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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 107, August 2008

 

 

MIGRAZIONE E PASTORALE

dai Rapporti del 2007 delle Commissioni Episcopali Nazionali per la Pastorale Migratoria

AL PONTIFICIO CONSIGLIO

 

Premessa

Riporteremo d’inizio, brevemente, i dati salienti, aggiornati, del fenomeno migratorio per delineare poi il quadro complessivo della situazione.

Seguirà una sintesi delle risposte al Questionario (v. pag. 17) inviato a 175 Vescovi Presidenti/Promotori e a 113 Direttori Nazionali, incaricati del coordinamento della pastorale della mobilità umana nelle rispettive Conferenze episcopali. La inchiesta si fece in ottemperanza a quanto prevede l’Istruzione Erga migrantes caritas Christi (Ordinamento giuridico-pastorale art. 20, § 1.7 e § 2.2). In risposta, sono giunti al nostro Dicastero 58 Rapporti. Dalla Colombia e dal Gambia sono pervenuti, purtroppo, oltre il termine di considerazione.  

I. Il fenomeno migratorio oggi

Le migrazioni sono un fenomeno globale, che interessa attualmente quasi duecento milioni di persone. In effetti, la Divisione ONU specializzata in Demografia sti­ma che la popolazione mi­grante ammonti a 185-192 milioni, in notevole aumento rispetto ai 175 milio­ni del 2000[1]. Ciò significa che, in rapporto alla popolazione mondiale, una persona su 35 risiede in un Paese differente da quello di nascita. Di questi, il 56,3% lavora o risiede in Paesi in via di sviluppo, mentre solo il 43,7% si trova in quelli sviluppati; 86 milioni sono gli adulti economicamente attivi e impegnati nel processo produttivo, con presenza femminile pari al 49%. Vi si devono aggiungere però circa 30-40 milioni di irregolari e 600-800 mila decessi nelle fasi di spostamento. Si stima, poi, che i migranti internazionali si dirigano soprattutto verso America del Nord (1,4 milioni all’anno), Europa (800 mila) e Oceania (90 mila ingressi annui), per un totale di 56 milioni in Europa, 52 milioni in Asia, 41 milioni in Nord America, 17 milioni in Africa, 8 milioni nell’America Latina e 6 milioni in Oceania.

Trentatre milioni di persone sono attualmente sotto mandato UNHCR: si tratta, soprattutto, di rifugiati, richiedenti asilo, profughi, “internally displaced persons” e apolidi[2], in maggioranza dislocati nei Paesi in via di sviluppo. Statistiche recenti registrano circa 26 milioni di “internally displaced persons” a causa di conflitti[3], mentre sono almeno 25 milioni quelli resi tali da disastri naturali. Infine, non vi sono statistiche affidabili per quelli provocati da errati interventi umani.

Per quanto riguarda infine l’immigrazione irregolare, si stima che ne sia coinvolto almeno il 15% della popolazione migrante totale, purtroppo spesso alimentando un “mercato parallelo” di tratta e traffico di esseri umani (trafficking e smuggling), frequentemente gestito dalla criminalità organizzata.

In definitiva, le migrazioni internazionali presentano una grande varietà di flussi e direzioni che si sono fatti sempre più complessi con lo sviluppo dell’informazione, i legami favoriti dagli scambi commerciali e la relativa facilità di accesso ai viaggi internazionali. In tale senso, si può dire che con la globalizzazione dell’economia vi è pure quella migratoria, sebbene la circolazione della manodopera non sia ancora liberalizzata. Certo è che, in una fase storica come l’attuale, non di rado caratterizzata da epi­sodi di intolleranza nei confron­ti degli immigrati da parte dei Paesi di destinazione, si sottolinea da più parti la necessità di politiche di inclusione socio­economica degli stessi migran­ti. Tali misure comportano ovviamente dei costi, ma possono altresì assicurare la coesione sociale a fronte della diversità culturale, e con­sentire ai migranti di essere produttivi ed autosufficienti an­che a vantaggio delle proprie Nazioni e comunità di apparte­nenza. 

II. I dati dell’inchiesta secondo i Continenti

A. Continente Americano

I Rapporti pervenuti si riferiscono a Bahamas, Bolivia, Brasile (Serviço Pastoral dos Migrantes, Setor das Pastorais da Mobilidade Humana e Commissione Pastorale per i Brasiliani Emigrati), Cile, Messico, Perù, Stati Uniti d’America e Uruguay (Rapporto del Nunzio Apostolico)(in totale dieci Rapporti).

1. Visione generale

All’interno delle varie aree del continente americano sono in atto forti correnti migratorie, in particolare flussi nella Regione Andina e nel Cono Sud, senza dimenticare la forte spinta, come nel caso messicano, verso gli Stati Uniti ed il Canada. In tutto il mondo, di fatto, ci sono oggi circa 25 milioni di latinoamericani che hanno lasciato la patria e vivono all’estero. Di questi, si calcola, poi, che almeno tre milioni siano emigrati in un Paese dell’America Latina. Pertanto, i Paesi che contano oltre 150.000 residenti nati all’estero sono: Argentina (1.531.940) Venezuela (1.024.121), Brasile (546.000), Messico (521.000) Portorico (383.000), Costarica (311.000), Paraguay (203.000) e Cile (153.000).

L’America del Nord, infine, è l’area con il maggior numero di immigranti, pari a quasi un quarto (23,4%) del totale e con una incidenza sulla popolazione residente del 13%: 35.305.818 si trovano negli Stati Uniti d’America e 5.826.000 in Canada. 

2. La situazione socio-economica e politica

Essa presenta elementi peculiari, vale a dire anzitutto una povertà generalizzata, con esclusione di alcuni Paesi, naturalmente, che tocca un numero sempre maggiore di abitanti. Di fatto la globalizzazione, da un lato, e le privatizzazioni, dall’altro, hanno impoverito notevolmente le popolazioni, anche tenendo in conto che il debito è gravoso per lo sviluppo economico dei vari Paesi, mentre corruzione e impunità, nei Governi e nella società civile, raggiungono punte elevate. Bisogna poi aggiungere che droga, riciclaggio di denaro sporco, evasione fiscale e, soprattutto, alcuni conflitti interni, costringono a cercare rifugio in altri Stati. Tale situazione offre spazio anche al traffico e alla tratta di esseri umani – in dilatazione –, mentre la prostituzione femminile e infantile è diventata una comune, preoccupante piaga sociale. A fronte di tutto ciò, vi è una certa instabilità interna, che spesso è causa anche di violazioni dei diritti umani e sviluppa consistenti flussi migratori verso i Paesi limitrofi e soprattutto verso Stati Uniti d’America e Paesi europei. D’altra parte, si rilevano pure ostilità, razzismo e xenofobia verso immigrati e rifugiati.

3. Le necessità dei migranti

I Rapporti rilevano soprattutto, come grave problema avvertito dai migranti, anzitutto, la mancanza di reali opportunità di sviluppo nel Paese natio, causa principale della spinta migratoria. Poi, in essi si lamenta la difficoltà di acquisire regolare documentazione per l’immigrazione e, di conseguenza, vi è precarietà lavorativa, che non di rado produce soprusi sul posto di lavoro, spesso teatro di abusi di vario genere. In effetti, non è rara la discriminazione in ambito sociale e lavorativo, che impedisce un sereno inserimento nella società civile d’accoglienza, dove spesso vi è carenza di adeguate strutture di accoglienza e di integrazione. Quindi, si rileva la difficoltà di reperire alloggi sufficientemente idonei e l’incertezza nell’accesso all’assistenza socio-sanitaria. Soprattutto giovani donne senza protezione, poi, si sentono esposte a soprusi e pericoli. Ad ogni modo, preoccupa fortemente la disintegrazione del nucleo familiare e la formazione di nuovi modelli di convivenza, come pure la difficoltà di mantenere regolari contatti con i familiari nei Paesi d’origine: l’assistenza pastorale – si denuncia nei Rapporti – non è sempre attenta a tali disagi e talora manca la dimensione spirituale dell’accoglienza, del conforto e dell’accompagnamento, quella cioè per noi specifica.

Non bisogna infine dimenticare che, a fianco alla multiforme opera della Chiesa, esiste un’aggressiva azione da parte di alcuni pentecostali e membri di varie sette.

4. Le risposte (dal questionario)

4.1 Da parte della società civile e degli organismi statali

Per quel che riguarda il pubblico intervento, stanno emergendo diversi interventi per le varie problematiche migratorie. Per esempio, nei Rapporti si segnala che vi sono organismi dei locali Ministeri della Giustizia che, sollecitati dalle denunce di ONG nazionali e internazionali, hanno creato commissioni specifiche sia per combattere il lavoro in “nero”, la tratta e il traffico di esseri umani (si possono citare, ad esempio, il “Programa paisano” in Messico e la promulgazione della Legge 28950, in Perù, con relativa redazione del Piano Nazionale di Azione contro il Traffico di Persone, denominato “PNAT 2007-2013”).

Anche alcuni Ministeri degli Affari Esteri – Affari Economici, per fronteggiare la vasta emigrazione verso altri Paesi e facilitare i connazionali all’estero, hanno incrementato la loro rete di servizi consolari e bancari, come nel caso del programma “3x1” riguardo alle rimesse degli immigrati messicani, oppure quello della Legge 28182 del Perù (marzo 2005), denominata “Ley de Incentivos Migratorios”.

Inoltre, nei Rapporti si valutano favorevolmente accordi bilaterali, che permettono di regolarizzare la situazione dei migranti, ad esempio quello già siglato tra Brasile e Bolivia e l’altro che presto lo sarà tra Brasile e Argentina. Si rileva, infine, che alcuni Paesi – come il Brasile – anche a motivo dell’attuale impatto delle migrazioni internazionali al quale sono sottoposti, aderiscono all’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM). 

4.2 Risposte pastorali

Le risposte della Chiesa alla sfida delle migrazioni vanno per diversi cammini. Possiamo così qui elencare la sensibilizzazione a favore dei migranti a livello diocesano e nazionale, il positivo influsso sugli organismi di Governo e la collaborazione con essi, l’orientamento e l’accompagnamento dei migranti e l’aiuto umanitario ai rifugiati.

Considerando la cosa più in dettaglio, appare che, in sintonia con lo sviluppo della pastorale dei migranti della Chiesa universale, nei vari Paesi del continente furono create parrocchie personali per gli immigrati di diverse nazionalità, oltre a cappellanie e missioni “cum cura animarum”, tuttora attive. In aggiunta, molti sono gli organismi che, sotto l’egida delle relative Conferenze Episcopali, si dedicano alla pastorale della mobilità umana, come, ad esempio, la “Dimensión Pastoral de la Movilidad Humana” in Messico, la “Pastoral de Movilidad Humana”, in Bolivia, l’“INCAMI” in Cile, il “Departamento de Pastoral de la Movilidad Humana” in Perù, il “Committee on Migration and Refugee” negli Stati Uniti d’America. Loro compiti sono, tra altri, il soccorso immediato e l’accompagnamento, anche tramite “case del migrante” e centri di accoglienza per la tutela dei diritti umani e per l’aiuto ai singoli e ai nuclei familiari, soprattutto in dimensione pastorale.

In Brasile, poi, è attivo il “Servizio Pastorale dei Migranti” (SPM), in connessione con la Commissione della Pastorale Sociale della Conferenza Episcopale locale (CNBB), che si occupa soprattutto dell’assistenza ai migranti nella difesa dei loro diritti sociali e civili. Per il loro accompagnamento pastorale, poi, è stato istituito un ufficio specifico per reperire missionari che possano seguire le comunità emigrate all’estero.

Diverse Conferenze episcopali, ad ogni modo, stanno dando vita a propri “Segretariati” o “Dipartimenti” della mobilità umana, anche per una miglior articolazione dell’assistenza ad altre categorie di migranti, cioè marittimi, nomadi,  camionisti, ecc.

Negli Stati Uniti d’America già si raccolgono buoni frutti dalla campagna “Justice for Immigrants”, lanciata ufficialmente il 10 maggio 2005 e alla quale hanno aderito 77 diocesi americane. In tale contesto, infatti, oltre cento persone presero parte all’incontro di Washington, dell’aprile 2007, e vi fu corale adesione all’iniziativa “One Million Prayers”, del maggio 2007, mentre furono organizzati seminari di studio e corsi formativi, a livello diocesano e nazionale. Vi furono altresì dichiarazioni pubbliche, prese di posizione, pubblicazioni e lettere pastorali emanate dall’Office for the Pastoral Care of Migrants and Refugees della Conferenza Episcopale Statunitense e dagli Ordinari diocesani. Tutto ciò, comunque, in un contesto spesso ostile, tenendo pure conto che attualmente sono state censite nel Paese ben 888 associazioni a vario titolo impegnate in iniziative anti-immigrazione, e che molti hanno comportamenti xenofobi e razzisti. 

5. Le sfide

Nei Rapporti si sottolinea in particolare la necessità di consolidare l’influsso della Chiesa sugli organismi di Governo e sulle istituzioni statali e civili. Ciò si rivela urgente soprattutto per una presenza più efficace e permanente – sia della Chiesa che delle forze governative – nelle frontiere, dove i trattati bilaterali spesso non vengono rispettati e anzi vi è incremento di traffico e tratta di esseri umani, oltre a vari crimini che attentano ai diritti umani – il riferimento immediato è a quelle zone di frontiera dove transitano i migranti più poveri, ad esempio tra Ecuador e Perú, oppure tra Cile e Perú, senza dimenticare l’attenzione alle tre frontiere tra Colombia-Ecuador-Perú e tra Bolivia-Brasile-Perú –. Inoltre, si dovrebbe rafforzare la cooperazione tra le Conferenze Episcopali del continente, come pure la collaborazione con altre denominazioni religiose, con la società civile e con le istituzioni. In tale processo, ovviamente non si deve sottovalutare la formazione degli operatori pastorali, soprattutto nelle diocesi con elevati indici di immigrazione. Infine, si sollecita che ormai siano resi pienamente operativi, nel continente, l’apostolato del mare e quello del turismo. 

6. Realizzazioni sul campo

Esistono diverse iniziative di studio e di approfondimento di temi migratori, di varia durata: in Perù, ad esempio, tra altre giornate e incontri di riflessione, si svolse un Seminario, nel settembre 2007, sul tema “Familia, cultura y migración: si te vas o te quedas, continuas teniendo una familia”.

Inoltre, sempre in Perù, ha preso il via un progetto per la valorizzazione dell’artigianato locale e per formare la gioventù contadina, offrendo una opportunità di sviluppo sostenibile e rafforzamento dell’identità della popolazione, pure frenando l’emigrazione. Si tratta del “Progetto di Sviluppo artigianale di Pomabamba, Ancash” avviato nel 1999 dalla ONG “Amor y Esperanza en el Perù”, da AAYT CONSULTORES SAC e dagli Oblati di San Giuseppe, nelle regioni dell’Ancash, di Cajamarca e a Lima. Esso coinvolge centinaia di famiglie per la promozione integrale della popolazione contadina, attraverso l’avvio, in breve tempo, di piccole imprese produttive capaci di migliorare la qualità di vita di queste persone, che sono in gran maggioranza cattoliche e con profondo senso religioso, cercando di evitare la fuga migratoria.

A livello continentale, infine, si segnala il II Incontro di pastorale dei migranti, rifugiati e sfollati, che ebbe luogo a Bogotà, dal 21 maggio al 2 giugno 2007, sul tema “Per una Chiesa pellegrina e missionaria”. Nei giorni 14-16 agosto dello stesso anno, infine, si svolse a Corumbá (MS, Brasile) il “Seminário Internacional sobre Migrações e Questões de Fronteiras Brasil-Bolívia”. 

7. Formazione degli operatori pastorali

Vi è attenzione ad offrire adeguate opportunità formative sia a presbiteri, consacrati e laici, che operano nell’ambito della mobilità umana, sia ai migranti e ai rifugiati. In Messico, ad esempio, a livello nazionale e nelle tre zone di azione del Dipartimento specifico della locale Conferenza Episcopale, si propongono moduli sulle migrazioni in rapporto alla Dottrina sociale della Chiesa, alla Parola di Dio e al Magistero; vi sono corsi di formazione giuridico-legale, economica, psicologica e di studio relativo a temi particolari, come il traffico di esseri umani e le rimesse. In Perù, poi, si realizzò un corso intensivo tra giugno 2006 e marzo 2007, per la diocesi di Callao. Il progetto avrebbe dovuto successivamente estendersi ad altre dieci diocesi di frontiera, ma non poté realizzarsi per mancanza di fondi.

Agli immigrati vengono offerti corsi di apprendimento della lingua, di prevenzione sociale e di conoscenza della legislazione locale, oltre all’accompagnamento morale e spirituale. 

8. Annotazioni

Per rispondere nel modo migliore alle necessità dei migranti e dei rifugiati, le Chiese locali nel continente americano sono impegnate in una vasta opera di sensibilizzazione, sia nei confronti delle autorità civili che della gente comune, intesa a formare una società civile e un ambiente ecclesiale, il più possibile aperti, giusti e solidali verso gli immigrati. In tale contesto, emerge ovunque la preoccupazione, lo sforzo e un lavoro intenso per garantire i loro diritti, supportati da precisi interventi, programmi di lavoro e suggerimenti volti a garantirli, magari attraverso leggi più adeguate e rispettose della dignità della persona umana.

Per tale ragione, il Messaggio Pontificio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato è inviato agli Operatori pastorali, che lo utilizzano per l’animazione liturgica e l’attività di sensibilizzazione, coinvolgendo pure le istituzioni civili e i mezzi di comunicazione sociale. Tuttavia, ancora non è comune la celebrazione in data unica e in alcuni Rapporti si lamenta che il Messaggio Pontificio non giunge in tempo utile per la necessaria capillare diffusione. Si è cercato di ovviarvi da parte del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti indicando in anticipo almeno il tema del Messaggio.

Ad ogni buon conto, l’inserimento dei migranti nella Chiesa locale avviene, ma in modi e misure variabili, determinate dal livello di conoscenza della lingua, dalla capacità ed evoluzione sociale dell’individuo, dalla presenza del nucleo familiare, ecc.

Infine, bisognerebbe alimentare la rete di coordinamento tra le zone pastorali dei diversi Paesi, come pure tra le istituzioni che, a vario titolo, si occupano dei migranti, per un’azione più concertata ed efficace a loro beneficio. Sarebbero pure da intensificare il dialogo e la collaborazione tra le Conferenze episcopali per un’azione pastorale più diretta e incisiva. 

B. Continente Europeo

I Rapporti qui esaminati sono giunti da Austria, Albania (Rapporto del Nunzio Apostolico), Belgio, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Francia, Germania, Inghilterra e Galles, Italia (Fondazione “Migrantes”, pastorale per i Greco-Cattolici Ucraini), Irlanda, Lituania (Commissione per gli Immigrati e Delegazione per gli Emigrati), Lussemburgo, Malta, Olanda, Polonia (Commissione per gli Immigrati e Delegazione per gli Emigrati), Romania, Russia, Slovenia, Spagna, Svizzera e Ungheria (in totale ventiquattro Rapporti). 

1. La situazione socio-economica e politica

All’interno dell’Unione Europea, la presenza di stranieri ha assunto una dimensione strutturale, al punto che molti Paesi non nascondono forte preoccupazione e perseguono da anni politiche restrittive relative agli ingressi, con massa sempre più consistente di immigrati irregolari.

Secondo stime ufficiali, i non-nazionali presenti nell’Unione nel 2007 erano 28 milioni, cioè il 5,5% della popolazione totale, provenienti per il 32% da Paesi europei non appartenenti all’Unione, il 22% dall’Africa, il 16% dall’Asia e il 15% dall’America. Naturalmente le cifre sono superiori se vengono presi in considerazione quanti nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza. In termini assoluti, Germania, Francia, Spagna, Regno Unito e Italia attualmente registrano il numero più alto di cittadini stranieri.

È comunque oggi ineludibile il confronto con la realtà dell’immigrazione irregolare. A tale riguardo è difficile avere cifre precise, ma secondo valutazioni recenti gli immigrati irregolari sarebbero fra i 4,5 e gli 8 milioni, con un aumento stimato fra i 350.000 e i 500.000 all’anno. I settori frontalieri dove sono intercettati o tentano l’ingresso in maggior numero sono quelli tra Slovacchia e Ucraina, tra Slovenia e Croazia, tra Grecia e Albania e tra Grecia e Turchia. Inoltre, naturalmente, sono considerate zone estremamente calde Ceuta e Melilla, le Canarie, la Sicilia ed in particolare Lampedusa. Fra i migranti irregolari provenienti da sud si contano soprattutto Marocchini (circa il 70%), seguiti da Sub Sahariani, Eritrei ed Egiziani.

La politica migratoria europea si trova attualmente in una fase critica, in quanto, alla necessità di coordinamento e di armonizzazione, si contrappone la difficoltà dei singoli Stati di cedere alcune prerogative in tale ambito. Nello stesso tempo, permane la chiusura delle frontiere, con la conseguente impossibilità per gli immigrati di entrare regolarmente, oltre le quote ammesse. Particolare attenzione merita la situazione italiana nella quale gli immigrati coprono settori occupazionali ben precisi e delimitati e sono vulnerabili sia nel mercato del lavoro, che per quanto riguarda l’inserimento nella società.

Rispetto alle domande d’asilo, nel 2006, i 27 Stati dell’Unione Europea hanno ricevuto 192.300 richieste. I principali Paesi di origine dei richiedenti sono Iraq, Russia, Serbia e Montenegro, Afghanistan e Turchia.

Infine si segnalano pure traffico e tratta di esseri umani, che coinvolgono in particolare ragazze – reclutate da organizzazioni criminali e costrette alla prostituzione – e bambini, con deprecabile sviluppo del traffico di organi. Secondo il Nunzio Apostolico in Albania, ad esempio, sono ben 30 mila le donne albanesi che si prostituiscono in altri Paesi dell’Unione.

2. Problemi sociali dei migranti

Vi sono bisogni generali, comuni a quasi tutti, messi in evidenza nei Rapporti, vale a dire in primo luogo la necessità di reperire adeguate informazioni su tutte le fasi migratorie, dalla partenza all’arrivo nel Paese d’accoglienza. Poi, tutto quel che attiene all’alloggio, all’impiego, all’alimentazione, alla scolarizzazione, alla salute, ecc., cui si aggiungono i bisogni più specifici come la mancanza di strutture per l’apprendimento della lingua del Paese d’accoglienza, la difficoltà di reperire traduttori nelle lingue degli immigrati, la scarsità o la mancanza di convenienti strutture di accoglienza, soprattutto per i rifugiati, le procedure legali eccessivamente lunghe, particolarmente per ottenere il permesso di soggiorno, normative a volte troppo repressive, l’entrata nella irregolarità di immigrati che non hanno ottenuto il relativo permesso, il debole processo di integrazione e di inserimento nella società di arrivo, la prostituzione femminile e infantile, l’uso, sempre più esteso, della droga anche da parte degli immigrati, la violenza e gli atti di razzismo, la xenofobia alimentata da partiti e movimenti estremisti e l’ostilità particolare verso l’immigrazione musulmana tout court.

Tuttavia, è giusto pure segnalare, in questi ultimi tempi, la diminuzione di manifestazioni xenofobe o chiaramente razziste. Questo lento mutare del “clima” potrebbe favorire l’intervento pedagogico, oltre che pastorale, della Chiesa e facilitare la sua mediazione moderatrice nei confronti sia della società civile che della comunità cristiana, cosa che essa sta facendo.

Gli organismi statali, frattanto, faticano ancora a trovare un accordo ed un consenso sui contenuti di una politica migratoria comune, laddove tuttora, spesso, sono ancora prioritarie questioni di carattere interno, nazionale e politico. Senza dimenticare comunque l’importante apporto di un gran numero di ONG – in Spagna, ad esempio, si contano circa 150 organizzazioni civili – che si occupano dei molteplici bisogni dei migranti.

Dal 2005, infine, è diventata operativa l’agenzia europea Frontex, che ha come compito il coordinamento tra i vari Paesi nella protezione dei confini dell’Unione. 

3. Necessità pastorali

In numerosi Rapporti si sottolinea l’urgenza che si tuteli la dignità umana (e cristiana) dei migranti, oltre la considerazione del loro contributo economico-lavorativo. Come conseguenza di ciò, si incoraggiano disposizioni a favore del ricongiungimento familiare, che dovrebbe rendere più umanamente sopportabile la vicenda migratoria.

Vi è necessità comunque di un maggior numero di operatori pastorali, certo per il “ministero dell’accoglienza”, all’arrivo dei migranti soprattutto in Paesi di recente immigrazione, come l’Irlanda, ma anche di materiale religioso nelle diverse lingue degli immigrati, senza parlare di strutture pastorali previste dall’Erga migrantes caritas Christi

4. Le risposte (dal questionario)

4.1 Risposte della Chiesa

Le Conferenze episcopali continuano a manifestare viva sollecitudine per la pastorale migratoria, anche mediante specifici pronunciamenti, come è avvenuto per quella Spagnola, che nella sua XC Assemblea Plenaria, nel novembre 2007, ha approvato e pubblicato un documento dal titolo: “La Pastoral de las Migraciones en España. Reflexión pastoral y Orientaciones Prácticas para una Pastoral de Migraciones en España a la luz de la Instrucción Pontificia ‘Erga migrantes caritas Christi’”. A sua volta, il “Service National de la Pastorale des Migrants et des Personnes Itinérantes”, in Francia, ha emanto il documento “Artisans de communion. Aumôneries et aumôniers des Communautés des catholiques de la migration”, nel mese di maggio 2007.

Le Conferenze episcopali, poi, esercitano la cura pastorale migratoria tramite organismi deputati a tale compito, come nel caso della fondazione “Cura Migratorum” d’Olanda, dell’“Office for Refugee Policy” in Gran Bretagna, di “Migratio” in Svizzera, di “Pro Migrantibus” in Belgio, del “SeSoPI-Centre Intercommunautaire” in Lussemburgo, di “Migrantes” in Italia. Nel 2005, in Lussemburgo, è stata costituita, per il medesimo fine, la “Conférence des agents pastoraux au service des communautés linguistiques” (CAP-CL). Anche Caritas è spesso presente e attiva nell’accoglienza ai migranti in genere.

I Direttori nazionali per la pastorale dei migranti in Europa si sono incontrati a Sigüenza (Spagna), nel 2006, e a Sibiu (Romania), nel 2007.

Progetti specifici sono stati avviati per iniziative di advocacy, come nel caso dell’“Irish Catholic Bishops’ Refugee and Migrant Project”. Non è disattesa neppure la collaborazione con organismi di Governo, come fa la Caritas Bulgaria, che dal 2005 è partner della Commissione Nazionale per la lotta contro il traffico di esseri umani.

Mentre si consolidano le Commissioni episcopali che si occupano della mobilità umana, nell’ambito delle rispettive Conferenze, pure le Diocesi si stanno sempre più dotando di un coordinatore per una pastorale specifica, con attenzione altresì alle minoranze cattoliche di rito orientale.

A livello locale sono poi sempre più frequenti simposi e iniziative specifiche per lo studio della realtà migratoria. Ne elenchiamo qui di seguito alcuni:

In Irlanda la conferenza internazionale sul tema “From Pastoral Care to Public Policy – Journeying with the Migrant”, svoltasi nel novembre 2007;

Il “Forum pastoral intercommunautaire” annuale in Lussemburgo.

In Germania, il congresso “Pastoral und Diakonie in der pluralen Gesellschaft”, svoltosi il 23-24 maggio 2007 e la ventitreesima edizione delle Giornate di Hohenheim sul diritto degli stranieri (Hohenheimer Tage zum Ausländerrecht), tenutasi a Stoccarda nei giorni 25-27 gennaio 2008, organizzata dall’Accademia della Diocesi di Rottenburg-Stoccarda.

In Francia, la “Rencontre Nationale de la Pastorale des Migrants”, a Nantes, nei giorni 27-29 ottobre 2006, ha affrontato il tema “La pastorale des migrants, mission de l’Eglise”.

La celebrazione annuale, in molte Diocesi, denominata “Messa delle nazioni” oppure “Festa dei popoli”. 

4.2 Istanze pastorali

Il Messaggio Pontificio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato è regolarmente inviato ai coordinatori diocesani, spesso corredato da un altro della Conferenza episcopale o della sua rispettiva Commissione per la pastorale migratoria, con materiale utile per l’animazione liturgica e la sensibilizzazione dei fedeli. Essi vengono diffusi capillarmente nelle parrocchie, ma ancora non è comune la celebrazione in data unica (per esempio, in Irlanda tale Giornata si fa coincidere con la festa di San Patrizio; in Polonia si celebra il 2-3 maggio; in Bulgaria vi è il Giorno del Profugo il 19 giugno; in Lussemburgo si sono svolte nei giorni 11-16 gennaio 2008 alcune “Journées des Migrations”) e non è regolare una specifica colletta, in tale occasione.

4.3 Strutture pastorali

A livello diocesano sono ormai numerose le opportunità offerte ai fedeli di celebrare la Liturgia e i Sacramenti nella propria lingua, come pure diventa più comune l’attenzione alle minoranze cattoliche di rito orientale. Accanto alla missio cum cura animarum e alla tradizionale parrocchia personale si è avviato piuttosto il sistema di parrocchie territoriali multi-linguistiche, in varie articolazioni.

Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica sono in genere ben disposti nel mettere a disposizione i loro membri per l’assistenza pastorale di gruppi etnici specifici. È il caso dell’Irlanda (ad esempio Missionari della Società di San Colombano, Redentoristi e Spiritani), della Romania (soprattutto i Gesuiti), senza dimenticare l’apporto del volontariato laicale. 

5. Annotazioni

L’immigrazione in Europa porta certo difficoltà, ma nei Rapporti si sottolinea pure che essa non costituisce solo un problema. Anche soltanto prendendo in considerazione il declino demografico europeo, infatti, l’immigrazione sembra poter rappresentare una delle possibili sue risposte. Secondo lo stesso Parlamento Europeo, infatti, entro il 2050, all’Unione serviranno circa 56 milioni di immigrati in età lavorativa ed è evidente che i vincoli tra migrazione e sviluppo offrono un’opportunità per raggiungere gli obiettivi di sviluppo. Del resto i lavoratori immigrati rappresentano una risorsa per l’economia di destinazione, consentendo alla domanda di lavoro di reperire manodopera anche per mestieri che non trovano offerta di lavoro interna. Nonostante ciò persistono numerose difficoltà. Secondo i dati della Commissione Europea, la maggioranza di immigrati che arrivano in Europa costituisce una forza lavoro non qualificata, mentre sono percentuali estremamente esigue quelle dei qualificati. Ciò significa che nell’emigrazione che investe l’Europa esiste un’evidente differenza tra domanda e offerta, che si rispecchia nelle politiche europee, così come sono focalizzate oggi, nel tentativo di facilitare la migrazione qualificata e quella circolare.

Ad ogni modo, l’immigrazione è vista nella sua luce positiva soprattutto come fattore di vicendevole arricchimento tra i popoli, interpellando così tutte le forze attive nella pastorale migratoria per una sensibilizzazione sempre più ampia quanto alle potenzialità e alle risorse che i migranti portano con sé nei Paesi di accoglienza (aspetti interculturali).

Infine permane un insufficiente livello di integrazione dei migranti – che sono però anche presenti in consigli pastorali e in quelli per gli affari economici parrocchiali – mentre spesso i fenomeni migratori sono tuttora percepiti in modo negativo. 

6. Problemi aperti

È evidente, dai Rapporti, l’importanza di un’adeguata formazione del clero e degli operatori pastorali laici, con nota pure della difficoltà di offrire corsi specifici organizzati in tale campo, preferendosi indirizzare gli interessati all’approfondimento occasionale di teologia pastorale, sociologia, Dottrina sociale della Chiesa e problematiche familiari. Non manca comunque la proposta di Giornate annuali di formazione specifica e Incontri periodici di aggiornamento e di sensibilizzazione, gestiti in particolare da Istituti religiosi, come quelli della “Confederación Española de Religiosos”, in Spagna.

Vi sono tuttavia interessanti iniziative locali. È il caso del duplice indirizzo accademico previsto dalla Pontificia Università di Comillas in “Especialista Universitario en Inmigración” e “Master Universitario en Inmigración”.

Per l’assistenza pastorale dei fedeli greco-cattolici ucraini in Italia, infine, si vedrebbe bene l’erezione di un proprio Esarcato. E per il Sinodo di tale rito la cosa sarebbe opportuna pure in altri Paesi. 

C. Continente Africano

Dall'Africa sono pervenuti Rapporti dai seguenti Paesi: Ghana, Kenya, Libia, Mozambico, Rwanda, Sud Africa (IMBISA), Tunisia, Uganda e Zimbabwe (in totale nove Rapporti). 

1. Quadro generale

L’Africa soffre ormai da tempo il trauma della sofferenza e della disperazione. I suoi popoli hanno le profonde cicatrici della povertà, della fame, della corruzione, del dispotismo e della guerra. A queste piaghe si è aggiunto l’AIDS, che sta decimando la popolazione di molti Paesi dell’Africa centrale e meridionale.

Negli ultimi trent’anni circostanze negative quali le gravi siccità o alluvioni, la desertificazione, la deforestazione e le guerre si sono trasformate in poderosi fattori di migrazione interna. Le guerre dell’Africa Centrale – regione dei Grandi Laghi – e Occidentale – regione del fiume Mano – hanno trasformato Paesi come Angola, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Rwanda, Congo-Brazzaville, Liberia, Sierra Leone e Costa d’Avorio in esportatori di rifugiati ed emigrati verso i Paesi vicini o altre regioni del continente. Ma molti sono altresì i profughi. Vi sono poi fattori economici, sociali, culturali e politici, intrecciati tra loro, che spingono o costringono gli Africani ad abbandonare i propri Paesi d’origine.

Nord Africa e Africa Occidentale sono dunque le grandi regioni migratorie del continente e anche servono da punti di passaggio e di contatto con le reti di migrazione nell’Africa Sub-sahariana e nel Maghreb, ultima tappa sperata verso l’Europa.

In tal modo, l’Africa conta meno di un decimo (9,2%) dei migranti internazionali del mondo intero (cioè 16.170.000, di cui quasi il 90% nell’Africa Sub-sahariana), ma il maggior numero di sfollati, che raggiungono la cifra di 13.500.000.

Accolgono più di un milione di migranti internazionali solo due Paesi africani: Costa d’Avorio (2.336.000) e Burkina Faso (1.124.000). Altri degni di menzione, in questa prospettiva, sono i seguenti: Tanzania (893.000), Sudan (780.000), Nigeria (751.000), Guinea (741.000), Repubblica Democratica del Congo (739.000), Etiopia (660.000), Zimbabwe (656.000) e Uganda (529.000).

Rara eccezione, nello scenario generale, è costituita dal Mozambico, dove la guerra civile è terminata da qualche anno, dopo decenni, consentendo a centinaia di migliaia di rifugiati e profughi di tornare alle proprie case. Invece la guerra infuria ancora nel Darfur. E, come sempre, i civili, fra cui miriadi di bambini, sono pedine impotenti di un gioco di denaro e potere.

Ad ogni modo, contrariamente ad un’opinione diffusa, esistono flussi migratori più forti all’interno del continente che verso l’esterno. Se il Nord dell’Africa (Egitto e Maghreb) “esporta” soprattutto le proprie popolazioni verso Europa e Stati Uniti d’America, l’Africa Sub-sahariana, anche quando orienta la sua emigrazione verso l’Europa, registra però trasferimenti interni o interafricani massicci, manifestando un potenziale migratorio straordinario.

E tutto indica che questi flussi interni ed interregionali continueranno ad incrementarsi negli anni e nei decenni prossimi. 

2. Problemi sociali e pastorali dei migranti

Il continente si trova ad affrontare – come risulta dai Rapporti – problemi acuti, quali il generale declino economico, l’aumento della corruzione, la crescente militarizzazione, la violenza, la conflittualità civile e politica, il collasso del settore agricolo, il deterioramento delle strutture relative all’economia, gli alti tassi di inflazione e la disoccupazione, il progressivo estendersi del problema della fame, dell’epidemia dell’HIV-AIDS, della malaria e della tubercolosi, la mortalità infantile, le avverse condizioni climatiche e le carestie, l’analfabetismo, le errate politiche di sviluppo e l’incapacità dei Governanti.

Migranti e rifugiati, in tale ampio contesto, necessitano di aiuti primari per la sopravvivenza, assistenza medica e psico-sociale, tutela dei diritti umani, conoscenza delle normative vigenti e delle lingue dei Paesi in cui trovano accoglienza. Essi hanno altresì bisogno di accompagnamento spirituale e di supporto morale, soprattutto quando sono toccati dalla malattia e dal lutto di familiari ed amici, cercando pertanto un sacerdote cattolico che sappia ascoltarli, consigliarli e offrire una saggia guida spirituale. Non mancano situazioni in cui si richiede una specifica presenza pastorale per una positiva opera di rappacificazione, di guarigione della memoria e di riconciliazione.

Alcuni Rapporti, poi, indicano come problema che desta preoccupazione la condizione vulnerabile della donna, in particolare di quelle sole, le gestanti – soprattutto ragazze-madri –, le carcerate, le vedove, le anziane e quelle che tentano di liberarsi dai tentacoli delle organizzazioni malavitose e dalla prostituzione.

Del resto, sono continuamente denunciate pure le diverse tipologie di sfruttamento e di maltrattamento nei confronti dei bambini e dei minori, spesso orfani, privi di opportunità di scolarizzazione, reclutati e addestrati per la violenza armata. 

3. Le risposte (dal questionario)

3.1 Da parte della società civile e degli organismi statali

Vi sono sforzi, purtroppo inadeguati, per garantire sicurezza e tutela a coloro che chiedono il riconoscimento dello status di rifugiati e assistenza per i lavoratori migranti, soprattutto grazie all’opera di varie ONG e di altre organizzazioni civili. Ove ciò è possibile, sono offerti aiuti per le cure mediche, per la scolarizzazione e la formazione professionale, per la creazione di condizioni di vita igienicamente accettabili.

Molto attiva è la presenza dell’United Nations High Commissioner for Refugees e del World Food Programme, che interagiscono con Organismi governativi e si avvalgono di infrastrutture locali, come “World Vision” in Zimbabwe, oppure “InterAid Uganda Ltd” e relativo “Coordination Committee”, che coinvolge pure movimenti ecclesiali diocesani in Uganda, oppure l’“Instituto Nacional de Apoio aos Refugiados” in Mozambico.

Infine, la collaborazione tra comunità ecclesiale e società civile ha talora un buon successo, come nei rapporti di vicendevole rispetto e aiuto tra la Chiesa cattolica e la “Islamic Call Society” in Libia, oppure con “Islamic Relief” in Somalia, cosa che favorisce il dialogo inter-religioso.

3.2 Dalla Chiesa

Dai Rapporti risulta che la Chiesa in Africa accompagna con varie iniziative questo movimento migratorio, attenta soprattutto alla dimensione pastorale e a quella educativa-socio-sanitaria. I Vescovi, in particolare, denunciano abusi e carenze, danno voce ai più poveri e offrono conforto e aiuto alle persone in difficoltà – specialmente donne e bambini –.

Emerge poi il generoso contributo delle Commissioni per le Migrazioni – dove esse esistono, come nel caso di CEMIRDE, in Mozambico, e di quella del Ghana, attiva dal 1978 – e dei delegati dei Vescovi Promotori, nell’offerta costante di assistenza umanitaria, presenza nei campi, catechesi, amministrazione dei Sacramenti, programmi di formazione cristiana e aiuto per coloro che desiderano rimpatriare. Essi non mancano di svolgere un’intensa attività di advocacy, specialmente in favore dei rifugiati, facilitando pure i loro spostamenti, come nel caso di coloro che passano dal Rwanda al Burundi, verso l’Etiopia, con assistenza di Caritas Uganda, a nome della Conferenza episcopale. Continua altresì la valida opera del Jesuit Refugee Service e dell’Imbisa Refugee Service.

Migranti e rifugiati poi risultano sempre più protagonisti dell’attività pastorale locale, dove svolgono attività di insegnamento nelle scuole, di assistenza nei Centri sanitari, di partecipazione ai Consigli parrocchiali, ai gruppi, ai movimenti e alle iniziative socio-pastorali messe in atto sul territorio. Ovunque si fa attenzione a rispettare la lingua e le tradizioni culturali dei migranti e dei rifugiati.

Nei Paesi della regione sud-africana l’Imbisa Refugee Service ha organizzato alcune conferenze e seminari di studio e di formazione, anche avvalendosi del supporto di altri organismi ecclesiali, come il “Southern African Churches in the Ministry with Uprooted People”, YWCA, Conferenze episcopali, Caritas nazionali e Jesuit Refugee Services, congregazioni religiose e Centri pastorali diocesani. 

4. Istanze pastorali e sfide

La “Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato” si celebra regolarmente ogni anno in quasi tutte le diocesi considerate, in vari modi e tempi, con diversa partecipazione e risultati. Non è chiaro, tuttavia, se ad essa viene riservata la data universalmente stabilita o se la ricorrenza cade in periodi scelti ad hoc dalle rispettive Conferenze episcopali.

Ad ogni modo il particolare Messaggio del Papa in occasione di tale “Giornata” è ripreso in qualche misura sia nelle omelie sia sulla stampa cattolica dei vari Paesi, sebbene non sia ovunque capillarmente diffuso e utilizzato.

In molti Rapporti poi si lamenta carenza di personale preparato per l’assistenza pastorale a migranti, profughi e rifugiati, siano essi presbiteri, consacrati o laici: sono poche le persone che si dedicano a tale apostolato specifico e, inoltre, spesso non hanno un’adeguata e solida formazione, affidandosi talvolta l’azione pastorale alla spontaneità e all’improvvisazione. Inoltre, sono tuttora relativamente poche le Conferenze episcopali che si sono dotate di una specifica Commissione per la pastorale della mobilità umana, vuoi per mancanza di personale disponibile vuoi per insufficienza di risorse economiche.

D. Continente Asiatico

I Rapporti sono pervenuti da: Vicariato Apostolico d’Arabia, Australia, Diocesi di Chalan Kanoa (Isole Marianne), Corea, Filippine (Commissione episcopale e SOLT di Macau), Diocesi di Gibuti-Mogadiscio, Vicariato Latino di Giordania, Diocesi di Hong Kong, India, Laos (assistenza per i rifugiati Laotiani all’estero), Nepal, Nuova Zelanda, Siria e Tailandia (in totale quindici Rapporti). 

1. Prospettiva generale

Nel continente asiatico stanno emergendo e consolidandosi nuovi poli di attrazione migratoria. Sono il Giappone, la Corea, Taiwan, Hong Kong, Singapore, Stati arabi del Golfo. Nello stesso tempo si stanno sviluppando forti flussi migratori anche in Paesi a regime migratorio misto, ossia contemporaneamente di immigrazione e di emigrazione. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di una migrazione stagionale, con una limitazione palese dei diritti umani dei migranti.

In effetti, in Estremo Oriente, predomina il sistema delle “migrazioni legate al contratto di lavoro” (contract workers system), che di fatto non permette l’acquisizione delle residenza permanente. Tali contratti sembrano rispondere pienamente alle aspettative tanto dei Paesi di origine, quanto a quelle dei Paesi di arrivo: l’emigrazione temporanea (in particolare per filippini ed indonesiani) è considerata una vera e propria strategia di sviluppo, attraverso una diminuzione della pressione sociale interna e l’incentivazione di consistenti rimesse, data l’impossibilità dell’emigrazione familiare. Per i Paesi di immigrazione, poi, tali contratti risultano convenienti in quanto producono riduzione dei costi sia per l’accesso ai servizi sociali, l’assistenza sanitaria e i sistemi pensionistici, sia per quelli relativi al complesso fenomeno dell’integrazione del lavoratore straniero. Nello stesso tempo, essi consentono un controllo dei flussi ed una loro risposta funzionale alle congiunture economiche locali. Senza dimenticare che la pressione migratoria e il sistema di reclutamento di lavoratori, affidato ad agenzie private (recruitement agencies), producono una massa di lavoratori irregolari, nonostante le legislazioni restrittive messe in atto e periodiche deportazioni adottate da alcuni Paesi. Un’altra piaga assai diffusa è infine quella della tratta e del traffico di esseri umani, in particolare donne e bambini.

L’Asia è dunque il continente, dopo l’Europa, che conta il maggior numero di migranti internazionali (48.230.000). Più della metà di essi vive nell’Asia Occidentale, cioè in Arabia Saudita (5.235.000), Iran (2.321.000), Israele (2.256.000), Giordania (1.945.000), Emirati Arabi (1.922.000), Palestina (1.655.000) e Kuwait (1.108.000). Vi sono Paesi con un consistente numero di migranti anche in altre aree sub-continentali, cioè in quella indiana – India (6.271.000), Pakistan (4.243.000), Kazakystan (3.028.000), Uzbekistan (1.367.000) –, e dell’Estremo Oriente – Taiwan (2.701.000), Giappone (1.620.000), Malesia (1.392.000) e Singapore (1.352.000) –.

Nel lontano Oriente, alcuni Paesi (Giappone, Malesia, Taiwan e Singapore) “importano” manodopera straniera, mentre altri ne sono “esportatori” (Bangladesh, Cambogia, Cina, Indonesia, Pakistan, Vietnam, Filippine). Alcuni Paesi ancora sono contemporaneamente luoghi di emigrazione e di immigrazione. È il caso di Tailandia e Corea del Sud.

La Cina e l’India costituiscono comunque, oggi, i due più grandi “serbatoi” umani, dove sono in atto trasformazioni sociali importanti e forti migrazioni interne. Paesi già tradizionali di emigrazione, nei secoli passati, essi sono all’inizio di una nuova fase migratoria che è destinata a conoscere sviluppi consistenti. Basti pensare che si calcola siano circa 20 milioni i cittadini indiani emigrati all’estero, per motivi di lavoro, e altrettanti lo siano internamente. 

2. Problemi sociali dei migranti

È certo che la fuga dalla miseria delle campagne ha dato all’Asia un nuovo profilo urbano. Per i contadini dell’India, per gli agricoltori filippini o per i pescatori del Vietnam – solo per citare alcuni esempi – le città esercitano un magnetismo irresistibile. Del resto l’urbanizzazione è fenomeno universale. Attratti dal miraggio della vita cittadina, presentato specialmente dalla televisione, i migranti molto spesso non immaginano gli stenti e le privazioni che li attendono. E così l’esodo continua: dal Cairo a Shanghai, da Istanbul a Jakarta, da Bombay a Manila questa migrazione di massa, cui contribuisce l’alto tasso di natalità, ha dato vita a megalopoli estesissime. Già oggi la maggioranza delle più grandi città del mondo si trova in Asia. Nei Rapporti si mettono in evidenza, tra le varie problematiche dei migranti, particolarmente le situazioni di irregolarità e le difficoltà a ottenere il permesso di soggiorno nel Paese d’accoglienza, la carenza di alloggi e di sostentamento, le insufficienti strutture assistenziali e socio-sanitarie, la difficoltà di accedere a programmi di scolarizzazione e di formazione professionale, la corruzione, la tratta e il traffico di donne e bambini, oltre al loro sfruttamento nell’ambito lavorativo e nella cosiddetta “industria del sesso”.

3. Necessità pastorali

Dai Rapporti emergono problemi ed esigenze pastorali comuni ad altre Regioni e Continenti, come l’urgenza di approntare adeguate misure per l’integrazione dei lavoratori migranti, per il ricongiungimento familiare, per il sostegno alla famiglia e per garantire l’accesso ai programmi di scolarizzazione e di formazione professionale. Si sottolinea altresì l’importanza della formazione specifica di sacerdoti e laici al ministero pastorale con i migranti e ancora la creazione di una mentalità più aperta e veramente cattolica dei vari gruppi di migranti e delle comunità locali, nonché di una cultura di solidarietà e di comunione in relazione agli immigrati.

Alcuni Rapporti esprimono, poi, preoccupazione per il crescente numero di migranti detenuti nelle carceri, anche per la difficoltà di reperire personale preparato e disponibile ad offrire loro assistenza pastorale. 

4. Le risposte (dal questionario)

4.1 Dalla società civile e dagli organismi statali

Molte iniziative sono in atto nel continente. Le grandi organizzazioni internazionali (UNICEF, ILO-IPEC, IOM, UNESCAP) si sforzano di trovarvi opportune soluzioni ai problemi migratori, soprattutto nella lotta al traffico di minori, alla tratta degli esseri umani e al commercio di organi, focalizzandosi in particolar modo sulla prevenzione e sulla preparazione del personale coinvolto nei servizi di protezione, sulla formazione di comitati e di gruppi di intervento e sulle riforme legislative in materia. In tale contesto, molte ONG hanno avviato programmi di prevenzione ed alcune si sono dedicate a salvare, recuperare e rimpatriare bambini trafficati. Ci sono anche programmi per contrastare o sventare l’ingaggio di bambini da parte dei reclutatori di manodopera.

Non mancano anche buone esperienze di fruttuosa collaborazione, che vedono impegnate le Chiese particolari assieme a vari organismi civili e statali, non necessariamente dediti all’azione esclusiva in favore dei migranti, ma in sinergia per affrontare specifiche realtà migratorie. Possiamo citare, ad esempio, l’attiva cooperazione tra la Commissione episcopale delle Filippine per la pastorale dei migranti e degli itineranti e Visayan Forum, nel campo della tutela dei lavoratori migranti interni e della lotta al traffico di esseri umani, oppure UNAIDS, per quanto concerne la battaglia di prevenzione e cura pure di migranti affetti da HIV-AIDS.

4.2. Risposte dalla Chiesa

La Chiesa in Asia e Oceania risponde in diversi modi ai problemi migratori, sempre più numerosi e assillanti. Molte Conferenze episcopali, ad esempio, hanno costituito Commissioni ad hoc per la pastorale della mobilità umana. È il caso della Episcopal Commission for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People – ECMI delle Filippine, sorta già nel 1982; dell’“Australian Catholic Migrant and Refugee Office”; dell’“Episcopal Commission for Migrants and Itinerants” in Corea; della “National Catholic Commission on Migration” in Tailandia. Altrove, come in India, le problematiche migratorie sono demandate alla rispettiva “Commission for Labour”, attiva a favore di migranti e rifugiati dal 1972. Spesso è la Caritas che si occupa anche dei migranti e dei rifugiati, a nome delle Conferenze episcopali locali.

Tra le iniziative promosse, sono sempre più frequenti i simposi, i seminari e le giornate di studio dedicate, a livello nazionale e internazionale, alla formazione degli Operatori della pastorale della mobilità umana, come il programma internazionale “Exodus”, tenutosi a Manila nel 2006 e nel 2007. Nello Sri Lanka, la Commissione episcopale per le migrazioni ha avviato nel 2004 uno specifico programma psico-sociale per la formazione dei figli degli emigrati, chiamato “Personality Building of Migrants’ Children”.

Collegate con le Commissioni episcopali per le migrazioni delle rispettive Conferenze episcopali, poi, diverse congregazioni religiose sono oggi efficacemente coinvolte nell’apostolato dei migranti e delle loro famiglie. Possiamo citare, ad esempio, le Suore Pastorelle, le Religiose del Buon Pastore, i Fratelli de La Salle, la Compagnia di Gesù, le Missionarie e i Missionari Scalabriniani, le Figlie della Carità, le Suore Francescane Missionarie di Maria, le Suore Francescane dell’Immacolata Concezione e le Religiose della Vergine Maria. Esistono, inoltre, associazioni laicali dedite all’assistenza specifica, come la “Legione di Maria”, “Couples for Christ”, “Singles for Christ”, “Domestic, Christian and Young Workers Movement” .

Oltre all’azione pastorale diretta a favore dei migranti, le Commissioni episcopali, assieme ad alcune ONG d’ispirazione cattolica, sono spesso in prima linea nel lavoro di advocacy, sia a livello politico che individuale (assistenza a casi particolari). In tale contesto, i problemi riguardanti l’emigrazione irregolare ed il traffico di esseri umani occupano un posto centrale nei programmi delle Commissioni, che sempre più di frequente propongono all’attenzione nazionale ed internazionale i casi più urgenti. Possiamo almeno menzionare la dichiarazione del 31 gennaio 2008, firmata da S.E. Mons. Angel Lagdameo, Presidente della Conferenza Episcopale Filippina, e da 120 Presuli del Paese, emessa per condannare il traffico di organi, che vede vittime soprattutto i migranti e, tra essi, in gran parte bambini. Non si deve inoltre dimenticare la preziosa azione di chiarificazione e mediazione delle Commissioni per i migranti di Giappone e Filippine nel caso delle “Overseas Performist Artists” in Giappone, ossia ballerine e cantanti, soprattutto filippine, contrattate in massa da locali notturni giapponesi e indirizzate successivamente alla prostituzione.

In Nuova Zelanda, poi, la Conferenza Episcopale locale ha incluso la pastorale migratoria tra le priorità del suo piano pastorale 2007-2013.

In Australia, infine, come risultato della Conferenza Nazionale 2005 sul tema “One in Christ Jesus: Pastoral Care in a Culturally Diverse Australia”, la Conferenza episcopale del Paese ha recentemente approvato il documento “Graced by Migration”, che costituisce il primo piano pastorale della Chiesa in Australia in prospettiva migratoria. 

5. Sfide pastorali

Nonostante il buon numero di Cappellani ed Operatori pastorali impegnati nell’accompagnamento e nell’assistenza dei migranti, nei Rapporti ci si lamenta che non sempre risulta facile il loro coinvolgimento in un’azione coordinata ed efficace che risponda alle sfide “transnazionali” poste in particolar modo dall’immigrazione irregolare e dal traffico di esseri umani. In alcuni Rapporti si indica dunque come opportuna l’istituzione di moduli formativi specifici, a livello accademico, nei curricula dei Seminaristi e negli Istituti di Scienze Religiose, per una migliore preparazione dei futuri Operatori pastorali nel campo della pastorale della mobilità umana. 

6. Annotazioni

Emerge anche la difficoltà di celebrare la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato nella data stabilita per tutta la Chiesa e talvolta pure a diffondere i Messaggi del Santo Padre, in ambiente di massima diaspora.

Nei Paesi del Medio Oriente e nella Penisola Arabica non di rado costituisce preoccupazione, per la Chiesa locale latina, la presenza di immigrati appartenenti a vari riti (maronita, melchita, copto, assiro, siro-malabarese, siro-malankarese). La liturgia è celebrata – con frequenze che variano da luogo a luogo e secondo le possibilità – in ciascuno di tali Riti. Si lamenta, tuttavia, la carenza di presbiteri e di Operatori pastorali appositamente preparati. Periodicamente, però, specie nei tempi forti di Avvento e Quaresima, gli Ordinari locali invitano dall’estero sacerdoti appartenenti agli anzidetti Riti, per particolari celebrazioni liturgiche con le loro comunità d’origine. 

Conclusione

Gli estensori dei Rapporti esaminati sono unanimi nell’affermare che i migranti dovrebbero essere universalmente considerati come agenti positivi di sviluppo. Di fatto, la situazione attuale presenta un panorama abbastanza diversificato a seconda dei flussi migratori, del loro regolare inserimento nel mercato del lavoro e della loro integrazione nella società. Perché i migranti possano diventare protagonisti dello sviluppo, però, bisogna affrontare alcuni nodi importanti, tra i quali elenchiamo almeno i seguenti: rinnovare i dispositivi di ingresso e di regolarizzazione nei Paesi d’accoglienza, combattere la disoccupazione e l’emarginazione, dove trovano fertile terreno d’azione le organizzazioni criminali, istituire la correlazione tra gestione dei flussi e politiche di cooperazione allo sviluppo ed evitare la segregazione nei cosiddetti “lavori da immigrati”. Per quanto concerne i Paesi di partenza, poi, si lamenta che le migrazioni costituiscono spesso un impoverimento di quelli di provenienza, privati delle persone più valide. In tal modo, tenendo presente le attuali tendenze dei Paesi di immigrazione di puntare su lavoratori qualificati, si sta verificando una preoccupante “fuga di cervelli” (brain drain), che attenta allo sviluppo di quelli più poveri, mentre non sempre tali potenzialità vengono messe a frutto nei Paesi d’accoglienza: basti pensare, ad esempio, che gli immigrati in Italia risultano per oltre il 50% qualificati o laureati, ma sono occupati in impieghi che non corrispondono alla loro preparazione.

Si constata, poi, che i migranti si auto-organizzano, sia nei Paesi di accoglienza che in quelli di partenza, cercando di accedere al sostegno per iniziative di sviluppo comunitario e per i propri “sogni” di ritorno imprenditoriale, manifestando cioè il protagonismo dei migranti stessi. Pertanto, le Autorità locali, sia di arrivo che di partenza, hanno importante e diretta responsabilità nel promuovere le trasformazioni delle strutture economiche, sociali e culturali per favorire l’integrazione dei migranti, per promuovere l’accesso alla cittadinanza, alla mobilità sociale e alla partecipazione politica.

In tutto questo terribile e straordinario affresco, la sollecitudine pastorale della Chiesa universale si sta caratterizzando per alcuni elementi, cercando di uscire dalle strettoie riduttive della prima accoglienza di aiuto, ossia: 1) una maggiore attenzione ai bisogni primari delle persone migranti, compresa la tutela della dignità umana e dei diritti di tutti i migranti, anche se in situazione irregolare; 2) la ricerca del dialogo inter-religioso, reso urgente soprattutto dall’afflusso di popolazioni di religioni diverse in zone di antica tradizione cristiana; 3) il recupero dell’originaria dimensione missionaria della Chiesa, dove pure l’attenzione ai migranti trova la sua giusta collocazione come missio ad migrantes e come missio migrantium, nel rispetto naturalmente della libertà; 4) la valorizzazione dell’elemento “etnico” nella e per la cattolicità, con insistenza sulla integrazione e rifiuto dell’assimilazione; 5) il recupero del senso della Chiesa pellegrina nella storia con proiezione escatologica.

È così brevemente tratteggiato il panorama mondiale del fenomeno migratorio, specialmente dal punto di vista pastorale, grazie ai Rapporti che ci sono giunti, riferiti fondamentalmente alle attività del 2006-2007. Essi sono pure la cartina di tornasole per verificare dove stiamo con la ricezione dell’Istruzione “Erga migrantes caritas Christi”, che li prevede. Ringraziamo qui di cuore, pur avendolo già fatto singolarmente con gli estensori dei Rapporti, coloro che ce li hanno inviati, resoconto del loro lavoro apostolico circa la difficile, ma necessaria, pastorale specifica dei migranti, volontari o forzati.

 

[1] I dati qui riportati sono desunti dalla ONU, World Population Monitoring. Focusing on International Migration and Development: Report of the Secretary-General (E/ CN.9/ 2006/ 3), New York 2006; International Organization for Migration, World Migration 2005. Costs and Benefits of International Migration, CD-Rom Documentation, Geneva 2005.

[2] UNHCR, UNHCR Global Appeal 2008-2009, Geneva 2007.

[3] Internal Displacement Monitoring Centre – Norwegian Refugee Council, Internal Displacement, Global Overview of Trends and Development in 2007, Geneva April 2008.

 

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