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CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA IN OCCASIONE DEL IX
CENTENARIO DELLA CATTEDRALE DI CASALE MONFERRATO
OMELIA DI S.Em. IL CARD. TARCISIO BERTONE
Giovedì, 4 gennaio 2007
Cari fratelli e sorelle!
"Rendiamo grazie a Dio nella sua dimora". Queste parole del ritornello al
salmo responsoriale, che poco fa abbiamo ripetuto, sintetizzano molto bene il
senso e il significato dell'odierna celebrazione. Ci siamo riuniti per lodare,
per ringraziare Iddio nella sua casa, nel tempio cioè che per Lui è stato
costruito e che, proprio perché a Lui consacrato, è anche la dimora di noi che
formiamo la sua famiglia, il suo popolo redento dal sangue di Cristo. Qui ci
sentiamo tutti a casa, uniti da un vincolo di amore che non conosce limiti di
spazio né di tempo. Accogliendo l'invito del salmista, siamo venuti ad
applaudire al Signore, "roccia della nostra salvezza", "grande Dio, grande re
sopra tutti gli dei". Colui che ha nella sua mano gli abissi della terra, le
vette dei monti ed il mare, Colui che con le sue mani ha plasmato la terra" è
"il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce" (Sal
94). Il nostro ritrovarci insieme è pertanto innanzitutto un atto di fede
nell'unico Dio, che in Gesù Cristo ci ha rivelato il suo volto di amore.
A Dio rendiamo lode e azione di grazie con questa Eucaristia in un giorno di
singolare importanza per la vostra comunità diocesana, che celebra proprio
quest'oggi il IX centenario della Cattedrale. Questo bel tempio, edificato in
stile romanico lombardo, fu consacrato infatti il 4 gennaio del 1107 da Papa
Pasquale II, quando il Borgo medievale apparteneva alla Diocesi di Vercelli. Da
allora sono trascorsi nove secoli, ricchi di eventi religiosi e civili, che
hanno contraddistinto il cammino della vostra città, eretta a Diocesi nel 1474
per volere di Papa Sisto IV. In questo momento il pensiero va ben oltre tale
data, va alle radici della vostra comunità cristiana, che venera come suo
fondatore il santo martire Evasio. Le sue reliquie furono raccolte insieme a
quelle della regina dei Bavari Teodolinda nella chiesa primitiva a lui dedicata,
che venne fatta costruire dal re longobardo Liutprando nel secolo VIII. Di sant'Evasio
non abbiamo molte informazioni; sappiamo però con certezza che morì martire per
difendere la fede in Cristo, sulla scia di san Eusebio di Vercelli; lottò contro
l'eresia degli Ariani, a quel tempo assai diffusa, che negavano che Gesù fosse
vero Dio e vero uomo. Narra la tradizione che con un colpo di spada gli fu
tagliata la testa dal duca Attabulo, ed Evasio mescolò così il suo sangue a
quello di Cristo. Da allora, giustamente, la vostra città lo venera come suo
celeste protettore. E dovrei approfondire le ragioni per cui mio papà me lo ha
dato come secondo nome: io mi chiamo infatti Tarcisio, Evasio, Pietro!
All'origine di questa chiesa c'è dunque il martirio di sant'Evasio. Nel clima
natalizio di questi giorni più volte la liturgia ci fa meditare sul martirio, a
cominciare da quello di Stefano, il protomartire. E ci si chiede talora - se l'è
domandato anche il Santo Padre nell'Angelus del 26 dicembre scorso - se non ci
sia contrasto tra la gioia luminosa del Natale di Cristo e il dolore straziante
dell'uccisione violenta dei suoi discepoli. "In realtà l'apparente stridore - ha
detto Benedetto XVI - viene superato se consideriamo in profondità il mistero
del Natale". Quel Bambino, che giace inerme nella grotta, "salverà l'umanità
morendo in croce". "Per i credenti - aggiunge il Papa - il giorno della morte,
ed ancor più il giorno del martirio, non è la fine di tutto, bensì il "transito"
verso la vita immortale, è il giorno della nascita definitiva, in latino dies
natalis". Dunque Natale di Cristo, natale dei martiri; gioia del Natale, gioia
del martirio. Chi sono i martiri, se non coloro che, come abbiamo ascoltato
nella seconda Lettura, si sono stretti al Signore "pietra viva, rigettata dagli
uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio", per essere impiegati anch'essi
"come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un
sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di
Gesù Cristo"? (1 Pt 2, 4). Essi ci incoraggiano a seguire anche noi
questo cammino. Se non a tutti è dato in dono il martirio di sangue, tutti però
siamo chiamati ad una testimonianza, che potremmo chiamare un martirio di amore,
che consiste nell'offerta quotidiana della propria esistenza al Signore
nell'obbedienza fiduciosa alla sua volontà specialmente quando è dura da
accettare, una testimonianza-martirio che ci spinge a fare della nostra vita un
dono a Dio e ai fratelli. Solo in tal modo si costruisce quella Chiesa viva, di
cui il tempio materiale è simbolo. Per usare le parole di san Pietro, che
abbiamo ascoltato nella seconda Lettura, questo è infatti, "il popolo che Dio si
è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui" che ci ha "chiamato
dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (ibid., 2, 4-9).
A che servirebbe in effetti costruire le chiese di cemento e di pietre se non
ci fosse anzitutto la Chiesa viva, fatta di "pietre vive", che sono i santi, i
martiri e i credenti nel loro insieme, chiamati tutti alla santità? Ogni chiesa,
specialmente la Cattedrale, è per eccellenza la casa dell'incontro di Dio con il
popolo dei suoi "adoratori". E "i veri adoratori", come dice Gesù, sono coloro
che adorano "il Padre in spirito e verità". Ce lo ha ricordato poco fa san
Giovanni nella stupenda pagina del suo vangelo, che narra l'incontro di Gesù con
la Samaritana presso il pozzo di Sicar. Dell'intero brano, che costituisce una
ricca catechesi battesimale, ci sono stati proposti quest'oggi solo alcuni
versetti, che ci aiutano a riflettere sulla nostra "vocazione" di Chiesa e nella
Chiesa. Ci ricordano che ognuno di noi deve adorare Dio in spirito e verità, con
la testimonianza della sua vita essendo diventati, con il Battesimo, vivente
tempio di Dio. Ogni famiglia cristiana è una "piccola chiesa domestica" che ha
al suo centro Cristo, e la comunità nel suo insieme è il popolo che Cristo si è
riscattato a prezzo del suo sangue. Evocheremo questa importante realtà
teologica e spirituale tra poco, nel prefazio, con queste parole: "Questa
chiesa, misticamente adombrata nel segno del tempio, tu la santifichi sempre
come sposa di Cristo, madre lieta di una moltitudine di figli per collocarla
accanto a te rivestita di gloria" (Pref. 2 del Com. Dedic.).
Ecco, cari fratelli e sorelle, a che cosa ci conduce la riflessione
sull'evento che oggi commemoriamo. Siamo raccolti in questa vostra Cattedrale,
dove sono evidenti i segni della fede delle molte generazioni di cristiani che
vi hanno preceduto, in quest'ammirevole duomo, sottoposto a una vasta campagna
di restauri promossi dal vostro Vescovo, Mons. Germano Zaccheo, che saluto con
affetto e ringrazio per avermi invitato a presiedere l'odierna celebrazione. Con
lui saluto tutti i presenti, le autorità religiose, civili e militari, i
sacerdoti, le persone consacrate e l'intera comunità diocesana. Se oggi - dicevo
- celebriamo nove secoli di meraviglie di fede e di amore è perché sant'Evasio
ha seguito fedelmente Cristo non temendo la morte e sacrificando la vita per
Lui. Hanno imitato sant'Evasio tanti altri uomini e donne, che ora dal cielo si
uniscono misticamente al sacrificio eucaristico che celebriamo. Adesso tocca a
noi, a tutti noi, proseguire su questo cammino; è nostro compito essere una
Chiesa viva formata da pietre vive, saldamente unite a Cristo, che è la Pietra
viva, anzi la "pietra angolare" del nostro edificio spirituale. Questa è la
Chiesa che non conosce confini di tempo e di spazio; corpo ben compaginato,
mistica famiglia formata da innumerevoli beati, santi, martiri, ma anche da
peccatori bisognosi del costante sostegno della misericordia divina. In essa
nessuno è straniero, ma tutti a pieno titolo figli di Dio e "concittadini
dei santi".
Tutto questo simboleggia la Cattedrale, segno nei secoli di una Chiesa che
non muore perché fondata su Cristo risorto. Tutto questo ci ricorda questo
tempio fatto di pietre, decorato con arte e talento, carico di storia e di
molteplici segni di fede. Esso è ancora in restauro, ma offre già un volto
rinnovato. A questo proposito, colgo volentieri l'occasione per complimentarmi
con coloro che hanno eseguito con tanta cura questi lavori e quanti li hanno
promossi e finanziati. Sono venuto qui tre anni fa circa, nel novembre del 2003,
per inaugurare il deambulatorio dell'abside e dei mosaici; so pure che
recentemente sono stati ultimati altri lavori di restauro della sacristia. Tutto
questo è bello e doveroso, ma a nulla servirebbe se al tempo stesso non si
accompagnasse un interiore restauro delle nostre anime, grazie ad una sincera e
permanente conversione.
Ogni chiesa materiale, nota san Cesario di Arles, è simbolo permanente della
Chiesa, edificio spirituale. Occorre costruirlo e restaurarlo continuamente
questo edificio spirituale con l'apporto di tutti i cristiani, che camminano
davanti al Signore con tutto il cuore e a Lui chiedono di tenere aperti i suoi
occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui ha detto: "Lì
sarà il mio nome" (1 Re, 8, 27-30). La liturgia bizantina raccomanda:
"Uomo, rientra in te stesso; diventa l'uomo nuovo, smettendo l'antico, e celebra
la dedicazione dell'anima". E sant'Atanasio, in una delle sue lettere pasquali,
parlando esattamente della funzione delle chiese come luogo di incontro dei
cristiani in preghiera dice: "La celebrazione liturgica ci sostiene nelle
afflizioni che incontriamo in questo mondo. Per mezzo di essa Dio ci accorda
quella gioia della salvezza, che accresce la fraternità. Mediante l'azione
sacramentale della festa, infatti, ci fonde in un'unica assemblea, ci unisce
tutti spiritualmente e fa ritrovare vicini anche i lontani. La celebrazione
della Chiesa ci offre il modo di pregare insieme e innalzare comunitariamente il
nostro grazie a Dio. Questa anzi è un'esigenza propria di ogni festa liturgica.
È un miracolo della bontà di Dio quello di fare sentire solidali nella
celebrazione e fondere nell'unità della fede lontani e vicini, presenti e
assenti" (Lett. 5, 1-2; PG 26, 1379-1380).
Ci aiuti a mantenerci fedeli alla nostra vocazione, che è la chiamata
universale alla santità, sant'Evasio e gli altri santi che voi venerate come
protettori. Ci aiuti e ci accompagni soprattutto Maria, la Regina dei Santi, la
Vergine Madre di Cristo e della Chiesa.
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