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INAUGURAZIONE DELL'ANNO ACCADEMICO 20006-2007
DELLA FACOLT└ DI MEDICINA E CHIRURGIA
DELL'UNIVERSIT└ CATTOLICA DEL SACRO CUORE DI ROMA

OMELIA DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE

Cappella dell'UniversitÓ Cattolica del Sacro Cuore
Martedý, 21 novembre 2006

Con la festa della presentazione della Beata Vergine Maria, la Chiesa intende additare ai fedeli colei che avendo "trovato grazia agli occhi di Dio" (cfr Lc 1, 30) è divenuta Madre di Dio e potente Aiuto dei cristiani. Maria ci aiuta ad esaltare Dio per la sua meravigliosa opera di salvezza.

Ricordando la Presentazione della Vergine al Tempio, è importante meditare sul legame strettissimo che esiste tra Maria e la Chiesa, quello cioè della sua inestimabile santità. Guardare a Lei vuol dire guardare al modello più fulgido della vita cristiana, che non solo ubbidisce alla Legge, ma diventa punto di riferimento per il nostro camminare nel Tempio del Signore, che è la Chiesa.

L'origine della festa della presentazione di Maria SS.ma al Tempio è legata alla dedicazione della Chiesa di santa Maria in Gerusalemme nel 543. Per questo è una delle feste più care all'Oriente. Per gli orientali la Theotòkos (Madre di Dio) è il vero tempio in cui Dio, respinto il culto antico, ha posto la sua salvezza.

Su questa donna, Dio ha posto il suo sguardo fin da principio e l'ha resa immune dal peccato in virtù della redenzione che Gesù avrebbe operato nascendo da lei e offrendo se stesso sulla croce: a questa donna arriva la proposta di Dio, e da questa donna viene l'assenso totale che dà principio al tempo ultimo, il tempo della grazia, alla nuova Alleanza. Ma tutto si svolge nel modo più comune e più semplice: la gravidanza e il viaggio al paese d'origine per obbedire al comando dell'Imperatore, la nascita del Bambino e la sua difesa da chi vorrebbe subito eliminarlo, poi la vita povera e umile a Nazaret.

Maria è una donna come le altre, eppure è "la" donna, l'unica donna senza peccato, la donna madre e vergine, la donna che ha generato l'uomo che è anche Dio. È il mistero di Maria che diventa lezione di umiltà e di coraggio per entrare nel campo della fede.

Si può immaginare la permanenza al Tempio di Maria durante l'età della fanciullezza. Fu anche attraverso questo servizio al Signore nel tempio, che Maria preparò il suo corpo, ma soprattutto la sua anima, ad accogliere il Figlio di Dio, attuando in se stessa la parola di Cristo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano".

Sant'Agostino, nei suoi noti "Discorsi" commenta così il passo del Vangelo di oggi: "Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre" (Mt 49-50). Dice: "Forse che non ha fatto la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale credette in virtù della fede, concepì in virtù della fede, fu scelta come colei dalla quale doveva nascere la nostra salvezza tra gli uomini, fu creata da Cristo, prima che Cristo in lei fosse creato? Ha fatto, sì, certamente ha fatto la volontà del Padre Maria santissima, e perciò conta di più per Maria essere stata discepola di Cristo, che essere stata madre di Cristo. Lo ripetiamo: fu per lei maggiore dignità e maggiore felicità essere stata discepola di Cristo che essere stata madre di Cristo. Perciò Maria era beata, perché, anche prima di dare alla luce il Maestro, lo portò nel suo grembo" (Disc. 25).

Quella di Maria, dunque, è una presenza che si fa familiare e quotidiana e ci aiuta a sublimare la vita di ogni giorno. Benché la sua vita abbia conosciuto il fatto che nella storia resterà assolutamente il più eccezionale, l'incontro di Dio con l'uomo, è segnata da una "quotidianità" quanto mai normale. "Maria, ci dice il Concilio (AA 4), viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro". Beveva l'acqua dal pozzo che era di tutti, pestava il grano nello stesso mortaio, tornava stanca la sera, dopo aver spigolato. Aveva i suoi problemi di salute, di economia, di adattamento.

Prendiamo esempio da Maria per essere incoraggiati anche noi a vivere questa Eucaristia come un culto spirituale in cui, insieme al Corpo e al Sangue di Cristo, presentiamo l'offerta del nostro corpo.

Il gesto di presentare all'altare il pane e il vino e, unita a quelli, la nostra vita, scardina il nostro modo di pensare che talvolta vuole un solo offerente, Cristo, e noi tanti spettatori della sua offerta.

Ogni cristiano, come Maria, "trova grazia" presso Dio nello Spirito Santo, per la mediazione di Cristo e diviene "Arca dell'alleanza nuova" e Tempio del Signore in forza della consacrazione dello Spirito nel Battesimo e nell'Eucaristia.

Come dice Paolo: "Voi siete pietre del tempio di Dio", che ha la sua pietra angolare in Gesù. Il paragone però si allarga e si trasforma: "per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo" (2, 4-5).

Questa è dunque la prima conseguenza dell'Eucaristia: l'offerta della vita quotidiana, quella che facciamo ogni giorno nella preghiera mattutina: "Ti offro, Signore, nel cuore di Cristo, tutte le azioni, le preghiere, le sofferenze, le gioie di questo giorno". Questo è il nostro culto fondamentale. Che poi si esprime nella carità, nell'amore, in tutte le opere di misericordia.

Paolo dice anche che il nostro culto è anzitutto offrire i nostri corpi. E i nostri corpi sono la nostra vita in tutta la sua fisicità, in tutta la sua estensione, il giorno e la notte, la giovinezza e la vecchiaia, la salute e la malattia, il successo e l'insuccesso, la gioia e il dolore, l'entusiasmo e la depressione. Tutto va donato quale sacrificio vivente, offrendoci a Dio come Gesù si è dato a noi e al Padre. Molte persone compiono, magari senza esserne consapevoli, questo culto spirituale quando vivono onestamente, amano la famiglia, vivono con serenità la fatica del lavoro o dello studio, si sacrificano, accettano con pazienza situazioni difficili e dolorose.

Oggi, presentiamo su questo altare al Signore tutti i malati, che partecipano al sacrificio redentore.

Presentiamo anche tutti coloro che in nome di Cristo si fanno buoni Samaritani, chinandosi con amore verso chi soffre nel corpo e nello spirito, inconsapevoli, forse, che questo loro atteggiamento accompagnato dalla preghiera e vissuto in unione con il Sacrificio eucaristico, è via di santità.

La vita è dono - condivisione - è convivenza. La vita è possibile; è frutto di un Amore misterioso e trepido, di Dio, dell'uomo e della donna. Va salvaguardata come il primo valore che è luce di ogni scelta umana.

"Assistere, curare, confortare - come diceva Paolo VI ai medici e agli infermieri - guarire il dolore umano, assicurare e restituire all'uomo sofferente il linguaggio e il sentimento della speranza, quale altra attività può essere per dignità, per utilità, per idealità, dopo e a fianco di quella sacerdotale, superiore alla vostra? Quale altro lavoro può più facilmente del vostro, con un semplice atto interiore di soprannaturale intenzione, diventare carità?".

Si tratta in definitiva, ancora oggi come ai tempi di Gesù, di portare ad ogni persona affetta da ogni sorta di malattie, consolazione, dono di sé, presenza, speranza. La vostra presenza, così intesa, può essere senz'altro sorgente di vita e di risurrezione.

Madre Teresa di Calcutta diceva: "La malattia più grave che possa affliggere una persona è il non essere amati. La vera cura sta nelle mani desiderose di servire e nei cuori desiderosi di amare".

Da questo altare ringrazio tutti coloro che contribuiscono ad alleviare il dolore e a rendere concreta la speranza della guarigione di tanti fratelli ricoverati.

L'occasione che ci vede riuniti in questa celebrazione eucaristica è quella dell'inaugurazione dell'anno accademico della Facoltà di Medicina e Chirurgia.

L'Università Cattolica è chiamata a realizzare la sua vocazione di essere luogo privilegiato per la pastorale dell'intelligenza (che è un'alta forma della carità). In ciò si riflette bene il tema del programma di pastorale universitaria della Diocesi di Roma: "Eucaristia e carità intellettuale".

È un impegno che può snodarsi su due grandi linee: quella della formazione delle nuove generazioni e quella di una presenza culturale significativa nel dibattito sulle grandi questioni antropologiche.

Circa la prima linea è necessario valorizzare la dimensione comunitaria dell'esperienza universitaria, promuovendo luoghi e occasioni di incontro e di condivisione tra docenti e studenti, affinché emerga il legame educativo proprio di ogni vera e autentica relazione universitaria. In questa prospettiva è fondamentale il ruolo della pastorale universitaria, che deve essere parte integrante della vita della comunità accademica.

Circa la seconda linea di impegno, è opportuno aprire orizzonti nuovi di fecondo dialogo tra la teologia e gli altri saperi scientifici. Il rapporto tra fede e ragione, più volte richiamato dal Santo Padre, va oltre la ricerca dei rispettivi confini, per incamminarsi verso l'approfondimento della nuova situazione dell'uomo contemporaneo, che si presenta all'orizzonte ricca di prospettive positive, anche se offuscata da pregiudizi culturali e ideologici che rendono tortuoso e incerto il futuro. Dove, infatti, è in gioco il destino dell'uomo, lì la Chiesa deve essere presente e operante, non per se stessa, come ci ricorda Benedetto XVI, ma per obbedienza al Suo Maestro, unico Redentore dell'uomo.

È quanto mai necessario richiamare la positività e profeticità della proposta morale cristiana in un contesto culturale progettuale, in cui il bene dell'uomo acquisti il vero significato e la sua bellezza.

Certamente, perché l'intelligenza si volga al bene supremo è necessario l'aiuto del Verbo, perché, a dire di S. Agostino, Egli è la luce: "ipse (Filius) est menti nostrae lumen" (cfr Sant'Agostino, Quaest. Evang. I, 1: PL 35, 1323); Egli è l'amore: "amavit nos, ut redamaremus eum" (cfr Enarr. in Ps 127, 8: CCL 40, 1872).

Auguro pertanto, e di tutto cuore, che questa Università sia sempre una comunità attenta ai supremi valori dell'uomo, alla luce della rivelazione cristiana e sotto l'istanza urgente dell'Amore che tutti ci avvolge.

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