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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People
on the Move
N° 108 (Suppl.), December 2008
DOCUMENTO FINALE
I. L’evento
Il III° Incontro Internazionale sulla Pastorale della Strada ebbe
luogo il 26-27 novembre 2007, nella sede del Pontificio Consiglio della
Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Palazzo San Calisto, Città
del Vaticano.
Erano presenti quattro Vescovi, molti Direttori Nazionali o
Rappresentanti di Conferenze Episcopali ed esperti, provenienti da
ventotto Paesi, tra cui Argentina, Australia, Belgio, Bolivia,
Bosnia-Erzegovina, Brasile, Burundi, Canada, Cile, Cina, Corea, Egitto,
Eritrea, Francia, Germania, Giappone, India, Inghilterra, Irlanda,
Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Repubblica Slovacca, Romania, Stati
Uniti d’America, Sud Africa, Taiwan e Zimbabwe. Tra gli ordini religiosi
erano presenti Cappuccini, Missionarie della Carità, Piccole Sorelle di
Gesù e Missionarie Comboniane. Era altresì rappresentato il Sovrano
Ordine di Malta, il SECAM e il CCEE. Vi erano pure presenti associazioni
e movimenti, tra cui “Aux Captifs la Liberation”, FEANTSA, FIO, la
Comunità Giovanni XXIII e quella di Sant’Egidio, la Società di San
Vincenzo de’ Paoli e SELAVIP.
Il Presidente del Pontificio Consiglio, Sua Eminenza il Cardinale
Renato Raffaele Martino, accolse e salutò i partecipanti. Egli fece
notare che la presenza di un numero tanto considerevole di persone da
varie parti del mondo già era attestazione che ci si confrontava con un
fenomeno di portata globale. Inoltre, rilevò che la realtà dei senza
fissa dimora non era affatto nuova. Fin dalle origini, con la cacciata
dei nostri progenitori dal giardino dell’Eden, uomini e donne sono
andati errando sulle strade del mondo. In effetti, fin da tempi remoti i
Cristiani si sono sforzati di rispondere, con sollecitudine pastorale,
alle sventure dei poveri e dei senza tetto. L’Em.mo Presidente enucleò
una serie di indicatori nella vita della Chiesa, dal Magistero ordinario
a varie direttive, che hanno guidato i Cristiani nella loro cura
pastorale dei senza fissa dimora. Infine, egli attinse forza dal
messaggio proposto dal Santo Padre Benedetto XVI nella Lettera Enciclica
“Deus caritas est”. Qui - egli sottolineò -, sebbene il vangelo
non offra immediate soluzioni ai problemi, dovremmo comunque lasciarci
guidare dal desiderio di amare il prossimo e di scorgere in esso il
volto stesso di Cristo. Pertanto, il servizio ai senza fissa dimora
“diventa una profonda rivelazione dell’amore di Dio per l’umanità”.
Di seguito, l’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del
Dicastero, pronunciò il discorso programmatico, con titolo “Signore,
quando ti abbiamo visto…?” (Mt 25,44). Esso focalizzò sia il
tono che la sfida dell’incontro, rinviando al comando del Signore di
saper riconoscere sempre il volto di Cristo nei più poveri ed
emarginati. L’Ecc.mo Segretario anzitutto chiarì che quando si parla dei
senza fissa dimora, di fatto ci si confronta con la mancata tutela di
diritti umani fondamentali. Egli poi non si limitò soltanto a descrivere
la realtà di questo fenomeno globale, ma disse che esso si manifesta in
molte differenti sfaccettature. Nonostante tali diversità, la mancanza
di una fissa dimora quasi sempre riduce le persone all’infima spirale
della carenza sanitaria, della povertà e dell’emarginazione. Per tale
ragione, le necessità dei senza fissa dimora fanno appello ad una chiara
risposta sia umana che ecclesiale, da ricercarsi non soltanto nel
provvedere a soddisfare i loro bisogni fondamentali, ma anche nel
tutelare la loro dignità come persone. Allo stesso modo, la Chiesa deve
sviluppare una specifica attività pastorale, che sappia guardare la
persona in quanto tale, al di là delle sue necessità, dal momento che
davvero essa è fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Questa è la sfida
rivolta alle comunità cristiane: diventare luoghi di accoglienza, dove
non solo si riceve il Signore stesso nelle persone senza fissa dimora,
ma vi è pure un reciproco accompagnamento nel processo di loro
restaurazione e re-integrazione.
Sempre nella prima giornata vi fu occasione per i partecipanti non
solo di presentarsi a vicenda, ma anche di scambiare qualche opinione
sulle rispettive esperienze di apostolato. Queste confermarono
l’importante contributo che già è in atto nell’ambito della cura
pastorale dei senza fissa dimora, così come la straordinaria diversità
delle situazioni in cui ciascuno si trova a vivere e ad operare.
Nell’arco delle due giornate, i congressisti si divisero in diversi
gruppi linguistici, al fine di condividere esperienze di buone
realizzazioni, metodologie, successi e fallimenti nella cura pastorale
dei senza fissa dimora. Nella seconda giornata, i gruppi approfondirono
le caratteristiche che dovrebbero costituire il fondamento della
risposta ecclesiale. Ad essi furono poste alcune domande per facilitare
riflessione e dialogo.
Il principale impegno della seconda giornata fu l’ascolto del lungo
intervento del Professor Mario Pollo della LUMSA e dell’Università
Salesiana di Roma. Egli tracciò un quadro panoramico complessivo del
fenomeno dei senza fissa dimora e delle conseguenti varie risposte
pastorali, desunte da un’indagine condotta in precedenza dal Pontificio
Consiglio tra i diversi partecipanti.
Il pomeriggio del secondo giorno fu dedicato alla Tavola Rotonda sul
tema: “L’impegno umano e la cura pastorale dei senza tetto”. La
Baronessa Martine Jonet del Sovrano Ordine di Malta, il Sig. Roger
Playwin, Direttore Nazionale della Società di San Vincenzo de’ Paoli,
negli Stati Uniti d’America, don Barnabe d’Souza, Direttore del ricovero
“Don Bosco”, in India, il Sig. Kristian Gianfreda della Comunità di Papa
Giovanni XXIII e Suor Maria Cristina Bove Roletti, Coordinatrice
Nazionale della Pastorale della Strada del Brasile, misero a confronto
le loro esperienze di situazioni particolari dei rispettivi Paesi e
delle loro organizzazioni, “scoprendo” i principi che dovrebbero guidare
l’attività pastorale in parola e le nuove sue strategie. In special
modo, essi sottolinearono non soltanto l’importanza di prendersi cura
dei senza fissa dimora, ma anche di manifestare il valore e la dignità
delle loro esistenze individuali.
La parte conclusiva dell’Incontro fu riservata alla presentazione dei
lavori di gruppo e alla formulazione di conclusioni e raccomandazioni.
Il Congresso terminò con l’espressione del vivo desiderio di continuare
il dialogo e lo scambio fraterno di esperienze nel campo della cura
pastorale per i senza fissa dimora.
II. Conclusioni
1. A motivo della sua condizione, la persona senza fissa dimora ha
una singolarità e una unicità irripetibile. In una società che legge i
rapporti sociali in funzione di tornaconti economici, la Chiesa si
assume la missione di restituire il valore della gratuità, della
relazione nel suo senso più profondo.
2. Nel nostro contesto storico e sociale vi sono alcuni che, di
proposito, identificano il povero con colui che è incorso in
un’esperienza fallimentare, sia nell’ordine della natura umana che degli
umani bisogni. Ne risulta che la povertà è ritenuta l’esito di una vita
senza valori e, di conseguenza, una colpa. Pertanto la povertà è vista
come una situazione dalla quale è quasi impossibile emanciparsi. La sua
durata è un segno in grado di stigmatizzare per sempre l’esistenza
umana.
3. Il destino di una persona senza fissa dimora è ulteriormente
“segnato” se si considera la sua situazione una “scelta”. Chi mai
sceglierebbe una vita di espedienti o un’esistenza contrassegnata
dall’instabilità per sé e per la propria famiglia? Malgrado ciò, la
ricerca della giustizia prende avvio dal riconoscimento del povero,
nella convinzione che definirlo con un nome errato significa aggiungere
ingiustizia a ingiustizia.
4. Di solito siamo messi a confronto con l’idea secondo la quale
colui che non ha fissa dimora sia una persona “diversa”. Pare che la
povertà sia un problema che riguarda altri. In realtà non vi è
differenza, poiché viviamo in una “società a rischio”, nella quale
nessuno può essere sicuro di non diventare povero.
5. In ognuno dei cinque continenti l’esempio e la dedizione delle
comunità cristiane nei confronti degli “ultimi tra gli ultimi” sono un
segno visibile dell’amore di Dio per la persona umana, ovunque essa
viva, in qualunque situazione esistenziale si trovi. Ciò è ancor più
visibile nelle attività specifiche che si promuovono, anche se vengono
adottate differenti metodologie e le scelte organizzative sono
condizionate dai luoghi nei quali si concretizza l’attività pastorale.
Comunque vari valori fondamentali caratterizzano ciò che si realizza e
costituiscono il suo sfondo teleologico.
6. Fra tutti i valori ha particolare importanza la dimensione
relazionale. Se si accetta la definizione del senza fissa dimora come: “un
soggetto che versa in condizioni di povertà materiale e non materiale,
portatore di un disagio complesso, dinamico e multiforme”, reso
palese appunto nel suo essere senza fissa dimora, si consta che la
dimensione della carenza relazionale è elemento che può circoscrivere e
provocare una vita di povertà. Partendo da ciò va tracciato un
itinerario verso una maggiore fiducia, una vita vera e significativa,
nella quale ogni altra persona può essere considerata un amico, ed è
possibile pure in posti dove non vi sono “strutture”, come la strada.
Essa può essere quindi un luogo pedagogico, ma anche pastorale, per
raggiungere una promozione umana, un cambiamento.
7. A tal fine la Chiesa, la comunità locale, opera nel territorio,
sollecita verso le necessità emergenti e offre appoggio per individuare
soluzioni. In questo itinerario le persone senza fissa dimora sono
inserite in un percorso di riconciliazione, così come ne sono coinvolti
anche coloro che risiedono in un determinato territorio. Questo processo
di riconciliazione reclama necessariamente una complementarietà
esistenziale. Solo mediante le relazioni, infatti, la persona umana può
scoprire e riconoscere se stessa.
8. I cambiamenti politici e i fenomeni sociali in continua
trasformazione esigono un’azione profetica da parte delle Chiese locali.
Attualmente costatiamo che esse sono costantemente impegnate nella
tutela della vita, mediante le loro scelte e la testimonianza che
l’amore per Cristo è una sorgente di guarigione dalle ferite
dell’indifferenza.
9. Alcuni elementi essenziali orientano una “migliore attività
pastorale” tra i senza fissa dimora che implica condivisione. Farsi
partecipi di un comune destino è frutto di relazioni profonde nelle
quali è purificato lo sguardo sul povero. Una tale visione purificata
conferma la convinzione che vi sono persone capaci di portare nel loro
cuore il destino degli altri, e nel contempo attesta – mediante
l’impegno degli agenti pastorali – che Dio ama hic et nunc (qui e
adesso).
10. Credere nell’importanza delle relazioni, porre la dimensione
della promozione umana accanto a quella del soccorso materiale, essere
operatori pedagogici e considerare che la via da percorrere, per evitare
gravi forme di emarginazione, sia innovativa in fondo, implica pensare,
proporre e credere in un’azione pastorale globale.
11. I senza fissa dimora rappresentano comunque una sfida per
l’intera società, che è chiamata alla corresponsabilità nella promozione
di un approccio appassionato al problema. Si tratta di capire la
situazione più che di trovare una spiegazione, che potrebbe degenerare
in classificazione impropria. Si tratta di considerare la persona non
come un oggetto, a cui destinare interventi stabiliti a priori. Ciò
richiede un progetto d’intervento che non stigmatizzi ma sia in una
logica di vera inclusione. Ciò nonostante, l’accoglienza rimane
limitata, fragile, insufficiente, ma va nutrita da un impegno deliberato
e costante. Spontaneismo, frammentazione e remore sono da contrastare
con approccio integrale, durevole e sostenibile.
12. La conseguente sensibilizzazione – nel contesto di un processo
ermeneutico – è la via mediante la quale si pensa e si progetta un
futuro diverso, nel quale la dignità è riscoperta (e non soltanto
restituita). Proprio per il fatto che ogni persona custodisce in se
stessa il suo essere unico e irripetibile, in quanto figlio di Dio,
essenziale è rispettare il tempo necessario per la crescita e per il
cambiamento. Ciò è vero altresì per la comunità ecclesiale coinvolta
nella sollecitudine per il prossimo.
13. In ogni rapporto di natura pastorale bisogna esseri “veri”.
Vivere la verità nell’esercizio della carità dovrebbe costituire il
fondamento di ogni eventuale attività. E tale verità esige una
dimostrazione della sua gratuità, della sua origine e delle sue ragioni
di fondo. Possiamo dire che il paradigma di una Chiesa che è vicina ai
suoi figli, malgrado essi siano spesso lontani da “casa”, dovrebbe
consistere nel suo “essere sale e luce”.
14. Procurare una “casa” è quindi la missione intrinseca di ogni
attività pastorale nel campo in parola. Non si tratta semplicemente di
offrire un riparo, quanto piuttosto un luogo in cui le persone possano
essere se stesse in pienezza e con dignità. È cioè un posto dove si può
costruire la propria dimora relazionale e sviluppare ogni dimensione
dell’esistenza, compresa quella spirituale.
15. Il numero delle persone senza fissa dimora tende ad aumentare sia
nei Paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, nelle
grandi città e nelle zone rurali, tra cittadini residenti e immigrati,
compresi uomini, donne di ogni età e bambini.
16. La Chiesa, mediante le sue molte istituzioni, si è impegnata a
soccorrere i senza fissa dimora grazie a mense, ricoveri, corsi di
formazione professionale e collocamento, advocacy, fornendo
tirocini per l’assunzione dell’impiego lavorativo come parte del
processo di integrazione nella comunità e garantendo assistenza
pastorale.
17. V’è qui spazio per l’ordinaria, territoriale, pastorale della
Chiesa, ma anche per quella specifica, che dev’essere olistica,
multidimensionale, spirituale, sociale e relazionale.
18. La cura pastorale dovrebbe essere intesa in senso ampio in quanto
risposta alle necessità materiali e spirituali.
19. Il ministero dell’ospitalità, soprattutto nei confronti degli
emarginati, è altresì parte integrante della vita parrocchiale. Quando
nella comunità vengono meno il povero e il senza fissa dimora, la Chiesa
non è “completa”. C’è poi un chiaro collegamento tra le opere della
carità e le esigenze della giustizia.
III. Raccomandazioni
Per la società
1. Dal momento che la realtà socio-economica è complessa e fare opere
di giustizia significa vivere la giustizia, è necessario operare nella
complessità evitando la frammentazione. Inoltre la perdita dei valori
destabilizza la convivenza sociale così che le Chiese locali dovrebbero
presentare una prospettiva assiologica che riconduca l’uomo all’uomo.
2. Per raggiungere questi obiettivi è importante formare una “rete”
locale, nella quale siano riconosciute le responsabilità e le
competenze, con preferenza data alla programmazione piuttosto che
all’intervento in situazioni di emergenza. Si promuovano perciò incontri
di coordinamento intra-ecclesiale ed extra-ecclesiale per definire
obiettivi comuni. Ci sia altresì reciproca comprensione dei linguaggi
usati per analizzare e affrontare i bisogni dei senza fissa dimora.
Anche in tal modo si svilupperà una loro cura pastorale purificata da
stereotipi, “pre-giudizi” e divisioni ideologiche.
3. Pur essendovi organizzazioni o gruppi che si sentono di occuparsi
dei senza fissa dimora, è opportuno riconsegnare le rispettive
responsabilità alle autorità civili, centrali e locali.
4. Si promuovano lavoro e abitazione anche nella prospettiva dei
diritti fondamentali. Fra questi vi è pure quello alla salute, intesa
non solo come assenza di patologie, bensì quale possibilità di accesso
al benessere esistenziale.
5. È quindi opportuno che in ogni azione pastorale per i senza fissa
dimora – come l’accoglienza abitativa, il lavoro, le cure psicologiche,
l’accompagnamento educativo, ecc. – si assumano i limiti della persona,
per quanto possibile, allo scopo di evitare il fallimento. Ciò significa
che bisogna avere obiettivi possibili e raggiungibili.
6. Parlando di persone che vivono senza dimora fissa si sviluppino
nuove e rispettose espressioni linguistiche per indicarli.
7. Senza giudicare le persone, le attività di loro servizio siano
mirate alla promozione della qualità della vita e a soluzioni a lunga
scadenza, proposte con rispetto, prendendo in considerazione la Dottrina
sociale della Chiesa sulla dignità della persona umana. Inoltre tali
interventi devono tendere alla trasformazione totale.
Per la Chiesa
8. L’impegno ecclesiale a favore dei senza fissa dimora sia basato
sulla verità fondamentale che in essi si rende presente il Cristo
sofferente e risorto. Seguendo l’esempio di Cristo, è necessario
ascoltarli, dare spazio alla fiducia e creare relazioni. A tal fine, la
Chiesa vada loro incontro sulla strada, in positivo coinvolgimento.
9. In vista di offrire un servizio migliore ai senza fissa dimora, è
necessario promuovere la collaborazione tra istituzioni ecclesiali,
mettendo fine alla tendenza di operare da soli, talvolta con spirito di
competizione. Si incoraggi altresì un’appropriata cooperazione con le
autorità civili, con altre denominazioni religiose e con istituzioni non
confessionali che condividono le medesime preoccupazioni e finalità.
Pure le iniziative ecumeniche siano attivamente incoraggiate.
10. Le persone senza fissa dimora ricevano uno stimolo a partecipare
alla vita sociale ed ecclesiale, nella misura del possibile. I programmi
a loro favore tengano conto delle loro rispettive esperienze,
convinzioni, culture e necessità, coinvolgendo le persone nella loro
opera di recupero ed evitando di creare dipendenze.
11. Le persone siano avvicinate come soggetti unici, riconoscendo in
esse l’immagine e la somiglianza di Dio, e chiamando ciascuno per nome.
12. Nonostante le difficoltà dell’ambiente in cui si opera, bisognerà
percorrere con convinzione i sentieri della giustizia, ribadendo la
specificità della missione della Chiesa.
13. Pertanto è necessario ed opportuno conoscere questa realtà sia
attraverso lo studio sia attraverso l’accoglienza, come risultato della
relazione. I poveri sono parte della comunità ecclesiale e come tali
devono essere accolti al pari delle famiglie in difficoltà, delle
vedove, ecc. Ogni persona ha la sua storia e problemi specifici che
vanno conosciuti e affrontati. I senza fissa dimora devono essere
considerati portatori di diritti e non considerati soltanto come un
catalogo di necessità da soddisfare.
14. Le persone senza fissa dimora siano messe in condizione di
potersi esprimere nella Chiesa e negli eventi pubblici. Ciò può avvenire
anche nella dimensione tipica del teatro o degli altri mezzi di
comunicazione.
15. Si coinvolgano gli studenti, nei diversi livelli formativi,
affinché apprendano ciò che è sotteso nella situazione dei senza fissa
dimora e siano in grado di aiutare, nella misura appropriata al loro
livello.
16. Nelle parrocchie si promuovano buone relazioni familiari e
comunitarie, in modo che siano individuati i bisogni emergenti in loco e
si provveda ad un’azione preventiva, capace di arginare l’insorgere del
fenomeno dei senza fissa dimora.
17. I documenti ecclesiali vanno utilizzati come una risorsa per
offrire un ministero efficace.
18. Siano messe a disposizione adeguate misure di finanziamento per
permettere ai laici di offrire il proprio apporto alla cura pastorale
delle persone senza fissa dimora.
Per le Conferenze Episcopali e corrispondenti Strutture
Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche
19. Le Conferenze Episcopali e le corrispondenti Strutture
Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche facciano opera di
advocacy per i diritti alla casa e allo sviluppo, nello spirito
della Populorum Progressio. Una buona attività di advocacy
deriva da informazioni affidabili. I Vescovi locali possono ottenere
conoscenza dell’argomento in questione dalle proprie associazioni e da
altre, operanti nelle loro diocesi/eparchie.
20. Un cammino di forte impegno implica l’attivazione delle
Conferenze Episcopali e delle corrispondenti
strutture Gerarchiche
delle Chiese Orientali Cattoliche, l’ausilio della Santa Sede,
l’illuminazione del Magistero pontificio.
21. In tale contesto, le Conferenze Episcopali e le corrispondenti
Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche propongano
orientamenti per l’opera di finanziamento, al fine di sostenere le
attività specifiche a sostegno delle persone senza fissa dimora,
progettare un futuro diverso, aiutare coloro che già operano per i
poveri (spesso anch’essi in condizioni di povertà).
22. La Sacra Liturgia potrebbe esprimere tale sollecitudine mediante
segni liturgici che manifestino la centralità dei poveri nel cuore di
Dio. Una giornata di preghiera per sovvenire alle povertà estreme
(magari il 17 ottobre, giornata mondiale contro la povertà), potrebbe
contribuire in questo senso.
Per le Diocesi/Eparchie
23. Beni ecclesiali inutilizzati (edifici) potrebbero essere messi a
disposizione per abitazioni economiche e ospizi. Le Diocesi/Eparchie
considerino l’opportunità di predisporre un progetto per l’abitazione
dei senza fissa dimora come segno concreto di questo primo Incontro
internazionale, se già non ne hanno approntato uno.
24. Seminaristi, religiosi e operatori pastorali ricevano elementi di
formazione sulla dottrina sociale della Chiesa e sulla cura pastorale
dei poveri e degli emarginati.
25. Si incoraggi una maggior presenza del Diaconato permanente nel
servizio ai poveri e ai senza fissa dimora.
26. Sia stimolata una miglior interconnessione nell’attività dei
religiosi e delle religiose e delle associazioni che vantano una lunga
tradizione di servizio sociale.
Per le parrocchie e le comunità
27. Le parrocchie siano “comunità di accoglienza”. Si favorisca la
costituzione di “comitati sociali” per promuovere e mettere a fuoco le
opere di misericordia corporale.
28. Omelie e forme di catechesi siano attente a trattare le sventure
dei senza fissa dimora e le conseguenti risposte cristiane.
29. Per essere comunità di accoglienza, quella cristiana metta da
parte i pregiudizi, operando un’azione di riconoscimento. In tal senso
non esistono poveri che sono prerogativa esclusiva per l’azione di
qualcuno. Ad ogni modo, è sempre la comunità che se ne deve fare carico,
quand’anche si tratti di un’azione di riconsegna della responsabilità.
In un determinato territorio, una comunità è accogliente quando
individua il bisogno e offre risposte flessibili, che rifuggono dalla
“burocratizzazione”. Pertanto le comunità ecclesiali possono assumersi
il rischio di vivere una carità profetica.
30. È opportuno che al proprio interno le comunità ecclesiali
riconoscano la presenza di competenze da mettere a disposizione. Tali
competenze siano accompagnate da una proposta formativa capace di
fornire elementi che risultano utili per la comprensione della realtà.
31. Nelle parrocchie è quindi possibile promuovere “opere che siano
segni”, per affermare profezia, interesse e impegno della comunità
cristiana per i senza fissa dimora. In particolare, a livello locale, è
opportuno cogliere i sintomi della sofferenza e, ancor prima, quelli del
disagio. Quest’ultimo si può prevenire quando si dà ampio spazio
all’ascolto di ciò che la persona sta vivendo e sperimentando.
32. Tutte le parrocchie e gli altri gruppi ecclesiali accettino il
mandato evangelico di accogliere i forestieri e, tra loro, di prendersi
cura nel miglior modo possibile del bisognoso e di chi è senza tetto. I
sacerdoti e i direttori spirituali siano prontamente disponibili nei
confronti dei senza fissa dimora, soprattutto nelle situazioni critiche
della loro vita e in occasioni di lutto.
33. La comunità locale, la Chiesa, il popolo di Dio sono chiamati a
credere nel futuro delle persone anche senza fissa dimora. Ciò può
avvenire mediante la costante comunicazione, nelle forme e nei tempi
opportuni. Ogni occasione intesa a “dare voce a chi non ha voce” (si
veda l’esperienza dei cosiddetti giornali di strada) è una possibilità
in grado di cambiare la percezione che le persone senza dimora fissa
hanno di se stesse, ma anche la considerazione e la comprensione della
società nei loro confronti. Tutto ciò è un passo nell’accrescimento
della fiducia in sé e nella vita.
Per il Pontificio Consiglio
34. Il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli
Itineranti, con l’aiuto dei partecipanti, stenda una lista delle
organizzazioni che operano con i senza fissa dimora, così che sia
facilitato lo scambio dei “modelli” e siano resi più semplici la
comunicazione e il coordinamento.
35. Il Pontificio Consiglio dedichi altresì ogni anno una settimana
alla sensibilizzazione sulle necessità pastorali delle persone senza
fissa dimora, in concomitanza magari con le giornate internazionali loro
dedicate.
36. Il presente Incontro non dovrebbe essere il primo e l’ultimo; è
importante che vi sia un seguito.
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