PRESENTAZIONE
DEL
MESSAGGIO SUL TEMA
“UNA SOLA
FAMIGLIA UMANA”
P.
Gabriele Bentoglio
Sottosegretario del Pontificio Consiglio
della
Pastorale per i Migranti e gli Itineranti
A complemento di quanto ha esposto l’Arcivescovo Presidente,
soffermandosi in particolare sui movimenti migratori – inclusi
quelli internazionali a motivo di studio –, desidero mettere in luce
quanto il Messaggio del Santo Padre si sofferma a considerare
affermando che “in vari casi la partenza dal proprio Paese è
spinta da diverse forme di persecuzione, così che la fuga diventa
necessaria” (Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato
2011), riferendosi a quanti sono costretti a lasciare il
proprio Paese per cercare asilo e rifugio altrove.
Con i processi di globalizzazione, anche mediante i frequenti e
rapidi movimenti delle persone, il mondo si va sempre più
unificando. A fondamento dell’autentica unità, comunque, vi è la
consapevolezza della comune appartenenza alla natura umana. In tal
modo, intravediamo il solido costituirsi di una sola famiglia, nella
quale tutti siamo interdipendenti. In effetti, gli avvenimenti che
si registrano in una parte del mondo inevitabilmente hanno
ripercussioni anche altrove e, dunque, costatiamo che il mondo è
davvero un villaggio, di cui tutti siamo diventati cittadini. E la
mobilità umana, nelle sue differenti tipologie, è una di queste
manifestazioni a livello globale, come afferma il Santo Padre
spiegando che “il fenomeno stesso della globalizzazione,
caratteristico della nostra epoca, non è solo un processo
socio-economico, ma comporta anche ‘un’umanità che diviene sempre
più interconnessa’, superando confini geografici e culturali” (GMMR
2011).
Quest’anno il Messaggio di Benedetto XVI, il quinto del suo
Pontificato, sottolinea che l’umanità è una sola famiglia,
multietnica e interculturale, e questo produce immancabili
conseguenze per l’individuo, la società, gli Stati e le Chiese
locali. La prima è che una famiglia autentica non è dominata dai
membri più forti, ma si comporta esattamente all’opposto, cosicché i
bisogni dei membri più deboli determinano la direzione e le
decisioni da prendere. A fondamento vi è, senza dubbio, una cultura
d’accoglienza, ospitalità e solidarietà. Come afferma il Santo
Padre: “Accogliere i rifugiati e offrir loro ospitalità è per
ognuno un gesto retto di solidarietà umana, così da non farli
sentire isolati a causa dell’intolleranza e indifferenza” (GMMR
2011).
I rifugiati e i richiedenti asilo compiono atti di coraggio
nell’abbandonare la loro patria e si dirigono verso altri Paesi
proprio perché i loro fondamentali diritti umani sono stati violati,
divenendo oggetto di persecuzione e vedendo in pericolo la loro
stessa vita. Sono vittime di guerre e di violenze, costretti a
fronteggiare condizioni umane in cui nessuno dovrebbe vivere. Ciò si
assomma spesso al fatto di aver dovuto sopportare esperienze
traumatiche, oppure alla consapevolezza che per loro il destino è
stato favorevole, mentre i loro familiari sono rimasti in zone di
pericolo.
Solo per quantificare il fenomeno di cui stiamo parlando, i dati
statistici affermano che si contano oggi 15 milioni di rifugiati,
dei quali 10.4 milioni sono sotto la responsabilità diretta
dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR),
mentre il restante 4.8 sono a carico dell’Agenzia di Lavoro e
Sostegno delle Nazioni Unite nel Vicino Medio-Oriente (UNRWA). Il
numero delle persone sfollate all’interno dello stesso Paese (IDPs),
soprattutto in relazione a casi di violazione dei diritti umani, si
aggira attorno ai 27 milioni.
In tale contesto, la Chiesa avverte come suo compito quello di
ristabilire i valori e la dignità umana, specialmente mediante la
promozione di una cultura dell’incontro e del rispetto, che risana
le ferite subite e promette nuovi orizzonti di integrazione, di
sicurezza e di pace. La sfida consiste nel creare zone di
tolleranza, speranza, guarigione, protezione, e nell’assicurare che
drammi e tragedie – già troppo a lungo sperimentati in tempi passati
e anche in quelli recenti – non accadano mai più. Qui il Messaggio
Pontificio tocca uno dei temi forti della millenaria esperienza
cristiana, quello dell’accoglienza. Essa, tradotta nell’ospitalità,
nella compassione e nella ricerca dell’uguaglianza – in fatto di
diritti e di doveri – costituisce il primo passo della risposta alla
sfida alla quale ho accennato. L’obiettivo è quello di garantire ai
rifugiati, ai richiedenti asilo e ai profughi concrete possibilità
di sviluppo del loro potenziale umano, “aiutati a trovare un
luogo dove vivere in pace e sicurezza, dove lavorare e assumere i
diritti e doveri esistenti nel Paese che li accoglie, contribuendo
al bene comune, senza dimenticare la dimensione religiosa della vita”
(GMMR 2011).
Tutto questo richiede che diventiamo tutti maggiormente consci
delle disagiate situazioni dei rifugiati, dei loro sogni e progetti
di vita, oltre alle cause prossime e remote dei loro problemi. Il
Santo Padre dice che “anche nel caso dei migranti forzati la
solidarietà si alimenta alla ‘riserva’ di amore che nasce dal
considerarci una sola famiglia umana e, per i fedeli cattolici,
membri del Corpo Mistico di Cristo: ci troviamo infatti a dipendere
gli uni dagli altri, tutti responsabili dei fratelli e delle sorelle
in umanità e, per chi crede, nella fede” (GMMR 2011).
L’accoglienza comincia con l’empatia, cioè con lo sforzo di
capire i sentimenti dell’altro e di comprendere come ci si trova in
un mondo sconosciuto, con costumi e tradizioni diverse. Significa
vedere nel volto del rifugiato una persona umana, che in questo
momento particolare ha bisogno di buona assistenza. Essa implica la
disponibilità ad offrire aiuto, costruendo contatti di fraternità e
tessendo quotidianamente canali di comunicazione, anche per spiegare
il significato di nuove usanze e aiutare a penetrare meglio nella
conoscenza del nuovo ambiente sociale con il coinvolgimento attivo
negli eventi che segnano la vitalità del territorio.
Le raccomandazioni che cogliamo nel Messaggio del Santo Padre
mirano a sollecitare i singoli e la comunità internazionale a non
ignorare le dimensioni di una sfida che riguarda il mondo intero. In
effetti, potremmo avere l’impressione che solo l’Europa stia
attualmente affrontando tale problema. Ma non possiamo dimenticare
che, ad esempio, il Sud Africa ha accettato 220 mila richiedenti
asilo nell’arco dello scorso anno, e tale cifra corrisponde quasi al
numero di persone accolte nei 27 Stati membri dell’Unione Europea
messi insieme, e più di quattro volte il numero di coloro che hanno
cercato asilo presso gli Stati Uniti d’America.
Teniamo conto, poi, che l’80% del numero complessivo dei rifugiati e
dei richiedenti asilo cerca di mantenere una certa prossimità con il
Paese di origine. Dunque, assumere consapevolezza delle dimensioni
del fenomeno certamente aiuta a rimettere le cose nel loro giusto
ordine.
Indubbiamente ciò richiede anche che gli Stati si assumano le
rispettive legittime responsabilità. In effetti, l’atteggiamento
attuale di molti Paesi sembra contraddire gli accordi sottoscritti,
manifestando talvolta comportamenti dettati dalla paura dello
straniero e, non di rado, anche da mascherata discriminazione. Così,
emerge una disparità sempre più accentuata tra gli impegni presi e
la loro attuazione. È sotto gli occhi di tutti il ricorso a vari
modi per eludere la responsabilità di accogliere e sostenere coloro
che cercano rifugio e protezione umanitaria. Esplicitamente
Benedetto XVI ammonisce che “nei confronti di queste persone, che
fuggono da violenze e persecuzioni, la Comunità internazionale ha
assunto impegni precisi. Il rispetto dei loro diritti, come pure
delle giuste preoccupazioni per la sicurezza e la coesione sociale,
favoriscono una convivenza stabile ed armoniosa” (GMMR 2011).
Invece, l’ingresso in alcuni Paesi per chiedere asilo è sempre
più ostacolato e impraticabile. Quelli che si avventurano con mezzi
di trasporto via mare (nel Pacifico, nel Mediterraneo o nel Golfo di
Aden, ad esempio), ma anche quelli che utilizzano altre vie di fuga,
troppo spesso si vedono trattati con pregiudizio: i loro casi non
sempre vengono esaminati individualmente, mentre accade con
frequenza che vengano rigettati in blocco. Anche a loro si dirige
l’appello del Santo Padre quando afferma che “hanno il dovere di
integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e
l’identità nazionale” (GMMR 2011).
Ad ogni modo, sembra confermato che rifugiati e richiedenti asilo
versino oggi in pessime condizioni più che in passato, anche nei
Paesi ospitanti del Sud del pianeta. Qui si contano a migliaia i
rifugiati che sono forzati a rimanere nei campi di raccolta, a volte
senza diritto di impiego e limitati nei loro movimenti all’interno
del campo. Qui, tra l’altro, risiede uno dei motivi che li porta ad
essere dipendenti dalle razioni di cibo giornaliero, che molto
spesso sono insufficienti. Nel campo, poi, nascono e crescono nuove
generazioni, che però conoscono soltanto il campo e sono ignare di
quanto vi è all’esterno. Non è un’eccezione trovare bambini, figli
di rifugiati, che hanno vissuto nel campo fino alla maggiore età.
Sorge allora l’interrogativo: cosa significa vivere per anni in
un campo affollato, senza speranza di una vita più decente, oppure
vedere che non c’è futuro per i bambini? Accade con frequenza,
perciò, che vi sia chi tenti di abbandonare il campo per andare
verso i centri urbani e sperare di rifarsi una vita, senza però
chiedere la relativa autorizzazione e, dunque, violando la normativa
vigente. Dignità e diritti dei rifugiati dovrebbero essere
rispettati, specialmente in circostanze in cui esiste una frattura
tra la teoria e la pratica. Ogni rifugiato possiede diritti
fondamentali, che sono inalienabili e devono essere sempre
rispettati.
Occorre offrire speranza per il futuro. La Chiesa, da parte sua,
sta cercando di rispondere a questa domanda. I suoi sforzi e le sue
attività ne sono appunto una chiara testimonianza. Papa Benedetto
XVI offre ispirazione, motivazioni e incoraggiamento quando afferma
che “ognuno, nutrito nella fede di Cristo al Banchetto
eucaristico, assimila il suo stile di vita, che è lo stile del
servizio attento specialmente ai più deboli e sfortunati. Infatti,
la carità pratica è un criterio per provare l’autenticità delle
nostre celebrazioni liturgiche”.
Vorrei concludere citando l’appello che risuona oggi con
straordinaria forza nella voce del Santo Padre con queste
espressioni: “Per la Chiesa, questa realtà costituisce un segno
eloquente dei nostri tempi, che porta in maggiore evidenza la
vocazione dell’umanità a formare una sola famiglia, e, al tempo
stesso, le difficoltà che, invece di unirla, la dividono e la
lacerano. Non perdiamo la speranza, e preghiamo insieme Dio, Padre
di tutti, perché ci aiuti ad essere, ciascuno in prima persona,
uomini e donne capaci di relazioni fraterne; e, sul piano sociale,
politico ed istituzionale, si accrescano la comprensione e la stima
reciproca tra i popoli e le culture” (GMMR 2011).