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CONFERENZA DI S.E. MONS. JEAN-LOUIS TAURAN
IN OCCASIONE DI UN CONVEGNO SUL FUTURO
TRATTATO COSTITUZIONALE EUROPEO

Monastero benedettino di Montecassino
Mercoledý, 19 marzo 2003

 

La Carta Costituzionale Europea
Nella Casa di Benedetto, Primo Costituente


Prima di tutto, desidero trasmettere a tutti voi il saluto benedicente del Santo Padre, che sa della vostra iniziativa. Un Pontefice coinvolto profondamente, anche a titolo personale, nelle vicende europee, non può che attribuire grande importanza al futuro Trattato costituzionale europeo.

Anche il Cardinale Segretario di Stato, Angelo Sodano, mi ha espressamente pregato di porgere un cordiale saluto augurale alle Personalità che illustrano questo Convegno, nonché a tutti i Partecipanti.

L'Apostolo Paolo, nel corso di un viaggio missionario, sulle coste dell'Asia Minore ha una visione notturna. Vede un Macedone che lo prega: "Passa in Macedonia e aiutaci!". Così riferiscono gli Atti degli Apostoli (At 16, 9).

Dall'altro lato dello stretto si trova l'Europa, che Paolo non ha mai visitato. L'Europa che non ha mai sentito parlare di Gesù Cristo. È il primo contatto fra Cristo e l'Europa. È su quella costa del nord della Grecia che comincia l'evangelizzazione dell'Europa.

Durante un millennio, essa sciamerà da due prestigiose metropoli: Roma e Costantinopoli. Gli artefici di questa propagazione sono negozianti, soldati, uomini politici, ma anche missionari e, fra costoro, i monaci benedettini occupano un posto di grande rilievo.

Attraverso le abbazie e le altre case benedettine, diffuse per ogni dove, il monachesimo costituì la struttura dell'Europa, alle cui "popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall'Irlanda alle pianure della Polonia, egli principalmente e i suoi figli portarono con la croce, con il libro e con l'aratro, la civiltà cristiana" (Paolo VI, Pacis Nuntius, AAS 56 [1964], p. 965).

Mentre si cerca di dare una veste giuridica ad un'Europa che tutti vogliamo forte ed unita, è indispensabile questo dovere di memoria, che non può occultare le radici cristiane di questo continente. Il fattore religioso, soprattutto nella sua "veste" cristiana, è costitutivo della storia della costruzione europea. L'Autorità Romana, la scuola, l'università, l'elaborazione del diritto, i Concili Regionali e Nazionali, i monasteri, il calendario, il latino, sono elementi che hanno contribuito in modo singolare a plasmare una Regione: la Regione europea, dove tutti condividevano convinzioni, principi e valori.

Tutto ciò, fino al secolo dei Lumi, che ha respinto la prospettiva cristiana sull'uomo e sul mondo. Ciò nonostante, esso non ha potuto negare la matrice cristiana del continente. Nell'Encyclopédie di Diderot e D'Alembert, autentico manifesto della società moderna, è scritto che l'Europa è una parte del mondo non estremamente estesa per territorio, ma al di sopra di altre per conoscenza di arti e mestieri e, tra l'altro, a causa del "Cristianesimo che, per quanto sembri non avere altro scopo che la felicità nell'altra vita, fra tutte le religioni è quella che meglio contribuisce alla felicità in questa".

Nessuno - se non al prezzo di riscrivere la storia - può negare l'influenza cristiana sull'Europa. È un dato storico innegabile ed è per questo che i Cristiani, gli Episcopati dell'Unione Europea e la Santa Sede hanno chiesto che, almeno nel Preambolo del futuro trattato costituzionale, questo elemento sia ricordato. Ciò, naturalmente, non vuole essere una contemplazione illusa della nobiltà delle origini, ma un forte richiamo a corrispondenti responsabilità nell'oggi, nel continente la cui popolazione, in larga misura, continua a riconoscersi nelle confessioni cristiane.

Tale menzione, pertanto, non osta al fatto che il futuro Trattato riguardi, anzitutto, l'Europa di domani, e neppure stride con l'evidenza secondo la quale l'Europa di oggi è pluralista, distingue la Chiesa dallo Stato e costituisce un crocevia di diverse filosofie e religioni. In un certo senso, questa varietà di riferimenti etico-religiosi conferma la coscienza dell'uomo di non essere misura di se stesso, attesta la sua profonda convinzione che il mondo non incomincia e non finisce con lui.

I Cristiani, ovviamente, riconoscono Dio all'origine di tutto e Lo considerano il riferimento essenziale della loro vita. Essi credono in lui come Creatore, Padre e Giudice. I non credenti, invece, si appellano a valori universali quali il bene, il bello ed il vero: valori, peraltro, che nel Cristianesimo convergono nel Vero, nel Buono e nel Bello Assoluto, ovvero in Dio. È dunque importante che il futuro Trattato non offuschi la dimensione religiosa dell'uomo europeo e, in particolare, il suo diritto inalienabile a professare la fede che liberamente sceglie - o a non professarne alcuna - e di vivere la fede nella sua dimensione non soltanto individuale, ma anche collettiva ed istituzionale.

In Europa non ci sono soltanto i credenti, ma anche le Chiese e le Comunità religiose. Evidentemente esse sono composte di persone, ma esistono ed operano anche con un preciso spessore istituzionale. Pertanto, diviene quanto mai opportuno inserire nel futuro Trattato una disposizione normativa con la quale si riconosca il diritto delle Chiese e delle Comunità religiose ad organizzarsi liberamente, in conformità ai propri statuti, per perseguire i loro scopi religiosi nel rispetto dei diritti fondamentali.

La Santa Sede, oltre a sollecitare l'inserimento di una disposizione di tale genere, crede anche nella fecondità di un dialogo strutturato fra i Responsabili delle Comunità dei credenti e dei poteri civili, quale canale ordinario di una comunicazione efficace per la salvaguardia della coesione sociale, della pace, della famiglia e dei valori religiosi.

Il mutuo rispetto ed un dialogo strutturato fra potere civile e Responsabili religiosi, nello spazio giuridico europeo di domani, permetterebbero ai credenti di sentirsi rispettati e riconosciuti e stimolerebbero il loro impegno, nel "cantiere Europa", per la promozione del bene comune.

In un certo senso, a Montecassino si trova il "padre" di tutti i monasteri. La Regola di s. Benedetto ha ispirato la disciplina dei rapporti umani, anche all'interno della comunità civile. Fra queste solenni mura, pertanto, mi piace ricordare che, "ogni qualvolta in monastero si deve trattare qualche questione importante", s. Benedetto invita l'Abate, primo responsabile del cenobio, a consultare "tutta la comunità", inclusi i più giovani, invitando "i monaci ad esprimere il loro parere con tutta umiltà e sottomissione" (s. Benedetto, Regola, cap. 3). Tale dialogo non mortifica ma rafforza la comunità, aiutandola a trovare le soluzioni migliori.

Il medesimo principio può essere applicato anche alle relazioni fra l'Unione Europea e le comunità dei credenti. Il dialogo fra loro, lungi da costituire una sorta d'ingerenza della comunità religiosa in quella civile, diventa semmai un'importante espressione dello spirito autenticamente democratico che permea l'Unione Europea.

In questo spirito, la Santa Sede appoggia la richiesta dei Cristiani europei, volta ad ottenere l'inserimento, nel trattato costituzionale, di una disposizione normativa con cui l'Unione riconosce la specifica identità ed il contributo alla vita pubblica delle Chiese e delle Comunità religiose e stabilisce un dialogo strutturato con loro.

Introducendo il Convegno odierno in questo ambiente così suggestivo, mi affido ancora una volta alle parole di s. Benedetto, il quale esorta l'Abate ad essere "consapevole che il suo dovere è di aiutare, piuttosto che di comandare" ed a governare tenendo presente la diversità dei temperamenti, per cui deve comportarsi "nel modo che gli sembrerà più conveniente per ciascuno" (s. Benedetto, Regola, cap. 64).

La diversità di coloro che compongono la comunità monastica è una realtà innegabile, così come lo è, nel contesto dell'Unione Europea, la differenza dei regimi giuridici di cui le comunità dei credenti beneficiano nei singoli Stati.

Per questo motivo, già nel Trattato di Amsterdam l'Unione Europea si è impegnata a rispettare lo statuto peculiare di cui ciascuna Chiesa e Comunità religiosa gode all'interno degli ordinamenti nazionali. La Santa Sede chiede che tale principio sia inserito anche nel Trattato costituzionale europeo. Ciò risulterà conforme al principio di sussidiarietà, che lo stesso Trattato si dispone ad utilizzare ampiamente. Tutto questo, al fine d'"imbastire" la nuova Europa in modo che, domani come ieri, essa sia rispettosa della dimensione religiosa dei Popoli che la compongono, oltre che di quella sociale, economica e politica.

A questo punto, consentitemi di rendere omaggio a tutti i Responsabili politici - alcuni dei quali partecipano a questo Convegno - ai Vescovi ed ai Cristiani di tutte le confessioni che, durante questi mesi, hanno ricordato ai membri della Convenzione come sia nell'interesse di tutti la promozione di valori essenziali quali la dignità della persona umana, il rispetto della vita e della famiglia, la libertà di coscienza e di religione, la promozione di una società autenticamente solidale e il primato del diritto.

La Chiesa Cattolica non rivendica alcun privilegio o posto speciale nell'Europa di domani. Essa chiede solo la possibilità, per i suoi figli e, ovviamente, per tutti gli altri credenti, di godere effettivamente della libertà religiosa, intesa nel suo significato più ampio, e di continuare ad apportare il proprio specifico contributo, al riparo da ogni arbitrio.

Esiste un umanesimo europeo, un retaggio proprio di questo continente. Il Papa Giovanni Paolo II, nel corso del suo Pontificato, ha enumerato valori tipicamente "europei", quali la dignità della persona umana, la sacralità della vita, la centralità della famiglia, l'importanza dell'educazione, la libertà di pensiero e di religione, la tutela giuridica degli individui e dei gruppi, il lavoro considerato come un bene personale e sociale, l'esercizio del potere politico inteso come servizio. Si causerebbe un tremendo impoverimento se, privatizzando le Chiese e le comunità di credenti, si privasse la futura Unione Europea, che si vuole "casa per tutti", di un'eredità così nobile e feconda. In fondo, è sempre in agguato la tentazione di ogni specie di "ancien régime", di ridurre la religione al culto e di relegare la Chiesa nelle sacrestie.

Nel gennaio 2002, ricevendo gli auguri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Papa ha detto: "La marginalizzazione delle religioni, che hanno contribuito ed ancora contribuiscono alla cultura e all'umanesimo dei quali l'Europa è legittimamente fiera, mi sembra essere al tempo stesso un'ingiustizia e un errore di prospettiva" (Giovanni Paolo II, Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 10 gennaio 2002, n.2). Queste riflessioni acquistano un'eco significativa nella casa di s. Benedetto!

Vorrei terminare, riferendomi a quella che, forse, è l'immagine più europea del Pontificato di Giovanni Paolo II. Siamo a Berlino, il 23 giugno 1996. Il Papa, accompagnato dal Cancelliere tedesco Helmut Kohl, attraversa a piedi la Porta di Brandeburgo, riaperta da poco tempo, dopo molti anni. Quest'immagine condensa la forza della libertà e dell'unita, ritrovate non solo per la Germania, ma per l'intero continente. Quel giorno, il Papa di origine polacca, che ha sofferto nella propria carne le divisioni e le intolleranze del secolo scorso, ha detto: "L'Europa ha bisogno di uomini di principio che aprano le porte, di uomini che proteggano la libertà con la loro solidarietà e la loro responsabilità. Per questo non solo la Germania, ma l'Europa intera hanno bisogno dell'indispensabile contributo dei Cristiani!" (Giovanni Paolo II, Discorso davanti alla Porta di Brandeburgo, Berlino, 23 giugno 1996, n. 7).

Le forze religiose non sono una minaccia per la vita nazionale ed internazionale, ma piuttosto una "chance" per la vita in comune. I membri della Convenzione non possono ignorare ciò; il futuro Trattato costituzionale non deve farne a meno.

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