamento economico del nucleo familiare. Però da una ricerca diretta sui figli dei migranti è emerso che risentono la mancanza della madre molto di più di quella del Padre.

Le rimesse degli emigrati comunque aiutano a migliorare il tenore di vita di molti nuclei familiari e nello stesso tempo stimolano il consumo a beneficio dell’economia del Paese.

Un altro problema correlato agli immigrati è quello del ritorno nella loro Patria ed esso visto positivamente dall’Autrice. Gli ex-immigrati, grazie ai loro risparmi, alla competenza acquisita, al loro bilinguismo, alle informazioni di cui dispongono in ordine ai costumi e alle leggi dei Paesi coinvolti, possono infatti dare un grande impulso al commercio, agli investimenti, alla creazione di imprese, al trasferimento di nuove tecnologie.

La riflessione della Zanfrini sul fenomeno migratorio la porta infine alla seguente conclusione: “non esiste una relazione naturale tra la mobilità delle persone e le  prospettive di crescita economica e sociale dei Paesi da cui essi provengono. Si può forse giungere a stimare gli effetti delle migrazioni nel breve tempo, ma nel medio e lungo termine il bilancio dei vantaggi e svantaggi dipende in buona misura dalla capacità di governare questi processi”. (C.G.)


 

* Laura Zanfrini, “Sociologia delle migrazioni”, Editori Laterza, Nuova edizione, Bari 2007, Pag. 268.

 

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Migranti come noi Per una reciproca accoglienza* 

 

L’inchiostro di Alessandro Vavassori ha impresso sulla carta emozioni, sogni, desideri, progetti e tristezze di giovani immigrati nella grande metropoli milanese. Ne è venuto un interessante libro sul fenomeno migratorio”. I giovani descritti dall’autore sono giunti in Italia durante il periodo più delicato della loro esistenza, l’adolescenza. Nelle loro storie si scorge la sofferenza di chi non ha deciso se e quando migrare, ma si è trovato condizionato a seguire il destino della propria famiglia.

Il disagio degli adolescenti consiste nell’apprendimento della lingua, nell’affrontare la diversità di usi e costumi, una certa discriminazione, difficoltà nel fare amicizia, incertezza del domani, mancanza di spazi propri, soprattutto in casa, dove molti vivono in coabitazione, il modo come vivono la loro fede e come giudicano quella degli italiani.

I giovani immigrati si trovano molto spesso buttati dentro questa nuova realtà senza che nessuno li abbia preparati, avvisati, introdotti. Si aprono ferite interiori difficili da rimarginare che influiscono sul futuro sviluppo del carattere, del temperamento, dell’adolescenza e della fede.

Le migliori soluzioni ai problemi sociali degli adolescenti immigrati provengono dalle persone che vivono sul territorio. È proprio qui che la società intera si attende un contributo speciale dalla Chiesa, intesa come famiglia di popoli diversi. Essa ha sempre incoraggiato l’integrazione e lo scambio tra diversi. Essa si è impegnata a dare un nuovo impulso all’accoglienza, all’incontro, all’ascolto, al dialogo, alla celebrazione e alla festa. La presenza della Chiesa nella vita degli adolescenti immigrati è straordinaria perché infonde sicurezza nei loro spiriti e li apre a nuovi progetti per il futuro.

Leandre è un giovane di 22 anni, nato nel Congo Brazaville è giunto a Milano rincorrendo il sogno di una laurea da prendere in Europa. Si accorge immediatamente che è difficile fare amicizia in questa città perché tutti corrono e sono occupati. Gli universitari e chi sta in pensionato sono lontani, distanti, immusoniti, silenziosi, isolati, degli sconosciuti, anche se li incontra tutti i giorni. È difficile dunque per uno che viene dall’Africa, dove essere amici di una persona significa anche essere parte di una famiglia. Un punto di riferimento lo trova nella fede. Per lui ragazzo cristiano, abituato fin da piccolo ad andare in chiesa con la mamma e i fratelli è naturale pensare che “la sua prima e unica soluzione è Dio”. Così a Milano cerca una chiesa, una comunità, ma anche qui ha l’impressione di non essere a casa, manca la fraternità e quando c’è lo scambio della pace la gente fa un sorriso melanconico. Un bel giorno incontra un prete diverso dagli altri che lo invita a partecipare alla vita di una comunità di giovani immigrati. Finalmente incontra gente che gli somiglia, con cui condividere, gente cristiana, uguale e diversa, come lui.

Linda è una ragazza di origine peruviana. Tutta la sua infanzia l’ha trascorsa in Perù senza vedere o sentire l’affetto dei suoi genitori. Oggi tutto questo le causa piccole ribellioni, proteste, litigate a non finire nell’ambito sociale e familiare. La mamma è sempre pronta ad abbracciarla ed a toglierla dagli impacci ed indicarle la strada giusta. Linda considera l’amicizia una carica ideale che lega l’uno all’altro in un rapporto di comprensione, stima e amore. In Italia persone di tale genere non le ha ancora trovato. Lei possiede una profonda fede cattolica e non si vergogna di manifestarla, va a messa ed è attiva in chiesa. Ringrazia la nonna che gli ha insegnato le varie preghiere. Osserva e scopre che i suoi compaesani, lontani da casa, spesso cercano Dio, ritrovano la fede, ne sentono il bisogno per restare a galla nel mare della solitudine e del vuoto interiore. Linda ha imparato a conoscere bene Milano e i milanesi. I loro modi, stile e anche quello che devi imparare per andare loro incontro ed essere inclusi nello cerchio di amicizie. Per prima cosa devi conoscere la lingua, la cultura ed adeguarsi alle loro abitudini. Linda oggi si considera milanese, possiede un piede nel passato, ha lo sguardo fisso nel futuro ed a volte si vergogna dell’inadeguatezza di certi peruviani.

Hernan nutre una grande ammirazione, stima e rispetto per sua madre. Lei è stata la pioniera, quella che ha preparato la strada, la casa, la nuova vita nella grande metropoli di Milano. È sempre lei che ha intravisto lo spazio sociale dove mandare suo figlio, appena arrivato dal Perù, per fare amicizia con i suoi coetanei. Hernan va in chiesa ed ha tanta fiducia in Gesù Cristo che lo aiuta nelle sue difficoltà. A suo avviso i giovani milanesi frequentano poco la chiesa, invece in Perù le chiese sono gremite di giovani, anche se alcuni di loro sono forzati dai genitori. Hernan frequentava nel suo Paese il secondo anno di università, qui in Italia non gli vengono riconosciuti gli studi e di conseguenza deve incominciare di nuovo. A scuola si manifesta uno studente volenteroso, di quelli che ogni insegnate vorrebbe incontrare per vedere che il loro lavoro davvero serve a costruire un’uomo. Questo giovane dallo sguardo timido ha scelto di diventare educatore degli adolescenti che hanno vissuto come lui le vicissitudini dell’emigrazione. Milano per Hernan è una città da conoscere, da vivere, da sfruttare per la realizzazione dei propri sogni.

La storia di Daniele in Italia inizia, quando ancora non aveva diciassette anni e Milano non è stata nemmeno la sua prima scelta. All’origine, parte dall’Ecuador per Parigi, dove abitava una sua madrina di battesimo o cresima, considerata nella cultura religiosa del suo Paese quasi una parente. Lei gli aveva promesso accoglienza e sostegno negli studi. In realtà si è trovato solo, senza parenti ed amici. Un suo coetaneo italiano lo invita nel Bel Paese e dopo aver girato per varie città si ferma a Milano ed inizia a lavorare come cameriere. Durante questo periodo la fede cristiana gli è stata di grande aiuto per fronteggiare le tante difficoltà che si erano presentate nella sua vita. Il cristiano, per lui, è una persona che crede in qualcuno che non lo lascia solo, ma lo guida per la strada giusta e nello stesso tempo guarda al futuro con coraggio e speranza. Lui critica il modo come vivono la fede i Sud-Americani, perché la trova semplice, elementare, povera di significato, senza un approfondimento razionale. In Italia ha imparato a distinguere tra quelli che credono veramente e quelli che credono a modo loro. Daniele considera Milano una città interessante dal punto di vista delle opportunità economiche, ma detesta il degrado sociale, la delinquenza, la droga, lo sfruttamento, i graffiti sulle mura. Il suo sogno è quello di ritornare nella sua terra e godersi il frutto dei suoi sacrifici.

Romen è un ragazzo di sedici anni arrivato dallo Sri Lanka da quattro anni, con una sorella più grande ed una più piccola, nato in Italia e riportato nel Paese d’origine da piccolo, per preservarlo dalle contaminazioni della cultura locale milanese, anche se ha potuto godere solo a distanza dell’amore di mamma e papa. Infine i genitori maturano l’idea di riprendere i figli con loro, di averli accanto, perché non è giusto che crescano senza nemmeno conoscerli. Romen quando era nello Sri Lanka, tutti dicevano che si sarebbe fatto prete, lui che costruiva croci con i bastoncini che incontrava e sgridava le persone che non stavano in ginocchio per la preghiera. Per Romen essere cristiano è ancora un’avventura tutta da scoprire, sa solo adesso a Milano il suo rapporto con Dio è più freddo e qualche volta non riesce a capire “questo Gesù”. Ha paura di parlare, teme di scoprire e svelare i suoi dubbi. Non è la stessa paura che provava nello Sri Lanka dove i preti sono un po’ più severi e tutti hanno paura di loro. Ma la confusione nasce, quando si capisce che le cose possono essere differenti e che forse è legittimo non avere paura di Dio e di chi parla di lui. Nota che in Italia i giovani non vanno a messa e frequentano la Chiesa solo gli anziani, perché hanno paura della morte e del giudizio di Dio. Romen va a messa tutti i giorni ed elogia il prete perché la celebrazione dura meno di mezzora, mentre quella della domenica “è lunga e noiosa a causa dell’omelia e dei canti”.

I ragazzi filippini sono generalmente riservati, non amano mettersi in mostra, soprattutto quando sono insieme a ragazzi di altra nazionalità. Ma ogni regola ha le sue eccezioni. È il caso di Hanah Paula e Boyet Paula è descritta come una ragazza dolce e riservata, ma quando parla lo fa senza timore e con tanta sicurezza di spirito. Le disgusta l’aspetto tetro della città di Milano, causa dell’invasione del cemento e dei muri imbrattati dai graffiti. Considera i giovani milanesi troppo autonomi e liberi. Si rattrista per la prostituzione che invade ogni angolo della città. L’idea di Dio è quella plasmata dall’insegnamento dei genitori, per lei “credere” è sapere che c’è qualcuno che pensa a te tutto il tempo e non ti lascia mai solo. Sa bene che la scelta di vivere la sua fede è qualcosa di strano per i suoi coetanei milanesi. Paula ha notato che gli italiani a differenza dei filippini, non si interessano molto della religione e non frequentano la chiesa. Il suo desiderio è quello di diventare medico e di andare ad aiutare la gente del suo Paese.

Boyet è cresciuto insieme ai suoi fratelli in casa di una zia nelle Filippine. All’età di dieci anni i genitori decidono di farlo venire in Italia. Il viaggio fu splendido, in business class, con la massima attenzione da parte delle assistenti di volo della compagnia filippina. Il suo primo impatto con la nuova realtà fu a Linate, quando venne trasportato dall’aeroporto al terminal con una piccola macchina che non aveva mai visto, la Panda. Fuori dell’aeroporto notò il massimo ordine nelle strade, le case verticali e non orizzontali come a Manila, il bellissimo Duomo, monumenti, la gente silenziosa che camminava veloce per le strade. Boyet ama restare a Milano e pensa che è la città nella quale può realizzare tutti i suoi sogni. Mentre i genitori pensano di tornare nelle Filippine e godersi la pensione della vecchiaia. Per Boyet l’essere filippini significa essere cattolici, molto devoti, dediti alla preghiera, la quale si impara succhiandola insieme al latte materno. Non gli piace la fede dei milanesi così fredda e scostante per cui lui preferisce frequentare la comunità ecclesiale filippina. (C.G.)


 

* Alessandro Vavassori, “Migranti Come Noi – Per Una Reciproca Accoglienza”, Editrice Missionaria Italiana, Bologna 2008, pp. 144.

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Migrants’ Stories, Migrants’ Voices*

 

This book puts together twelve personal events written by Philippines' migrants shed in the world.

Many Filipinos nowadays are fascinated about the opportunities brought by migration, although there are so many difficulties to overcome to migrate. The accounts in this book show the different facets of this phenomenon, its impact, and how somebody can respond to the challenges of migration. The protagonists are the reflex of the eight million of Philippines' emigrants that face life in foreign countries with sacrifices, sufferings, nostalgias and success.

Ore Hendive describes his struggles to find another employment abroad. His unfortunate experiences in Saudi Arabia led him to come back to the Philippines. However, he still believes that overseas employment is the way to help his parents.

Elsa Buenavista’s story speaks of a woman’s journey to reach her dreams. Migration was her means of overcoming poverty. She shares her experiences as a first time migrant and the obstacles she faced during her stint abroad. After three years of  working in Taiwan, she was able to lift her family out of poverty. She was able to accomplish some of her goals and is now back in Taiwan to further improve her quality of life.

Victor Bisled and Flerida Montoya are examples of overseas Filipino workers driven to continue working as immigrants despite unfavorable experiences. Both writers relate how they entered their respective receiving countries legally and how they later became

undocumented workers. Their stories reflect the sacrifices some migrants go through in order to support their families left behind.

Maria dela Cruz describes her experiences in Riyadh and in Dili. She explain how her family’s needs and the way of handling her remittances have kept her abroad. She also shares how she was able to rise from the ranks in the company she is working in and how she found stability in Dili.

Edna Aquino emigrated to London to work for an NGO involved in social justice and human rights causes. Being a political activist in the Philippines during the Marcos regime puts her life in danger. Being accepted in a foreign NGO became her way out. Though belonging to a transnational family, Edna found it difficult to adjust in a foreign land. She shares her and her family’s challenges from language to discrimination and how these helped them grow to become more understanding the Filipino identity in a foreign land.

Mary Joy Barcelona’s story gives us glimpse of her experiences as an entertainer in Japan. Highlighted in her story are Japan’s culture of entertainment, the coping and adaptation strategies of Philippines women to support their families at home, their return to Philippines, perceptions of how Filipino society view former entertainers, and how involvement transformed their lives.

Mike Bolos’ story presented both the positive and negative experiences of migrant worker. A professional accountant, he earned well and his family was able to attain economic stability. Although he was a professional, he had to work twice as hard to prove that he had what it takes. His absence for more than twenty years from his family, however, took it’s toll. It provides an insight of how a family can become affected by the constant absence of a father.

Nelson Pastor Ajos shares his experiences of how the life can greatly affect his relationship with his family. He describes his experiences abroad and how his hard work resulted to financial success. But with his rise to success came the deterioration of his values. He almost lost his family. He returned eight years after to resolve family conflicts. Eventually, his experience paved the way for his mission to other families.

Father Edwin Corros, Edna Purada, Melane Manalo are talking about the experiences of family members left behind. The accounts are from the vantage points of these family members – as a sibling, as a wife, and as a daughter. Their voices express the difficulties of being left behind and adjustments they had to make to fill the missing voids – their brother, husband, parents. (C.G.) 


 

* Corazon R. Arboleda, Carmelita G. Nuqui, editors, “Migrants’ Stories, Migrants Voices”, ed. Philippine Migrants Rights Watch, Quenzon City 2007, pages 109.

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IL CORAGGIO DI UNA DONNA DI FRONTE

ALLE SFIDE DELLA MODERNITÀ*

 

Lucetta SCARAFFIA

 

Gli oggetti appartenenti a un santo, significativi per la storia della sua vita, sono reliquie o possono essere considerati testimonianza storica di una vita importante ed essere esposti in un museo? In genere si tende a propendere per la prima ipotesi, considerandoli oggetti devozionali, esposti ai fedeli come tracce di sacro, ma le Missionarie del Sacro Cuore fondate da Francesca Cabrini (1850-1917) hanno fatto una scelta originale e coraggiosa: sabato 15 marzo è stato inaugurato, presso il primo istituto fondato da madre Cabrini a Cotogno, in provincia di Lodi, un museo che nella prima parte racconta la vita della santa, e nella seconda la storia dell’istituto missionario da lei fondato.

Si tratta di un museo vero e proprio, costruito secondo criteri scientifici – ogni oggetto esposto è autentico e una didascalia lo illustra – ed esteticamente molto bello, che suggerisce un nuovo modo di vedere la santità. La vita della santa è raccontata attraverso gli oggetti tipici dell’esistenza di una religiosa nell’Ottocento: la medaglia della prima comunione, il diploma di maestra, il vestito religioso del suo ordine, la sua biancheria di tela con ricamato, da lei stessa, il Sacro Cuore. Poi il suo bauletto da viaggio, quello che l’ha accompagnata sempre in giro per il mondo, il mantello di lana nero con cui si era riparata dal freddo durante la traversata invernale delle Ande, biglietti di treno e di nave. Ma anche i documenti della storia del suo Istituto: il primo libro delle spese, i diari delle varie case scritti dalle suore dal momento della fondazione, la stanza – con al centro il tavolo ovale e le sedie – dove si riunivano le suore per prendere le decisioni, la stanza della fondatrice della casa madre. Accanto a queste testimonianze della sua vita di donna attiva e intraprendente, la sua vita spirituale: il Sacro Cuore da lei ricamato come ex-voto per la fondazione dell’Istituto, il bambino Gesù di cera, a grandezza naturale, che le suore chiamano «missionario» perché si sciupavano sempre le sue scarpine, che dovevano essere continuamente rifatte, come se lui stesso corresse per il mondo per aiutare le missionarie. La fondatrice aveva cucito e ricamato alcuni dei vestiti del Santo Bambino, che sono esposti. Ma soprattutto «la Crociata», cioè un reliquiario a forma di medaglione, custodito in un borsellino di cuoio sciupato dall’uso intenso, che conteneva le reliquie di venticinque santi, che la madre si portava sempre in ogni viaggio. Ponendosi così, con questo gesto di profonda pietà ma anche altamente simbolico, nel solco della grande tradizione cristiana. Una donna che sapeva affrontare i problemi della modernità con originalità e coraggio, mantenendo stretto il suo legame con la tradizione. Visitando il museo si ha l’impressione che Francesca Cabrini faccia parte della storia contemporanea, in cui si è calata con coraggio e creatività: lei stessa l’ha compresa e l’ha interpretata, la storia del suo tempo, intuendo quali fossero le iniziative da prendere per portare il bene al posto del male, per esercitare quella pratica di riparazione che è legata alla sua devozione principale, il Sacro Cuore di Gesù. Non solo: Francesca Cabrini ha dato forma attiva alla Chiesa del suo tempo, quale che fosse il suo compito, in un mondo lacerato da profonde ferite sociali e culturali, delle quali l’emigrazione costituiva – allora come oggi – una delle espressioni più evidenti. La santa ha colto infatti che la crisi di identità costituiva il male del tempo, e ha aiutato tante persone confuse e demoralizzate a ritrovare le proprie radici religiose e, al tempo stesso, ad accettare la società moderna. Una ricetta che funziona ancora oggi per noi, oggi, sia nei luoghi di missione dove poi le sue suore hanno fondato ospedali e scuole, sia nel nostro mondo dove l’immigrazione apre nuovi e gravi conflitti.

Il museo, quindi, si rivela, una scelta ottima per far capire quanto una santa ha inciso nella storia del suo tempo, sia sociale che religiosa; quanto una santa costituisca un esempio importante e interessante per la storia delle donne – senza dubbio madre Cabrini è un esempio eccezionale di donna emancipata. Oltre che, naturalmente, un modello da  imitare per la condotta spirituale. Questa scelta innovativa delle cabriniane deve perciò fare riflettere anche glia altri ordini religiosi, perché apre una strada alla cultura cattolica, salvandola dalla separatezza che spesso caratterizza.


 

* Da L’Osservatore Romano, 18 aprile 2008, p. 5.

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POVO A CAMINHO – UMA ESPIRITUALIDADE QUE GERA ESPERANÇA*  

 

O processo reflexivo que norteia este livro visa evidenciar fundamentos doutrinais, bíblico-teológicos que possibilitam delinear alguns elementos específicos que imprimem uma identidade própria à espiritualidade no contexto migratório. Embora a experiência migratória não faça parte da vida de todas as pessoas, no sentido espiritual, todos «somos estrangeiros e peregrinos nesta terra» (Hb 11,13). Providencialmente, os migrantes são os que, cotidianamente, recordam a todos os cristãos o paradigma que reassume o sentido essencial de suas vidas, isto é, de serem peregrinos, de terem como pátria a estrada, realidade que desperta para o sentido do provisório, onde nenhuma raiz terrestre pode reter firmemente a pessoa e nenhuma habitação deve ser construída para sempre.

No mundo contemporâneo, as migrações se tornaram um dos mais complexos fenômenos da história. Na análise cotidiana, a dimensão macro-estrutural das migrações tem a tendência de prevalecer sobre a dimensão especificamente pessoal. Porém, são migrantes os protagonistas na história do desenvolvimento da humanidade e são eles que fazem a experiência do êxodo forçado ou voluntário, do desenraizamento do ambiente nativo, das crises e esperanças, do processo de integração, ou da rejeição na sociedade que os recebe.

Ver o migrante como pessoa, com dignidade e direitos iguais, requer contemplar o ser humano no centro do plano divino, criado à imagem e semelhança de Deus, à imagem da Trindade, chamado a formar uma única família, onde a diversidade é respeitada, acolhida, gera e enriquece a vivência da comunhão.

A Palavra de Deus testemunha, como no meio do povo de Israel, o estrangeiro tornou-se o memorial vivo da misericórdia de Deus: «porque vocês foram estrangeiros no Egito» (Dt 10,19). Essa experiência fez o povo de Israel abrir-se a novos modos de co-existência. E quando Israel estava correndo o risco de fechar-se nas suas estruturas, nas suas leis, com uma tendência nacionalista, como se a salvação e Iahweh fossem o seu patrimônio, a Palavra revela que Deus intervém, mostra-lhe os novos horizontes de sua missão e o significado de sua eleição, revelando-lhe que, no seu desígnio salvífico universal, acolhe as pessoas das diferentes raças, etnias, culturas e religiões.

O povo de Deus é sempre e somente um povo a caminho, numa contínua passagem da escravidão para a liberdade. A opressão do Egito, o caminho no deserto, a conquista da terra prometida, o drama das deportações, as dispersões, os sacrifícios da reconstrução, se convertem em etapas de conversão religiosa e moral, testemunhando que também nas contradições dos fatos humanos, Deus continua realizando o seu plano de salvação, até a completa recapitulação do universo em Cristo (EMCC, n.13).

O Novo Testamento cancela toda discriminação entre judeus e não-judeus e Jesus demonstra que a salvação é destinada a todos os povos, proclama que todos são filhos do mesmo Pai, portanto, todos concidadãos, chamados a formar uma única família, reunida em seu nome e todos convidados no banquete do Reino. Desafiando em maneira provocatória a superação do exclusivismo de seu povo, Jesus coloca os pagãos, os estrangeiros e outros excluídos, como paradigmas da acolhida da Boa Nova e de novas relações. Seus seguidores e comunidades da Igreja primitiva tornaram-se eloqüentes testemunhas da comunhão ensinada e vivida pelo Mestre.

A Igreja, concebida do desígnio salvífico do Pai, prolongamento histórico da encarnação do Filho, obra do Espírito, torna-se a presença da Trindade na humanidade, caminho da realização trinitária da história, quando haverá uma só família e todos se reconhecerão irmãos e filhos do único Deus. A Igreja é testemunho do desígnio salvífico de Deus para com toda a humanidade e enviada a todos os povos. Como povo de Deus a caminho e em comunhão, ultrapassa todas as fronteiras, é destinada a estender-se a todas as nações, porque a nota de sua catolicidade a faz abraçar todas as raças, nacionalidades e culturas. A Igreja sabe que sua configuração no mundo é ser estrangeira e peregrina (1Pd 2,11). Em seu itinerário, passa pelo coração do mundo, chamada a ver no migrante a imagem de si mesma e sua projeção escatológica. Neste seu caminho a precede Maria, modelo e sinal de esperança e de consolação para todo o povo peregrino.

A autora, a partir de uma reflexão permeada de fundamentos bíblicos, teológicos, eclesiológicos e doutrinais, no capítulo IV, delineia alguns elementos que imprimem uma fisionomia própria à espiritualidade de um povo a caminho, espiritualidade que gera esperança e capaz de suscitar: atitudes de acolhida e respeito, superando formas de preconceitos e indiferenças e reconhecendo o recíproco enriquecimento na diversidade; o espírito de universalidade, que ultrapassa todas as fronteiras e gera nas comunidades uma força dinâmica de transformação, que não isola os seus membros, mas os relaciona com pessoas e povos de outras crenças; a encarnação na história e na cultura de cada povo, assumindo o viver histórico como empenho temporal e presença viva nos caminhos e nos acontecimentos dos migrantes; o sentido e valor da provisoriedade, assumindo o êxodo como um elemento fundamental da própria vida, de ser peregrino e não sedentário, porque a verdadeira fé desenraiza do presente, das seguranças e dispõe a pessoa a empenhar-se em novas formas de antecipação da vida futura; a comunhão nas diferenças, numa comunidade que tem sua raiz na comunhão trinitária e se torna mediadora do encontro com Deus, com dinâmicas de relações fraternas, de solidariedade e de serviço; a inserção numa Igreja peregrina, que passa pelo coração do mundo, não ancorada na defesa e conservação do existente, mas gérmen e início do Reino, rumo ao qual a precede Maria, símbolo do povo fiel e peregrinante; um horizonte de esperança, que não é evasão da história, mas que aponta um futuro mediante a transformação do presente.

Conseqüentemente, a vivência de uma autêntica espiritualidade, que contempla as vicissitudes do migrante e de toda a Igreja, suscita também desafios pertinentes para a pastoral migratória. Na ótica eclesial, a migração, parcela do vasto e complexo mundo da mobilidade humana, comporta sempre uma dimensão ideal, traduzida num apelo à fraternidade entre os povos. Diante da migração toda a Igreja se sente interpelada. A Igreja deseja «responder sobretudo às novas necessidades espirituais e pastorais dos migrantes e de transformar cada vez mais a experiência migratória em via de diálogo e de anúncio da mensagem cristã» (EMCC, n. 3). Os migrantes se tornaram um kairós que o Senhor semeia no mundo inteiro, e os cristãos que emigram, um sinal visível e eloqüente da natureza universal e missionária da Igreja. (A.C.)


 

* Analita Candaten, MSCS, Lorigraf, Caxias do Sul-RS, 2007, paginas 297.

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Au mauvais moment, au mauvais endroit*

 

Per troppi uomini, donne e bambini, il presupposto per vivere una vita dignitosa e il diritto alla casa, al lavoro sono venuti meno per trovarsi, “nel momento sbagliato, nel posto sbagliato”. Questo è il titolo del libro di Bart Demyttenaere, una raccolta di scritti e fotografie per raccontare in prima persona la storia di cinque rifugiati e del lavoro di un assistente psicosociale in un centro belga di prima accoglienza.

Abbiamo mai conosciuto personalmente dei rifugiati? Sono così diversi da noi? Cosa sappiamo di loro? Solo circa settant’anni fa, la seconda guerra mondiale scoppia nel cuore dell’Europa, ma sembra che se ne sia gradualmente dimenticato il dolore, la sofferenza, il dramma di vite e famiglie spezzate, la distruzione di città, le scuole chiuse, la persecuzione, l’occupazione, la fame, gli incubi delle bombe e delle armi da fuoco…e per chi ce la fa, il coraggio e la disperazione che porta a fuggire lasciando tutto, nella speranza di trovare altrove un posto nuovo per mettersi in salvo e ricominciare una nuova vita per sé e per la propria famiglia. Ancor prima, durante l’altra guerra mondiale, il Belgio conosce l’esodo di circa un quarto della sua popolazione. Questo coinvolgente libro è stato realizzato nel contesto della mostra itinerante di Piet Chielens: “Fuggire dalla guerra. I racconti dei rifugiati belgi durante la prima guerra mondiale”, ed è per caso che Bart Demyttenaere scopre alcuni racconti di fuga delle sue due nonne scappate durante la prima guerra mondiale dal Belgio e rifugiatesi all’estero. Sono lampanti le similitudini nei racconti dei rifugiati di oggi con quelli di un secolo fa.

“Al momento sbagliato, nel posto sbagliato” è un libro che scavalca quel muro di pregiudizi nei confronti dei rifugiati. Ogni racconto svela coraggio e dignità ed una forte personalità dei protagonisti, e si rimane colpiti per la grandissima forza di volontà a non mollare mai, nonostante eventi fisicamente e psicologicamente “devastanti”. Ogni storia è molto complessa ed un ulteriore ausilio di comprensione sono le bellissime foto di Nick Hannes e Dieter Telemans. Il primo ha ripreso le tappe della procedura per la richiesta di asilo politico in Belgio, il travaglio dei richiedenti asilo dai centri di accoglienza, alla registrazione, alle inchieste, agli interrogatori nell’Officio degli Stranieri e al Commissariato per rifugiati e apolidi. Tutti i richiedenti asilo politico diventano un cliché senza distinzione degli uni e degli altri, costretti ad attendere per la loro sorte. Nick Hannes ritrae una sconsolante ed infinita attesa, un vero annientamento dell’identità, nel quale tutti i richiedenti asilo politico sono identificati senza distinzione degli uni e degli altri. Costretti ad attendere passivamente, senza potere fare altro, senza libertà di movimento, senza possibilità di trovare casa o di lavoro. Dieter Telemans invece entra in quelle zone di soggiorno illegali, quei posti dimenticati così come le persone che ci abitano, obbligate a nascondersi in posti insalubri e a lavorare in nero piuttosto che rischiare di perdere la vita nel loro paese natale. Con delicatezza scatta ritratti in bianco e nero rispettando l’anonimato a volte richiesto dagli interessati. Sono infatti i volti di quelle persone che da anni aspettano un esito alla loro richiesta o di coloro a cui è stata già negata, perciò tutti senza identità e dunque senza volto. (F.D.) 


 

* Bart Demyttenaere, Nick Hannes, Dieter Telemans, Au mauvais moment, au mauvais endroit, ed. Roularta Books, Belgio, 2005, pp. 168. 

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COME METEORITI SU UNA TERRA SCONOSCIUTA*

 

Stas’ GAWRONSKI

 

La città dei ragazzi, l’ultimo romanzo di Eraldo Affinati, è un libro importante, un romanzo di rara profondità e visione nell’attuale panorama letterario italiano. Pubblicato da Mondadori nella settimana in cui il Santo Padre ha consegnato alla città di Roma la sua Lettera sul compito urgente dell’educazione, lo scrittore romano ci offre una testimonianza concreta e una riflessione intensa sulla «passione per l’insegnamento che nasce dal cuore» raccomandata dal Papa nel suo messaggio. Passione che può diventare uno strumento di grazia capace di cambiare il destino di ragazzi per i quali il compito educativo potrebbe sembrare una missione impossibile. Soprattutto quando si chiamano Hafiz, Petrit, Khuda, Qambar, Nabi, Shumon e all’appuntamento con il loro maestro di Roma non sono arrivati accompagnati dai genitori, ma soli dopo un lungo viaggio a piedi dall’Afghanistan o pericolosamente attaccati alle sospensioni di un camion giunto in Italia attraverso i Balcani. Ragazzi sradicati dalle loro famiglie e precipitati come meteoriti su una terra sconosciuta, costretti ad utilizzare una lingua estranea per misurarsi con persone, codici e tradizioni radicalmente diversi dai propri. Schegge impazzite finite nei commissariati e nei centri di prima accoglienza per immigrati e poi nell’istituzione che dà il titolo al libro: la «Città dei ragazzi», la comunità fondata a Roma da monsignor John Patrick Carroll-Abbing per accogliere i bambini senza famiglia che vagabondavano per la capitale nell’immediato dopoguerra.

È lì che questi figli diseredati dalla povertà e dalle guerre dell’era globale, eredi del destino di abbandono degli sciuscià italiani soccorsi sessant’anni fa dal sacerdote irlandese, trovano Eraldo Affinati, lo scrittore con la vocazione per l’insegnamento. Una vocazione il cui senso profondo si rivela pienamente ai suoi occhi nell’incontro quotidiano con questi ragazzi che a turno trovano il coraggio per raccontargli la tragica storia del loro arrivo a Roma.

Uno di loro scrive una lettera, un altro accetta di parlare a tu per tu con il «professo’» mentre il resto della classe, consapevole di quanto sta accadendo, gioca a pallone attenti a non turbare il colloquio («Hafiz, Hafiz. Come hai fatto a dirmelo? Come abbiamo fatto, io e te, a riviverlo interrogando la carta geografica aperta sul tavolo?»).

E nel racconto dei viaggi drammatici di questi «specialisti della lontananza» rimasti troppo presto soli ad affrontare la vita, Affinati riconosce in controluce le immagini del proprio viaggio. Il suo è iniziato in un condominio di Piazza Vittorio a Roma dove è cresciuto nel vuoto di relazioni e di cultura della casa dei genitori. Anche loro orfani di guerra come i ragazzi soccorsi da Carroll-Abbing, entrambi troppo feriti dall’esperienza dell’abbandono per non chiudersi in una quotidianità vissuta all’insegna della riduzione del danno, fatta di pochi guardinghi contatti con il mondo esterno e povere abitudini casalinghe.

Ma allo scantonare la verità del dolore vissuto e all’ostinata reticenza con cui evitano di raccontare la propria storia, il giovane Eraldo risponde frequentando la biblioteca del quartiere e vivendo un rapporto intenso con gli scrittori della sua vita, fondamentali per la sua formazione – gli stessi a cui avrebbe dedicato molti anni dopo una splendida raccolta di letture critiche intitolata «Compagni segreti». Fino a decidere di diventare uno di loro e, allo stesso tempo, un insegnante preparato per aiutare gli adolescenti che come lui sono cresciuti in un deserto affettivo e culturale, «piante cresciute fuori dal fusto» come suo padre, l’orfano che faceva l’ambulante improvvisando la propria esistenza in giro per l’Italia.

Ragazzi come Omar e Faris, i due marocchini della città dei ragazzi che Affinati nell’estate del 2006 ha riportato a casa in un’avventura il cui racconto costituisce la struttura portante del libro. Per loro questo viaggio di ritorno è una tappa decisiva nello sviluppo della personalità, il momento della presa di coscienza delle proprie radici e della scelta di non tornare nella miseria del villaggio per tentare invece l’integrazione nell’Italia di oggi.

Per lo scrittore è invece la resa dei conti con la figura del padre. Innanzitutto quella del suo papà rimasto minorenne tutta la vita che «aveva sepolto la sua orfanità, come se la considerasse una carcassa putrefatta». Anche di lui si prende cura mentre accompagna Omar e Faris a confrontarsi con il proprio passato per donare loro la possibilità che suo padre non ha avuto, quella di diventare pienamente protagonista del proprio futuro. Ma anche il papà Eraldo, quello che lo scrittore stesso è diventato inoltrandosi nel bosco oscuro della propria storia familiare per sviluppare il discernimento necessario a comprendere nel profondo le ragioni del suo desiderio di essere un educatore e di indirizzare efficacemente questa tensione.

Questa si incarna nello suo sguardo di figlio che, avendo conosciuto la povertà spirituale che annichilisce le potenzialità di comprensione e di apertura alla vita presenti in ogni adolescente, sceglie di non esserlo più e di diventare una padre per molti. È lo sguardo del maestro che scruta i volti degli sconnessi ed elettrici ospiti della «Città dei ragazzi» per capire il modo di fasciare le loro ferite.

E, così facendo, riesce a redimere anche il passato di chi, come suo padre, non ha avuto la fortuna di essere educato a mettere a frutto l’esistenza. È il mistero della carità, quello di rendere nuove tutte le cose, senza limiti. È lo sguardo infine di un acuto narratore, capace di cogliere il legame profondo tra la letteratura e la vita, di vivere la scrittura come occasione di penetrazione del mistero della condizione umana e della redenzione per consegnarcelo in un racconto esemplare.


 

* Storie di immigrazione e tentativi d’integrazione ne «La città dei ragazzi» di Eraldo Affinati. L’Osservatore Romano, 23 aprile 2008, p. 4.

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“LA. VA. Lavoro Vagabondo”: um exemplo 

 

A Associação de Voluntariado Onlus “La. Va. Lavoro Vagabondo” com sede à Via Marvasi, 2, Roma, desenvolve várias atividades voltadas às pessoas que provêem dos setores mais pobres da nossa sociedade como os sem teto, imigrantes, nômades, deficientes físicos e psíquicos e ex-tóxico-dependentes e ex-alcoólatras. Tal Associação oferece a estas pessoas, café da manhã semanal, distribuição de pacotes (vestuário, alimentos, produtos higiênicos), centro de escuta, serviço de assistência legal, centro de Higiene Pessoal para os sem teto e nômades romenos. Este centro é um serviço gratuito aonde se oferece ducha e uma troca de roupas para o banho e uma refeição. Uma vez por semana é garantida a assistência médica de um voluntário para uma consulta e eventual encaminhamento a estruturas sanitárias especializadas.

Dentre as atividades acima citadas desde 1993 (sempre a mesma Associação), o Grupo pobres da Comunidade de S. Leão Magno, Via Boccea 60, elabora com os sem teto que giram ao redor da Igreja um jornal de rua “il Barbone Vagabondo”. Este jornal conta com a colaboração dos sem teto e alguns voluntários. Ele é distribuído na cidade de Roma com oferta livre e o arrecadado é repartido entre os pobres em proporção à participação de cada um nas atividades de escrita dos artigos, redação do número, impaginação e distribuição.

O objetivo do jornal é consentir aos sem teto de exprimir as próprias histórias pessoais e as reflexões sobre os fatos da vida social e política, especificar as suas necessidades e exigências no diálogo com os leitores, fazer conhecer em modo mais direto e não mediato aos cidadãos a sua vida e o seu modo de pensar, comunicar-se com experiências análogas de jornais de rua presentes no território nacional.  

Lembramos que no comunicado final do nosso I Congresso Internacional de pastoral para os sem teto, n. 33, fala-se propositadamente do papel do jornal de rua. (A.B.) 

 

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AL CAMPO NOMADI, TRA DURA REALTÀ E GIOCHI DA CIRCO*

 

Milena Magnani

 

Si sta delineando, nella narrativa italiana, la possibilità di raccontare storie che affondano nelle realtà più dure e difficili da portare nell’ottica della fiction, in modo anticonvenzionale e assolutamente persuasivo. Dopo il bel romanzo, uscito lo scorso autunno, di Francesca Marciano, La fine delle buone maniere, ambientato in una Kabul martoriata e infida per nulla convenzionale, protagoniste due donne che sono poste di fronte a scelte etiche, ecco il romanzo di Milena Magnani, bolognese, classe 1964, da vent’anni impegnata nel settore dell’educazione e dell’accoglienza, già autrice di due precedenti romanzi, pubblicati agli inizi degli anni Novanta, che affronta il tema spinosissimo dei campi rom, irto di luoghi comuni che l’autrice lascia alle spalle restituendoci una storia che funziona perché non si pone a tutti i costi il problema del 'politicamente corretto', ma quello di affrontare una vicenda che trova nei due piani espressivi scelti dall’autrice, quello dell’immaginifico della tradizione orale dei nomadi e quello più duro della degenerazione verso gli ambiti del malaffare, una sorta di efficace coesione. Il tutto sorretto da una scrittura secca che diventa anche documentaria nella scelta di usare, senza alcuna traduzione a margine, vocaboli e modi di dire del linguaggio rom.

Il romanzo ha convinto anche uno scrittore del calibro di Erri De Luca che scrive: “Le favole sono atroci, ma con il lieto fine. Quando atroce è il mondo, allora la salvezza può consistere in un circo. La resurrezione è un tendone ripiegato, da montare di nuovo. Qui siamo tra giostrai, gente che non dimentica. Accompagna la storia una lingua sorella gemella della musica”.

La città in cui si trova il campo nomadi è indefinita: la sua topografia è triste come qualsiasi campo ai margini di una metropoli, con sullo sfondo fabbriche in disarmo e tangenziali ingorgate di traffico. A raccontare la vita in questo spazio è un ungherese, Branko, un uomo della fantasia, quasi un acrobata che sembra uscito dalla leggerezza dei disegni del grande Folon. Il suo tempo magico è quello del circo, con le sue storie, con le grandi magie che sa creare, con la tradizione popolare che ha sempre accompagnato la cultura nomade. Eppure lui, con il suo camioncino carico di scatoloni che contengono il suo circo, non è accolto bene al campo nomadi, anzi c’è una certa ostilità nei suoi confronti da parte di chi è il capo e decide per quello spazio. L’unicità di questo romanzo, la sua riuscita, è quella di far parlare l’ungherese da morto, come se rivedesse, con gli occhi carichi di lucidità, di stupore, di una coscienza critica non più alienabile, il mondo che lo circonda, la sua storia e quella della sua famiglia, che, a partire dal nonno, tradito da chi considerava un amico, è stata sterminata in un campo di prigionia durante la Seconda Guerra Mondiale. “Già perché mio padre, a suo modo, è la dimostrazione vivente di come a Birkenau sia cominciata la nostra maledizione. Una maledizione che ci è rimasta addosso come un odore “. Lui, nel campo nomadi, mentre di giorno continuano i traffici di droga e gli sfruttamenti delle elemosine ai semafori, pur se visitato regolarmente da forze dell’ordine e operatori sociali, quando cala la sera, offre una ragione di riscatto per tutte quelle brutture, riporta al tempo di una cultura che si nutriva della poesia del gioco, quella del circo, in una notte che si colora per i bambini, tra clavette, birilli e trapezi, nei cui occhi si specchiano le immagini di clown, acrobati e giocolieri. Il suo destino è però segnato, per troppo amore, ucciso proprio perché difende il campo nomadi dal tentativo di un incendio.


 

* da Avvenire, 12 gennaio 2008.

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IL MARE, IL DESERTO* 

 

Ho accennato prima alla via del mare, sì, perchè allora il mare rappresentava l’unica fonte di guadagno rapida e sicura. Quasi ogni fami­glia della penisola sorrentina con Torre del Greco e Castellammare com­prese, mandava - anche a costo di grossi sacrifici - il primogenito al­l’istituto nautico di Piano di Sorrento. Una volta conseguito il diploma di capitano di lungo corso o di macchinista navale, con pochi anni di navigazione specie se su navi petroliere, ti potevi risollevare dalle mise­rie del dopoguerra. Durante i cinque anni di frequenza ognuno di noi faceva grossi progetti, sognando carriere brillanti su ponti di comando o in sala macchine, traversate oceaniche piene di fascino e di mistero e avventure con ragazze esotiche dall'ombellico scoperto.

Si assaporava anche la gioia del ritorno a casa, dopo lunghi viaggi, pieni di orgoglio e con le valige colme di tante cose a volte interessanti a volte inutili cianfrusaglie. Ognuno ascoltava con grande interesse i racconti avventurosi di qualcuno più anziano che al suo ritorno da lun­ghi viaggi, tornava all'istituto per salutare vecchi insegnanti o più che altro per mostrare qualche capo di vestiario americano. Raccontando avventure con fanciulle sudamericane o mediorientali, magari arricchite da contorni più piccanti. Tutte quei racconti venivano seguiti con grande interesse e restavano oggetto dei nostri discorsi per parecchie settimane. Fino all'arrivo di qualcun altro che ne raccontava delle nuove. Molti di noi, poi, si sono subito resi conto che la realtà era ben diversa.

Il mare ha sempre avuto, indubbiamente, il suo fascino, un qualco­sa di infinitamente bello, un qualcosa che con il tempo ti entra nel san­gue e te ne innamori tanto da non poterne fare più a meno, come per una bella donna ma come ogni bella donna sa essere anche amaro e cattivo. Un oceano in tempesta, di paura ne fa venire tanta. Ti senti sballottato per giorni interi di qua e di là come chiuso in una scatola di latta mentre onde maestose dalla cresta frastagliata dai venti impetuosi ti vengono incontro minacciose. Quasi a mettere a dura prova il tuo coraggio di uomo e di marinaio. Preoccupato e sbigottito, osservi dall'oblò ben si­gillato, uno spettacolo che potrei definire unico al mondo. Solo allora ti rendi conto della maestosità delle forze della natura e di tutta la loro potenza e che la nave, per quanto possa essere grande e modernamente attrezzata, rimane a malapena un piccolissimo guscio di noce alla mercé di tanta forza sovrumana. È proprio in quei momenti, che ti torna in mente la casa, la famiglia, il paese, tutte le persone care. Poi quasi rapito da tanto sbigottimento alzi gli occhi al cielo sempre grigio e minaccio­so, e pensi a Nostro Signore in tutta la Sua grandezza ed è a Lui che ti rivolgi con preghiera semplice e silenziosa. Val la pena ricordare alcuni versi di un poeta arabo del 700 "Bisogna essere perduti nell'immensità dell'oceano o del deserto per sapere che cosa sia la solitudine dove non canta né un albero né un uccello, nell'aridità delle pietre e della sabbia Colui che non conosce questo non può dire di essere mai rimasto solo".

Ed è proprio da questa solitudine povera e silenziosa che nasce la speranza e la preghiera anche per i più renitenti, una preghiera che tutto trasforma in comunione ed in amore. La vita di mare, quindi, non è fatta solo di emozionanti avventure o di spettacoli maestosi che soltanto un oceano può dare, come ad esempio il sorgere della luna nuova nell'At­lantico o i favolosi tramonti dell'oceano Indiano, ma anche di grandi rischi e di privazioni. Dopo alcuni anni, ti rendi conto che ti manca qual­cosa. Che non ti bastano più le lettere della mamma, dei fratelli o di qualche amico, senti che ti manca un qualcosa che ti faccia sentire più vivo, più forte, un qualcosa che ti dia una ragione in più per tutti i sacri­fici una ragione per la quale valga la pena questa vita. Un qualcosa che ti faccia sentire meno solo in tanta immensità e alla quale tu possa dedi­care una parte dei tuoi pensieri, specie di sera sotto le stelle. Volevo una famiglia mia: una moglie, dei figli che mi accogliessero quando tornavo a casa. Per il navigante il concetto famiglia, ha significati un po’ partico­lari, sa che la scelta errata della propria compagna gli costerebbe molto caro e che gli renderebbe la lontananza ancor più amara e pesante. Na­sce, quindi la necessità di una scelta accurata ed attenta di quella che sarà in futuro la propria consorte e cioè una ragazza semplice ed onesta, affettuosa e senza tanti grilli per la testa, disposta a dividere i rischi e le privazioni della lontananza anche per lunghi periodi e che al ritorno si dedichi a lui anima e corpo, facendogli dimenticare con le sue dolcezze le fatiche e le amarezze di mesi di duro lavoro. Più di ogni altra cosa che sia una buona, educatrice dei propri figlioli ed un ottima amministratrice, responsabilità assai gravose e spesso mal sopportate. Con il passar degli anni poi, ti rendi conto che la fatica della lontananza da così grandi af­fetti diventa sempre più pesante e a volte, tuo malgrado, nasce la neces­sità di cambiare professione, che anche se meno lucrosa, ti consenta almeno di assaporare la gioia incomparabile del ritorno la sera a casa. La mia vita di navigante, quindi, non è durata a lungo. Dieci anni circa di navigazione effettuati su vecchie carrette e su navi petroliere sulle quali ho girato buona parte del mondo. Oltre a permettermi di guadagnare qualche soldo in più questa magnifica professione mi ha consentito, durante i lunghi viaggi, di visitare tanti paesi, di conoscere tante genti diverse, di impararne usi e costumi e sopratutto a rispettarne le tradizio­ni, gli usi e i costumi molto diversi dai nostri.


 

* Dal libro di Biagio Cilento, Il Vocabolario di Latino (il racconto di una vita), Grafiche Boccia, Capua 2008, p. 25-27.

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POESIE SUI MIGRANTI*

 

Occhi e luce 

[A un incerto migrante]

 

Una croce dondola

sul cruscotto di un bus

mentre, innanzi al sole calante,

uccelli al volo,

scivolanti dolcemente

nel rallentato tempo

sul prato di girasoli,

decorano di gratitudine

quel terreno fertile d’ogni bontà…

 

verso oriente, all’altro lato,

lunghi filari di pioppi

sono fissati

da un incerto emigrante

giovane inesperto

da pochi mesi soltanto

lontano dalle sue valli

di salvia e di ramonda

che, sullo sfondo,

ad ore di distanza,

già sorride

agli occhi del figlio

quando potrà ristringere all’abbraccio

la certezza della sua vita…

 

 

Colori delle piazze

 

[Un abbraccio agli emigrati]

 

Sampietrini grigi

in stretti percorsi

oltre l’ingresso della Porta a Monte,

risalgono verso la piazza,

fonte vociante

di un convivio di solidarietà:

un placido vento

fugge soddisfatto

entrando ed uscendo,

senza indugiare troppo,

tra archi di pietra e merlate torri,

attraverso mura conosciute

come una vecchia cartolina:

 

echi non lontani

addensano

le onde della mia memoria

nella quiete di una sera d’estate

(il tempo come appare cantore,

in questi viali crespati,

di ritmi e suoni indisturbati

da carri scricchiolanti

alle ruote di ferro

ed ai carichi pesanti!):

 

quando già la sera assorbe le ombre

sollievo di una paura

in un colmo d’armonia che ci fa giudicare

pazzia o grazia

il tempo fuggito,

nel chiarore di un giorno,

come una effimera notizia

le voci mi rammentano

le piazze d’Europa e d’America,

facciate colorate

dove si muoveva,

nostalgico,

il calore italiano;

 

debole all’età,

oramai,

la mente

notte vissuta tra sogno e realtà

volge un abbraccio,

non più ordinato nei ricordi,

agli emigrati

tempi di derisione

e di lacrime dimenticate

soli nella sofferenza:

connazionali,

cui sfuggiva il senso del destino,

a passeggio

in una domenica di festa,

col giornale sotto braccio

di emigrazione

o di un vecchio giorno

pettinature lucenti

e decorosi alla presenza,

in grigio o scuro,

con cravatta d’occasione:

 

mani dure e screpolate,

membra resistenti al lavoro,

patimento di muscoli

forzati a tempi difficili,

sdegno per un lieto ed atteso mattino

fede e preghiera

in ampi sentimenti

mai concesso

e fuggito senza una condanna:

 

torri crollate al suono di campane

chiamanti senza appello,

che, in un istante e per un’eternità,

ricordo alle loro opere

ed ai loro propositi

nel mio mondo di allora:

 

Buenos Aires, Amsterdam,

Skopje e Coira,

querce italiche,

mai oziosi alle radici

né lenti alla rimembranza,

illuminati, ora,

nei cimiteri del mondo

dove nessuna foto

dimentichi alla soggezione

che poneva il loro piccolo

al grande

li distingue più dagli altri:

 

le ali della mia vita

pazienza e speranza,

in un vuoto di sospirati attimi

volano oggi, come ieri,

su quel teatro di pietre

sul sentiero che lascia

l’età dell’ardore e dell’allegria

gaudenti

nel senno del dimenticare

in attesa,

finalmente,

di un approdo nella realtà

che istruisce in sapienza

sul nascosto e sul palese!

 

 

Pietre Infinite

 

[I drammi dei popoli]

 

… armonia

per riflessi di luce

a ruvidi pentimenti

e spinose lacerazioni…

 

… sofferenza

in oscure ombre della memoria

di un tempo a noi legato

come tutto o come niente …

 

… sculture

in anni di esilio,

lamenti di migranti

senza eco nelle terre dell’uomo…

 

… solitudine

nelle tante lingue straniere,

angoscia melodia

in notturni d’un nostalgico flauto …

 

… amicizia

nelle mille lettere arabe e latine

per una famiglia carpita

alla pena della lontananza…

 

… poesia

spinta dal vento

nel tempo di una vita dispersa

come i drammi dei popoli …

 

… attimi

della mia vita

illuminati dalla luna e dal sole

nella maturazione della speranza …

 

… pietre infinite

indicano nello spazio

ad al soffio della vita,

quel cammino sconosciuto…

 

… che io stesso

ho disegnato…


 

* Dal volumetto di Silvano Gallon, Pietre in silenzio, Editore Incontro Poetico d’Europa, Frosinone (RM), pp. 65.

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Cinema e fenomeno migratorio*

 

Il n. 169 della rivista  trimestrale “International journal of migration studies” presenta uno studio comparativo della produzione cinematografica europea (italiana, francese, inglese e belga), americana (statunitense, canadese ed argentina) ed australiana sul fenomeno migratorio. Il quadro critico offerto è ancora incompleto, perché mancano all’appello Paesi importanti; tuttavia si possono già tirare  alcune interessanti conclusioni. Sono state infatti ricostruite le rappresentazioni cinematografiche nel corso del Novecento e si è messo in evidenza  il ruolo di registi e sceneggiatori provenienti dall’ambiente dell’emigrazione nel trasformare il modo di guardare ai nuovi arrivati, di ricostruire le dinamiche fra questi ultimi e la società di accoglienza.

La figura dell’immigrato è di rado al centro del cinema francese. Serve piuttosto da comparsa ai personaggi principali. L’immigrato è stato spesso ridotto ad una silhouette, ad un’ombra furtiva, confinato nei ruoli di domestici, delinquenti e miserabili. Dal 1980, per alcuni ceti e registi francesi, l’immigrato viene rappresentato quale elemento di disordine sociale, una minaccia per i valori tradizionali;  per altri invece, l’immigrato è portatore di valori di solidarietà, amicizia una fonte di energia per spingere il Paese verso nuove mete.

I film di fiction, così come i documentari e i cortometraggi sul tema dell’emigrazione in Belgio, sono la maggior parte dei casi ideati e realizzati da immigrati di seconda e terza generazione. In essi il recupero della memoria sembra scaturire dalla necessità terapeutica di rinsaldare il legame con i propri valori d’origine, per esempio la lingua, la cultura o la religione di famiglia.

La rappresentazione cinematografica in Gran Bretagna sulla nuova ondata di immigrati mette in luce la preoccupazione per l’identità nazionale britannica e la paura del terrorismo. In questo contesto il multiculturalismo viene visto come una minaccia per le autorità civili  e per il cittadino.

Il cinema italiano mostra la donna  immigrata africana,  a volte, nel ruolo di una creatura esotica, di una bellezza prorompente che seduce l’uomo bianco, altre volte la reclude nell’immagine di serva, sfruttata ed assoggettata al padrone.

Il cinema statunitense contemporaneo è impegnato a sondare l’interrelazione fra i gruppi etnici. Il suo intento è quello di superare le barriere culturali, religiose, economiche e sociali che si frappongono fra gli immigrati ed unirli in un unico ideale, definito “american dream”.

Il cinema canadese è quello che ha dato maggior spazio all’immigrazione e alle dinamiche interculturali. I cineasti canadesi sono artisti che hanno vissuto in prima persona, o attraverso i propri genitori, le vicissitudini dell’emigrazione, le rotture e le saldature che essa ha comportato per chi è stato costretto ad imparare ad inserirsi in una nuova società.

L’inizio del cinema argentino poi fu opera di immigrati. La prima pellicola realizzata nel Paese “La bandiera argentina”, fu girata nel 1897 da Eugene Py, un immigrato nato a Carcassonne (Francia). Il cinema argentino mette a fuoco il fenomeno della mobilità umana come una delle caratteristiche del nostro tempo e di ogni tempo.

Il cinema nazionale australiano, per tutto il corso della seconda metà del Novecento, si è impegnato invece ad invitare le masse degli immigrati ad inserirsi nella vita del Paese, senza urtare troppo la sensibilità della popolazione maggioritaria. Non si menziona quasi per niente le frustrazioni, le disuguaglianze nella vita sociale ed economica che centinaia di immigrati hanno affrontato. Al contrario, il cinema australiano etnico, mette in risalto vari problemi che l’immigrato deve affrontare per ben inserirsi nella società anglo-celtica australiana. (C.G.)      


 

*International journal of migration studies - Studi Emigrazione/Migration Studies”, Volume XLV, n. 169, Gennaio-Marzo, ed. Centro Studi Emigrazione, Roma 2008.

 

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CharitÉ bien ordonnÉe* 

 

Billet de Robert Solé

 

Pour «préserver le caractère sacré d'Assise», le maire de cette ville italienne, Claudio Ricci, a décidé d'interdire la mendicité à moins de 500 mètres des églises, lieux de culte, places et bâtiments publics. Une pieuse mesure qui suscite tout de même quelques interrogations : saint François d'Assise n'avait-il pas fondé, en 1209, le plus célèbre des ordres mendiants ? Certes, la pauvreté absolue que prônait le religieux aux pieds nus n'était pas une glorification de la mendicité. Le fondateur des franciscains encourageait ses frères à exercer un travail manuel, ne les incitant à faire la manche qu'en cas de nécessité. Mais, enfin, Assise était la dernière ville où l'on se serait attendu à une telle interdiction. C'est comme si on empêchait de manger du jambon à Parme, de fumer la pipe à Saint-Claude, de faire du théâtre à Avignon, d'ouvrir un parapluie à Cherbourg ou - pour ne pas sortir du sujet - de croire aux miracles à Lourdes...

Il serait dommage que le maire d'Assise, membre du parti de droite Forza Italia, n'ait cherché qu'à mendier des voix aux prochaines élections.


 

* Le Monde, Mardi 29 avril 2008.

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IL VANGELO SECONDO GLI ZINGARI* 

 

di Fabrizio RAVELLI 

 

Se questo è un prete. Qualcuno potrebbe anche chiederselo. Porta un cappello nero che si calca in testa fin da quando si alza dal letto, per uscire dalla roulotte e lavarsi all'aperto. Anche oggi che piove, qui nel piccolo campo di Pozzuolo dove è «in visita, a trovare gli amici». Ha due baffetti bianchi sottili alla Clark Gable, e le sopracciglia cespugliose fanno ombra agli occhi scaltri.

«Cosa volete farmi dire? Perché io sono più furbo di voi, e dico quello che voglio». Voi giornalisti, ma anche voi gagi, voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case.

Don Mario Riboldi ha quasi settantanove anni - magro come un violinista gitano, vigoroso come un domatore di cavalli - ed era un ragazzo di Biassono quando entrò in seminario. Si fece prete, e ancora mancava qualcosa alla sua vita: «Ero appena prete, vicino a Magenta, quando ho visto questo gruppo di sinti. E ho pensato: chi porta il Vangelo a questa gente? Ed eccomi qui, dopo cinquantacinque anni».

E quindi, «sarei anche brianzolo, ma faccio il nomade con gli zingari». Da quando si fece zingaro, prete-zingaro: «Da quando mi sono messo in cammino».

Ci sono molti preti in Italia che si occupano di zingari, «gli ultimi degli ultimi», che hanno imparato a conoscerli nel bene e nel male. Che ci sono sempre quando le ruspe spianano baracche, e bisogna trovare un letto per donne e bambini. Che battagliano con sindaci e prefetti. Che trattano con scuole e ospedali. Che si prendono gli insulti dei gagi, perché gli zingari nessuno li vuole. Ma ci sono poi pochi preti, in Italia, e nessuno in altri paesi d'Europa, che si fanno zingari. Nel senso che vanno a vivere fra loro, con loro. Che dormono nelle roulotte o nelle baracche. Che sanno chi nasce e chi muore, chi va in galera e chi si innamora, chi trova lavoro e chi si ammala.

Don Mario sono cinquantacinque anni che fa questa vita. Casa sua è il campo rom di Brugherio, uno spiazzo di ghiaia sotto la tangenziale. Ma è sempre «in cammino», conosce tutti e tutti lo conoscono nel mondo dei gitani d'Italia.

Adesso è qui, nel piccolo campo alle porte di Udine, con il suo allievo-scudiero don Massimo Mostioli, un ragazzone pavese con gli occhi azzurrissimi e i piedi scalzi nei sandali, che lo accompagna e intanto studia la lingua degli zingari. Domani saranno di nuovo per strada, verso la Spagna. Dentro al vecchio camper don Massimo fa il caffè. E don Mario fa il conto di quanti sono i preti-zingari come loro in Italia. Non ci vuole molto, sono sette.

«A Verona don Francesco Cipriani, e a Bologna frate Flavio, un cappuccino. A Pisa c'è Agostino Rota Martir, un saveriano che vive con dei korakhané bosniaci, musulmani. Qui a Udine don Federico Schiavon. C'era don Renato Rosso, che venne con me in Friuli nel ‘72 e adesso è in Bangladesh, con i nomadi che lì sono decine di milioni. Poi ci sono le Piccole Sorelle di Gesù che stanno a Crotone, e le Luigine a Torino, due sorelle suore». E anche due sacerdoti rom: don Osvaldo Morelli che è viceparroco a Nocelleto di Carinola, provincia di Caserta, e frate Pasquale Barbetta.

Ma loro non vivono nei campi nomadi, per ora almeno.

Dietro di loro c'è un settore organizzato della Chiesa, l'UNPReS (Unione nazionale pastorale rom e sinti), ci sono pubblicazioni e convegni, c'è l'arcivescovo Agostino Marchetto segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti. Ma non si viene mandati o comandati a vivere da zingari, quella è una scelta personale. Che deve essere autorizzata dal vescovo.

Quello che diede il permesso a don Mario si chiamava Giovanbattista Montini, e oltre a essere un amico di gioventù era arcivescovo di Milano, la diocesi più grande: «Poi lui venne fatto Papa, e io dovetti lottare con il suo successore Colombo per poter continuare», racconta. Don Mario è abbastanza vecchio da poter chiamare «gran bravo ragazzo» l'attuale arcivescovo Dionigi Tettamanzi, e da aver rifiutato un posto in Vaticano: «Non potrei vivere dietro una scrivania».

E poi si sente davvero zingaro, nel cuore e non solo nei panni. Ride, beffardo: «Io non ho mai lavorato, ho sempre fatto lo zingaro libero». Si mettono in cammino per evangelizzare, questi preti-zingari. Ma non è il conto delle conversioni, o delle vocazioni, a pesare. Il loro mestiere è mettersi dalla parte di quella gente ai margini, di quella strana gente odiata e malvista e malsopportata, e condividerne l'esistenza. Strada facendo capiscono molte cose, da alcune sono affascinati: «Il nomadismo è una grande ricchezza, che però l'attuale civiltà cerca di eliminare, per tenere tutto sotto controllo». Se la gente cosiddetta normale diffida degli zingari, loro hanno imparato a diffidare della gente. Don Mario lo dice così: «Qualsiasi cosa pensi l'opinione pubblica degli zingari, a me interessa poco. A me interessano loro, i gitani».

Dove vive, nel campo di Brugherio, dice messa in una roulotte, e in un'altra abita. Per l'acqua c'è la fontanella, e per scaldarsi una stufetta. Nella grande città ha messo piede di recente per portare i «suoi» zingari a pregare in Sant'Ambrogio. Ma erano anni che non ci entrava: «Mi ricordo di quando, un diciott'anni fa, stavo a Baggio con una famiglia che non voleva entrare nel campo autorizzato. Dicevano: non vogliamo che i nostri bambini diventino ladri. Beh, gli fecero una multa di ottocentomila lire. E io da allora a Milano non ci vado. Me ne sto nei campi, o in giro». Ha conosciuto tutti, e quando arriva lui è una festa affettuosa. «Questi zingari sloveni li ho conosciuti a Linate nel ‘56. Coi bosniaci ero accampato, e insegnavo a leggere il Corano. Qualcuno s'era convinto che mi fossi fatto musulmano».

Il suo mestiere è evangelizzare. «Quando predico, prendo in mano la Bibbia e leggiamo. Io imparo qualcosa, loro imparano qualcosa, e con la parola di Dio cerchiamo di camminare su questa strada».

Non è problema di credere o non credere: «La loro vera povertà, per me, è che non conoscono il Dio in cui credono». Ma c'è più cristianesimo nella vita zingara, dice don Mario, che in quella dei gagi: «A Milano la media dei figli per ogni donna è meno di uno. E allora dove va a finire il cristianesimo? Negli zingari c'è un senso di naturalezza della vita, e questo è cristiano. Dicono: come Dio vuole. Il milanese anche cristiano pensa spesso solo al lavoro, a come avere di più, a come arricchire. Ogni zingaro è libero, e il camminare insieme sta nella sua cultura».

Lui sta con loro, e cammina con loro. Nemmeno si sente di dover fare da ponte fra due mondi, o quel che adesso si dice mediatore culturale: «Io quello non lo so fare, non so fare due mestieri. Io mi sono chiuso fra di loro. Don Mario è uno zingaro in più». Rimpiange di non stare più in giro come una volta. Dice: «Mi sono fatto troppo prete, da quando vado a caccia di religiosi zingari».

Gran parte del suo lavoro di questi anni è rintracciare vocazioni e santità nella storia zingara, che non ha tradizioni scritte. Ha raccolto documenti sul primo santo zingaro, Zeffirino. Si chiamava Ceferino Jiménez Malla, detto "El Pelé", era uno zingaro spagnolo commerciante di cavalli: «Era un uomo molto buono, e questo l'ha rovinato. Prese le difese di un prete, e morì con lui per la sua bontà». Fucilato il 9 agosto del 1936.

Ora sta scrivendo la vita di Emilia Fernandez Rodriguez, zingara in via di beatificazione. Raccoglie documenti sul primo prete degli zingari in Italia: «Del 1500, un salernitano detto "il litterato", sacerdote a Roma». O su Karl Jaja Sattler, predicatore rom morto ad Auschwitz, che tradusse il Vangelo di Giovanni in lingua gitana. Don Mario, storico della religiosità zingara, «questo popolo di furbi, costretti dalla necessità a dire e non dire. Non mentiva forse anche Abramo, per salvarsi?».

Più che emarginati, dice, «marginali». Ladri? «A volte, e a volte no. I gagi mi chiedono: perché non gli dici di non rubare? Già, perché rubano a voi. Con la maggioranza che agli zingari dice: noi siamo noi, e voi non siete niente. Si vive, si sbaglia, si pecca. È l'umanità. E il rom dovrà farsi da sé, come ci riesce. Diamoci da fare noi. Noi zinagri».

E a pochi chilometri da qui, dal campo di Pozzuolo dov'è di passaggio don Mario, c'è un altro dei preti-zinagri. Federico Schiavon, un salesiano cinquantenne che da sette anni vive al Villaggio Metallico di Udine, il campo di via dei Sei Busi: «Lo chiamano Villaggio Metallico perché c'erano le baracche di metallo costruite dagli inglesi alla fine dell'ultima guerra. Una di quelle rimaste la uso come chiesa». Ci vivono centocinquanta zingari, e sono settecento in tutta la provincia. Gli sloveni sono discendenti di quelli liberati dal campo di concentramento fascista di Gonars, qui vicino. Poi arrivarono molti croati.

Don Federico dice che la sua scelta di vivere con loro è stata, in qualche modo, inevitabile: «Frequentavo il campo, ma mi sono reso conto che venire qui di tanto in tanto significava arrivare come padrone e non come ospite. Ho avuto il permesso del vescovo. E poi ho chiesto anche a loro il permesso di vivere nel campo. Mi sono trovato una roulotte». Da sette anni, ogni mattina si sveglia lì. Lavarsi, pulire, pregare, organizzare la giornata: «All'inizio mi cucinavo da solo. Poi hanno cominciato a venire, a portarmi qualcosa, a invitarmi a mangiare con loro».

La sua vita è immersa in quella del campo: «Preghi un salmo, e le antifone sono i rumori dei bambini che giocano, le donne che ridono, il marito che torna ubriaco». Primo, condividere, «e se ne esce un discorso religioso bene, se no è lo stesso». Come don Mario, anche don Federico comincia a prendere la vita dal senso zingaro: «Ognuno si porta dietro la sua storia, però vivendo con loro qualcosa cambia. Impari a non essere schiavo del tempo, ad apprezzare la libertà dei rapporti. La mia formazione era fatta di impegni, progetti, tempi segnati. Arrivo lì, e tutto mi viene buttato in aria. Fai fatica, ma vedi anche che il nuovo modo ti serve. È la vita la cosa più importante».

Dentro una famiglia: «Qui non sei il prete che deve ricevere rispetto in quanto prete. Sei un uomo come gli altri, e il rispetto te lo devi guadagnare. Condividi le cose belle e quelle meno belle. Le nascite, le morti, le feste quando uno esce dalla galera. Nessuno, da fuori, pensa mai che in campo c'è chi piange o ride, chi si innamora o sogna. Se sto via pochi giorni, quando torno devo recuperare, e farmi raccontare quello che è successo. Sono uno di famiglia: è stata una scommessa per me, ma lo è stata anche per loro». Per lui, è stata una scommessa anche tenere relazioni con quelli di fuori: «Provo a fare da ponte fra gli zingari e la gente friulana. Con le cose pratiche: il lavoro, le visite mediche, la burocrazia. E contro i pregiudizi». Finisce sempre così: «Che i friulani mi dicono: abbiamo capito, tu sei uno a posto. Ma loro no». Lui che vede «la fotografia dall'interno»: «Si colgono tante cose. Molti del campo lavorano regolarmente, anche se partono sempre svantaggiati fin da quando dicono il proprio cognome. Si parla solo degli zingari che rubano. Rubano anche dei friulani, ma nessuno dice che i friulani rubano».

O gli zingari che rapiscono i bambini: «Me lo dicevano quando ero piccolo, a San Donà di Piave. Ho visto una ricerca: non c'è un solo caso negli archivi delle questure d'Italia». Anche gli zingari dicono che i gagi portano via i bambini: «Quando si pensa che non abbiano condizioni igieniche adeguate. Ma senza aiutare le famiglie a migliorare». Cose che un prete-zingaro capisce: «E a volte mi prende la rabbia, a vedere come gli zingari sono trattati. Sa, una volta nessuno dei nostri vecchi avrebbe rubato al supermercato. E adesso, invece». Cose che don Federico comincia a pensare vivendo da zingaro, «adesso che è come se fossi di loro proprietà».


 

* La Repubblica, del 13 aprile 2008.

 

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"OH MY GOSH, PIRATES!"* 

 

Daniela Kroslak and Andrew Stroehlein 

 

Strange how an African country can be moving from prolonged chaos to violent collapse and no one in the world notices until a couple of European boats get seized by armed gunmen.

War-ravaged Somalia is in the worst shape it has been in for years - which, for this devastated country that has not had a proper government for nearly a generation, is really saying something.

Yet, neither of the two resolutions currently in preparation at the UN Security Council mention the 85 dead in Mogadishu last weekend, or the exodus of newly displaced persons from that city, or Ethiopian shelling of civilian areas or the dwindling international humanitarian response.

Instead, one of the resolutions proposed by France, the United States and Britain is a reaction to the hijacking of a French yacht and a Spanish fishing vessel, and would authorize countries to fight piracy off Somalia's coast.

It is like watching flames engulf your neighbor's house and calling in the fire brigade to help you wash your car.

The death and displacement in Somalia is caused by the violent confrontation between the evaporating transitional government troops and its Ethiopian allies on the one hand, and insurgents on the other.

Officials in African and Western capitals shrug their shoulders when confronted with the dire situation in Somalia. A lack of political will, investment and imagination has made Somalia a hopeless case in their eyes.

Realizing no one in power cares in the slightest, most international media have also been ignoring Somalia, barely mentioning the recent heavy fighting in Mogadishu for example.

Ethiopian troops have been accused of having targeted mosques and killing religious leaders and civilians in the north of the capital. Whole areas of Mogadishu were sealed off, leaving outsiders only to guess the gravity of the plight in those sectors. Did anyone hear about any of this?

But pirates taking a French luxury yacht? That story was hard to miss.

According to the United Nations, 2.5 million people are in urgent need of assistance in Somalia. 750,000 alone were displaced from Mogadishu over the last 15 months. Critical water shortages and a severe drought have befallen central and northern Somalia further aggravating the hardship for the civilian population.

The verdict seems to be clear: combined Ethiopian, African Union troops and transitional government forces have failed to establish security in the capital Mogadishu, or any other part of the country.

Islamist al-Shabaab militants in southern and central Somalia are combining their military operations with political outreach. Ultimately, the rise and consolidation of an Islamist movement pursuing a regional and international agenda will create a growing threat to the rest of the Horn of Africa.

A narrow window of opportunity has emerged in the form of Somali Prime Minister Nur Hassan Hussein's recent offer to negotiate with both the internal and external opposition, including al-Shabaab, many members of which belong to the clan controlling Mogadishu, the Hawiye. This bold political initiative led by a widely respected figure, if seized upon, could potentially usher in an inclusive Somali national political dialogue.

But it now faces a steep hurdle, if not a fatal blow, from the U.S. designation of al-Shabaab as a terrorist organization. Whether well founded or otherwise, the U.S. move - preceded by the latest American air strikes on Dobley in southern Somalia - could undercut the prime minister's initiative, widen the rift between the president and the prime minister and undermine local and international efforts to facilitate a political resolution to the Somali crisis.

The lack of strategic engagement by the international community is a significant obstacle to progress. The efforts of the UN special representative, Ahmedou Ould-Abdallah, to build greater cohesion among members of the international community should be encouraged, and he should be supported to build a strategy for a meaningful peace process.

This new political process should work to achieve an end to the current insurgency. The first point on the agenda for negotiation should be a cease-fire. Involved parties need to be given security guarantees in order to agree to it and truly engage in political dialogue. For the opposition this might involve a clear plan and timeline for phased Ethiopian withdrawal supported and monitored by the international community. The Ethiopians would be given guarantees about greater Somalia claims and other security concerns.

The negotiations should include an agreement on the borders of the federal state, its internal divisions and the devolution of powers between states and central government. Also, a national reconciliation process should put an end to the cycle of revenge that has ruined the country for over two decades. The incentive for the parties to discuss this issue would be accountability mechanisms that would apply to perpetrators of crimes committed by all sides of the conflict. Finally, there must be an agreement on an electoral process leading to a democratic election of political leaders.

All this may seem quite a reach for a collapsed state like Somalia. But if world leaders and the international media gave this the kind of priority they have given the pirates, then progress would be far easier. 


 

* I.H.T., 29 april 2008.

 

 

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