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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 111, December 2009

 

 

 

UNA PASTORALE SPECIFICA PER I GIOVANI

E GLI ADOLESCENTI MIGRANTI E RIFUGIATI

 

 

Rev.do Padre Gabriele Parolin, C.S.

Superiore Regionale dei Missionari Scalabriniani di Europa ed Africa

Svizzera

 

 

  1. Giovani migranti e rifugiati: una sfida per la chiesa

  1. I giovani interpellano la chiesa

  2. Il significato della religione nei giovani migranti

  3. I giovani migranti-rifugiati hanno bisogno di una pastorale specifica?

 

  1. Di quali giovani parliamo?

  1. Giovani migranti e rifugiati: un’espressione polivalente

  2. Giovani figli di migranti: 1a 2a e 3a generazione in Europa

 

  1. Iniziative pastorali a favore di giovani migranti

  1. Situazioni ed esperienze in alcuni paesi europei ad alta densità migratoria:

  2. Germania, Svizzera, Francia, Spagna, Portogallo e Italia

 

   4.  Caratteristiche dei giovani della seconda e terza generazione, figli di migranti

  1. Appartenenza al mondo giovanile

  2. Duplice appartenenza sociale

  3. Ricerca di identità

  4. Dicotomia religiosa

 

     5.  Elementi di una pastorale specifica per i giovani migranti

a.    Pastorale giovanile controcorrente

b.    Ricchezza del gruppo di appartenenza

c.    Dimensione interculturale

d.    Pastorale della speranza

1. Giovani migranti e rifugiati: una sfida per la chiesa

Come annunciare Gesù Cristo ed aiutare i giovani migranti a vivere la fede in una società post-secolarizzata come quella Europea? È necessaria o no una azione pastorale specifica nei loro confronti?

a. I giovani interpellano la chiesa

- Il mondo giovanile è certamente molto complesso. Numerosi studi e pubblicazioni in ogni nazione europea analizzano la situazione e la trasformazione della realtà giovanile sotto le più diverse angolature. Anche i Vescovi europei, in un Simposio a Roma nel 2002, hanno affrontato questa tematica dal punto di vista della nuova evangelizzazione. “Il mondo dei giovani e l’esperienza vissuta dai giovani nei confronti della fede, dicono nel Testo base, sono luogo privilegiato per comprendere il tipo di cambiamento culturale che l’Europa sta vivendo, ma anche per discernere i segnali - pur alle volte incerti, deboli, problematici ed ambigui - dell’emergere di una nuova inculturazione della fede in quest’Europa in cambiamento”.[1]  

“Evangelizzare i giovani e lasciarci evangelizzare da loro” diventa una reciprocità che corrisponde ad una Chiesa comunione cui ci chiama il Vaticano II. La provvidenza di Dio chiama oggi le Chiese di Europa a considerare i giovani cristiani non solo come un settore od oggetto specifico di pastorale giovanile, ma riconoscerli e riceverli come dono di Cristo alla sua Chiesa in tutta la sua missione, leggendo con loro situazioni, problemi e con loro realizzando programmi ed iniziative. Ciò richiede di fare un salto di qualità, una vera e propria conversione pastorale. Aiutarli perciò nella loro formazione, stabilire con loro forme di ascolto, di dialogo, di incontro, di progettazione è adempiere la volontà di Dio”.[2]

Dove sono i giovani nelle assemblee liturgiche della Chiesa? Come evangelizzarli? Lunga è la lista delle lamentele dei giovani nei riguardi della Chiesa. Sembra che essa si sia allontanata dal mondo giovanile, che non abbia per molti di loro più alcuna rilevanza. Forse valgono ancor oggi le parole scritte ai giovani dal Card. Godfried Danneels nella sua lettera di Natale del 1989, una chiesa “mediocre nella parola e timida nell’azione”.[3]

b. Il significato della religione nei giovani migranti

Anche per molti giovani migranti la Chiesa sembra essere scomparsa dall’orizzonte di vita.

Il forte processo di secolarizzazione che ha investito in questi ultimi decenni la società europea sembra aver pervaso tutte le categorie sociali, anche quella giovanile. Non mancano studi al riguardo in ogni nazione. “Attualmente, scriveva qualche anno fa il sociologo spagnolo, ora scomparso, José Marìa Mardones, sembra che la religione sia, a livello globale, caratterizzata da un tono fondamentalista. Una sensibilità che accentua la sicurezza, invece della libertà”.[4]

 

Il cambio della percezione della Chiesa da parte dei giovani è evidente. Molti di coloro che, fino a qualche anno fa, si consideravano cattolici e praticanti, sono venuti meno.[5]

Il Papa, Benedetto XVI, in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato dell’anno 2008, ha invitato a riflettere in modo particolare sui giovani migranti. “La Chiesa guarda con singolare attenzione al mondo dei migranti e chiede a coloro che hanno ricevuto nei Paesi di origine una formazione cristiana di far fruttificare questo patrimonio di fede e di valori evangelici in modo da offrire una coerente  testimonianza  nei  diversi contesti esistenziali. Proprio in ordine a ciò invito le comunità ecclesiali di arrivo ad accogliere con simpatia giovani e giovanissimi con i loro genitori, cercando di comprenderne le vicissitudini e di favorirne l'inserimento”.[6] 

c. I giovani migranti-rifugiati hanno bisogno di una pastorale specifica?

I giovani che si ritrovano ad avere una esperienza migratoria presentano, rispetto agli altri giovani, delle caratteristiche particolari, che solamente se tenute nel dovuto conto, permettono al giovane migrante di scoprire il senso della vita e di leggere la storia come esperienza spirituale inserita nel mistero di Dio. Non è questo il compito della Chiesa nei riguardi dei giovani migranti?

“In contesto migratorio le domande esistenziali si acuiscono, facendo sorgere in termini nuovi il problema dell’auto-identificazione, espresso pure negli interrogativi sul senso della vita, sulla giustizia sociale, sulla salvaguardia del creato e sul rapporto con Dio. In questa chiave, la migrazione può essere definita altresì come un’esperienza ‘spirituale’, nel senso che induce più facilmente a porsi questioni fondamentali e a cercare di scandagliare il mistero della vita. Proprio in questi frangenti, allora, la religione svolge un ruolo cruciale per la costruzione dell’identità, nella ricerca di significati e nella formazione ai valori, soprattutto nei giovani con esperienze migratorie”.[7]

In pratica la grande sfida della nostra pastorale giovanile deve essere finalizzata a scoprire la presenza di un Dio amore nella situazione concreta del giovane. 

2.  Di quali giovani parliamo?

a. “Giovani migranti e rifugiati”: un’espressione polivalente

I migranti sono mediamente oltre il 65% dei casi all’interno della categoria “giovani”. I paesi di maggior emigrazione hanno una piramide demografica con le fasce di età più basse molto ampie rispetto ai pochi appartenenti alla terza età. Coloro che escono da questi paesi sono quasi sempre dei giovani.

All’interno dei “giovani” vanno poi distinti i “minori”. Una parte dei flussi migratori attuali è rappresentata da minorenni “isolati” di età compresa fra i 15 ed i 17 anni e costituisce un problema specifico. In alcuni comuni italiani, ad esempio a Parma, sono nate per i “minori” non accompagnati delle iniziative di inserimento in ambito familiare.

Anche i giovani rifugiati rappresentano una problematica tutta particolare.

I “giovani dell’immigrazione” costituiscono un gruppo eterogeneo di persone[8].

In esso possiamo perciò distinguere diverse tipologie di giovani e adolescenti[9]. Possiamo distinguere:

- i giovani rifugiati o richiedenti asilo politico

- i giovani vittime del traffico e della tratta[10],

- i minori non accompagnati[11],

- i giovani entrati in maniera irregolare in un paese per fuggire da una situazione di povertà o di  violenza,

- giovani arrivati in maniera regolare per svolgere studi [12],

per lavorare o per raggiungere la famiglia nel contesto della riunificazione familiare,

- giovani della cosiddetta “seconda e terza generazione”, nati nei paesi di accoglienza da genitori  immigrati,

- i giovani, figli di coppie miste[13].

Sarebbe, perciò, un errore qualificare tutte queste persone come “giovani dell’immigrazione”, senza fare le dovute distinzioni e rilevare le specifiche caratteristiche ed esigenze. Questi giovani dell’immigrazione fanno, inoltre, parte dell’insieme della popolazione giovane dei paesi di accoglienza e ne condividono sentimenti ed aspirazioni proprie della stessa età.

b. Giovani figli di migranti: 1a 2a e 3a generazione in Europa

I figli degli immigrati, detti per lo più “seconda o terza generazione” sono assimilati a torto o ragione ai migranti, in quanto nati nel paese che ha accolto i loro genitori. Per quanto formalmente non migranti essi stessi, condividono con i genitori una doppia cultura, delle situazioni di discriminazione ed una serie di disagi rispetto agli altri coetanei.

Tra i giovani nati all’estero o arrivati successivamente occorre distinguere inoltre le diverse fasce d’età, influenti sotto il profilo dell’apprendimento linguistico e della carriera scolastica, come pure l’appartenenza alle diverse religioni o confessioni religiose.

“Stanno ‘esplodendo’, in particolare in Francia, Inghilterra e Germania, le secondo e terze generazioni di figli di immigrati mussulmani, induisti, buddisti, fenomeno questo che fra qualche anno coinvolgerà tutti i Paesi europei. Le nostre città, perfino i nostri villaggi, sono ‘abitati’ da ragazzi e giovani che hanno ricevuto dai genitori una cultura religiosa ‘non cristiana’. Dobbiamo notare che la formazione religiosa di questi ragazzi e giovani è spesso legata, in modo quasi esclusivo (nonostante l’esistenza di scuole ‘coraniche’ e di altre organizzazioni cultuali e religiose), all’ambiente familiare: hanno ricevuto una formazione religiosa di base più secondo l’ortoprassi che secondo l’ortodossia, visto che i loro genitori vivono la religiosità a livello ‘popolare’, come appartenenza ed identificazione culturale, senza un’alimentazione costante ed aggiornata sui ‘contenuti’ del loro credo religioso. Inoltre, questi giovani stanno subendo l’influsso fascinoso e violento della società e della cultura occidentale: accanto ad alcuni ‘spezzoni’ della cultura cristiana, essi vengono sistematicamente “sedotti” dal consumismo, dall’individualismo e dal sistema ‘ateo’ ed ‘areligioso’ della nostra società. Nella loro sintesi culturale ed esistenziale, a questi elementi si contrappongono i ‘valori’ seminati in loro dall’inculturazione familiare”.[14] Nelle pagine seguenti concentreremo l’attenzione solamente alla problematica specifica che riguarda la generazione dei figli degli immigrati, seconda e terza generazione, provenienti da famiglie cristiane e ancora alla ricerca della propria stabilità familiare, economica e professionale nonché della propria maturità umana.

“Se mi è permesso fare una semplificazione, diceva José Magaña: la prima generazione di migranti cristiani credeva in Dio e aveva bisogno di ritrovare le proprie radici per vivere la propria fede, la seconda ha messo radici nella nuova realtà, conserva la cultura dei genitori e non crede in Dio. È la grande sfida della nostra pastorale giovanile in emigrazione”.[15]  

3.  Iniziative pastorali a favore di giovani migranti

a. Situazioni ed esperienze in alcuni paesi europei ad alta densità migratoria: Germania, Svizzera, Francia, Spagna, Portogallo  e Italia[16]

Tralasciamo le iniziative a livello di Chiesa universale, come la partecipazione dei giovani migranti alle Giornate Mondiali della Gioventù o agli Incontri organizzati annualmente dalla Comunità di Taizé. Costituiscono per molti giovani, anche migranti, delle esperienze forti, anche se per qualcuno si tratta di eventi isolati.

Le iniziative e gli sforzi pastorali a favore dei giovani migranti sono stati e sono tuttora numerosi nelle Chiese di alcune nazioni europee, dove più alta risulta la presenza dei migranti. Anche per il semplice passare del tempo, ognuna di queste azioni si espone alla frustrazione di veder morire i gruppi creati con molta fatica a causa di matrimoni, spostamenti, invecchiamento dei partecipanti. Per questa ragione alcune comunità ecclesiali hanno cercato di dotarsi di strutture stabili nel tempo, a prescindere dal mutare delle persone implicate.

La pastorale giovanile fra i migranti è stata negli anni passati molto vitale soprattutto nelle missioni etnico-linguistiche di alcune nazioni. Meno riusciti sono stati finora i tentativi di creare un gruppo unico per tutti i giovani migranti ed i coetanei locali. Al problema già notevole di gestire la propria origine valutata come straniera, si aggiungono, infatti, ulteriori difficoltà nell’individuare la propria identità e nel convivere con culture molto distanti fra loro. La fretta di creare facilmente un’immagine della Pentecoste si rivela controproducente.

Le esperienze pastorali fatte finora, se non offrono una formula pastorale efficace ovunque e per sempre, danno comunque alcune indicazioni interessanti.

Diamo un breve sguardo ad alcune iniziative pastorali a favore di giovani migranti in atto in alcuni paesi dell’Europa occidentale ad alta intensità migratoria. 

Germania

In Germania, come in altre nazioni, è cresciuta sempre più la coscienza ecclesiale della dimensione non trascurabile dell’immigrazione. I Vescovi tedeschi hanno espresso negli ultimi anni delle direttive pastorali soprattutto nei documenti “Una chiesa di molte lingue e popoli. Sviluppo della pastorale per i cattolici di altra madre lingua” del 2003 e “Favorire l’integrazione – pianificare la convivenza” del 2004[17].

Di fronte alla nuova impostazione politica e legislativa nazionale sull’immigrazione, che vede nell’integrazione la chiave risolutiva del problema “stranieri”, la Conferenza episcopale precisa il concetto di “integrazione” e ritiene che la Chiesa sia “avvocata” o paladina dell’integrazione (“Anwältin”). Tale posizione intende combattere gli estremi dell’“adattamento unilaterale” degli stranieri ai tedeschi, nonché della formazione di “comunità parallele” ripiegate su se stesse ("Keine einseitige Anpassung - keine Parallelgesellschaften"). L’integrazione deve avvenire a tutti i livelli della vita sociale, e perciò anche a quello religioso, nelle istituzioni ecclesiali dove i migranti possano trovare il loro inserimento nel paese d’accoglienza (“Integrazione nella Chiesa e tramite la Chiesa”)

Le “missioni linguistiche” diventano in questo senso uno strumento temporaneo di transito dello straniero verso la parrocchia locale, una volta che il migrante ha risolto i propri problemi linguistici e identitari. Il principio dell’integrazione è applicato anche alla pastorale rivolta ai giovani migranti o “giovani tedeschi con sfondo migratorio” (“Junger Deutscher mit Migrationshintergrund”).

Un luogo privilegiato verso l’integrazione dei giovani figli d’immigrati è stato individuato nella formazione scolastica. Alcune scuole cattoliche o scuole bilingui (es. a Stommeln nella diocesi di Colonia) si sono distinte per una attenzione particolare alla lingua e cultura differenti.

Non esiste un coordinamento nazionale giovanile a carattere migratorio. In alcune diocesi sono sorte tuttavia strutture migratorie particolari a livello diocesano per i giovani migranti. A Colonia, ad esempio, le pastorali giovanili dei giovani migranti di lingua italiana e di lingua spagnola sono confluite nel 2000 nella “Internationale katholische Jugendseelsorge”. Nella diocesi di Rottenburg-Stuttgart è sorto già nel 1982, per opera della Diocesi e dei Missionari Scalabriniani, un Centro di Spiritualità per giovani di diverse nazionalità.           

Di fatto la pastorale per i giovani migranti si concentra in Germania prevalentemente nell’ambito delle Missioni o comunità cattoliche di altra madre lingua. Queste ultime, sollecitate dalle rispettive diocesi o per iniziativa autonoma, cercano talvolta di riunire insieme i loro giovani in “forum” puntuali. 

Svizzera

Il cammino della Chiesa in Svizzera è simile a quello della Chiesa in Germania. La pastorale giovanile è incentrata nelle Missioni cattoliche per gli immigrati di varie nazionalità (italiani, portoghesi, spagnoli e croati in prima linea, con il 90% dei sacerdoti, 50% fra i soli italiani).

Incontri giovanili si sono svolti nell’ambito delle Coordinazioni delle Missioni etnico-linguistiche (italiana, croata, spagnola, polacca…) o nella collaborazione fra Missioni di diversa nazionalità (es. incontri a Basilea o a Ginevra nel 2008 e nel 2009).

La Conferenza episcopale svizzera ribadisce l’importanza delle Missioni linguistiche e propone una serie di suggerimenti per i parroci: es. invitare gli stranieri ad una celebrazione liturgica intercomunitaria prima delle vacanze estive, iniziative comuni come pellegrinaggi, tornei di calcio, corali, conferenze di formazione.[18]

L’organismo ecclesiale preposto alle migrazioni, “Migratio”, ha organizzato a Luzern, qualche giorno fa, il 7 novembre 2009, un primo Incontro per giovani migranti e giovani locali. Propone inoltre di continuare l’esperienza anche nei prossimi anni. 

Francia

L’ambiente ecclesiale francese è in parte originale poiché in molte teste “giovani immigrati” è sinonimo di ragazzi magrebini ed africani delle periferie. A lungo, specie negli anni 70 ed 80, la Chiesa in Francia ha fatto coincidere la pastorale per i giovani immigrati con quella dei quartieri difficili con popolazione di religione musulmana. In parallelo, nelle regioni minerarie e siderurgiche, i giovani migranti italiani, portoghesi, polacchi e persino magrebini sono entrati a far parte dell’Azione cattolica operaia o della Federazione dei Lavoratori Cristiani.

Il Servizio Nazionale per la Pastorale dei Migranti (SNPM) è l’organo della Conferenza episcopale francese e data (con altra denominazione) dal 1952.

Il suo interesse per i giovani d’origine straniera, dopo gli inizi promettenti dei primi decenni, si è sviluppato particolarmente in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù a Parigi nel 1997. In preparazione a quell’evento è stata avviata l’iniziativa “Giovani Pentecoste 97”, richiamando tutti i ragazzi tra i 18 ed i 25 anni “figli della migrazione” per il fine settimana del 17-19 maggio a Lourdes. Hanno risposto in 980, di 55 nazionalità, inclusi anche dei non-cristiani.

Il dialogo interreligioso è emerso come uno dei punti cruciali nelle testimonianze dei partecipanti.

Nell’euforia della GMG 1997 venne persino creato un coordinamento nazionale dei giovani migranti, con sede al SNPM, e composto da una dozzina di giovani per lo più nati in Francia da genitori immigrati. Tale iniziativa si è però in seguito arenata per varie difficoltà.

Sembra che da quest’anno 2009 il SNPM si stia adoperando per rilanciare quest’idea ed abbia già nominato alcuni responsabili nazionali. 

Spagna

Investito negli ultimi anni da un flusso migratorio molto consistente, il regno di Spagna sta ancora prendendo le misure di un fenomeno che gli domanda una riorganizzazione generale del sistema amministrativo. Anche la Chiesa in Spagna vive una situazione analoga di sovraccarico di sollecitazioni in materia d’immigrazione e si avvale molto dell’opera delle Caritas, delle Delegazioni diocesane sulle migrazioni (“Delegaciones diocesanas de migraciones”), di alcuni enti di studio ecclesiastici (la fondazione gesuita Migra Studium di Barcellona e la Pontificia università Comillas di Madrid) e della Associazione di solidarietà per i lavoratori immigrati ASTI.

Il documento della Conferenza episcopale spagnola sull’immigrazione – datato 2008 – ha un titolo significativo per quanto ci riguarda: “Giovane migrante, la parrocchia esce incontro a te”.[19] In uno dei primi paragrafi si legge: “Per loro stessi, per la loro importanza quali protagonisti nella società e nella Chiesa del futuro, per la loro situazione di maggior rischio ed esposizione a possibili fattori di destabilizzazione della persona e della società, i giovani meritano un’attenzione speciale da parte della società, dell'amministrazione pubblica e della Chiesa, che dovranno escogitare misure speciali per il loro adeguato processo di sviluppo, d'integrazione e d'impegno”. Di fatto, la misura speciale invocata dal testo è la parrocchia:  “La parrocchia, per il suo statuto di famiglia, comunità, per la sua capacità di prestare numerosi e vari servizi alla persona, ed essere sempre «aperta» o «in guardia», è in una situazione privilegiata nell’essere il primo spazio d'incontro degli immigrati con la Chiesa del loro nuovo paese. D'altra parte, una parrocchia viva e con spirito missionario, non si contenterà d'aspettare quelli che vengono, ma uscirà piuttosto incontro a tutti, specialmente ai più bisognosi”.[20]

Se quasi tutte le diocesi spagnole sono provviste di una Delegazione per le migrazioni, che collabora con gli altri settori pastorali, soprattutto con le Delegazioni alla famiglia ed alla gioventù, è interessante notare come nella lista di etnie bisognose di attenzione siano esclusi i latino-americani, indebitamente assimilati agli spagnoli a causa della loro lingua. 

Portogallo

Paese ancora d’emigrazione, il Portogallo accoglie nel frattempo immigrati delle sue ex-colonie ed un numero notevole dall’Est dell’Europa, in modo particolare ucraini. A livello ecclesiale l’Opera cattolica portoghese delle migrazioni, cura soprattutto l’accompagnamento della diaspora portoghese nel mondo, anche se è in contatto con i Segretariati diocesani di pastorale delle migrazioni.

Un gruppo di enti, riuniti nel Forum delle organizzazioni cattoliche per l’immigrazione (Caritas Portoghese, Cappellania degli Immigranti Ucraini, Cappellania degli Immigranti Africani, Centro Padre Alves Correia, Commissione Giustizia e Pace della Conferenza dei Religiosi Portoghesi, Fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre, Lega Operaia Cattolica - Movimento di Lavoratori Cristiani, Opera Cattolica Portoghese delle Migrazioni, Rete Luso-ispanica delle Donne Vittime di Traffico, Servizio Gesuita ai Rifugiati) si occupa maggiormente della popolazione immigrata in Portogallo.

I giovani immigrati in Portogallo non sono seguiti in modo particolare, sebbene le prese di posizione ecclesiali a loro favore e la coscienza della loro situazione di particolare debolezza economica siano frequenti negli ultimi anni da parte degli organismi cristiani.

Nelle numerose missioni cattoliche portoghesi sparse in Europa esistono gruppi giovanili ed iniziative riservate ai giovani migranti. La Chiesa portoghese insiste molto sul mantenimento dell’identità culturale dei suoi emigrati ed invita le parrocchie all’estero a rispettare le tradizioni portoghesi. In Francia ed in Lussemburgo i fedeli d’origine portoghese forniscono non di rado i numeri più elevati di giovani ed animatori giovanili alla Chiesa locale.

Nella settimana nazionale delle migrazioni organizzata ogni anno a Fatima nel mese di agosto viene spesso messo in risalto il contributo dei giovani migranti. 

Italia

Come il Portogallo, l’Italia ha un passato di emigrazione eccezionale ed un presente d’immigrazione secondo in Europa solo alla Spagna. La presenza sul territorio di Congregazioni religiose dedite ai migranti (Missionari scalabriniani…) o ai giovani (Salesiani…) e di altre Congregazioni maschili e femminili hanno dato un impulso importante alla Chiesa italiana tanto per i suoi emigrati che per i lavoratori stranieri che vivono sul suo territorio. Accanto ad esse si sono in seguito aggiunte la Caritas, la Comunità di S. Egidio ed una costellazione d’altri organismi.

Varie riviste (L’“Emigrato”, “Studi Emigrazione” dei Missionari scalabriniani, “Servizio migranti” della Fondazione Migrantes, il “Messaggero di S. Antonio” ed altre pubblicazioni) documentano come fin dagli anni ’70 il tema “giovani in migrazione” sia stato scelto almeno quattro volte per la giornata nazionale delle migrazioni (1970, 1972, 1984, 2008).

Nell’universo delle Missioni cattoliche italiane all’estero le attività pastorali per i giovani sono state molteplici, con grande diversità da paese a paese, almeno sino alla fine degli anni 80. Gli incontri fra giovani italiani e figli d’italiani all’estero per ritiri, gite ed incontri sono stati frequenti. Più recentemente nelle unità pastorali italiane all’estero si presenta, accanto alla categoria dei figli di emigrati, una presenza consistente di giovani studenti, specie nelle grandi città. Questi due insiemi comunicano molto raramente fra di loro.

Sul fronte dell’immigrazione giovanile nella Penisola, le scuole italiane sono le prime a rendersi conto di una presenza di allievi stranieri di tutte le nazionalità. I minori stranieri sono quantificati in 665 mila, di cui 400 mila nati in Italia.

Nel 1998 a Frascati, la Fondazione Migrantes ha organizzato, insieme al Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile Italiana, un seminario di studio dal titolo “Giovani immigranti e comunità ecclesiale”. Il seminario si proponeva di superare la dicotomia fra la pastorale giovanile/oratoriale delle diocesi italiane e la pastorale fra i giovani migranti affidata alle cappellanie etniche.

Il discorso sembra non aver avuto seguito.

In altre occasioni la Migrantes ha sottolineato la presenza dei giovani migranti cattolici in Italia come una risorsa per la Chiesa. Scrive Mons. Piergiorgio Saviola nel 2007: “Questi giovani danno chiari segni di disporre, in forma esplicita e il più delle volte latente, di sorprendenti risorse anche sotto il profilo religioso. Ad esempio, non dice nulla alle nostre comunità cristiane il fatto che… spaziose chiese delle nostre città, nelle quali sono riservate tre o quattro messe festive per le poche decine di parrocchiani di età piuttosto avanzata, si riempiano all’inverosimile di gioventù romena, divisa quasi in parti uguali fra uomini e donne? O che la vigilia di Pentecoste il movimento ‘Jesus Youth’, costituito da giovani indiani del Kerala, si dia appuntamento in Piazza Navona e nella chiesa-santuario adiacente con turisti e romani per parlare loro del ‘Giovane di nome Gesù’ attraverso lo spettacolo, la danza, il canto, la preghiera, il fascino di una fede gioiosa ed esuberante? Esempi del genere si potrebbero moltiplicare”.[21]

Iniziative particolari sono rivolte a giovani italiani per sensibilizzarli alla solidarietà e all’intercultura. Sono le esperienze di volontariato in Italia o all’estero (campi scuola, feste dei popoli, pellegrinaggi, marce per la pace, gruppi di preghiera) organizzati da diocesi, congregazioni religiose e enti ecclesiali in vista di una sensibilizzazione. Esse, in qualche caso, vedono anche il coinvolgimento di giovani migranti (per es. il Campo scuola a Borgo Mezzanone -Foggia- in occasione della raccolta dei pomodori e organizzato ogni anno da Caritas, Salesiani, Scalabriniani).

Non si può tuttavia affermare che la pastorale giovanile in Italia abbia affrontato la tematica della interculturalità nei suoi vari aspetti di riflessione, sussidi e proposte.

In conclusione: i giovani migranti rappresentano effettivamente una risorsa provvidenziale per la Chiesa in Europa, ma tale ricchezza è normalmente allo stato grezzo ed occorre pazienza, intelligenza e zelo apostolico per farla emergere. 

4. Caratteristiche dei giovani della seconda e terza generazione, figli di migranti

a. Appartenenza al mondo giovanile

Le caratteristiche del giovane migrante di 2a e 3a generazione non sono diverse da quelle dei suoi coetanei. Con essi egli condivide le dinamiche fondamentali dell’essere giovane: la ricerca di libertà (valore fondamentale), il desiderio di avventura e rischio, la proiezione verso il futuro. Per il giovane il tempo è quello di profonde trasformazioni, nella vita fisica, nel lavoro, nell’inserimento nella società, nel rapporto con la famiglia… Egli vive fra memoria e futuro. Per lui è una grande sofferenza vedere un futuro senza sbocchi, non poter guardare avanti con speranza.

Il giovane vive nelle società dell’Europa occidentale in un clima di forte scristianizzazione, tipico di una società secolarizzata.

“La Chiesa può contare ormai su una percentuale di ‘praticanti’ fissi, di poco superiore al 10% perfino nelle zone di cattolicità tradizionale. Accanto ad essi, continua a permanere una percentuale di praticanti ‘stagionali’ od occasionali (un altro 20 % circa), che vivono la religiosità come un affare ‘privato’ e personale, senza arrivare ad un impegno ecclesiale. La Chiesa europea, di fronte alla nuova situazione di ‘minoranza’, è confrontata anche con una crisi vocazionale (sacerdoti, religiose e religiosi) persistente e drammatica. I tentativi di rinnovamento delle strutture ecclesiali (riduzione e nuova articolazione delle parrocchie, gli impulsi e le organizzazioni attorno ai ‘movimenti’ ecclesiali, i timidi e confusi tentativi di comunità di base…) sembrano dibattersi e districarsi nell’insolubile dilemma tra la restaurazione e l’innovazione, e la ‘nuova’ evangelizzazione sembra a volte muoversi all’insegna della sopravvivenza”.[22]  

Il cambio di percezione della Chiesa da parte dei giovani è evidente.[23] Anche per il giovane migrante la Chiesa è percepita come lontana, arroccata nelle sue posizioni e poco attenta alle diversità culturali. Gli insegnamenti dottrinali della Chiesa nel campo della famiglia, delle relazioni di coppia e nella morale sessuale non sono condivisi, e sono considerati residui di un passato che essa vuole mantenere ad ogni costo. Anche i pronunciamenti a favore dei migranti sembrano essere per molti migranti in sintonia con le politiche degli Stati e intendono perseguire gli stessi scopi integrativi. Una Chiesa che accentua la sicurezza, invece della libertà.  

b. Duplice appartenenza sociale

Per i giovani migranti risulta particolarmente sentita la problematica costituita dalla cosiddetta ‘difficoltà della duplice appartenenza’: da un lato, essi sentono vivamente il bisogno di non perdere la cultura d'origine, mentre, dall'altro, emerge in loro il comprensibile desiderio di inserirsi organicamente nella società che li accoglie, senza che questo tuttavia comporti una completa assimilazione e la conseguente perdita delle tradizioni avite”.[24]

Cresciuto nel mondo della famiglia emigrata, il giovane della 2a e 3a generazione porta con sé le esperienze di emarginazione proprie dei genitori e nello stesso tempo è desideroso di appartenere alla società in cui vive. Vive una duplice appartenenza che lo fa straniero nel paese dei genitori e straniero nella società in cui si ritrova a vivere.[25] “Si tratta, scrive Mons. Marchetto, di un gruppo soggetto a un forte rischio di doppia marginalizzazione, sia in quanto giovani che si trovano a sperimentare, al pari dei loro coetanei autoctoni, i problemi e le difficoltà legate allo studio e al primo accesso al mondo del lavoro, sia in quanto membri di minoranze più o meno escluse e stigmatizzate.[26]

c. Ricerca di identità

Il bisogno di identità che caratterizza in modo particolare i giovani della 2a e 3a generazione, sia cristiani come appartenenti ad altre religioni, costringe il giovane ad un faticoso cammino alla ricerca di senso e di integrazione personale. Egli ha una memoria confusa, ha bisogno di fare sintesi tra il mondo mitizzato dei genitori, che spesso diventa un impedimento nell’inserimento nella società, e quello offerto, ma non interiorizzato, della società nella quale è cresciuto.

Fondamentale diventa in questo senso la ricerca di appartenenza da parte del giovane.[27] Far parte di un gruppo scelto diventa prioritario. Il gruppo offre al giovane la possibilità di superare l’isolamento in cui lo colloca l’esperienza migratoria, in esso può instaurare relazioni personali, dare un nome ai problemi, alle preoccupazioni, alle sue angosce.

Il contatto è ricercato soprattutto all’interno del proprio gruppo etnico-linguistico oppure nell’ambito di altri gruppi migranti, egualmente emarginati nella società.

È interessante notare come varie ricerche ed inchieste rilevino tutt’oggi la forte tendenza dei giovani della 2a e 3a generazione, con conoscenza perfetta della lingua del luogo, a ricercare un contatto quasi esclusivo all’interno del proprio gruppo etnico[28] o come alcuni luoghi di ritrovo siano frequentati prevalentemente da giovani di origine straniera (es. bar, discoteche a Frankfurt a. M., incontri di giovani cresimandi a Stuttgart, giovani ecuadoregni a Piacenza).

d. Dicotomia religiosa

I figli degli immigrati “cattolici” sono cresciuti molto spesso nel clima del mondo “magico sacrale”, tipico della cultura “ibernata” dei loro genitori, senza tuttavia trovare la strada di una formazione e di una pratica ecclesiale. Mentre alcuni di essi restano legati al mondo religioso praticato dai genitori (le missioni cattoliche etnico-linguistiche), la grande maggioranza subisce la contaminazione del “riduzionismo delle aspirazioni”, tipico dell’avventura migratoria della prima generazione, mettendo tra parentesi la pratica religiosa e la partecipazione ecclesiale. Inoltre, solo una minoranza delle famiglie immigrate si è inserita, spontaneamente o forzatamente, soprattutto nei grandi centri urbani ed industriali, nel tessuto ecclesiale locale delle parrocchie locali.

Avviene nel giovane migrante “una frattura generazionale anche sotto l’aspetto religioso.

Nella trasmissione del cammino religioso conta molto il contesto in cui uno cresce. Il giovane in emigrazione riceve dai suoi genitori delle tradizioni e dei comportamenti religiosi che i genitori stessi hanno portato dalla loro terra di origine. Questi comportamenti però il giovane non li trova vissuti nel contesto in cui vive ed è quindi difficile per lui aderirvi e viverli. Facilmente è tentato di cancellarli anche per essere meglio inserito nella sua situazione quotidiana di vita che è una realtà molto secolarizzata”.[29]

I pochi giovani figli di immigrati che risultano ancora “legati” al mondo ecclesiale rischiano poi di essere, inconsciamente, terreno di contesa tra le parrocchie territoriali locali e le missioni etnico- linguistiche, mentre non si guarda con sufficiente attenzione alla maggioranza, che risulta di fatto “lontana”.

Per gli altri, che hanno messo fra parentesi ogni partecipazione ecclesiale, si presenta lo scenario della mancanza di chiari punti di riferimento, in balia di un “supermercato del sacro” presente nella società occidentale, di un “fai da te” anche a livello religioso. 

5. Elementi di una pastorale specifica per i giovani migranti

a. Pastorale giovanile controcorrente

“La prima cosa da fare con e per i giovani, per evangelizzarli, scriveva nel 2002 il Card. G. Danneels, è insegnare loro a ‘nuotare contro corrente’. Si sente spesso l’altra campana, ovvero: cerchiamo di seguirli, si dice, penetrare e immedesimarci nei meandri delle loro ‘filosofie’ e nelle pulsioni del loro cuore. Questo è vero solo in parte e non è detto che sia quello che i giovani stessi chiedono. Non è raro che gli stessi giovani dicano: ‘Non chiedeteci sempre quello che vogliamo noi. Diteci anche quello che voi avete da offrirci’.

Il cristiano nel mondo è come la trota in un corso d’acqua rapido: la trota nuota sempre contro corrente ed è il simbolo della controcultura. La trota rimane nell’acqua e non l’abbandona mai, ma vive in un continuo stato di resistenza. Vive a colpi di reni. L’acqua non la disturba: piuttosto essa vi si appoggia per risalire a monte, alla fonte del torrente. Gli ostacoli sono per lei un trampolino per avanzare. Così il cristiano è una voce di contrasto nel coro della cultura contemporanea: non si mette lì, comodo, sulla riva, da spettatore. Prende attivamente parte alla politica, alla musica, alle immagini, alla sessualità, alla famiglia; si impegna nella scienza e nella tecnica, crede in un futuro: ha fiducia anche lui esercitandosi alla resistenza. Nuota contro corrente”. [30]  

Insieme al giovane

Il giovane rifiuta spesso il metodo pastorale della Chiesa e lo ritiene sorpassato, poiché non si sente coinvolto nel processo, ma semplice destinatario di una dottrina calata dall’alto, di riti già prestabiliti, quasi immutabili, da reiterare senza possibilità di cambiamento.

Egli invece desidera vivere da protagonista anche la sua vita di fede e trovare nella religione una risposta seria ai problemi vitali, ai suoi interrogativi. Si sente alla ricerca del Dio della misericordia con lo sguardo rivolto al futuro e non semplice trasmettitore di un passato da assumere e da tramandare.  

Creativa nelle espressioni

Il giovane pensa con gli occhi, si esprime attraverso i sensi, con un linguaggio simbolico vicino al mondo della musica e dello spettacolo. Come far comprendere oggi al giovane il messaggio evangelico? Non si tratta di cambiare il messaggio, ma di trovare insieme a lui le forme espressive più consone alla sua cultura giovanile, con un linguaggio che parta dall’esperienza viva e personale di vita.

b. Ricchezza del gruppo di appartenenza

I Vangeli ci trasmettono non solamente il messaggio di Gesù, illustrano anche gli approcci diversi da Lui usati nei confronti degli apostoli. Egli li chiamò perché stessero con lui, li formò con la sua parola ed infine li inviò nel mondo.

L’incontro della Chiesa con il giovane deve tener conto della necessità di approcci diversi:

- Un movimento di affetti. Per il giovane oggi il mondo affettivo riveste una importanza fondamentale. Egli vive di sentimenti, di affetti, è alla ricerca di relazioni autentiche con l’altro. Anche la relazione con Cristo parte da questo bisogno. Normalmente il giovane cerca di trovare nel gruppo dei coetanei una risposta alle sue dinamiche vitali. Nel gruppo trova la possibilità di fare esperienze forti, tra le quali quella di sentire la vicinanza di Dio nella sua vita. Il successo notevole delle Giornate Mondiali della Gioventù, penso, rientra non a caso in questa dinamica.

- Un movimento di pensiero. Anche se i giovani sono sensibili alla loro autonomia e indipendenza, sono tuttavia coscienti che non possono vivere senza punti di riferimento, senza indicazioni chiare. Cercano nel mondo degli adulti ed anche nella Chiesa delle sicurezze che non impediscano loro di riflettere in modo libero e personale. Il gruppo diventa così lo strumento attraverso il quale egli costruisce le sue certezze (“anche gli altri miei amici pensano e agiscono così”).

- Un movimento di azione. Tutti i giovani, nella costruzione del loro futuro, hanno bisogno di esperienze e di momenti “forti”, nei quali misurare e incominciare a conoscere se stessi, confrontarsi ed aprirsi agli altri, imparare l’accoglienza e l’accettazione della diversità, continuare a “crescere”, a trovare un ruolo nella società. Si tratta di “esperienze” che lo aiutano a “liberarsi” dall’omologazione e massificazione giovanile e che stimolano in lui, che sta vivendo dentro se stesso il dramma della divisione e dello scontro, la dimensione dell’apertura e del dialogo e della costruzione di un mondo senza frontiere, più umano e più fraterno.

Il giovane, soprattutto se con esperienza migratoria di discriminazione, è sensibile alle ingiustizie sociali e desideroso di rendersi utile nella costruzione di una società più giusta. Propenso al fare, più che alla riflessione teorica, si rende facilmente disponibile a tutte le iniziative di volontariato rivolte alla solidarietà e alla lotta dell’ingiustizia sociale. I numerosi campi e azioni specifiche svolti in ogni nazione europea a favore dei più deboli, sono il segno inequivocabile che per il giovane il cammino verso Dio passa attraverso il prossimo e che molti giovani scoprono il volto di Dio al termine di un impegno sociale verso l’altro.

c. Dimensione interculturale

Ma dove incontrare oggi i giovani migranti della 2a e 3a generazione e quale pastorale giovanile è possibile immaginare insieme a loro?

I luoghi di incontro formali, quali le parrocchie e le missioni etnico-linguistiche, dove fino a qualche decennio fa era possibile incontrare un gran numero di giovani, vedono oggi una minima presenza giovanile. Le strutture pastorali ecclesiali non possono offrire ai giovani proposte “totalizzanti”, che riescano ad “inquadrare ed incanalare” tutti i complessi e diversificati bisogni giovanili. La scarsa identificazione del giovane con la chiesa, vale anche per i giovani migranti, e l’allontanamento costante dopo i riti di iniziazione cristiana, porta alla constatazione che la parrocchia e la missione etnico-linguistica non sono più luoghi usuali di aggregazione per il giovane. Gli stessi oratori giovanili, tipici dell’esperienza italiana, confermano questa realtà.

Diventa perciò sempre più necessario, se vogliamo incontrare il giovane, uscire dagli ambiti limitati delle strutture parrocchiali o di missione. 

I luoghi informali. “La preoccupazione pastorale deve raggiungere in modo creativo anche i luoghi dove i giovani trascorrono la maggior parte del loro tempo libero: la piazza, la discoteca, il campo sportivo, ecc. I luoghi informali e occasionali sono oggi preziosi per incontrare i giovani e svolgere un servizio per loro”.[31] Per questo sarà necessario intessere da parte dell’operatore di pastorale giovanile tutta una rete di rapporti con i punti di riferimento abituali che il giovane ha nella vita quotidiana.

c. Dinamismo fra identità e alterità

Il giovane della seconda e terza generazione è alla ricerca di una identità che integri le diverse  pluri-appartenenze che lo animano. Come mantenere le radici religiose e culturali della propria famiglia senza rinchiudersi in esse e nello stesso tempo aprirsi al nuovo, alle diversità della società locale senza rinnegare la sua origine? Come aiutarlo nella gestione delle diversità culturali, a volte difficili da conciliare?

Tutta la società europea è divenuta in brevi anni una società multiculturale. Fuori dell’uscio di casa appare la diversità culturale del passante o del vicino. L’azione pastorale della Chiesa non può ignorare questo fenomeno o dare una risposta che preveda dei percorsi paralleli per ogni realtà culturale diversa. L’Istruzione Erga migrantes del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti[32] del 2004 mostra il cammino fatto dalla chiesa rispetto alla realtà migratoria presa in considerazione con l’Exul Familia del 1952.

Anche la pastorale giovanile, rivolta a tutti i giovani ed in modo particolare ai giovani migranti, deve tener conto della nuova realtà multiculturale che caratterizza tutta la società europea.[33]

Gli organismi di pastorale giovanile nelle diocesi e nelle nazioni europee sono chiamati a superare l’ambito del proprio gruppo nazionale per aprirsi alla realtà giovanile plurietnica.

Per fare questo sarà necessario formare nuove figure di operatori di pastorale giovanile, capaci di confrontarsi con la diversità culturale dei giovani presenti nel territorio.

Sarà necessario inoltre approntare nuovi sussidi catechetici e pastorali (gli attuali in uso nelle nazioni europee sono in chiave mono etnica) che riflettano la multietnicità dei giovani nella Chiesa.

Tutto questo superando, prima di tutto, i meccanismi della concorrenza tra le varie “agenzie” di pastorale giovanile (meccanismi che risultano estremamente contrari alla testimonianza cristiana e che tendono a vedere il giovane in modo sostanzialmente come “funzionale”). Le strutture pastorali impegnate nel settore giovanile dovrebbero, al contrario, cercare, nell’accettazione e nel rispetto della diversità dei ruoli, delle competenze, e nella varietà delle tipologie giovanili, di sperimentare modelli di coordinamento e di compartecipazione di differenti e differenziate iniziative. I giovani dovrebbero vivere nella Chiesa anzitutto un’esperienza “liberante” e non omologante, per scoprire gli spazi aperti dell’azione di Dio nella costruzione di rapporti umani profondi.

d. Pastorale della speranza

“Abbiamo posto la speranza nel Dio vivente” (1 Tm 4,10),  è il messaggio del Santo Padre inviato ai giovani in occasione della XXIV Giornata Mondiale della Gioventù celebrata a livello diocesano il 5 aprile 2009.

Il giovane è proiettato verso il futuro. “La giovinezza in particolare è tempo di speranze, perché guarda al futuro con varie aspettative”, scrive il Papa. Futuro è per il giovane una parola magica e inquietante. Egli si attende una pastorale che dia senso al futuro e non narri solo il passato.

Ma quale futuro per il giovane, se non quello finalizzato alla scoperta di Cristo?

La figura di Cristo è tenuta in grande considerazione dai giovani, anche se ognuno tende a costruirsi il Cristo che più gli conviene. Il giovane ammira il Cristo per le sue parole di amore, per la sua azione a favore dei poveri e dei deboli, per il suo essere perseguitato e al di sopra di coloro che lo perseguitano, per il suo sguardo rivolto all’invisibile. Solo in Cristo egli può scoprire il senso della vita, il volto della diversità e della universalità. “È Lui la vera speranza: il Cristo che vive con noi e in noi e che ci chiama a partecipare alla sua vita eterna. Se non siamo soli, se Egli è con noi, anzi, se è Lui il nostro presente ed il nostro futuro, perché temere?”[34]

Il modo in cui il giovane guarda a Cristo deve però essere corretto, aiutato da un’azione pastorale specifica che gli faccia scoprire in Cristo il volto autentico del Dio amore e che alimenti in lui la gioia di vivere e di mettersi a servizio dell’altro.

“Il successo dell’evangelizzazione dei giovani dipende senza dubbio da quanto conosciamo il terreno e dall’impostazione dei nostri metodi. Fortunatamente, tutto ciò dipende ancor più dalla fede nell’Onnipotenza della Parola di Dio. Quest’ultima trova sempre e in qualunque campo  buona terra da cui produce frutto: trenta, sessanta, cento volte tanto rispetto al seme gettato nella terra. E nel cuore dei giovani dimora lo Spirito Santo, Uditore invisibile, che in ogni epoca rinnova la risposta di un’anima giovane e generosa”.[35]

“Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo”. (Rm 15,13)

 

[1] X Simposio dei Vescovi europei. Giovani d’Europa nel cambiamento. Laboratorio della fede. Testo base, Roma 24-28 aprile 2002.

[2] Idem, X Simposio dei Vescovi europei. Messaggio finale, 2002.

[3] Card. Godfried Danneels, Jeunesse. Courants et contre-courants. Malines, Service de Presse de l’Archevêché, 1989: «Vous

 

 trouvez l’Eglise médiocre dans son discours et timide dans son action: ni chaude, ni froide. Sans intérêt! Vous n’avez pas entièrement tort. Mais ce profil bas de l’Eglise est en fait typique de nos contrées».

[4] José Marìa Mardones, Secularización en “Nuevo Diccionario de Pastoral”, San Pablo, Madrid 2002, 1360.

 

(Traduzione propria)

[5] Cfr. Alcuni dati per la Spagna in Juan de Dios González-Anleo, Jóvenes y religiosidad, en “Resumen del informe jóvenes

 españoles

 2005”, Fundación Santa María, 2005, 13-15.

[6] Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2008.

 

[7] Marchetto Agostino, in “Christliche Werte als Basis einer nachhaltigen Politik zur Integration von Jugendlichen mit

 Migrationshintergrund in Europa, Konrad Adenauer Stiftung, Brussel 14 Oktober 2008.

[8] Cfr. Ambrosini Maurizio, Oltre l’integrazione subalterna: la sfida delle seconde generazioni. In: Melotti, Umberto (a cura di), Le banlieues.

 Immigrazione e conflitti urbani in Europa, Meltemi, Roma 2007, pp. 87-108.

[9] Cf. Allegato statistico annesso di Prencipe Lorenzo, Giovani dell’immigrazione, CSER, Roma giugno 2009.

[10] È difficile avere statistiche circa i minori vittime di traffico e di tratta. L’organizzazione “Save the Children” ha comunque stimato

 che la percentuale di ragazze vittime può raggiungere l’80% del traffico.

[11] Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, circa 20.000 minori non accompagnati (in genere tra i 16 e i 17

 anni, di cui solo il 2% di ragazze) all’anno fanno domanda d’asilo nei 27 paesi dell’UE. A fine 2007, in Italia, i minori stranieri non accompagnati, censiti dal Comitato minori stranieri erano in totale 7.548 di cui il 75% sprovvisto di documenti.

[12] Nei paesi OCSE sono circa 2,3 milioni gli studenti stranieri, di cui 1,2 sono nei paesi europei come Gran Bretagna, Germania,

Francia, Austria e Danimarca. Cfr. Sopemi, Perspectives des migrations internationales, Rapport 2007, OCDE, Paris 2007, 416 pp.

[13] In Italia almeno il 16% dei bambini nati sono legati al fenomeno dell’immigrazione.

[14] Cfr. Note 2009 di Rossi Beniamino, Direttore ASCS (Agenzia Scalabriniana Cooperazione e Sviluppo), Milano.

[15] Cfr. José Magaña, Migrazione e giovani. Una chance per la chiesa e la società in Europa. Incontro Direttori nazionali CCEE, Sigüenza,

 settembre 2006

[16] Cfr. Note 2009 di Marin Luca, direttore del CIEMI (Centre d’Information et d’Etudes sur les Migrations Internationales) a Parigi.

[17] DBK, „Eine Kirche in vielen Sprachen und Völkern. Leitlinien für die Seelsorge an Katholiken anderer Muttersprache“, Bonn

 2003 e “Integration fördern – Zusammenleben gestalten“, Bonn 2004.

[18] Migratio, “Paroisse - propositions pour des rencontres entre Suisses et migrants”, 2008.

[19] “Joven inmigrante, la parroquia sale a tu encuentro”, 2008.

[20]  Idem.

[21] Piergiorgio Saviola, “Giovani migranti: risorsa e provocazione”, in Servizio Migranti, 5, 2007.

[22] Idem. Note 2009 di Rossi Beniamino.

[23] Cfr. Jóvenes y religiosidad, en Resumen del informe jóvenes españoles 2005, Fundación Santa Maria, 2005.

[24] Benedetto XVI, Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2008.

[25] Cfr. 8° Meeting internazionale migrazioni Loreto, Figli di stranieri o figli di nessuno? I minori immigrati protagonisti nell’Europa

 

 di oggi e di domani, Loreto 2005.

[26] Marchetto Agostino, “Christliche Werte als Basis einer nachhaltigen Politik zur Integration….“, 2008.

[27] Cfr. Santelli Emmanuelle, Grandir en banlieue, Ed. CIEMI, Paris 2004.

[28] Cfr. SVEP, Génération involontaire. Le seconde generazioni di immigrati nella provincia di Piacenza fra integrazione e rischi di

 esclusione, Piacenza 2009.

[29] José Magaña, Migrazione e giovani. Una chance per la chiesa e la società in Europa. Incontro Direttori nazionali CCEE, Sigüenza,

 settembre 2006.

[30] Card. Godfried Danneels, L’evangelizzazione dei giovani. Itinerari, X Simposio dei Vescovi europei. Giovani d’Europa nel

cambiamento, Roma 24-28 aprile 2002.

 

[31] Cfr. A. Francis-Vincent, Metodo della prassi pastorale, p. 323. Ed anche: Vallecoccia Silvio, in Pastorale Giovanile in

Emigrazione. Percorso di comunione, Urbaniana, Roma 2004.

[32] Istruzione Erga migrantes caritas Christi, Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, Roma 2004.

[33] Cfr. Grasso Antonio, Verso un ripensamento della pastorale giovanile?, in “Note di pastorale giovanile”, 5/2005 e Sigalini

 Domenico, I giovani nel nuovo contesto multiculturale, multietnico e multi religioso, in Servizio Migranti, X, 4, 2000.

[34] Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la XXIV Giornata Mondiale della Gioventù (5 aprile 2009).

[35] Card. Godfried Danneels, L’evangelizzazione dei giovani. Itinerari, X Simposio dei Vescovi europei. Giovani d’Europa nel

 

 cambiamento, Roma 24-28 aprile 2002.

 

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