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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 113, December 2010

 

 

PRESENTAZIONE  

DEL MESSAGGIO SUL TEMA

“UNA SOLA FAMIGLIA UMANA”
 

 

 

S.E. Mons. Antonio Maria Vegliò

Presidente del Pontificio Consiglio

della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

 

Sono lieto e onorato di presentare oggi il Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la celebrazione annuale della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che avrà luogo il 16 gennaio 2011. Ne è tema “Una sola famiglia umana”.

Grazie alla comune origine il genere umano forma una unità. Dio infatti ‘creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini’ (At 17,26)”, recita il Catechismo della Chiesa Cattolica – CCC – al n. 360. La prima pagina della Bibbia offre una meravigliosa visione, che ci fa contemplare il genere umano nell’unità di una comune origine in Dio: “un solo Dio e padre di tutti” (Ef 4,6) che “ci chiama ad essere figli amati nel suo Figlio prediletto” e “ci chiama anche a riconoscerci tutti come fratelli in Cristo” ((Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2011).

L’umanità dunque è “una sola famiglia di fratelli e sorelle in società che si fanno sempre più multietniche e interculturali” (GMMR 2011), grazie anche alle migrazioni, che generalmente costituiscono una difficile esperienza, pur nelle varie tipologie che il fenomeno assume. Infatti, ci sono le migrazioni “interne o internazionali, permanenti o stagionali, economiche o politiche, volontarie o forzate” (GMMR 2011). Si tratta di movimenti che portano comunque ad una mescolanza di etnie, culture e religioni che rende il dialogo un necessario strumento verso “una serena e fruttuosa convivenza nel rispetto delle legittime differenze” (GMMR 2011). Nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace (GMP) del 2001 (n. 12), il Venerabile Giovanni Paolo II affermò che “sono molte le civiltà che si sono sviluppate e arricchite proprio per gli apporti dati dall’immigrazione. In altri casi, le diversità culturali di autoctoni e immigrati non si sono integrate, ma hanno mostrato la capacità di convivere, attraverso una prassi di rispetto reciproco delle persone e di accettazione o tolleranza dei differenti costumi” (cfr. anche Erga Migrantes Caritas Christi – EMCC – , n. 2).

È dunque importante che gli immigrati si integrino nel Paese di accoglienza “rispettandone le leggi e l’identità nazionale” (GMMR 2011). È vero che “non è facile individuare assetti e ordinamenti che garantiscano, in modo equilibrato ed equo, i diritti e i doveri tanto di chi accoglie quanto di chi viene accolto” (GMP 2001, n. 12), ma si possono “individuare alcuni principi etici di fondo a cui fare riferimento. Primo fra tutti, è […] il principio secondo cui gli immigrati vanno sempre trattati con il rispetto dovuto alla dignità di ciascuna persona umana” (ibid., n. 13). Certo è diritto degli Stati “regolare i flussi migratori e […] difendere le proprie frontiere” (GMMR 2011), per salvaguardare la sicurezza della Nazione, ma tale diritto deve sempre tener conto del principio appena menzionato. “Si tratterà allora di coniugare l’accoglienza che si deve a tutti gli esseri umani, specie se indigenti, con la valutazione delle condizioni indispensabili per una vita dignitosa e pacifica per gli abitanti originari e per quelli sopraggiunti (GMP 2001, n. 13)” (GMMR 2011).

Ogni flusso migratorio ha un suo itinerario di inserimento, connesso a molteplici variabili. I rapporti che si sviluppano fra gli immigrati (individui e gruppi) e la società di accoglienza si possono ricondurre a schemi che potremmo sintetizzare negli elementi seguenti:

l’assimilazione o assorbimento che si traduce nella conformazione all’ingranaggio sociale, processo che equivale ad una “deculturazione” e “spersonalizzazione”;

la ghettizzazione che implica la chiusura, l’autodifesa e la resistenza di fronte all’esclusione, il rifiuto della società circostante, la marginalità e la discriminazione, che alimentano l’aggressività e l’ostilità reciproche;

la fusione sincretica o “melting pot”, che si esplicita nella fusione dei diversi modelli culturali, con perdita di identità culturale propria;

il “pluralismo culturale” che affianca le culture e sembra porsi come reazione al carattere unidimensionale della cultura locale, che tende a subordinare i modelli culturali a quelli della produzione e della consumazione.

A questi schemi classici, nella linea del Messaggio del Santo Padre che oggi presentiamo, possiamo aggiungere un quinto caso, quello dell’“integrazione sociale”, accompagnata dalla “sintesi culturale”, che comporta da un lato un processo dinamico – cioè la reciprocità dello scambio – e, dall’altro, un’integrazione sociale che presuppone la partecipazione alla creazione e al cambiamento delle relazioni sociali.

La “sintesi culturale” presuppone l’elaborazione di modelli originali, scaturiti dalle culture presenti, senza per questo lasciarsi ridurre ad alcuna di esse; modelli che si inseriscono nella cultura di base che in questo modo si rafforza.

In tale quadro concettuale solo l’ultimo processo rappresenta il successo del pluriculturalismo ed è l’unico a permettere ai gruppi immigrati di dare vita ad una “nuova cultura” il cui beneficiario è la società intera (immigrati ed autoctoni). L’assimilazione, in effetti, non può essere concepita come l’ultimo stadio dell’acculturazione, ma – come la ghettizzazione, il melting pot e il pluriculturalismo – essa non è che una forma del suo fallimento.

All’interno di questo quadro rappresentativo, costatiamo che tutti siamo figli di un solo Padre e fratelli tra di noi con vocazione all’unità. In effetti, rispondendo a questa autentica chiamata divina, siamo consapevoli che “noi ‘non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle’ (GMP 2008, 6)”, e quindi tutti “fanno parte di un’unica famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono” (GMMR 2011).

Questa visione ci porta anche a considerare l’unità della casa dell’umanità, del suo habitat che è la terra, dei cui beni tutti gli uomini, per diritto naturale, possono usare per il sostentamento e lo sviluppo della vita. Sì, tutti hanno lo stesso diritto ai beni della terra, secondo il principio della “destinazione universale delle risorse”, che la Dottrina sociale della Chiesa insegna. Dunque, la solidarietà umana e la carità non devono escludere nessuno dalla ricca varietà delle persone, delle culture e dei popoli (cfr. CCC, n. 361) e, ancora, condividere con gli altri non è un atto di gentilezza o di generosità, ma un dovere verso i membri della medesima famiglia.

In essa, a nessuno deve mancare il necessario e il patrimonio familiare va gestito nella solidarietà, senza eccessi e senza sprechi. Così anche nella famiglia umana – come si espresse Giovanni Paolo II nel 2008 – , non “vanno dimenticati i poveri [tra cui molti migranti e rifugiati], esclusi in molti casi dalla destinazione universale dei beni del creato” e va cercata “un’economia che risponda veramente alle esigenze di un bene comune a dimensioni planetarie”. Le relazioni tra le singole persone e tra i popoli devono permettere “a tutti di collaborare su un piano di parità e di giustizia” e al tempo stesso occorre adoperarsi “per una saggia utilizzazione delle risorse e per un’equa distribuzione della ricchezza”. In questo contesto, “gli aiuti dati ai Paesi poveri devono rispondere a criteri di sana logica economica, evitando sprechi” (cfr. GMP 2008, nn. 7 e 9).

Quando perciò la situazione è tale che non è possibile, per una persona e per la sua famiglia, vivere con dignità nella terra natia, si deve dare loro la possibilità di cercare migliori opportunità altrove. Il diritto ad emigrare sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, art. 13, che ogni persona possiede, è infatti basato proprio sulla destinazione universale dei beni di questo mondo, come ribadì Giovanni XXIII nell’Enciclica Mater et Magistra (nn. 30 e 33). Giovanni Paolo II lo sottolineò nel suo Messaggio per la Giornata del Migrante e del Rifugiato del 2001 (n. 3) dicendo che “[il bene comune universale] abbraccia l’intera famiglia dei popoli, al di sopra di ogni egoismo nazionalista. È in questo contesto che va considerato il diritto ad emigrare. La Chiesa lo riconosce ad ogni uomo nel duplice aspetto di possibilità di uscire dal proprio Paese e possibilità di entrare in un altro alla ricerca di migliori condizioni di vita” (GMMR 2011).

Nell’Enciclica Caritas in Veritate (CV), Benedetto XVI ha recentemente affermato che “nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo” (CV, 62). Pertanto, nella nostra “società in via di globalizzazione, il bene comune e l’impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell’intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle Nazioni, così da dare forma di unità e di pace alla città dell’uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio (CV, 7)” (GMMR 2011).

Nel contesto di questa presentazione, vale la pena ricordare che le Nazioni Unite hanno dedicato l’anno 2010, che ormai volge al termine, come “Anno internazionale per l’avvicinamento delle culture”, su richiesta della Conferenza Generale dell’UNESCO svoltasi a fine 2007. Tale proposta fu adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che conferì all’UNESCO il mandato di curare l’organizzazione dell’Anno. Obiettivo generale dell’iniziativa è stato quello di iscrivere nell’ottica del dialogo e della vicinanza interculturale le prassi politiche, a livello locale, nazionale, regionale e internazionale, coinvolgendo in tal modo il più ampio numero di partners. Si è inteso, dunque, rafforzare la comunicazione tra i popoli, ai fini di una migliore comprensione reciproca e di una più compiuta conoscenza dei diversi modi di vita. L’Anno 2010 è stata occasione di ribadire la visione di un’umanità pluralistica e l’interazione tra diversità culturale e dialogo interculturale. Pertanto, anche il Messaggio del Santo Padre rafforza nella comunità internazionale la percezione dell’importanza del dialogo e promuove il riconoscimento dei diritti umani per tutti, combattendo contro le nuove forme di razzismo e discriminazione.

La mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli è causa profonda del sottosviluppo e […] incide fortemente sul fenomeno migratorio” (GMMR 2011), afferma Benedetto XVI. L’autentico sviluppo, infatti, proviene dalla “condivisione dei beni e delle risorse”, che “non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene (cfr Rm 12,21) e apre alla reciprocità delle coscienze e delle libertà” (CV, 9). A questo proposito anche l’Istruzione Erga Migrantes Caritas Christi, pubblicata nel 2004 dal nostro Dicastero, solleva la “questione etica […] della ricerca di un nuovo ordine economico internazionale per una più equa distribuzione dei beni della terra, che contribuirebbe […] a ridurre e moderare i flussi […] delle popolazioni in difficoltà”. In effetti, tale nuovo ordine richiede una nuova visione “della comunità mondiale, considerata come famiglia di popoli, a cui finalmente sono destinati i beni della terra, in una prospettiva del bene comune universale” (EMCC, 8).

La riflessione e l’auspicio del Santo Padre sul tema dell’Eucaristia, “sorgente inesauribile di comunione per l’intera umanità” (GMMR 2011), incoraggia la crescita nella carità vissuta e concreta, soprattutto verso i più poveri e deboli, tra i quali questo Messaggio Pontificio raccomanda i migranti, i rifugiati e gli studenti internazionali.

 

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