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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People
on the Move
N° 111, December 2009
MESSAGGIO del Presidente del
Senato
della Repubblica Italiana
Dott. Avv. Renato Schifani
Sono davvero lieto di partecipare al VI Congresso Mondiale per i
Migranti e Rifugiati, e desidero rivolgere un saluto cordiale al
Presidente, al Segretario, ai Membri e ai Consultori del Pontificio
Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, alle
Autorità, e a tutti i presenti.
Sul tema dell'immigrazione si è talvolta utilizzato lo strumento
improprio della polemica politica, tra opposti schieramenti e anche
all'interno degli stessi partiti, per rimarcare più gli elementi di
contrapposizione, che i punti di possibile convergenza e condivisione.
Non fare del tema dell'immigrazione solo un'occasione di visibilità
politica significa innanzitutto riconoscere che sicurezza e
integrazione, legalità e accoglienza, diritto e giustizia sono
dimensioni intrecciate e richiedono la ricerca generosa di un
equilibrio ragionevole.
Condizione necessaria per una efficace integrazione è il
raggiungimento di un livello adeguato di sicurezza.
Condizione indispensabile perché i cittadini si sentano sicuri è la
garanzia che la giusta accoglienza dello straniero non si traduca in
abbandono della propria storia, della propria tradizione, del proprio
patrimonio culturale.
La questione dell'immigrazione se ridotta a polemica tra chi è più
attento ai profili della sicurezza e chi è più sensibile
all'integrazione, oppure, tra chi propone esclusivamente un decalogo di
doveri e chi antepone una tavola di soli diritti, rischia di diventare
una questione solo ideologica.
L'ideologia, dall'una e dall'altra parte, allontana dalle idee,
strumentalizza le esigenze reali delle persone, per fini sostanzialmente
estranei al bene comune.
L'immigrazione è invece davvero un tema serio, la potremmo definire
una questione "etica" e allo stesso tempo una questione "culturale".
Dire che l'immigrazione è una questione etica significa riconoscere
che l'incontro con l'altro, il diverso, non suggerisce semplicemente la
domanda "chi è l'altro", ma anche l'interrogativo "chi sono io, chi
siamo noi".
Dall'incontro con l'altro possono derivare due atteggiamenti opposti.
Da un lato, una accoglienza "facile" può tradire o nascondere un
reale sentimento di indifferenza: chi siamo noi e chi sono loro non
importa, intanto ognuno è arbitro esclusivo nell'essere quello che
vuole. Un tale atteggiamento porta a ritenere le parole identità, radici
comuni, eredità culturali come una sorta di retaggio del passato, un
vocabolario vecchio e superato dalla storia.
Dall'altro lato, una accoglienza solo ad ostacoli può tradursi nella
presunzione di considerarsi migliori di altri, con la conseguenza di
preferire alla condivisione, l'imposizione di modelli ritenuti più
avanzati.
Entrambi questi atteggiamenti partono dal fraintendimento dell'idea
di "discriminazione".
Se si ritiene discriminatorio il crocifisso nei luoghi pubblici e,
viceversa, nemmeno ci si interroga su cosa significhi, proprio di fronte
ad una Chiesa, una preghiera comunitaria diversa dalla religione
tradizionale del luogo, si potrebbe cadere in una stanchezza o pigrizia
di pensiero, che tutti dobbiamo augurarci non diventi l'anticamera di
una inerzia morale nella ricerca autentica dei valori posti alla base di
un sereno sviluppo di tutte le comunità civili.
L'integrazione vera e non solo di facciata non è sinonimo di
relativismo, ma di confronto tra identità.
Senza una propria identità non è praticabile alcun dialogo. Senza un
significato non è possibile la parola.
L'immigrazione è questione etica e questione culturale perché i
valori in cui credere non possono prescindere dal riconoscimento del
senso profondo racchiuso nella vita dell'uomo.
Non un uomo astratto, una sorta di metafora, ma l'uomo reale, che
vive nella quotidianità paure e speranze, bisogni e sicurezze, dubbi e
certezze.
Il razzismo può nascondersi proprio laddove si vive in contesti di
insicurezza e illegalità.
Sarebbe un errore sottovalutare la frustrazione e la solitudine che i
nostri connazionali avvertono nell’approccio con l’immigrato.
Malessere, insofferenza, disagio, paura, possono esplodere in
violenze anche se limitate nei confronti di chi viene nel nostro Paese e
chiede di essere accettato.
Sono sentimenti seppure isolati che devono essere banditi con forza,
con sdegno e non soltanto in chiave repressiva, ma infondendo negli
italiani il convincimento che gli immigrati sono uomini come noi.
Di fronte ad accadimenti tanto più gravi quanto assolutamente
sproporzionati, sfociati in insopportabili episodi che hanno messo a
repentaglio la vita, ho voluto portare la mia personale solidarietà,
nella piena consapevolezza che intolleranza e violenza non possono e non
devono risiedere nel nostro Stato democratico.
Gli spazi devono invece aprirsi nel rispetto dovuto alla storia dei
popoli e delle nazioni, alle tradizioni e alle radici spirituali, umane,
culturali dei Paesi.
Una globalizzazione responsabile non può prescindere dal
riconoscimento delle diversità, perché ogni omologazione rischia, nel
tempo, di far emergere odi e steccati già abbattuti dalla storia.
Sicurezza e integrazione sono obiettivi giusti solo se interpretati
attraverso la lente della reciprocità.
Chi accoglie non si può sentire svuotato della propria storia, ma
arricchito nella sua identità da un incontro dove, sull'ostilità e
sull'indifferenza, prevale il rispetto.
Il rispetto dell'amico, che riconosce nell'altro non un viandante, ma
un compagno di viaggio al quale si deve una parola sincera e di verità.
Per queste ragioni non possiamo e non
dobbiamo ritenere che il fenomeno dell’immigrazione alimenti la paura
del diverso con timori ingiustificati.
Non possiamo e non dobbiamo allontanare i
nostri fratelli immigrati e rifugiati considerandoli un problema che lo
Stato deve risolvere solamente sotto il profilo dell’ordine pubblico e
della sicurezza.
La solidarietà e l’integrazione saranno più solide se da parte degli
immigrati saranno adottati comportamenti che diano concreta
dimostrazione della loro reale volontà di osservare le leggi e le regole
che governano il nostro Paese che li ospita: rispetto della legalità,
delle nostre tradizioni, della nostra cultura.
È un loro preciso dovere, un indispensabile presupposto per la civile
convivenza, è volano per una piena e totale integrazione.
Noi italiani, in particolare,
nell’approccio con questi individui, dobbiamo conservare vivo il ricordo
dei nostri antenati, di cui è memoria nella recente istituzione del
Museo Nazionale dell’Emigrazione.
La nostra gente, spinta dal bisogno, varcò
le frontiere, per cercare condizioni di vita migliori in altri Paesi
esteri.
Anche allora, come oggi, uomini e donne
non solo del Sud, ma anche del Settentrione, affrontarono un percorso
difficile e doloroso, sradicandosi dagli affetti, dalla propria terra,
dalle proprie tradizioni, dalla propria lingua, alla ricerca di un
destino migliore, affrontando l’incognito.
Il ricordo, allora, deve essere memoria e
quindi continuità, attualità, disponibilità all’accoglienza,
all’amicizia con chi vive la stessa solitudine che provarono molti
nostri padri in terra straniera.
Memoria significa bandire ogni forma di
razzismo, ogni sentimento di ostilità e tendere concretamente la mano a
chi, proprio perché è venuto a vivere nel nostro Paese, lavora e
contribuisce a sostenere l’economia della nostra terra.
Dimenticare tutto questo significa,
inoltre, non fare tesoro dei principi contenuti nella nostra Carta
Costituzionale e nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo,
che tutti indistintamente siamo chiamati ad osservare.
E in questo contesto non posso non
ricordare il grande ruolo della Chiesa che da sempre ritiene che la
solidarietà sia assistenza e tutela degli immigrati, affinché la dignità
della persona non venga mai calpestata.
La Chiesa da sempre offre il suo
contributo con costanza, con dedizione, con sacrificio.
Il mondo cattolico è divenuto struttura
portante della solidarietà: penso al terziario, al volontariato, a tutte
le associazioni che in silenzio ogni giorno, con grande amore e spirito
di abnegazione, offrono ai nostri immigrati conforto e aiuto materiale.
Una splendida realtà a cui va il mio
sentito e sincero grazie.
Questi principi di solidarietà, di accoglienza, di integrazione,
trovano mirabile sintesi nella lettera enciclica di Benedetto XVI: “La
carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. La carità è
il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e
nostra speranza”.
Mi auguro che da questa importante
iniziativa possa aprirsi un confronto libero e ampio, ed auguro
sinceramente a tutti Voi un buon lavoro in queste intense giornate di
dibattito che Vi attendono.
Vi ringrazio.
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