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PONTIFICIO CONSIGLIO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE
DELLA LETTERA APOSTOLICA
DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II
"IL RAPIDO SVILUPPO"
AI RESPONSABILI DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

 

INTERVENTO DI S.E. MONS. JOHN PATRICK FOLEY

INTERVENTO DI S.E. MONS. RENATO BOCCARDO

 


 INTERVENTO DI S.E. MONS. JOHN PATRICK FOLEY

Colleghi comunicatori,

circa un anno fa, il Santo Padre ha gentilmente invitato a pranzo il nostro Sottosegretario, Dott. Angelo Scelzo, l’allora Segretario, S.E. Mons. Pierfranco Pastore, e me per parlare – tra le altre cose – del quarantesimo anniversario della promulgazione del Decreto Conciliare sulle comunicazioni sociali, "Inter Mirifica". Il Santo Padre era contento di ricordare che egli stesso si trovava nella Basilica di San Pietro il 4 dicembre 1963, in occasione della promulgazione di quel decreto e della Costituzione Apostolica sulla Liturgia, "Sacrosanctum Concilium". Anch’io ricordavo con piacere di essere stato presente in quell’occasione – in qualità di sacerdote-giornalista per scrivere articoli sul Concilio Vaticano Secondo. Il mio ordinario, S.E. Mons. John J. Krol, Arcivescovo di Philadelphia, che era uno dei quattro Sottosegretari del Concilio, mi aveva dato un biglietto speciale per partecipare alla cerimonia finale di quella sessione del Concilio. Nel 1967 Mons. Krol venne nominato cardinale insieme all’allora Arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla.

Prima della promulgazione dell’"Inter Mirifica", ero stato avvicinato da alcuni miei colleghi giornalisti che mi avevano chiesto di firmare un documento di protesta contro il decreto. Mi ero rifiutato, perché per la prima volta un Concilio della Chiesa aveva specificatamente trattato il tema delle comunicazioni sociali, perché il decreto chiedeva la preparazione di un’istruzione pastorale sulle comunicazioni sociali e perché il documento aveva richiesto la costituzione di uno speciale dipartimento Vaticano che si occupasse di tutti i mezzi di comunicazione sociale. Tutto questo mi sembrava un "miracolo virtuale"che difficilmente meritava una protesta! Non potevo neanche immaginare che venti anni dopo sarei stato nominato Presidente proprio del dipartimento che era stato richiesto dal decreto "Inter Mirifica".

Il Santo Padre ha sorriso ai miei ricordi di quello che ancora considero un giorno storico e ha chiesto se il nostro Dicastero era interessato alla pubblicazione di un documento pontificio sulle comunicazioni sociali per commemorare – con un leggero ritardo – il quarantesimo anniversario del decreto "Inter Mirifica". Ovviamente, eravamo contenti di questo suo interesse e siamo estremamente soddisfatti del risultato della sua decisione.

Il documento, "Il rapido sviluppo", è un capolavoro di intuizione sul significato dei mezzi di comunicazione sociale nella nostra epoca.

Prestate attenzioni a queste frasi riportate nel paragrafo N. 3:

"I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Si tratta di un problema complesso, poiché tale cultura, prima ancora che dai contenuti, nasce dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con tecniche e linguaggi inediti."

"La nostra è un’epoca di comunicazione globale, dove tanti momenti dell’esistenza umana si snodano attraverso processi mediatici, o perlomeno con essi devono confrontarsi."

Ho trovato tale concetto strettamente collegato con il seguente nello stesso paragrafo:

"I criteri supremi della verità e della giustizia, nell’esercizio maturo della libertà e della responsabilità, costituiscono l’orizzonte entro cui si situa un’autentica deontologia nella fruizione dei moderni potenti mezzi di comunicazione sociale" (N. 3).

Egli osserva nel paragrafo N. 4 che anche il mondo dei media ha bisogno della redenzione di Cristo e che lo studio delle Sacre Scritture – inteso come un " ‘grande codice’ di comunicazione" di un messaggio che non è temporaneo ma fondamentale per il suo valore salvifico – ci possa aiutare a vedere con gli occhi della fede gli sviluppi ed il valore dei mezzi di comunicazione sociale.

Il Santo Padre dichiara:

"Nel Verbo fatto carne l’evento comunicativo assume il massimo spessore salvifico …" (N. 4); "La comunicazione tra Dio e l’umanità ha raggiunto dunque la sua perfezione nel Verbo fatto carne" (N. 5).

In quest’anno dell’Eucaristia, il Santo Padre ci ricorda:

"Vi è poi un momento culminante in cui la comunicazione si fa comunione piena: è l’incontro eucaristico. Riconoscendo Gesù nella «frazione del pane» (cfr Lc 24,30-31), i credenti si sentono spinti ad annunciare la sua morte e risurrezione e a diventare coraggiosi e gioiosi testimoni del suo Regno (cfr Lc 24,35)."

Mi sono sinceramente emozionato leggendo le parole di Papa Giovanni Paolo II nella sua Lettera Apostolica "Il rapido sviluppo". Il documento è per me una meditazione personale, una sfida ed un piano di azione.

Prima di lasciare la parola a S.E. Mons. Renato Boccardo, Segretario del nostro Pontificio Consiglio, vorrei concludere leggendo per intero il paragrafo N. 6 che ritengo sia una meravigliosa e commovente riflessione con cui iniziare l’Assemblea Plenaria del nostro Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali che comincerà questa sera:

"Grazie alla Redenzione, la capacità comunicativa dei credenti è sanata e rinnovata. L’incontro con Cristo li costituisce nuove creature, permette loro di entrare a far parte di quel popolo che Egli si è conquistato con il suo sangue morendo sulla Croce, e li introduce nella vita intima della Trinità, che è comunicazione continua e circolare di amore perfetto e infinito tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo."

"La comunicazione permea le dimensioni essenziali della Chiesa, chiamata ad annunciare a tutti il lieto messaggio della salvezza. Per questo essa assume le opportunità offerte dagli strumenti della comunicazione sociale come percorsi dati provvidenzialmente da Dio ai nostri giorni per accrescere la comunione e rendere più incisivo l’annuncio. I media permettono di manifestare il carattere universale del Popolo di Dio, favorendo uno scambio più intenso e immediato tra le Chiese locali e alimentando la reciproca conoscenza e la collaborazione."

"Rendiamo grazie a Dio per la presenza di questi potenti mezzi che, se usati dai credenti con il genio della fede e nella docilità alla luce dello Spirito Santo, possono contribuire a facilitare la diffusione del Vangelo e a rendere più efficaci i vincoli di comunione tra le comunità ecclesiali."

 

 INTERVENTO DI S.E. MONS. RENATO BOCCARDO

1. «Inter mirifica: il decreto conciliare meno letto e peggio interpretato». Questa la risposta de L’Osservatore Romano, il 5 maggio 1969, a coloro che, per motivi differenti, ritenevano lInter mirifica il fanalino di coda dell’elaborazione conciliare.

L’attenzione della Chiesa al mondo della comunicazione e della cultura, in-fatti, non può essere ricondotta semplicemente e semplicisticamente alla promulgazione del decreto conciliare. Già allora, infatti, la Chiesa si muoveva nel mondo della cultura e dei media con maggior disinvoltura e con minore imbarazzo di quanti non gliene accreditassero osservatori ed esperti di ogni angolo della terra anche prima del Concilio Vaticano II. Fu Pio XII a chiedere che si studiasse una eventuale ripresa del Concilio Vaticano I e in una delle prime riunioni della commissione ristretta emerse proprio la necessità di istituire un gruppo ad hoc "per l’azione e la cultura cristiana" in modo da avviare anche la preparazione remota di un nuovo Dicastero a cui avrebbero dovuto fare riferimento, tra le altre competenze come la scuola confessionale e l’Azione cattolica, anche l’impiego del cinema e della radio.

L’Inter mirifica rappresenta pertanto un significativo momento nella riflessione della Chiesa universale attorno al quale andranno sviluppandosi negli anni successivi una molteplicità di interventi e di riflessioni sempre più confacenti al contesto.

2. Tale ricchezza è quanto negli anni del post-Concilio è emerso come patrimonio condiviso della Chiesa nei vari documenti. La Lettera Apostolica che oggi presentiamo mi sembra esserne in qualche modo essere la chiave di lettura.

Più volte nei suoi interventi Giovanni Paolo II ha affermato che le questioni poste dalle comunicazioni sociali nel loro nocciolo sono di natura eminentemente antropologica. Poiché esiste uno stretto legame tra le strutture dei media e la costruzione di processi culturali, ci sono alcuni snodi problematici che richiedono con urgenza attenta riflessione e profondo discernimento.

Così, se i mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali, è necessario – afferma la Lettera Apostolica – assumere come ambiti di vigilanza «la formazione della personalità e della coscienza, l’interpretazione e la strutturazione dei legami affettivi, l’articolazione delle fasi educative e formative, l’elaborazione e la diffusione di fenomeni culturali, lo sviluppo della vita sociale, politica ed economica».

Giovanni Paolo II pensa ai media come agenti attivi nella costruzione di orizzonti culturali e valoriali entro i quali ciascun uomo e ciascuna donna comprende se stesso, gli altri, il mondo.

Anzitutto, i media vanno costruendo modelli di percezione della realtà che spesso obbediscono a visioni antropologiche non più cristianamente determinate. Senza voler apparire apocalittici ma neppure cedendo ad ingenue visioni fin troppo ottimistiche, non possiamo tacere come la rappresentazione del senso della vita che essi oggi gettano nell’arena del pubblico dibattito sia quasi del tutto al di fuori di ogni comprensione cristiana della vita stessa. L’industria culturale ha avviato infatti quel processo di messa in mora di una prospettiva cristiana circa la vita e la dignità della persona umana di cui il cinema, i talk show o alcune fiction sono drammatica testimonianza. Basti ricordare, inoltre, come troppo spesso la televisione diviene strumento potente di aggressioni personali, occasione di denigrazione e agorà di battaglie spesso volgari e senza gusto. A questo processo degenerativo non è esente la pubblicità, così come non manca la responsabilità di coloro che presiedono le strutture produttive e commerciali i cui criteri guida difficilmente si comprendono.

I media hanno a che fare con l’uomo e la sua visione del mondo e della vita, con la faticosa e affascinante avventura dell’imparare ad essere uomo. Per tale motivo - afferma il Papa - è necessario avviare quanto prima una seria riflessione dal grande respiro etico che sia garanzia per l’esercizio di responsabilità personale e sociale. Un’etica degli operatori dei media non potrà che essere un’etica di professioni formative e si muoverà necessariamente nell’ambito dell’educativo.

3. Altro problema che il documento pontificio rileva è quello dell’opinione pubblica. Il sistema dei media, complesso e composito, è oggi un grande potentato di costruzione e di eterodirezione dell’opinione pubblica. La Chiesa guarda con favore e simpatia ai mezzi di comunicazione, ma sarebbe ingenuo - oltre che gravemente lesivo al bene comune - non interrogarsi sul rapporto tra media e costruzione dell’opinione pubblica. Il sistema produttivo infatti orienta e coltiva atteggiamenti, disegna immaginari, sostiene scelte valoriali.

Prima ancora che dai contenuti, questo dipende dagli strumenti stessi. Non dimentichiamo, per esempio, che Internet ridefinisce in modo radicale il rapporto psicologico di una persona con lo spazio e con il tempo. Attrae l’attenzione ciò che è tangibile, utile, subito disponibile. Può venire a mancare lo stimolo a un pensiero e a una riflessione più profondi, mentre gli esseri umani hanno bisogno vitale di tempo e di tranquillità interiore per ponderare ed esaminare la vita e i suoi misteri e per acquisire gradualmente un maturo dominio di sé e del mondo che li circonda.

L’uomo on line è l’uomo del presente, dell’immediata soddisfazione, delle relazioni de-somatizzate, l’uomo al quale è continuamente sottratta la necessità della scelta perché la grande Rete è magazzino di esperienze sempre disponibili. L’uomo può divenire così individuo smemorato, disperso nella folla di solitudini. Nella nostra epoca «è diffusa in molti la convinzione che il tempo delle certezze sia irrimediabilmente passato: l’uomo dovrebbe imparare a vivere in un orizzonte di totale assenza di senso, all’insegna del provvisorio e del fuggevole».

«Proprio perché influiscono sulla coscienza dei singoli, ne formano la mentalità e ne determinano la visione delle cose, occorre ribadire in modo forte e chiaro che gli strumenti della comunicazione sociale costituiscono un bene primario per la persona e per l’umanità e rappresentano un patrimonio da tutelare e promuovere».

4. Di fronte a questi scenari come è possibile per la Chiesa aiutare uomini e donne che lavorano nei media e coloro che ne fruiscono a intraprendere la strada di un nuovo umanesimo, di una rinnovata centralità della persona umana?

Tra le molte strade, Giovanni Paolo II ne segnala tre: la formazione, la partecipazione e il dialogo (11). Anzitutto la formazione: si tratta di uscire dalle secche dell’occasionalità e promuovere investimenti di risorse umane che sappiano radicare nella riflessione propriamente teologico-pastorale gli aspetti e le competenze specificamente professionali. Molte volte e in altrettanti documenti si è ribadita l’urgenza della formazione di sacerdoti, religiosi e laici. Siamo oggi giunti ad un tempo in cui tale scelta non è più procrastinabile.

Poi la partecipazione. Si tratta di avviare progetti di cooperazione tra le Chiese per promuovere e coordinare strumenti di comunicazione sociale che divengano spazi possibili di comunicazione secondo prospettive cristiane. Si avrà così anche l’occasione di opporsi, tra l’altro, al processo di costruzione dell’opinione pubblica oggi spesso regolata da interessi e potentati economici: «Occorre far crescere la cultura della corresponsabilità».

Infine il dialogo, che possono favorire a diversi livelli proprio i media, «veicoli di reciproca conoscenza, di solidarietà e di pace. Essi costituiscono una risorsa positiva potente, se messi a servizio della comprensione tra i popoli; un’ "arma" distruttiva, se usati per alimentare ingiustizie e conflitti».

Confrontarsi con tali sfide e con le risorse necessarie, sia umane che economiche, potrebbe indurre allo scoramento. Ma Giovanni Paolo II ripete con forza l’invito dell’inizio del suo Pontificato: «Non abbiate paura! Non abbiate paura delle nuove tecnologie! […] Non abbiate paura della vostra debolezza e della vostra inadeguatezza!».

Ai credenti, uomini e donne che hanno a cuore il destino dell’umanità, è consegnata la responsabilità nel discernimento culturale. In fondo non ci viene chiesto di possedere una luccicante armatura per vincere Golia, ma semplicemente di saper scegliere pochi e giusti ciottoli con la sapienza e il coraggio di Davide.

 

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