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LXVI SESSIONE DELL'ASSEMBLEA
GENERALE DELL'ONU
SUL PUNTO 87: «DISARMO E SICUREZZA
INTERNAZIONALE»
INTERVENTO DI S.E. MONS.
FRANCIS ASSISI CHULLIKATT,
OSSERVATORE PERMANENTE DELLA SANTA SEDE
PRESSO
L'ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
New York, 11 ottobre 2011
Signor Presidente,
La pace deve essere costruita attraverso il diritto, e il diritto si può
concretizzare se in ogni singola questione prevale la ragione. Il «dialogo
ragionato» si fonda sul riconoscimento che, al fine di costruire una pace
duratura, la forza della legge deve sempre prevalere sulla legge della
forza!
A tale riguardo, il messaggio della Santa Sede è sempre stato forte e
chiaro. La Santa Sede è convinta della necessità di gettare le fondamenta
della pace riconoscendo l’importanza del dialogo e rafforzando le relazioni
di amicizia. Questo è anche il messaggio proposto dalla Giornata
interreligiosa di Assisi del 2011, con il quale Papa Benedetto XVI, insieme
con una vasta coalizione di leader religiosi, desidera porre in rilievo
l’idea che le religioni non rappresentano un fattore di conflitto, ma di
pacificazione tra i popoli e che sono capaci di dare un importante
contributo alla costruzione di un umanesimo integrale che attribuisca un
posto privilegiato alla dignità trascendente della persona umana.
In questo contesto, la pace è anche frutto di giustizia, solidarietà e
sviluppo. Esiste un legame intimo tra lo sviluppo e il disarmo; nel quadro
di una società edificata sul diritto, il disarmo genera sviluppo, e lo
sviluppo umano integrale ha ripercussioni profonde e benefiche sulla
costruzione della pace e la risoluzione delle questioni relative alla
sicurezza.
In questa prospettiva, la Santa Sede ribadisce con fermezza la sua
critica alla corsa agli armamenti e intende sviluppare la sua analisi nella
sfera delle relazioni internazionali secondo il criterio per cui la legge
dovrebbe sempre prevalere sulla violenza. Purtroppo, le spese militari nel
mondo continuano ad aumentare; secondo le statistiche più recenti — quelle
relative al 2010 — si aggiravano intorno ai 1.630.000 milioni di dollari
americani, con una crescita costante rispetto all’anno precedente (1.569.000
milioni di dollari americani) e un incremento significativo dall’anno 2000
(1.044.000 milioni di dollari americani). Questo dato di fatto contraddice
in modo evidente gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e, come abbiamo
ripetuto in diverse occasioni, è in netto contrasto con la Carta delle
Nazioni Unite, che impegna gli Stati al mantenimento «della pace e della
sicurezza internazionale col minimo dispendio delle risorse umane ed
economiche mondiali per gli armamenti» (Carta delle Nazioni Unite,
art. 26).
La comunità internazionale deve quindi confrontarsi con l’urgente
necessità di porre un freno a questa deplorevole corsa agli armamenti e di
promuovere un taglio importante alle spese militari. Certo, questo taglio
potrà essere possibile solo in un clima di minor paura e di nuova fiducia.
Un taglio alle spese militari potrebbe dare maggiore credibilità al divieto
di usare la forza nelle relazioni internazionali, permettendo così di
assicurare un maggiore rispetto del diritto internazionale e radicare la
pace nella giustizia, sia nei rapporti tra le nazioni, sia all’interno di
ciascuna nazione; inoltre rende possibile garantire la sicurezza in
condizioni migliori e destinare le enormi somme di denaro risparmiato a fini
pacifici.
È quindi tanto necessario quanto urgente che la comunità internazionale
dedichi la propria attenzione a tali questioni e che, di conseguenza, agisca
in conformità agli importanti e lodevoli obiettivi che si è posta.
Signor Presidente,
Queste riflessioni assumono ancor più importanza se si osserva che nel
2010, come anche nel 2011, sembrano esservi stati pochi progressi
nell’ambito del disarmo, del controllo delle armi e della riduzione o della
riconversione delle spese militari a favore dello sviluppo pacifico dei
popoli. Emblematico di questa preoccupante situazione è il fatto che, da
troppi anni, la Conferenza sul Disarmo sembra attraversare una crisi che ne
impedisce l’attività e l’efficacia.
La situazione, tuttavia, non è priva di qualche barlume di speranza. Un
fattore positivo rilevato anche nel 2010 è stata la reale riduzione
strategica delle armi nucleari. Tuttavia, per essere pienamente efficace,
deve essere supportata da una prospettiva politica chiara e positiva. I
recenti disastri, specialmente il drammatico episodio di Fukushima in
Giappone, ci obbligano a compiere una riflessione seria e ampia sull’uso
dell’energia nucleare nell’ambito sia civile sia militare. A tale riguardo,
è necessario riavviare il lavoro sul Trattato di interdizione del materiale
fissile, e allo stesso tempo occorre porre rimedio alla mancata entrata in
vigore del Trattato per il bando dei test nucleari: l’obbligo ad astenersi
dal condurre test, come pure il disarmo nucleare, sono le condizioni
necessarie per persuadere gli Stati che ancora non detengono armi nucleari a
rispettare le norme della non proliferazione.
Vi sono anche alcuni aspetti positivi nell’ambito delle armi
convenzionali. Mi riferisco in particolare alla Convenzione sulle munizioni
a grappolo, fermamente sostenuta dalla Santa Sede, nonché al concetto
fondamentale, compreso nella Convenzione, della primaria importanza
dell’assistenza alle vittime. In questo contesto occorre dare merito al
prezioso lavoro svolto, insieme agli Stati, da alcune Ong. Questa
cooperazione dovrebbe essere valorizzata sempre più e può essere considerata
un segno incoraggiante della vitalità dell’impegno della società civile
verso i valori della giustizia e della pace.
Signor Presidente,
Vi è un’altra osservazione che la Santa Sede desidera fare ed è in
riferimento al processo del Trattato sul commercio delle armi, per il quale
il 2012 sarà un anno importante, poiché la prevista Conferenza dovrebbe
portare alla redazione di un testo. In tale contesto, le armi leggere e di
piccolo calibro non devono essere considerate come una merce qualsiasi messa
in vendita nei mercati globale, regionale o nazionale. La produzione, il
commercio e il possesso delle stesse hanno implicazioni etiche e sociali.
Devono essere regolamentati in conformità a principi specifici di natura
morale e legale. Occorre compiere ogni sforzo necessario per prevenire la
proliferazione di tutti i tipi di armi, che incoraggiano guerre locali e
violenza urbana e ogni giorno nel mondo uccidono troppe persone. Da qui
l’urgenza di adottare uno strumento legale, che la Santa Siede sostiene
pienamente, con misure legalmente vincolanti per il controllo del commercio
di armi e munizioni convenzionali a livello globale, regionale e nazionale.
La Santa Sede ha spesso riconosciuto la grande importanza dell’attuale
processo per il Trattato sul commercio delle armi, poiché affronta in modo
particolare il grave costo umano prodotto dal commercio illecito delle armi.
Un commercio delle armi non regolamentato e non trasparente e l’assenza di
sistemi di monitoraggio efficaci del commercio d’armi a livello
internazionale producono gravi conseguenze umanitarie, rallentano lo
sviluppo umano integrale, minano lo stato di diritto, aumentano i conflitti
e l’instabilità in tutto il mondo, mettono in pericolo i processi di
costruzione di pace in diversi Paesi e diffondono una cultura di violenza e
d’impunità. A questo proposito dobbiamo sempre tener presenti le gravi
ripercussioni che il commercio d’armi illegittimo ha sulla pace, sullo
sviluppo, sui diritti umani e sulla situazione umanitaria, e specialmente il
suo forte impatto su donne e bambini. Tali questioni possono essere risolte
in modo efficace solo attraverso la condivisione delle responsabilità da
parte di tutti i membri della comunità internazionale.
L’esito dell’attuale processo per il Trattato sul commercio delle armi
metterà alla prova la volontà politica degli Stati di assumersi la propria
responsabilità morale e legale al fine di rafforzare ulteriormente il regime
internazionale sul commercio d’armi non regolamentato ora esistente. Il
fatto di porre l’attenzione sull’immenso numero di persone colpite e di
quelle sofferenti a causa della piaga della diffusione illegittima di armi e
munizioni dovrebbe sfidare la comunità internazionale ad arrivare a un
Trattato per il commercio delle armi efficace e attuabile. Il suo obiettivo
principale non deve essere solo quello di regolamentare il commercio delle
armi convenzionali o di frenare il mercato nero delle stesse, ma anche e
soprattutto quello di proteggere la vita umana e costruire un mondo più
rispettoso della dignità umana.
La Santa Sede è convinta che un Trattato sul commercio delle armi possa
dare un contributo importante alla promozione di una cultura di pace davvero
globale attraverso la cooperazione responsabile degli Stati, in
collaborazione con l’industria delle armi e nella solidarietà con la società
civile. In questa prospettiva, gli sforzi attuali per adottare un Trattato
per il commercio delle armi potrebbero davvero diventare un segno propizio
della volontà politica delle nazioni e dei governi, tanto necessaria, di
assicurare più pace, giustizia, stabilità e prosperità nel mondo.
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