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62ª SESSIONE DEL COMITATO ESECUTIVO DELL'UNHCR

INTERVENTO DI S.E. MONS. SILVANO M. TOMASI,
OSSERVATORE PERMANENTE DELLA SANTA SEDE
PRESSO L'UFFICIO DELLE NAZIONI UNITE
E ISTITUZIONI SPECIALIZZATE

Ginevra, 4 ottobre 2011

 

Presidente,

negli ultimi sessant’anni, dall’entrata in vigore della Convenzione sui Rifugiati del 1951, l’Unhcr, altre importanti agenzie dell’Onu, Stati ospiti, organizzazioni confessionali e altri organismi di società civile hanno compiuto sforzi incredibili per garantire protezione ai rifugiati, tutelarne la dignità umana e fornire loro un nuovo inizio di vita. Infatti, la Convenzione ha recepito le nuove emergenze e ha incluso nella sua tutela nuove vittime di persecuzione da parte di attori non statali e di altre forme di violenza. L’effetto civilizzatore di un trattato che dà diritti ai rifugiati, ai richiedenti asilo e ad altre persone dislocate con la forza, circa 43 milioni, non si potrà mai lodare abbastanza. Tuttavia, esistono ancora gravi divari evidenziati da recenti drammatici eventi come le «rivoluzioni del popolo» in alcune parti del nord Africa e la siccità e il conflitto nel Corno d’Africa che hanno scatenato ampi flussi di rifugiati nonché dalle situazioni protratte dei rifugiati in Medio Oriente e altrove. Forse la dimostrazione più tragica del fatto che il compito di tutela è incompiuto sono, solo quest’anno, le oltre 1.500 persone che sono morte cercando di attraversare il Mediterraneo, le altre che sono affogate attraversando il Golfo di Aden, e quelle innumerevoli che hanno perso la vita uscendo dalla Somalia alla ricerca di sicurezza.

Nel Preambolo, la Convenzione sui Rifugiati del 1951 si pone come scopo quello di «assicurare ai rifugiati l’esercizio il più possibile ampio dei loro diritti e delle loro libertà fondamentali». Tuttavia, oggi, in molte regioni del mondo, milioni di rifugiati non sono ancora nelle condizioni di godere di questi diritti. Il nobile obiettivo posto dalla Convenzione alla fine della esperienza devastante della seconda guerra mondiale ultimamente è stato eroso. La mia delegazione desidera evidenziare soltanto alcune aree di preoccupazione.

L’opinione pubblica e la convenienza politica hanno esercitato un impatto negativo sulla necessità di proteggere i richiedenti asilo. Fra queste conseguenze negative, osserviamo con profondo rincrescimento, che la detenzione di richiedenti asilo e di altre persone bisognose di protezione sta aumentando e non è più utilizzata come ultima risorsa in casi eccezionali.

Queste persone che cercano protezione o modi per tentare di sopravvivere sono letteralmente rinchiuse e sorvegliate come se fossero prigionieri criminali e anche i bambini sono messi nella stessa condizione. Molto spesso, le loro condizioni di vita in detenzione producono effetti particolarmente dannosi sulla singola persona. Gli ambienti simili a prigioni che esistono in molti centri di detenzione, l’isolamento dal «mondo esterno», il flusso inaffidabile di informazioni e la distruzione di un progetto di vita, colpiscono la salute mentale e fisica dei richiedenti asilo e causano stress psicologico, depressione e insicurezza, diminuzione dell’appetito e vari gradi di insonnia. Il modo in cui le persone che si trovano in tali centri considerano se stesse è influenzato in maniera significativa dalla detenzione. In questo contesto, la percezione di sé diviene un indicatore importante degli effetti della detenzione giacché in quanto misura amministrativa non dovrebbe portare a queste conseguenze dannose per la persona. Quindi è urgente sviluppare e promuovere ulteriormente alternative alla detenzione come per esempio espandere programmi comunitari monitorati, introdurre meccanismi di controllo e di informazione, la formazione di gruppi di sostegno, di centri per visite da aggiungere a progetti di case aperte cosicché almeno le famiglie con bambini possano risiedere in un ambiente di vita sicuro. In tal modo, la detenzione amministrativa diviene l’ultima risorsa.

La politica dell’auto-insediamento fuori dai campi ha avuto un qualche successo sia fra i rifugiati più istruiti sia fra i più poveri e questi risultati positivi sembrano incoraggiarne un’attuazione su più vasta scala. Inoltre, i rifugiati sistemati nei campi profughi non hanno necessariamente più probabilità di essere rimpatriati di quelli che si auto-insediano. Infine, sebbene la solidarietà dei donatori debba confrontarsi con un compito amministrativo più complesso, essa promuove lo sviluppo umano dei rifugiati e dona loro migliori possibilità per il futuro.

Preoccupano la Santa Sede e gli organismi confessionali anche i numerosi rifugiati, i richiedenti asilo e coloro che non sono riusciti a ottenerlo che si trovano intrappolati in situazioni di miseria. In tutto il mondo possiamo vedere persone che si spostano e che per buoni motivi non possono tornare nei Paesi d’origine e tuttavia sono completamento esclusi dai servizi sociali nei Paesi in cui vivono. Queste persone si trovano in un limbo, in un vicolo cieco, senza alcuna prospettiva. Non si tratta solo di sfortuna, ma di politiche statali che escludono del tutto questi gruppi di persone sradicate da qualsiasi tipo di assistenza ufficiale e li lasciano in stato di necessità e penuria anche se hanno bisogno di protezione. Senza accesso a una casa, all’assistenza sanitaria, all’educazione, all’assistenza sociale e a un lavoro la situazione di queste persone è particolarmente preoccupante. Attualmente più della metà della popolazione rifugiata si trova all’esterno di campi ed è particolarmente vulnerabile alla miseria. Le autorità nazionali e locali dovrebbero continuare ad assumersi la responsabilità di questi profughi con la solidarietà certa degli organismi internazionali. Sviluppi positivi sono già stati avviati dall’Unhcr grazie a metodi innovativi per raggiungere i rifugiati «urbani», inclusi messaggi sms relativi alla distribuzione di assistenza, accesso a Internet e video sui diritti dei rifugiati, linee telefoniche dedicate per rispondere alle domande e la distribuzione di carte bancarie per permettere ai rifugiati di ritirare gli aiuti finanziari quando serve loro.

Centinaia di ragazzi soli non accompagnati provenienti dal Medio Oriente e da altri luoghi si stanno facendo strada in Europa, sfidando il sistema di protezione dei Paesi che attraversano. Infatti i minori non accompagnati sono migliaia. Nel 2008, 11.292 richieste d’asilo sono state inoltrate da minori non accompagnati in 22 Paesi membro dell’Unione europea. Alcuni addirittura muoiono nascosti nei container o nei vani sotto i camion. L’aumentata visibilità acquisita da minori non accompagnati che chiedono asilo nei Paesi industrializzati richiede una rinnovata attenzione alle loro necessità di tutela e allo sviluppo di misure pratiche per aiutarli ad adattarsi al nuovo ambiente.

I minori non accompagnati devono essere trattati soprattutto come bambini e il loro migliore interesse deve essere la principale preoccupazione, indipendentemente dal motivo della loro fuga. Per questo motivo, la detenzione e alloggi da cui non si può uscire si dimostrano inappropriati per i minori in particolare, come la promiscuità dei bambini con gli adulti in queste strutture. Le ricerche hanno dimostrato che come fonte di motivazione e sostegno la religione è considerata importante da questi minori, che desiderano la disponibilità di consiglieri spirituali. In questo contesto, il disbrigo di richieste d’asilo di bambini dovrebbe ricevere una maggiore priorità con la possibilità per i minori non accompagnati che divengono adulti di continuare a godere della stessa procedura di determinazione di quelli che sono al di sotto dei diciotto anni d’età. A volte, purtroppo, i minori non accompagnati arrivano con identità false come «battistrada» per avviare ricongiungimenti familiari o come vittime di contrabbandieri e di trafficanti e quindi bisogna prestare attenzione per prevenire il loro sfruttamento.

Presidente,

La situazione politica e umanitaria globale in evoluzione lancia sfide costanti alla responsabilità della comunità internazionale per tutelare le vittime del dislocamento forzato. Sono richieste nuove strategie e nuove politiche che vanno dal comprendere le cause primarie al definire la gestione dei confini e l’integrazione. La compassione creativa diviene possibile se c’è un senso autentico di solidarietà e di responsabilità verso i membri più bisognosi della nostra famiglia umana. Non dovremmo dimenticare questi fatti quando parliamo di politiche sulla tutela dei rifugiati. I rifugiati non sono solo numeri anonimi, ma persone, uomini, donne e bambini con storie individuali, con doti da mettere a disposizione e aspirazioni da soddisfare.

 

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