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22ª SESSIONE ORDINARIA DEL
CONSIGLIO DEI DIRITTI DELL'UOMO SULLE MINORANZE RELIGIOSE
INTERVENTO DELL'ARCIVESCOVO
SILVANO M. TOMASI,
OSSERVATORE PERMANENTE DELLA SANTA SEDE
PRESSO L'UFFICIO DELLE NAZIONI UNITE
E DELLE ISTITUZIONI INTERNAZIONALI A GINEVRA
Ginevra
Mercoledì, 6 marzo 2013
Signor Presidente,
Nel mondo attuale, a motivo della loro fede o credo, persone
appartenenti a minoranze religiose subiscono diversi gradi di abuso, che vanno
dalle aggressioni fisiche al rapimento per ottenere un riscatto, dalla
detenzione arbitraria e gli ostacoli alla richiesta di registrazione, fino alla
stigmatizzazione. La tutela efficace dei diritti umani delle persone
appartenenti alle minoranze religiose è assente o viene affrontata in modo
inadeguato, perfino dalle Nazioni Unite e nei sistemi internazionali. Di recente,
tale preoccupante situazione ha richiamato l’attenzione di alcuni governi e
segmenti della società civile. Pertanto, la consapevolezza di questo grave
problema si è accentuata. D’altro canto, però, la discriminazione diffusa che
colpisce le minoranze religiose persiste e addirittura aumenta.
Il Relatore speciale sulla libertà di religione o di credo ha
giustamente incentrato il suo Rapporto sulle numerose violazioni dei diritti
umani perpetrate nei confronti di persone appartenenti a minoranze religiose.
Talvolta gli Stati sono coinvolti direttamente attraverso l’indifferenza nei
confronti di alcuni loro cittadini o per la volontà politica di emarginare,
sopprimere o perfino eliminare le comunità che hanno un’identità diversa, a
prescindere da quanto tempo sono storicamente radicate nel loro paese. In alcune
circostanze, anche gli attori non statali svolgono un ruolo attivo e perfino
violento, attaccando le minoranze religiose. L’esauriente descrizione della
varietà di violazioni riportate fornisce un quadro realistico dell’oppressione
subita oggi dalle minoranze religiose e dovrebbe servire da appello all’azione.
Tuttavia, il Rapporto minimizza il fatto fondamentale che le
minoranze vengono definite o dalla prospettiva di una “maggioranza” o da quella
di altre “minoranze”. Inoltre, secondo il Rapporto, lo Stato dovrebbe agire con
neutralità nel riconoscere i gruppi religiosi. Di fatto, il Rapporto definisce
le singole persone titolari del diritto di libertà di religione e
considera l’obiettivo della tutela della libertà di religione volto ad «assicurare
la sopravvivenza e lo sviluppo continuo dell’identità culturale, religiosa e
sociale delle minoranze coinvolte» (cfr. Comitato per i Diritti dell’Uomo,
Commento generale n. 23 [1994] sui diritti delle minoranze [articolo 27], §
9). Esso indica la tutela individuale della libertà di religione come la via per
ottenere la protezione delle comunità religiose, processo che non si traduce
automaticamente nella loro tutela. Di fatto, lo stesso Rapporto mostra molto
bene che la maggior parte delle violazioni della libertà religiosa avviene a
livello dei gruppi religiosi.
Mentre lo Stato dovrebbe applicare l’universalità dei diritti
umani mantenendo un equilibrio tra libertà e uguaglianza, spesso si identifica
con la “comunità dominante” in un modo che, purtroppo, relega le minoranze a uno
status di second’ordine, creando così problemi per la libertà religiosa degli
individui.
Le libertà e i diritti individuali possono essere conciliati
e armonizzati con quelli della comunità che desidera preservare la propria
identità e integrità. Non c’è un processo dialettico opposto, ma una necessaria
complementarietà. La persona non deve diventare prigioniera della comunità, né
la comunità deve diventare vulnerabile solo per l’affermazione della libertà
individuale. Il Relatore speciale giustamente osserva che, enfatizzando una
comprensione troppo ristretta dell’uguaglianza, potremmo perdere la diversità e
la specificità della libertà.
Il riconoscimento legale di una minoranza è il punto di
partenza per la necessaria armonia tra la libertà individuale e quella di gruppo.
Adottando un tale approccio realistico alla questione, la coesistenza delle
comunità viene facilitata in un clima di relativa tolleranza. Tuttavia, prima di
poter cercare un tale approccio realistico, occorre garantire alle comunità
religiose uno status legale, come esige il diritto umano innato di ogni persona,
che precede lo Stato ed è vincolante per esso. Concordiamo dunque pienamente con
la raccomandazione del Relatore speciale: «Ciò che lo Stato può e deve fare è
creare condizioni favorevoli per le persone appartenenti a minoranze religiose,
al fine di assicurare che possano prendere nelle proprie mani le loro questioni
collegate alla fede, per preservare e sviluppare ulteriormente la vita e l’identità
della loro comunità religiosa» (cfr. A/HRC/22/51. Sintesi). Solo
rispettando questo equilibrio è possibile realizzare sia la pacifica coesistenza,
sia il progresso di tutti i diritti umani.
Il ruolo dello Stato quale custode e attuatore della libertà
di religione, non solo per gli individui, ma anche per le comunità religiose,
indica che tale equilibrio è altamente politico. Lo Stato laico spesso non è
neutrale nei confronti delle comunità religiose esistenti; nemmeno nelle
democrazie occidentali, dove il liberalismo non porta tanto a una società
neutrale, quanto a una società priva di una presenza pubblica della religione.
Ma lo Stato può preservare un’identità religiosa a condizione che agisca con
neutralità e giustizia verso tutti i gruppi religiosi nel suo territorio. Si
potrebbe aggiungere che lo Stato deve monitorare le violazioni della libertà di
coscienza e che il Relatore, a tale proposito, dovrebbe affrontare il tema
dell’obiezione di coscienza quando per una persona diventa impossibile
conformarsi alle norme sociali dominanti che sono in contrasto con dettami
morali.
Signor Presidente,
Le religioni sono comunità fondate sulla fede o sul credo, e
la loro libertà garantisce un contributo di valori morali senza il quale non
sarebbe possibile la libertà di tutti. Il riconoscimento della libertà delle
altre comunità religiose non riduce le proprie libertà. Al contrario, l’accettazione
della libertà di religione di altre persone e gruppi è la pietra d’angolo del
dialogo e della collaborazione. La libertà di religione autentica rifiuta la
violenza e la coercizione e apre la via alla pace e al vero sviluppo umano
attraverso il riconoscimento reciproco. L’esperienza del dialogo interreligioso
nelle società occidentali, ormai diventata tradizione, dimostra il valore del
mutuo riconoscimento della libertà religiosa.
La libertà di religione è anche un dovere, una responsabilità
che si devono assumere sia gli individui sia i gruppi religiosi. Il
riconoscimento della libertà religiosa degli individui e dei gruppi sociali
implica che essi devono agire secondo gli stessi parametri della libertà di cui
godono, e tale condizione giustifica la loro presenza, come attori importanti e
autentici, nella pubblica piazza. L’eclissare il ruolo pubblico della religione
crea una società ingiusta, poiché non permetterebbe di tener conto della vera
natura della persona umana e soffocherebbe la crescita di una pace autentica e
duratura per l’intera famiglia umana.
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