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OMELIA DI S.E. MONS. DOMINIQUE MAMBERTI,
SEGRETARIO PER I RAPPORTI CON GLI STATI,
IN OCCASIONE DEL 130° ANNIVERSARIO
DELLA MORTE DI SAN DANIELE COMBONI

Limone del Garda, 10 ottobre 2011

 

Cari confratelli nel Sacerdozio,
cari amici,

sono molto lieto di essere con voi per venerare, in questa celebrazione, san Daniele Comboni in occasione del 130° anniversario della morte. Rivolgo il mio cordiale saluto al Parroco Mons. Eraldo Fracassi, nel ricordo degli anni di studio condivisi presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica, e a voi tutti, ringraziando per l’accoglienza che avete voluto manifestarmi. Inoltre, avendo avuto la possibilità di conoscere da vicino l’opera encomiabile dei missionari Comboniani, della loro premura ad aiutare l’Africa con l’Africa, secondo l’insegnamento del loro fondatore, durante il mio servizio diplomatico in Sudan, sono ancora più comprensibili i sentimenti di devota gratitudine che voglio esprimere unendomi a tutta la famiglia comboniana. E ho la gioia di parteciparvi il saluto benedicente del Santo Padre, il Quale è a conoscenza di questa celebrazione e assicura la Sua spirituale vicinanza, con l’affetto e la preghiera.

“Io sono il buon pastore” (Gv 10,11). Risuona questa parola del Signore che evoca in tutti noi, immediatamente, tante immagini che mescolano insieme sacra scrittura, arte e preghiera. E’ sicuramente tra le immagini più care, più intime, attraverso la quale contempliamo il Signore Gesù. Egli si autopresenta come il buon pastore, richiamando le profezie dell’antica Alleanza, in particolare il profeta Geremia: “Vi darò pastori secondo il mio cuore, che vi guideranno con scienza e intelligenza” (3,15) ed il profeta Ezechiele: “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna” (34,11). Gesù si rivela come il compimento di queste profezie e l’aggettivo “buono” è in riferimento alla Rivelazione di Dio che in Cristo raggiunge il suo culmine. Lo stesso aggettivo è possibile tradurlo con “bello”. Gesù è il bel pastore perché offre la propria vita per le pecore. Egli è l’autentico e unico pastore che dona la sua vita. Questa sua qualità è messa maggiormente in evidenza dal contrasto con il mercenario, il quale non si cura delle pecore e fugge davanti al pericolo. Ma per poter comprendere e accogliere in profondità questa rivelazione di Gesù bisogna considerare in modo unitario il vangelo di san Giovanni e, pertanto, tenere insieme l’unico Mistero di Gesù Cristo: incarnazione, passione, morte e resurrezione. Infatti, secondo l’evangelista, Gesù è l’agapêtos, ovvero l’amato che è dono, l’espressione massima dell’amore del Padre. In Lui vi è l’agire attivo e concreto dell’amore di Dio che si fa evento ed entra nella storia degli uomini. L’amore con cui il Padre ha amato il Figlio è l’amore donato dal Figlio a noi (Gv 17,26). Questo amore è l’essenza, la sostanza di tutta l’esistenza del Cristo che diventa pro-esistenza. Nel mistero dell’ Incarnazione “svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini “(Fil 2,7). Il donarsi, iniziato con l’Incarnazione, assumendo la natura umana, raggiunge il vertice nell’ora della croce, segno ed espressione dell’amore sino alla fine (Gv 13,1). Gesù il Figlio donato per la nostra vita è l’amore che non solo dona, ma che si fa dono. Egli va incontro alla morte di croce come dono della vita. La sua morte in croce è la rivelazione massima dell’amore, raggiungendo l’uomo nel punto più distante da Dio: il peccato. L’evangelista san Giovanni presenta la morte in croce come la glorificazione di Gesù, perché Egli non subisce la croce, come strumento di iniquità, ma la trasforma in luogo di salvezza. Sulla croce egli, liberamente, offre la vita! E l’ora dell’amore più grande (Gv 15,13). Il suo costato aperto è la via che dona la stessa vita di Dio all’umanità. E guardando Gesù che offre la vita ogni discepolo conosce l’amore e impara ad amare. Questa conoscenza che viene da Dio fa comprendere che l’uomo è amato da Dio e realizza se stesso nell’amore.

Cari fratelli e sorelle, l’esperienza umana e spirituale di san Daniele Comboni è una testimonianza di come l’amore di Cristo, Buon Pastore, è luce che illumina il senso dell’esistenza e orienta la vita concreta. Dopo la sua Ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1854, parte per l’Africa e giunge a Khartoum, in Sudan. Egli si rende conto della difficoltà che la missione comporta, ma più che farlo indietreggiare, si sente spinto a non desistere. Infatti, san Daniele è radicalmente convinto che le fatiche, le difficoltà, le avversità se vissute nell’amore e per amore di Gesù Cristo e per il bene delle anime più abbandonate e povere del mondo, diventano dolci e leggere. La sua fede incrollabile nel Signore e nell’Africa lo conduce a far nascere l’Istituto maschile e femminile dei suoi missionari. Nel 1880 il vescovo Comboni ritorna, per l’ultima volta, in Africa deciso a continuare la lotta contro la piaga dello schiavismo e a consolidare l’attività missionaria con gli stessi africani. Il 10 ottobre 1881, segnato dalla sofferenza, muore a Khartoum, cosciente che la sua opera missionaria non sarebbe finita. E la sua opera continua a vivere grazie al dono della vita di tanti uomini e donne che per amore di Cristo, annunciano la buona notizia del Vangelo.

Cari amici, la solennità di san Daniele Comboni sia per tutti motivo di crescita e di rinnovamento per annunciare e testimoniare il Vangelo. Non si deve dimenticare che il servizio più prezioso che la Chiesa rende alle singole persone è l’annuncio e la conoscenza profonda di Cristo. Con nuovo slancio siamo chiamati a donare Cristo all’umanità! Gli uomini e le donne di oggi hanno bisogno più che mai del Vangelo. La grande illusione di poter eliminare Dio dall’orizzonte della storia, iniziata con la modernità, ha prodotto un grande analfabetismo sulla verità dell’uomo e sul senso dei suoi giorni. La Chiesa per sua natura è missionaria e oggi vive il mandato di Gesù nella consapevolezza che tra le nuove povertà vi è quella di trovarsi di fronte a persone che, come afferma il Santo Padre Benedetto XVI nella Caritas in veritate, non riescono a comprendere chi sono e hanno sfiducia nel futuro (cf. 78). Comprendere e accogliere senza paura i nodi più critici della cultura contemporanea significherà trasformarli in opportunità favorevoli per favorire l’incontro con Cristo Risorto. In questo modo la missione stessa rinnova la Chiesa, vivifica il suo spirito apostolico, rinnova gli stessi metodi pastorali, ponendo attenzione e premura alle nuove situazioni (Cf. Giovanni Paolo II, Lett. Enc., Redmptoris missio, 2). La Chiesa nell’annunciare il Vangelo non può non dare il proprio contributo alla promozione delle condizioni di vita delle persone, soprattutto in quei Paesi in cui ci sono situazioni di povertà, mancanza di istruzione, forme di oppressione, che offendono la dignità della persona umana (Cf. Paolo VI, Esort. Ap. Evangelii nutiandi, 31.34). Vogliamo affidare alla Beata Vergine Maria il cammino delle comunità cristiane, perché non si chiudano in sé, ma sentano il forte desiderio di comunicare l’incontro con Cristo Risorto. E san Daniele Comboni ottenga per noi tutti di “portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, a promulgare l’anno di grazia del Signore (Is 61, 1-2), perché nostro “vanto è la croce di Cristo” (Gal 6,14) e in Lui “l’essere nuova creatura” (Gal 6,15) e a quanti ameranno e seguiranno il bel pastore sia pace e misericordia. Amen!

 

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