LA RIFLESSIONE DEL CARDINALE MARTINO SUL MESSAGGIO DEL
PAPA PER LA GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO*
Ha suscitato commenti in tutto il mondo il Messaggio di Benedetto XVI
per la prossima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato
presentato ieri nella Sala Stampa vaticana. Il Papa ha auspicato che
questo appuntamento, che si celebrerà il 18 gennaio 2009 sul tema “San
Paolo migrante, ‘Apostolo delle genti’”, “sia per tutti uno stimolo a
vivere in pienezza l'amore fraterno senza distinzioni di sorta e senza
discriminazioni, nella convinzione che è nostro prossimo chiunque ha
bisogno di noi e noi possiamo aiutarlo”. Ma sul rapporto tra Chiesa e
migrazioni ascoltiamo, al microfono di Francesca Sabatinelli, la
riflessione del cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del
Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti:
R. – La Chiesa è fatta di migranti. E questo lo vediamo in tutto
il mondo e in tutte le epoche. Adesso ci sono le frontiere che mettono
degli sbarramenti alla continua migrazione che c’era prima. La Chiesa ha
sempre tenuto conto di questo fenomeno a cominciare da San Paolo
migrante. Nei tempi moderni dobbiamo però dire che Pio XII è stato
quello che ha richiamato e rimesso l’attenzione al fenomeno dei migranti
con il famoso documento “Exul familia”.
D. – Eminenza, nel messaggio del Papa si ribadisce come per
l'universo dei migranti si intendano studenti fuori sede, immigrati,
rifugiati, profughi, sfollati, vittime delle schiavitù moderne e il Papa
invita tutti a tenere conto delle loro diversità culturali...
R. – Naturalmente chi arriva in un altro Paese trova delle
difficoltà di lingua, di lavoro, di inserimento e questo perché chi
arriva ha una cultura, una tradizione e forse anche una religione
diversa da quelle che professa nel luogo da dove arriva. Tutti questi
fattori devono, quindi, essere presi in considerazione dal Paese
ricevente. Per questo c’è questa accoglienza che la Chiesa dà in maniera
attenta e generosa.
D. – Nel messaggio si sottolinea anche come ci debba essere una
accoglienza vicendevole…
R. – Certamente, perché questo è un problema di reciprocità:
io ti accolgo e tu devi accogliere la cultura che trovi nel Paese dove
arrivi e non cercare di creare dei ghetti. Questo avviene, invece, in
varie città di Europa. Naturalmente questa deve però essere anche una
questione di educazione e di formazione della gente che arriva.
D. – Questa missione della Chiesa oggi si confronta con delle
difficoltà che dipendono dagli Stati o da una certa rigidità che si è
manifestata nel tempo anche dal punto di vista delle leggi…
R. – Naturalmente uno Stato per avere sicurezza deve
controllare i clandestini, ma osservando anche la situazione dell’Europa
va da se che questi Paesi per mantenere il loro livello di sviluppo e di
ricchezza hanno bisogno di braccia e queste braccia arrivano, ma vanno
rispettate le regole. Bisogna poi tener conto che dietro queste braccia
c’è una persona umana, una persona con una tradizione, una cultura, una
religione diversa ed insieme a questa persona c’è poi la famiglia. Tutto
questo deve essere preso in considerazione.
D. - Quindi occorre amalgamare le politiche di accoglienza con le
politiche della sicurezza ma senza far prevalere l'una sull'altra...
R. - Certamente. È quella celebrazione dell'accoglienza, come
ci dice il Papa, questa Agape, questo amore per gli altri, la carità, e
questo è importante perché siamo tutti esseri umani con la stessa
dignità, gli stessi diritti e quindi è questa convivialità che bisogna
instaurare. Naturalmente con amore e seguendo le regole.
INTERVISTA DI RADIO VATICANA ALL’ARCIVESCOVO AGOSTINO
MARCHETTO, A WASHINGTON PER IL CONGRESSO NAZIONALE SULLE MIGRAZIONI
Sono qui a Washington, su invito della Commissione per la pastorale
delle Migrazioni di questa Conferenza Episcopale, e sto partecipando
alla quinquennale Conferenza Nazionale sulle Migrazioni.
È organizzata concretamente dai Servizi Migrazione e Rifugiati
dell’Episcopato americano e dal Network legale cattolico
dell’Immigrazioni (Clirnic è detto) in collaborazione anche con
la Caritas USA e il Catholic Relief Services.
Il tema è “rinnovando la speranza cercando la giustizia”. Dunque
speranza e giustizia stanno al centro dei dibattiti molto intensi dei
partecipanti. Alla inaugurazione ha partecipato anche il Cardinale
Mahony con un grande, realistico e profondo discorso, presenti anche i
Cardinali Egan e McCarrick, con altri Vescovi, fra cui i Monss. Wester e
Sato, direttamente Responsabili Vescovili delle due Istituzioni
organizzatrici.
Nella serata d’apertura ho letto il messaggio di S.Em. il Cardinale
Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della
Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, impossibilitato a
intervenire. Vi si auspica, fra l’altro, una generosa ricezione della
nostra Istruzione Erga migrantes caritas Christi, in prospettiva
di una visione equilibrata del fenomeno strutturale delle migrazioni,
con legame allo sviluppo e ai diritti umani.
Quest’ultimo punto ho avuto modo di riprendere pubblicamente,
intervenendo dopo il discorso della Signora Julie Myers, Assistant
Secretary for Immigration and Customs Enforcement (ICE), rammaricandomi
che gli USA, con il Canada, siano stati i due unici Paesi, all’ONU,
recentemente, che si sono opposti, invano, all’inclusione del tema
“diritti umani” accanto al binomio “Migrazione e sviluppo” che sarà
trattato a Manila in Ottobre nel corrispondente Forum Mondiale.
Finora di particolare interesse è stato pure il Discorso di stamane
dell’On. Christopher Smith in materia di rifugiati, di richiedenti
asilo, di soggetti al traffico di esseri umani, ecc., dichiarando egli
che gli Stati Uniti devono fare di più per queste categorie di persone.
Fra l’altro si è parlato anche dei rifugiati iracheni.
Fra poco i partecipanti alla Conferenza, circa 600, “invaderanno” il
Capital Hill per incontrarsi con i parlamentari dei rispettivi Stati e
fare opera di “advocacy” (sostegno) in favore di una futura
“comprehensive” (onnicomprensiva) legislazione a favore dei migranti,
che tutti auspicano prossima.
In effetti, ed è questo il punto dolente della Conferenza, la attuale
situazione dei migranti irregolari negli USA è pesante, con gravi
conseguenze soprattutto per donne e bambini, per le famiglie, insomma,
con moltissimi detenuti, e in situazione che definirei non umanamente
sostenibile, con difficoltà anche di assistenza religiosa, per esempio.
In questo campo sono rimasto particolarmente ben impressionato da
come ci si sta qui organizzando per difendere i più poveri e i più
deboli, anche se l’opinione pubblica, pure cattolica, non risulta
particolarmente sensibilizzata.
* * *
Il Congresso nazionale sulle migrazioni
2008, che si chiude oggi a Washington, ha analizzato tra i vari aspetti
anche la precaria situazione di tanti stranieri in cerca di migliori
condizioni di vita. Durante l'incontro, organizzato dalla Conferenza
episcopale degli Stati Uniti, si è sottolineato che spesso la realtà di
chi affronta le insidie dell'emigrazione è costellata da grandi
difficoltà, insidie che talvolta diventano drammi. Ma la ricchezza della
fede può aiutare l’emigrante a superare la miseria, il disagio di aver
abbandonato la propria terra? Risponde l’arcivescovo Agostino Marchetto,
segretario del Pontificio consiglio per i Migranti e gli Itineranti,
raggiunto telefonicamente a Washington:
R. - Qualcuno ha detto che la
fede è una marcia in più: io credo che, nelle situazioni particolarmente
difficili, e delicate la fede aiuta molto ad affrontare queste
difficoltà; se nei migranti c'è fede, anche passando attraverso questi
tunnel oscuri, il Signore è con loro. Il Signore si identifica con lo
straniero. Dobbiamo accoglierlo come accoglieremmo il Signore.
Sicuramente la fede è una realtà che aiuta i migranti e fa sì che ci sia
la speranza nel futuro, che ci sia un destino di carità, di amore.
D. - Perchè nel messaggio del
cardinale Martino che lei ha letto, a Washington, si sottolinea che il
fenomeno delle migrazioni rende ancora pin visibile il volto della
Chiesa universale?
R. - Perchè quello che era
lontano adesso diventa vicino. Dunque, c’è una nuova visibilità
dell’universalità della Chiesa. Ma c’è anche una visibilità della
famiglia umana universale. Oggi, in una città abbiamo rappresentato il
mondo intero.
D. - Secondo lei, è moralmente
giustificabile che Paesi sviluppati, tra cui l’Italia ma anche gli Stati
Uniti, adottino misure restrittive per contrastare l’emigrazione,
fermare o rimpatriare chi per disperazione ha dovuto abbandonare la
propria terra?
R. - Io credo che la Chiesa
presenti dei principi. Il principio fondamentale è che le persone non
debbano emigrare per sfuggire alla fame e al sottosviluppo. Il secondo
principio è che c'è una libertà di migrare e questa libertà bisogna che
sia tenuta in considerazione. Terzo punto: è vero anche che gli Stati
hanno il diritto di regolare i flussi migratori, tenendo conto del bene
comune del Paese in cui questi emigrati vanno. Però - io aggiungo sempre
- questo bene comune di un Paese deve essere inserito in un contesto del
bene comune universale. Oggi si pone una questione molto grave perché le
situazioni in cui ci troviamo attualmente lasciano a desiderare per
quanto riguarda una visione del bene comune universale.
D. - Anche perchè c’è il rischio poi
che la necessità di garantire la sicurezza indebolisca quelle iniziative
orientate verso l’accoglienza, come se l’accoglienza fosse secondaria
rispetto alla sicurezza...
R. - Credo che sia il ministero
difficile della Chiesa valutare l’equilibrio tra accoglienza e
sicurezza: se c’è una tendenza esagerata verso la sicurezza, la Chiesa
deve ricordare l'importanza dell'accoglienza. E viceversa, se questa
tendenza è esageratamente spostata verso l’accoglienza, si deve
sollecitare una maggiore attenzione alla sicurezza dei cittadini.
INTERVISTA
DELL’ARCIVESCOVO AGOSTINO MARCHETTO SU TRISTI FATTI DI VIOLENZA*
Apprendo con grande pena la notizia di un altro pestaggio di uno
straniero che per me è fratello. E cresce nel mienismo la preoccupazione
per il ripetersi di questi episodi di violenza verso chi è legato al
mondo dei migranti, verso i quali la Chiesa ha una sollecitudine
particolare, una pastorale specifica, istituzionalizzata più di 50 anni
fa da Pio XII con la Costituzione Apostolica “Exsul Famiglia”. Fu
un’intenzione profetica che trova realizzazione dilatata a causa della
globalizzazione. Questi episodi ci devono far riflettere, oltre che
invitarci nel nostro piccolo o grande impegno, a vincere il male con il
bene, come non si stancò mai di ripetere Giovanni Paolo II, a cui fa
spesso eco anche Papa Benedetto.
A proposito di Papa Wojtyla, ricordo che il suo Messaggio per la
Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2003 era proprio un
invito accorato a vincere la xenofobia, il razzismo e il nazionalismo
esacerbato.
Pure soltanto qualche domenica fa all’Angelus Papa Benedetto
affrontava la questione del razzismo. Sono inviti che vorrebbero
giungere al cuore di ciascuno. La violenza, il disprezzo verso chi è
diverso da noi, ma sta presso di noi non è conforme alla natura umana
che tutti ci accomuna, non è in linea con la dignità di ogni uomo e
donna, e certamente non è cristiana.
Tutti dunque, ciascuno nel suo campo, suo piccolo o grande mondo
dobbiamo perciò seminare fratellanza e rispetto nella legalità.
Certo che anche il linguaggio oggi è così contundente spesso
offensivo nei confronti degli altri; l’uso delle parole è così sboccato,
le ingiurie sono così frequenti che molti sono naturalmente portati
all’azione brutta, cattiva. Non offendiamo, non feriamo, non uccidiamo,
rispettiamoci, invece, gli uni gli altri. Risvegliamo perciò le
coscienze, impegniamoci nelle scuole, sui mezzi di comunicazione sociale
nell’arena politica e nei vari ambienti a sostenere la dignità di
ciascuno. E anche le Chiese, le comunità delle varie religioni apportino
il loro contributo per spegnere ogni focolare di xenofobia e razzismo.
Intervista di radio vaticana
ALL’ARCIVESCOVO Agostino
Marchetto:
risolvere l'emergenza di milioni
di immigrati senza documenti e senza diritti
(24 novembre 2008)
Di fronte agli oltre 200 milioni di migranti, sfollati e rifugiati,
la Santa Sede esorta ad instaurare una cultura della solidarietà che
rispetti i bisogni materiali e spirituali e, soprattutto, la dignità
umana di queste persone. Un’esortazione, questa, ribadita durante il
seminario sulle migrazioni, promosso a Liverpool dal Consiglio delle
Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee) e dal Congresso delle Conferenze
Episcopali di Africa e Madagascar (Secam). L’incontro, conclusosi ieri,
è stato organizzato nell’ambito di una serie di incontri volti a
“promuovere la collaborazione tra le Chiese dei due Continenti”. Si
tratta di una cooperazione importante, come spiega al microfono di Linda
Bordoni, del programma inglese della nostra emittente, l’arcivescovo
Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale
per i Migranti e gli Itineranti.
R. – È una grazia che si sia cominciato un dialogo tra questi
due Continenti, anche per quanto riguarda la Chiesa. Questo è un segno
della collegialità episcopale, intesa in senso largo, naturalmente, su
due punti fondamentali: comunione e solidarietà. Questi certamente sono
il nostro pane quotidiano: la Chiesa come comunione e la Chiesa con
questa solidarietà. Naturalmente, il fatto che si sia deciso di mettere
a fuoco questo tema della mobilità umana è anche un conforto ed una
consolazione per noi del Pontificio Consiglio della Pastorale dei
Migranti, che siamo impegnati in questo campo vivamente.
D. – Come interpretare oggi il fenomeno della mobilità umana?
R. – La mobilità umana è uno dei segni dei tempi e la Chiesa
vuole avere una pastorale specifica per queste persone che sono in
movimento. Credo che questa sia la grande intuizione di Pio XII nel
documento ‘Exsul familia’, che raccoglie tutto quello che era stato già
fatto nei primi 50 anni del secolo scorso.
D. – Una grande emergenza è quella delle persone senza documenti e,
quindi, senza diritti. Emergenza da risolvere...
R. – Sì, pensiamo agli apatridi, per esempio: sono più di cinque
milioni nel mondo e ci sono tanti bambini. Questo significa non aver
nessun diritto, praticamente. Significa non poter – in fondo – andare a
scuola. Vuol dire non avere assistenza medica oltre ad altre varie
conseguenze.
D. - Parlando come segretario del Pontificio Consiglio della
Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, si può incidere, oltre che
con iniziative pastorali, anche nelle decisioni politiche di singoli
Stati?
R. – Io credo che le mie dichiarazioni negli ultimi tempi
certamente abbiano seguito linee pastorali. Però avevano un desiderio –
umilmente – di incidere in quelle che sono le politiche degli Stati,
addirittura dell’Unione Europea. Quindi credo che si dimostri che la
nostra preoccupazione certamente è pastorale. Ma è bene inserita nella
pasta del quotidiano svolgersi della vita di questi nostri fratelli e di
queste nostre sorelle in particolare necessità.
D. – In un mondo dilaniato da profonde sofferenze si può aver fiducia
nel futuro?
R. – Se noi cristiani non abbiamo fiducia e speranza, chi potrà
avere fiducia e speranza? Quindi io ho fiducia e ho speranza perché
credo che, con tutte le cattiverie che noi uomini abbiamo, c’è anche
questa impronta di Dio che è nell’animo di ciascun uomo nonostante i
limiti e, a volte, le visioni e le mancanze di visione per quanto
riguarda questo strutturale fenomeno della migrazione. Alcuni non devono
farsi illusione del fatto che possa essere un fenomeno transitorio.
Quindi anche noi dobbiamo considerare che questo tema – non dico
“problema” – sarà con noi: dico “tema” e non “problema” perché già
Giovanni Paolo II, ma ancora il Santo Padre Benedetto XVI, ha detto che
non bisogna vedere solamente come un problema le migrazioni. Si deve
vedere tale fenomeno anche come un dono con tutti gli aspetti positivi
che questo può portare, vincendo naturalmente tutte le difficoltà.
INTERVISTA
DELL’ARCIVESCOVO AGOSTINO MARCHETTO CON LA RIVISTA “VIDA NUEVA”
Come si
può evitare la mancanza di rispetto ai diritti dei migranti?
Il rispetto per gli altri, specialmente se stranieri,
dipende soprattutto dalla convinzione che abbiamo circa la loro dignità.
Può essere una ragione laica e penso a quella
fraternità, uguaglianza e libertà proclamata e spesso non realizzata
dalla rivoluzione francese o alla sua versione liberale, ma non
ideologicamente intesa come in Europa, statunitense. Si è poi arrivati,
passando di tragedia in tragedia, nel secolo scorso, alla dichiarazione
dei diritti dell'uomo. Almeno i principi di riferimento ci sono, sul cui
"consensus", ebbe certamente influsso il dramma dell'ultima grande
guerra. Ora, credo, sarebbe difficile conseguire un tale accordo. Sto
parlando dal punto di vista laico, ma non dimentico quanto su di esso
ebbe a influire l'"humus" cristiano, l'umanesimo integrale cristiano.
In ogni caso, per chi è credente, non c'è dubbio che
la motivazione per il rispetto cresce, se si pensa che tutti siamo fatti
a immagine e somiglianza di Dio, se crediamo che l'altro è mio fratello/sorella
nella fede, che Gesù Cristo alla sera della nostra vita ci giudicherà
sulla carità (dar da mangiare, da bere, vestire gli ignudi, accogliere
gli altri). Ciò va oltre il rispetto perchè giunge all'amore del
prossimo, dello straniero. In lui è presente Cristo.
Qual’è la sua diagnosi sulla situazione dei
migranti in Europa?
Con il recente Patto fra gli Stati membri della UE,
vi è un retrocedere di quella che chiamerei la "questione migratoria".
C'è cioè una criminalizzazione del migrante irregolare (così io lo
chiamo, e non clandestino illegale), si è approvata la famosa opzione
per una migrazione "scelta", che cristiana non è, risulta evidente un
ribasso nell'applicazione delle norme internazionali circa i rifugiati
(pensiamo al respingimento, "refoulement", causato dal FRONTEX), sono
evidenti le difficoltà per la riunione delle famiglie di migranti e
rifugiati (e si pensi invece all'attenzione cattolica a esse).
Ricordo altresì la preferenza per la migrazione
circolare (e le difficoltà che vi sono legate per l'integrazione), ecc., ecc.
Fortunatamente qualche buona notizia, nei giorni
passati, ci è venuta da Bruxelles, durante l'ultima riunione del
Parlamento europeo, pur se in relazione alla proposta di Direttiva del
Consiglio relativa agli immigrati altamente qualificati. Si fa cioè
attenzione al ricongiungimento familiare, in tali circostanze, e al
pericolo dell'esodo dei cervelli (brain drain) nel settore sanitario e
dell'istruzione. Vi si afferma il principio di parità di trattamento dei
migranti regolari con i cittadini europei, riconoscendo loro una
piattaforma di diritti socioeconomici. Si deve tuttavia notare che il
testo non copre i lavoratori stagionali, che saranno obiettivo di una
direttiva specifica nel marzo 2009. Inoltre i deputati non hanno
adottato un emendamento che avrebbe permesso agli Stati membri di
esigere dal migrante la prova di una conoscenza adeguata della lingua
per concedere accesso all'istruzione o alla formazione.
I deputati infine hanno invitato gli Stati membri a
ratificare la Convenzione delle Nazioni Unite sulla tutela dei diritti
dei lavoratori migranti e dei loro familiari.
Concludo peraltro con un giudizio abbastanza negativo
sulla situazione in genere dei migranti in Europa, specialmente se penso
agli irregolari, che sono milioni e che in qualche paese si giunge a
chiedere ai medici di denunciare tale irregolarità.
Cosa è più difficile per integrarsi in un nuovo
paese: avere una cultura o una religione diversa?
Prima di risponderLe affermo che integrazione non significa
assimilazione. Voglio dire che a chiedere all'immigrato - come si è
scritto nell' "Istruzione" Erga migrantes caritas Christi del
nostro Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli
itineranti - di giungere ad amare il Paese di accoglienza fino a
difenderlo, oltre a rispettare la sua identità propria, culturale e
religiosa, non si ritiene che l'immigrato debba perdere la propria
identità culturale e religiosa.
Come vede metto insieme cultura e religione, poiché quest'ultima è anche
un elemento culturale.
Qui vi è necessità del dialogo interculturale e anche
interreligioso. L'integrazione non riguarda, cioè, solo una parte di chi
dialoga e inoltre mi oriento non in direzione del multiculturalismo che
in fondo porta a crescite separate, al ghetto o all'apartheid culturale.
Quando dico questo sono pur cosciente delle difficoltà dell'integrazione,
ma al tempo stesso, essa è la grande propedeutica per il convivere
mondiale, per la realizzazione della pace tra i popoli che devono
formare una sola famiglia, quella dell'intera umanità.
La nostra citata Istruzione confermata da Papa
Benedetto, attesta che le migrazioni non sono solo un problema ma un
segno dei tempi, un'occasione di nuova umanità poiché ci porta vicino
coloro che stavano lontano e ce li fa conoscere nell'aiuto che ci danno,
mentre noi aiutiamo loro. Lavorare insieme, essere nelle case come
badanti, è una grande occasione di pace.
Cosa può fare la Chiesa per aiutare alla
integrazione dei migranti?
La Chiesa, questa magnifica Chiesa impegnata a favore
dei migranti (pensiamo alla Exsul familia di Pio XII, per esempio,
e al movimento pastorale che ha confermato e creato in aspetti nuovi), è
fattore di integrazione. Mi riferisco al ruolo che essa ha
nell'accoglienza come prima assistenza, per esempio con le Caritas e le altre generose ed efficaci Organizzazioni di carità, e poi
nell'accoglienza successiva accompagnando il migrante con la cultura
dell'accoglienza, come diceva Giovanni Paolo II.
In questo contesto, possiamo vedere la funzione della
pastorale, di quella specifica della mobilità umana. Per la prima volta,
nei relativi documenti ecclesiali, la nostra Istruzione "La carità di
Cristo verso i migranti, ne fa una categorizzazione dando orientamenti
per la pastorale di ciascun gruppo, voglio dire cattolici di rito
latino, delle Chiese orientali cattoliche, cristiani di altre Chiese e
Comunità ecclesiali, credenti di diverse religioni, con attenzione "nominatim"
ai musulmani.
"Pastorale anche con essi?", mi chiederà. Sì, perchè la Pastorale di
cui parliamo non è intesa in senso stretto ed è considerata verso di
loro, per esempio, come un aiuto rispettoso a che conservino l'apertura
al Trascendente in una società, la nostra, sempre più secolarizzata e
senza Dio. La preghiera è espressione di questa apertura. In tale prospettiva si può capire il mio appello, in Italia, affinché non si
accetti la proposta (di un Partito) di una moratoria nella costruzione
di moschee. La libertà di culto va rispettata, anche se i nostri
fratelli musulmani nelle loro costruzioni devono considerare l'ambiente
(e la popolazione) in cui si integrano. E qui vale l'umiltà anche per
essi, come per noi in terra d' Islam.
Secondo Sua Eccellenza, perchè l’Europa è sempre più aggressiva con i
migranti?
Credo sia anzitutto questione di numeri, di percentuale di presenza non autoctona in un certo territorio. Più gli
immigrati crescono, più le persone possono avere l'impressione di una
certa invasione, quasi di un soffocamento, di restare con meno libertà,
di essere meno "padroni" in casa propria. E poi è questione di
concorrenza per il lavoro, per la casa, ecc.
Vi sono inoltre Partiti politici che specialmente per
calcoli elettorali, cavalcano questi sentimenti e paure. Anche l'aumento
dell'irregolarità è fattore di preoccupazione per possibili violenze e
mancanza di sicurezza. Da considerare altresì è l'esistenza di flussi
migratori misti (di migranti economici e richiedenti asilo), del
traffico di esseri umani (le nuove schiavitù) in crescita, ecc. ecc.
Aumenta di conseguenza la xenofobia, forse anche il razzismo o il
nazionalismo esacerbato. Dunque si vede che l'aggressività, come Lei
dice, ha una base molto vasta.
La famiglia è uno dei pilastri della integrazione.
Come gli Stati devono agire con le famiglie?
Lei ha ragione: la famiglia è uno dei pilastri
dell'integrazione e di una convivenza più facilmente pacifica,
aggiungerei.
Per questo non capisco perchè, puntando tutti
piuttosto sulla sicurezza, nel binomio inscindibile sicurezza-accoglienza,
si faccia poi una politica che non facilita, anzi ostacola, il
ricongiungimento familiare.
E' uno dei punti, poi, in cui la Chiesa cattolica è più sensibile. Le
famiglie separate, divise dalla migrazione, più facilmente si rompono,
si sciolgono e tutti comprendiamo cosa questo significhi per i
componenti della famiglia, specialmente i figlioli.
E' comunque importante che la Convenzione, a cui
sopra facevo menzione, si riferisca a tutti i lavoratori migranti e ai
membri delle loro famiglie.
I giovani sono anche un altro di questi pilastri. Come si può
lavorare con loro per aiutare alla integrazione?
I giovani costituiscono un'opzione pastorale
prioritaria e la priorità vale non solo per la Chiesa. Pure lo Stato dovrà a essi dedicare attenta cura: sono la nostra speranza, anche per
quanto riguarda l'integrazione. Ho affrontato recentemente questo tema
in due conferenze pronunciate a Bruxelles, il 14 ottobre scorso, dal
titolo "L'integrazione dei giovani con radici migratorie: motivazioni
cristiane e contributo delle Chiese" e "Integrazione degli adoloscenti
con radici migratorie nella società europea". Secondo stime ufficiali,
un terzo dei migranti su scala mondiale ha un'età media compresa tra i
15 e i 25 anni. A essi si aggiungono ragazzi e ragazze, figli di
emigrati di prima generazione, nati in contesto migratorio. Dunque è un
mondo giovanile di vaste proporzioni che affronta le sfide
dell'integrazione, con problematiche particolari, specifiche e necessità
di interventi, anch'essi tipici e determinati, dove c'è spazio pure per
il contributo delle Chiese motivato da valori cristiani.
Per lavorare con i giovani, diciamo di seconda
generazione appartenenti a minoranze etniche, si dovrà innanzitutto
tener presente che si tratta di un gruppo soggetto a un forte rischio di
doppia appartenenza e marginalizzazione, sia in quanto giovani che si
trovano a sperimentare, al pari dei loro coetanei autoctoni, i problemi
e le difficoltà legate allo studio e al primo accesso al mondo del
lavoro, sia in quanto membri di minoranze più o meno escluse o
stigmatizzate.
A questo punto direi che oltre alle risposte spirituali, le istituzioni
religiose hanno solitamente fornito ai migranti anche aiuti materiali e
poi risorse sociali, fungendo da catalizzatori e, non di rado, da
promotori di reti di relazioni basate sulla duplice appartenenza
confessionale ed etnica.
Il ruolo della Chiesa è stato perciò, ed è tuttora
rilevante, su un duplice versante: quello della salvaguardia
dell'identità culturale e quello dell'integrazione nel nuovo contesto.
Anziché opporsi - come si potrebbe pensare di primo acchito - i due
aspetti si intrecciano: molti giovani immigrati di fatto diventano
cittadini di una nuova patria in cui hanno scelto di riporre le
speranze di una vita migliore, proprio grazie alle risorse che
l'adesione religiosa ha dato loro.
In effetti, in diversi Paesi, le seconde generazioni hanno dato vita a
numerose associazioni impegnate non solo in ambito strettamente
religioso ma anche in campo sociale, politico ed educativo, occupandosi
di famiglie in difficoltà, gestendo librerie, giornali e case editrici,
proponendo attività sportive e animando il tempo libero. Così si
costruiscono ponti di intesa, di scambio e reciproco arricchimento.
Qui debbo fermarmi poiché la mia risposta è già abbastanza lunga,
ribadendo comunque l'impegno di formazione scolastica, professionale e
lavorativo.
Sua Eccellenza parla di “nuovi modelli”
d’integrazione. Può spiegare cosa sono questi modelli?
Dico anzitutto che non si dovrà pensare al modello
dell'assimilazione o a quello del multiculturalismo.
Mi spiego, ricordando un passo del mio discorso a
Bruxelles sopra citato, a proposito degli adolescenti con radici
migratorie e, ricordo, che qualcuno attesta che c'è un eterno
adolescente in ciascuno di noi.
Dissi: "Una saggia politica modula i suoi interventi sull'accoglienza
dell'adolescenza così com'è. L'adolescente è venuto in Europa, in molti
casi, come membro della sua famiglia”.
Scuola e associazioni giovanili dovranno favorire la
sua maturazione umana nella salvaguardia della sua cultura di origine.
Sarà un buon cittadino europeo - ecco il modello - quando, e nella
misura in cui, sarà stato favorito lo sviluppo della sua personalità. Si
dovrà comunque sostenere la sua partecipazione alla scuola di tutti,
scuola per tutti, scuola di valutazione delle risorse personali, con
misericordia.
Uno dei grandi padri dell'utopia pedagogica, Jean - Jacques Rousseau,
nel suo "Discorso sull'origine dell'ineguaglianza" già individuava
nell'ignoranza delle culture una delle ragioni di possibili conflitti: "Tutta
la terra è coperta di Nazioni di cui non conosciamo che il nome e noi
pretendiamo di giudicare il genere umano". Forse oggi conosciamo di più,
grazie anche all'emigrazione, ma l'affermazione rimane vera e da ciò
anche le nostre paure, le paure dell'immigrazione.
C. Levi Strauss, commentando Rousseau, richiama il concetto di libertà,
sottraendolo all'astrattismo ed enumerandone i contenuti concreti: la
libertà è fatta di equilibri tra piccole appartenenze, solidarietà
minute. Vogliamo noi entrare in queste realtà così delicate come
elefanti in una cristalleria? Certo, la politica europea dovrà rendersi
appetibile e sostenibile da parte degli immigrati. Una politica per la
famiglia immigrata, e per gli adolescenti che vivono in essa, dovrà più
offrire che chiedere.
L'adolescente costerà allo Stato. Ma se lo
consideriamo una risorsa, dovrà essere valorizzato nel suo essere, nella
sua cultura, ricordando noi che la risorsa dell'adolescente non sta
immediatamente nell'economia o nel suo contributo lavorativo.
In questa prospettiva la Chiesa non rivendica il
posto tenuto dallo Stato, essa non vuole sostituirlo e quindi una sana
collaborazione fra la Comunità politica e la Chiesa è possibile, non è
infringimento della giusta laicità, ed è un servizio reso all'uomo,
anche alla gioventù, alla "generazione della sofferenza" com' è chiamata
la seconda generazione di immigrati.
Essa è quasi "straniera a casa propria" (si lamenta
più d'uno), da non considerarsi "immigrato a vita", aggiunge qualche
altro, o "generazione sospesa", magari con sola "identità di reazione".
Non tutto deve rimanere molto complicato per i figli di immigrati in
Europa ! Per questo fine dobbiamo unire i nostri sforzi.
È l’universalitá della Chiesa un modello per l’integrazione?
La Chiesa cattolica, anche per chi non crede, è
Istituzione locale e al tempo stesso universale.
Per il fedele vi è una Chiesa particolare di cui egli
è membro, mentre anche è inserito nella Chiesa universale (vedasi la
famosa espressione conciliare "in quibus" e "ex quibus" nella relazione
Chiese particolari e Chiesa universale).
Orbene, grazie alla profetica intuizione di Papa Pio
XII (nella Costituzione "Exsul Familia"), l'immigrato diventa membro
della Chiesa di accoglienza, di cui è responsabile il vescovo. Ma è
previsto un processo di integrazione con la messa in opera di una
pastorale specifica della mobilità umana. La Chiesa d'origine dovrebbe
perciò aiutare in questo processo di integrazione nella Chiesa locale,
durante la prima e seconda generazione di immigrati, con la presenza di
agenti pastorali della stessa lingua, cultura e, direi, religiosità
popolare dell'immigrato. Essi dovrebbero essere un ponte anche fra
l'immigrato e la società di accoglienza, oltre che con la Chiesa locale.
È in fondo una presenza della Chiesa universale nella territorialità,
espressa dalla Chiesa di provenienza, un aiuto anche alla località a
essere e sentirsi più cattolica, più universale, in festa di Popoli.
Il modello, se vogliamo vedere tutto questo alla luce della Sua domanda,
è quello della progressione, della gradualità nel processo di
integrazione, che è cammino, credo, anche per lo Stato.
Sulla Giornata mondiale dei
rifugiati la riflessione dell'Arcivescovo Agostino Marchetto
intervistato da
Radio Vaticana*
Oltre alla celebrazione della Giornata mondiale del migrante e del
rifugiato nella Chiesa cattolica, il prossimo anno, il 18 gennaio, vi è
anche quella della famiglia delle Nazioni Unite che si occupa dei
rifugiati, il 20 giugno. Noi pure in questa data ci uniamo al ricordo
dei rifugiati, dei richiedenti asilo, dei profughi, di chi è oggetto o
soggetto del traffico degli esseri umani, un fenomeno di schiavitù
moderna, purtroppo, in grande espansione. Le ultime cifre, fornite dalle
Nazioni Unite a questo riguardo sono preoccupanti. In effetti, in soli
due anni, parlando di rifugiati, sotto l’ala protettrice dell’Alto
Commissariato, il numero è passato da 9,9 a 11,4 milioni. Quello degli
sfollati, poi, raggiunge i 26 milioni, di cui la metà è in Africa. A
questo proposito, è recente il nostro primo Congresso di delegati di
Conferenze episcopali di quel continente, che si occupano della
pastorale dei migranti, che ha pubblicato il cosiddetto appello di
Nairobi, che è un toccante messaggio di invito, specialmente all’Europa,
a globalizzare la solidarietà, e la prima espressione della solidarietà
con i rifugiati è la protezione. Che questo sia il tema di riflessione
affidato quest’anno alla nostra considerazione dalle Nazioni Unite è
significativo, mi pare, poiché ci richiama il bisogno fondamentale di
chi è perseguitato. La prima radice della legislazione internazionale,
seppur ben rodata, è oggi messa in crisi da sue interpretazioni a
ribasso. Chiedevo recentemente ai rappresentanti d’Europa un supplemento
di anima, un colpo di reni, per un non scendere ai livelli di protezione
non più compatibili con il suo umanesimo, con il suo essere
portabandiera nel mondo di un umanesimo che alla fine per noi è
evangelico. Proteggere è un atto dovuto a chi è perseguitato e ha il
diritto di essere protetto. Assumiamolo anche oggi, pure in epoca non
facile di flussi migratori misti.
INTERVIEW
DE MGR AGOSTINO MARCHETTO
À «La Croix*» (France)
Celui qui, est chargé à Rome, de suivre le
dossier des migrations souligne les dangers du projet de
directive européenne
L’Église catholique est-elle au fond
hostile à la volonté européenne de réguler les flux migratoires?
Mgr Agostino Marchetto: Vous connaissez la
complexité des mots «Église catholique»! Le Conseil pontifical
«pour la pastorale des migrants et des personnes en déplacement»
s’occupe de la pastorale de la mobilité humaine et, pour éviter
toute confusion, je réponds ici à titre personnel. Je ne pense
pas que nous soyons hostiles à la volonté européenne de réguler
les flux migratoires, mais pas au prix d’une orientation à la
baisse sur la question des droits de l’homme. Nous avons une
attention particulière pour les réfugiés, les demandeurs
d’asile, les mineurs, les regroupements familiaux, l’assistance
religieuse dans les «camps»…
Qu’est-ce qui vous apparaît non négociable
dans ces directives?
Je
respecte profondément la responsabilité terrible des politiques
dans leur choix difficile de combiner accueil et sécurité, ou,
par exemple, la grandeur de l’esprit humanitaire et de
compassion avec un réalisme talonné par l’opinion publique…
Je considère favorablement l’engagement du
Parlement et du Conseil européens d’améliorer le texte de la
directive sur la question des mineurs, de la réduction des
périodes de détention, de la réduction du bannissement de cinq
ans et pour une aide juridique gratuite obligatoire pour les
immigrés irréguliers et pour l’attention aux réfugiés…
Je maintiens toutefois l’avis que j’ai déjà
exprimé sur Radio Vatican, où je partage l’opinion de la
minorité, à Bruxelles, à savoir que les citoyens des pays tiers,
tout comme les citoyens communautaires, ne devraient pas être
privés de la liberté personnelle, ou sujets de peines de
détention, à cause d’infractions de type administratif. Je
rappelle aussi que nous parlons de «migrants irréguliers» et non
de «clandestins».
Comment les Églises d’Afrique des pays
sources d’immigration réagissent-elles à ces directives?
Nous
venons de conclure, à Nairobi, le premier congrès des délégués
des conférences épiscopales d’Afrique chargés de la pastorale
des migrants, réfugiés, exilés et sujets au trafic d’êtres
humains. Je me réfère donc aux conclusions et aux
recommandations de «l’appel de Nairobi» (voir le texte).
Est-ce que cette évolution européenne vous
surprend?
Non,
parce qu’il y a depuis quelque temps un nivellement par le bas
de la tendance commune. Je comprends que les flux migratoires
actuels créent de plus grandes difficultés, mais je note avec
beaucoup de tristesse un affaiblissement des valeurs qui, après
la Seconde Guerre mondiale, avaient conduit à la rédaction de la
Charte des droits authentiques de l’homme.
Un supplément d’âme est donc nécessaire, y
compris pour l’Union européenne. Un coup de rein pour dépasser
la limite sous laquelle il n’y a plus d’humanisme…
Si l’on ne réussit pas, se confirmerait notre
préoccupation pour l’avenir: si l’Europe perd son rôle de
porte-drapeau des droits humains authentique, avec des
applications à l’intérieur même de l’Europe, qu’est-ce qui lui
restera dans le contexte des grandes puissances existantes ou
émergentes? Le produit intérieur brut pourra-t-il suffire? Nous
ne devons à aucun prix criminaliser les migrants pour le seul
fait qu’ils sont des migrants.
recueilli par Jean-Marie GUENOIS
L'appel de Nairobi
Du 2 au 5
juin 2008 s'est tenu à Nairobi (Kenya) le premier congrès des
conférences épiscopales africaines, qui s'est conclu par
«l'appel de Nairobi». En voici les principaux extraits :
«Au vu des
énormes souffrances que comporte le drame de la migration,
l’Église Famille de Dieu doit redoubler d’efforts et
d’“imagination de la charité” dans le domaine de la pastorale
spécifique de la mobilité humaine. Chaque Église particulière se
doit de faire sienne cette préoccupation.
Nous nous
tournons vers les dirigeants politiques et les décideurs
économiques, tant nationaux qu’internationaux. Nous leur
demandons de veiller constamment au bien commun national et
universel, ainsi qu’à la justice sociale. N’est-ce pas
l’existence des peuples qui leur confère à eux-mêmes leur raison
d’être?
C’est pourquoi
il est indispensable qu’ils recherchent les meilleures voies de
stabilisation des relations socio-économiques des nations, pour
ainsi permettre à chaque personne humaine de se réaliser dans
son propre pays, sans être contrainte à la migration. Mais
puisque pour toute personne il existe un droit à l’émigration,
sous certaines conditions, nous demandons qu’un accueil humain
soit assuré à chacun.
Nous en appelons
avec confiance à la communauté internationale. Elle se doit en
toute urgence d’apporter son aide pour l’amélioration, dans les
meilleurs délais, des conditions de vie économique qui
aujourd’hui poussent des millions de gens à se mettre en route,
en quête du bien-être.»
Vatican
Radio One-O-Five Live
Intervista con
l’Arcivescovo Agostino Marchetto Segretario del Pontificio
Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti*
D. Quanto si è sviluppata negli ultimi anni la pastorale
dei migranti, dei rifugiati e degli sfollati in Asia?
R. Sollecitudine, cura e servizio ai migranti,
rifugiati e profughi interni sono stati particolarmente nel
cuore della Chiesa in Asia fin dagli anni 80 e anche prima in
alcuni paesi. Ad esempio, già nel 1955, il Comitato
sull’Emigrazione della Chiesa nelle Filippine ha espresso la
propria preoccupazione ai Vescovi, in merito alla situazione dei
loro cittadini che vivevano in USA, Hawaii e Guam.
Verso la fine degli anni 70, ci fu il fenomeno dei “boat
people”, che fuggivano dal Vietnam e di altri rifugiati che
lasciavano il Laos e la Kampuchea. Furono accolti, per la
maggior parte, dalla Tailandia e da altri paesi asiatici
viciniori. I Vescovi asiatici fecero un appello a favore dei
rifugiati durante la loro III Assemblea Plenaria, tenuta proprio
a Bangkok, nel mese di ottobre del 1982.
Sempre in quell’anno, l’Istituto per l’Apostolato Missionario
della III Assemblea dei Vescovi asiatici fece pure un appello
per la cura missionaria degli emigrati per motivi economici. In
seguito, nel 1993, l’Ufficio per lo Sviluppo Umano della FABC
organizzò un simposio sui lavoratori migranti delle Filippine in
Asia, mentre nel gennaio del 1995 la VI Assemblea Plenaria della
FABC dichiarava doversi dare un’attenzione speciale ai rifugiati
fuggiti per motivi politici ed ecologici, e ai lavoratori
migranti. Nel 1998, il I Sinodo dei Vescovi per l’Asia
identificò in modo particolare migranti e rifugiati quali
beneficiari della missione della Chiesa.
Quindi, nel gennaio 2000, la successiva Assemblea Plenaria
della FABC dedicò un intero “workshop” all’approfondimento
dell’amore e del servizio dei migranti, rifugiati e profughi
interni, mentre l’VIII Plenaria, tenuta a Daejong, Corea, nel
2004, espresse la propria preoccupazione per le famiglie dei
migranti e rifugiati. Essa si è rinnovata l’anno scorso in una
Conferenza organizzata dall’Ufficio dello Sviluppo Umano della
FABC a cui partecipai io stesso.
Dietro tali dichiarazioni vi è il costante sforzo di
cappellani ed operatori pastorali che lavorano tra migranti,
rifugiati e profughi allo scopo di rispondere ai loro bisogni
spirituali e materiali, e anche di operare per la loro
promozione umana. Vi è anche una stretta collaborazione tra le
Chiese asiatiche di origine e di destinazione, altresì non in
Asia, per assicurare a queste persone protezione e sostegno, ma
pure per aiutarle a raggiungere la possibilità di essere
protagonisti di evangelizzazione.
D. Quali sono oggi gli aspetti problematici di questa
pastorale per la Federazione delle Conferenze episcopali
asiatiche?
R. Questa area pastorale si trova a dover affrontare
molte sfide. Vorrei menzionarne alcune.
Prima di tutto bisogna salvaguardare la dignità umana di
migranti, rifugiati e profughi interni e far rispettare i loro
diritti umani e lavorativi. Ciò include la previdenza sociale e
l’assistenza medica per i lavoratori migranti, l’opportunità di
impegnarsi in attività economiche proficue, al fine di offrire
ai richiedenti asilo, rifugiati e anche profughi la possibilità
di essere autosufficienti.
La questione della migrazione irregolare è pure legata a
questo contesto. Quando ci sono flussi misti di rifugiati che
sono effettivamente, per definizione, perseguitati e di persone
che vi si aggiungono per altri motivi, generalmente meno
drammatici, come possiamo determinare chi ha il diritto ad
un’assistenza specifica? Quando le persone che abitano in
campagna si spostano in città, anche oltre confine, spesso c’è
di mezzo pure una migrazione senza documenti. Questa tendenza
verso la città cresce sempre di più e sta portando ad
un’urbanizzazione incontrollata, con i problemi che essa trae
con sé.
Poi, vi è la femminizzazione della migrazione. Le donne
stanno diventando sempre più migranti indipendenti e la
principale fonte di guadagno delle proprie famiglie. In alcuni
paesi asiatici, vi sono più donne che uomini migranti. Questo
spesso significa che devono lasciare i propri figli e/o mariti
nel luogo di origine. Le donne migranti sono più vulnerabili
degli uomini nei paesi di accoglienza, soprattutto in quelli in
cui i diritti delle donne non sono culturalmente riconosciuti.
La migrazione sia di uomini che di donne può facilmente avere
come conseguenza famiglie fragili, infedeltà coniugali e
dissoluzione di matrimoni.
L’integrazione – non l’assimilazione – è un’altra questione
importante. Come possono essere aiutati i migranti, rifugiati e
profughi interni ad integrarsi nei paesi di destino, nelle
Chiese di accoglienza, in modo tale che possano dare il proprio
contributo positivo alla società e alla Chiesa?
Potrei andare ancora avanti nel discorso, ma qui mi fermo.
D. Quale impulso vi attendete dunque dall’incontro di
Bangkok?
R. In primo luogo, speriamo di rendere consapevoli i
migranti, rifugiati e profughi interni del fatto che hanno una
dignità umana che nessuno può loro togliere, indipendentemente
dal loro status economico o legale. Quindi i loro diritti umani,
che includono quelli sociali, lavorativi ed economici, devono
essere riconosciuti e salvaguardati. Speriamo di far capire
sempre più ciò a tutti.
Questo significa incoraggiare i governi a ratificare, mettere
in atto e addirittura creare ulteriori leggi nazionali che siano
in conformità con la legislazione internazionale e le
convenzioni che proteggono i migranti, i rifugiati e le loro
famiglie. Bisognerà anche lavorare per la protezione dei
profughi interni, che non hanno lasciato cioè il proprio paese.
Speriamo che l’incontro di Bangkok faccia capire a tutti gli
attori coinvolti che migranti, rifugiati e profughi interni non
devono essere considerati come entità separata dalle proprie
famiglie.
Come afferma la nostra Istruzione Erga migrantes caritas
Christi, la responsabilità per la cura di queste persone
vulnerabili ricade sulla Chiesa locale di accoglienza. Quelle in
Asia sono piuttosto attente a questo, ma speriamo che l’incontro
di Bangkok sensibilizzi ancora di più i fedeli delle comunità
ecclesiali. Ci auguriamo, altresì, che la collaborazione tra
Chiese di origine e di destinazione, che già esiste, cresca e si
sviluppi ulteriormente.
Speriamo soprattutto che da questo incontro nasca o si
confermi la convinzione che in ogni migrante, rifugiato e
profugo interno è presente Gesù Cristo. In ogni caso il
Congresso sarà eminentemente pastorale.
Rilasciata in vista del Congresso Asiatico per la
Pastorale dei Migranti e dei Rifugiati sul tema “Per
una migliore Pastorale per i Migranti e Rifugiati in
Asia all’Alba del Terzo Millennio”, Bangkok,
Thailandia, 5-8 Novembre 2008.
*******************************************
Vatican Radio
One-O-Five Live
Interview avec
l’Archevêque
Agostino Marchetto
Secrétaire du Conseil Pontifical pour la Pastorale des Migrants et des
Personnes en Déplacement*
Q. Dans quelle mesure s’est développée la
Pastorale des Migrants et des Personnes en Déplacement en Asie au fil
des dernières années?
R. Intérêt, souci, et
service aux migrants, réfugiés et PDI ont toujours été tenus à cœur par
l’Église d'Asie à partir des années 1980, et même auparavant par
certains pays en particulier. Par exemple, déjà en 1955, le Comité sur
l’Émigration de l’Église des Philippines a exprimé sa préoccupation aux
Évêques philippins au sujet de la situation des Philippins aux
États-Unis, Hawaii et Guam.
À la fin des années 1970, il y a eu le phénomène des
boat people qui s’échappaient du Vietnam et d’autres réfugiés qui
quittaient le Laos et Kampuchea. Ils ont été accueillis surtout par la
Thaïlande et d’autres pays voisins. Les Évêques asiatiques, à ce
point-là, ont fait un appel au profit des réfugiés au cours de leur 3ème
Assemblée Plénière, qui s’est tenue à Bangkok, au mois d’Octobre de
1982.
Aussi en 1982, l'Institut pour l'Apostolat
Missionnaire de la 3ème Assemblée des Évêques asiatiques a
lancé un appel au profit des Asiatiques émigrés de leur pays pour des
raisons économiques. Plus tard, en 1993, le Bureau de la FABC pour le
Développement Humain a organisé un colloque sur les travailleurs
migrants philippins en Asie, et en Janvier 1995, la 6ème
Assemblée plénière de la FABC a déclaré que les réfugiés politiques et
écologiques et les travailleurs migrants doivent faire l’objet d’une
attention spéciale. En 1998, le 1er Synode des Évêques pour
l’Asie a identifié en particulier les migrants et les réfugiés en tant
que bénéficiaires de la mission de l’Église.
En suite, en Janvier 2000, la 7ème
Assemblée plénière de la FABC a totalement consacré un groupe d’étude au
thème aimer et servir les migrants, les réfugiés et les PDI, tandis que
la 8ème Assemblée plénière, tenue à Daejong en Corée en 2004,
a exprimé sa préoccupation pour les familles des migrants et des
réfugiés. Elle a été reprise l’année passé dans une Conférence du Bureau
de la FABC pour le Développement Humain, en Malaisie, à laquelle j’ai
participé.
À la base de ces déclarations il y a l'effort continu
des aumôniers et des agents pastoraux parmi les migrants, les réfugiés
et les PDI pour répondre à leurs besoins spirituels et matériaux, mais
aussi pour travailler en faveur de leur promotion humaine, en leur
rappelant qu'ils sont fils de Dieu qui les aime. Il y a aussi une
étroite collaboration entre les Églises asiatiques d’origine et les
Églises de destination, qui ne se trouvent pas seulement en Asie, et qui
ne veulent pas se limiter à assurer leur protection et soutien, mais
aussi leur offrir la possibilité d'être agents évangélisateurs.
Q. Pour la Fédération des Conférences épiscopales
asiatiques, quels sont les aspects les plus difficiles de cette
pastorale, aujourd'hui?
R. Cette pastorale se
trouve à faire face à des nombreux défis. J’en voudrais mentionner
quelques-uns.
Tout d’abord, la protection de la dignité humaine des
migrants, réfugiés et PDI et des droits de l’homme et du travailleur.
Cela comprend la sécurité sociale et l’assistance médicale pour les
travailleurs migrants, l’opportunité de s’engager dans des activités
économiques profitables pour aider les demandeurs d'asiles, les réfugiés
et aussi les PDI à gagner leur vie.
La question de l'immigration irrégulière est aussi
liée à ce contexte. Quand il y a des flux mixtes de réfugiés, qui sont
effectivement persécutés par définition, et de personnes qui les
joignent pour d’autres raisons, qui sont, en général, moins dramatiques,
comment pouvons nous identifier ceux qui ont le droit à une réponse
spécifique? Quand les gens vont vivre en ville de la campagne, aussi
dans d’autres pays, cela cause facilement une migration de personnes
sans papiers. Cette tendance se développe et mène à une urbanisation
incontrôlée avec les problèmes que cela entraîne.
Et puis nous avons la féminisation des migrations.
Les femmes deviennent des migrants de plus en plus indépendants qui sont
le soutien principal de leur famille. Dans quelques pays asiatiques, les
femmes migrantes sont plus nombreuses que les hommes. Cela souvent
signifie qu’elles laissent leurs enfants et/ou époux seuls. Les femmes
migrantes sont plus vulnérables dans les pays de destination, surtout
dans ceux où les droits des femmes ne sont pas culturellement reconnus.
La migration soit des femmes que des hommes peut
provoquer une fragilité des familles, l’infidélité entre les époux, et
la dissolution des mariages.
L’intégration - pas l’assimilation - est une autre
question importante. Comment peuvent les migrants, les réfugiés et les
PDI être aidées à s'intégrer dans les pays et les églises de destination
de façon à donner leur contribution positive à la société et à l’Eglise?
Je pourrais continuer, mais ça suffit.
Q. Qu’est-ce que vous voulez obtenir avec votre
rencontre à Bangkok?
R. Tout d’abord, nous
espérons rendre conscients les migrants, les réfugiés et les PDI qu’ils
ont une dignité humaine, peu importe leur condition économique et
légale, que personne ne peut leur enlever. Par conséquent, leurs droits,
qui comprennent les droits sociaux, au travail et économiques, doivent
être reconnus et protégés. Nous espérons le faire comprendre à tout le
monde.
Cela signifie encourager les gouvernements à
ratifier, mettre en œuvre et même créer d’autres lois nationales en
accord avec la législation internationale et les conventions qui
protègent les migrants, les réfugiés et leurs familles, et aussi à
travailler pour la protection légale des personnes en déplacement qui
n’ont pas quitté leur pays.
Nous espérons que la rencontre de Bangkok fera
comprendre aux personnes concernées que les migrants, les réfugiés et
les PDI ne doivent pas être considérées de façon séparée de leurs
familles.
Comme l’Instruction Erga migrantes caritas Christi
l’affirme, c’est à l’Église locale d’accueil qui incombe la
responsabilité pour la pastorale de ces personnes vulnérables. Les
Églises locales en Asie sont plutôt attentives à ce problème, mais nous
espérons que la rencontre de Bangkok servira à favoriser une prise de
conscience de la part de tous les membres des communautés ecclésiales.
Nous espérons aussi que la collaboration entre les Églises d’origine et
de destination, qui est déjà en place, augmentera et se développera
davantage.
Surtout, nous espérons que, grâce a cette rencontre,
tous et chacun de nous prendra conscience et se rappellera que quand
nous rencontrons un migrant, réfugié et PDI, nous avons devant nous
Jésus Christ qui est présent dans cette personne-là. De toute façon le
Congrès sera éminemment pastoral.
Vatican Radio One-O-Five Live
Interview with Archbishop Agostino Marchetto Secretary
of the Pontifical Council for the Pastoral Care of
Migrants and Itinerant People*
Q. To what extent has the
pastoral care of migrants, refugees and IDPs developed
in Asia during these last years?
A.
Concern, care and service to migrants, refugees and IDPs
have always been in the heart of the Church of Asia
since the 1980’s, and even earlier in some specific
countries. For example, already in 1955, the Philippine
Church’s Committee on Emigration expressed concern to
the Philippine Bishops regarding the situation of
Filipinos in the USA, Hawaii and Guam.
During the later part of the
1970s, there was the phenomenon of the boat people who
escaped from Vietnam, and other refugees fleeing from
Laos and Kampuchea. They were received mostly by
Thailand and other neighboring Asian countries. The
Asian Bishops made an appeal in favor of refugees during
their Third Plenary Assembly held in Bangkok, in October
1982.
Also in 1982, the Third Asian
Bishops’ Institute for Missionary Apostolate appealed
for missionary concern for Asians who have emigrated
from their homelands for economic reasons. Later, in
1993, the FABC Office for Human Development organized a
symposium on Filipino migrant workers in Asia, while in
January 1995, the VI FABC Plenary Assembly declared that
special attention must be given to political and
ecological refugees and migrant workers. In 1998, the
First Synod of Bishops for Asia particularly identified
migrants and refugees as beneficiaries of the mission of
the Church.
Then, in January 2000, the Seventh
Plenary Assembly of the FABC dedicated a workshop
entirely to love and service to migrants, refugees and
IDPs, while the Eighth Plenary Assembly, held in Daejong,
Korea, in 2004, expressed concern for migrant and
refugee families. It was reiterated last year at a
meeting of the Office for Human Development which I
attended.
Behind these declarations is the
constant effort of chaplains and pastoral agents among
migrants, refugees and IDPs to respond to their
spiritual and material needs, and also work for their
human promotion by reminding them that they are children
of God who cares for them. There is also a strong
collaboration between the Asian Churches of origin and
the receiving Churches, of course including those
outside of Asia, not only to assure them protection and
support but also to afford them the possibility of being
agents of evangelization.
Q. For the Federation of Asian
Bishops Conferences, what are the challenging aspects of
this pastoral care today?
A. This pastoral area is facing
quite a number of challenges. Let me just mention a few.
First and foremost is safeguarding
the human dignity of migrants, refugees and IDPs and
having their human and labor rights respected. This
includes social security protection and medical aid for
labor migrants, the opportunity to engage in
economically gainful activities in order to be
self-supporting for asylum seekers, refugees, and also
IDPs.
Related to this context is the
question of irregular migration. When there are mixed
flows of refugees who are actually being persecuted by
definition and people who join them for other reasons
which are usually less tragic, how do we determine who
have the right to a specific response? When rural folks
move to cities, also across borders, this again often
involves undocumented migration. This tendency is
growing and is leading to uncontrolled urbanization with
its related problems.
Then we have the feminization of
migration. Women are increasingly becoming autonomous
migrants and principal wage earners for their families.
In some Asian countries, there are more women than men
migrants. This often means leaving their children and/or
spouse behind. Women migrants are more vulnerable in the
host countries, especially in those where women’s rights
are culturally not recognized.
Moreover, migration of both men
and women can easily cause fragile families, marital
infidelity and broken marriages.
Integration – not assimilation –
is another important issue. How can migrants, refugees
and IDPs be helped to integrate in their host countries,
in the local Churches, so that they may give their
positive contribution to Church and society ?
I could go on and on, but I will
stop here.
Q. What do you expect to
achieve in your meeting in Bangkok?
A. First of all, we hope to make
migrants, refugees and IDPs themselves aware that they
enjoy a human dignity that no one can take away from
them, whatever may be their economic or legal status.
Therefore, their human rights, which include social,
labor and economic ones, must be acknowledged and
safeguarded. We hope to make everyone else realize this.
This means encouraging governments
to ratify, implement and even create further national
laws in accordance with international legislation and
conventions protecting migrants, refugees and their
families, and also to work for the protection of IDPs
who, by definition, have not crossed their country’s
borders.
We hope that the Bangkok meeting
will also make all those concerned realize that
migrants, refugees and IDPs should not be considered
independently of their family.
As our Instruction Erga
migrantes caritas Christi states, the responsibility
for the care of these vulnerable people lies in the
local Church of arrival. The local Churches in Asia are
quite sensitive to this problem but we hope that the
Bangkok meeting will raise awareness among all members
of the ecclesial communities. We also hope that
collaboration between Churches of origin and of arrival,
which is already going on, will increase and further
develop.
Most of all, we hope that from
this meeting, each and every Christian will become aware
and remember that in every migrant, refugee and IDP that
we meet, we are dealing with Jesus Christ who is present
in them. In any case, our Congress in Bangkok will have
a highly pastoral characteristic.