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CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA
NEL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DI MONTALLEGRO
IN OCCASIONE DEL 450 ANNIVERSARIO
DELLE APPARIZIONI MARIANE A RAPALLO

OMELIA DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE

Santuario di Nostra Signora di Montallegro
Domenica, 1 luglio 2007

Cari Confratelli nell'Episcopato,
distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle,

"Andremo con gioia alla casa del Signore" (Salmo resp.) Queste parole del Salmo responsoriale, che abbiamo ripetuto poco fa, esprimono bene i sentimenti con cui oggi siamo venuti in questo meraviglioso Santuario, in occasione del 450° anniversario dell'apparizione della Beata Vergine Maria. Io stesso, in modo particolare, ringrazio il Signore di avermi concesso di compiere questo pellegrinaggio, che idealmente si ricollega a quello che feci alla Madonna della Guardia prima di lasciare Genova allorché il Santo Padre Benedetto XVI mi chiamò a lavorare al suo fianco come Segretario di Stato. Ritorno pertanto con gioia ai piedi di Maria, consapevole delle responsabilità che comporta il mio nuovo compito al servizio diretto di Sua Santità. Porto nel cuore prima di tutto l'amata persona del Successore di Pietro, le Sue intenzioni per il bene della Chiesa e dell'umanità, e in modo speciale vi porto la Sua vicinanza, la Sua preghiera e la Sua benedizione. Ma al tempo stesso sono lieto di venire per voi, per il vostro Vescovo Mons. Alberto Tanasini, per il popolo cristiano di Rapallo e di questa stupenda regione d'Italia. Vengo ad unirmi a voi nel rendere grazie a Maria per la sua materna e costante protezione; e vengo ad affidare a Lei, Madre e Ausiliatrice nostra, ogni necessità e prova, ogni attesa e speranza che abita il nostro cuore.

L'importante evento che oggi commemoriamo ci chiede di ritornare brevemente al contesto storico in cui avvenne lo straordinario prodigio del 2 luglio 1557. In effetti, la Vergine Maria, da perfetta discepola del suo Figlio, ha sempre dimostrato di conoscere bene la storia! Maria appare sempre particolarmente vigile e presente alle vicende del Popolo di Dio in cammino nel tempo. Basta ricordare la storia di apparizioni come quelle di Guadalupe, di Lourdes, di Fatima, per citare solo alcune tra le più celebri. Dunque, quando Maria interviene con un segno speciale della sua sollecitudine nelle vicende umane, è all'interno e al servizio del disegno di salvezza di Dio, che "di generazione in generazione stende la sua misericordia su quelli che lo temono" (Lc 1, 50).

L'anno 1557 fu particolarmente infelice per l'Italia. Diventata campo di battaglia tra francesi, spagnoli e imperiali, che proprio nel suo territorio si contendevano la supremazia in Europa, l'Italia era afflitta dai mali che gli eserciti solevano portare con sé: peste e carestia, oltre a spavento, devastazione, distruzioni e sangue. La Repubblica di Genova, da sempre travagliata dalle lotte tra le famiglie più potenti, lo era anche dalle insurrezioni dei popolani e dalla risorgente agitazione dei Corsi, mentre l'entroterra era infestato da frequenti scorrerie di banditi. Inoltre, sulle sue coste apparivano all'improvviso le navi di pirati tunisini e algerini dirette a saccheggiare e distruggere, e infine a rapire uomini, donne e ragazzi. Fu ciò che accadde proprio a Rapallo il 5 luglio 1549 ad opera di Alì Dragut Rais. Il borgo, di circa 1.300 abitanti, fu messo a ferro e fuoco e, oltre ai morti, pianse un centinaio di giovani deportati in schiavitù. L'economia, per la maggior parte della popolazione, era in quel tempo di sussistenza o poco più, e la povertà si faceva sentire quando sopravvenivano carestie ed epidemie.

In questo orizzonte piuttosto cupo, la "visita" di Maria aprì come uno squarcio di cielo sereno, attraverso il quale una luce nuova raggiunse quel lembo di terra e di storia, per non lasciarli mai più. Di questa luce nuova è testimonianza il nome del monte dell'apparizione, che, a quanto risulta dai documenti, cominciò ad esser chiamato "monte allegro" proprio alla fine del XVI secolo, cioè in conseguenza dell'avvenimento soprannaturale, che quest'oggi commemoriamo. Tale denominazione sarà poi ufficializzata dallo storico Giovanni Agostino Molfino, negli anni 70-80 del XVII secolo.

Cari amici, se noi siamo qui oggi, è perché Dio ha visitato il suo popolo, e l'ha fatto ancora una volta, qui come altrove in tante parti del mondo, tramite la Madre di Gesù, come avvenne in quella prima "Visitazione" che ci è stata richiamata dal brano evangelico. Scrive l'evangelista: "Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda" (Lc 1, 39). Il tema simbolico della "montagna", del "monte" è molto presente - e lo si capisce bene - nella Liturgia della Parola propria di questo Santuario: esso lega in particolare la prima Lettura, del profeta Isaia, il Salmo responsoriale e il Vangelo di Luca, che è appunto il racconto della visita di Maria ad Elisabetta.

Soffermiamoci anzitutto sulla prima Lettura. Questo testo, tratto dal capitolo secondo del Libro di Isaia, è un oracolo tra i più importanti, e la sua interpretazione in chiave cristiana ed ecclesiale fa sì che lo si proclami spesso nella liturgia, specialmente durante il tempo di Avvento. Il "monte" a cui fa riferimento Isaia è il monte Sion, sul quale sorge il Tempio del Signore. Il monte Sion è il nuovo Sinai, dove Dio dà la sua legge. Qui, nello stesso luogo in cui il patriarca Abramo preparò il sacrificio del figlio Isacco, Salomone eresse il grande Tempio, nel quale venne centralizzato il culto di Jahvé, il Dio "unico e vero", in contrapposizione alle molteplici alture sulle quali si effettuavano i riti idolatrici cananei. Il monte Sion è cantato da diversi Salmi, specialmente dai cosiddetti "cantici delle ascensioni" (120-134), quelli cioè che i pii israeliti intonavano al termine del pellegrinaggio a Gerusalemme, salendo verso il Tempio. Di questi inni fa parte il Salmo che abbiamo pregato poc'anzi tra le due Letture, il salmo 121, nel quale si sente l'eco gioiosa dei pellegrini giunti presso le mura della Città santa. Il monte Sion acquista inoltre un forte valore escatologico: negli ultimi tempi si manifesterà in esso la regalità del Signore, che vi preparerà un grande banchetto per i figli d'Israele finalmente radunati, ma anche per tutti i popoli (cfr Is 25, 6-8).

In questa prospettiva escatologica si pone pure il nostro brano odierno: "Alla fine dei giorni, / il monte del tempio del Signore / sarà elevato sulla cima dei monti / e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti" (Is 2, 2). Chi è stato a Gerusalemme sa che il Tempio sorge su un rilievo appena pronunciato, mentre il Monte degli Ulivi, ad est della città, è più alto. L'altezza del Sion è dunque idealizzata per il suo significato simbolico e teologico, e perciò si immagina che essa alla fine emergerà sopra tutti i rilievi all'intorno, a significare il primato di Dio. Il ruolo di questo monte elevato è di fungere da punto di orientamento per il cammino di tutte le genti che ha come meta la pace universale: "Forgeranno le loro spade in vomeri, / le loro lance in falci; / un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, / non si eserciteranno più nell'arte della guerra" (Is 2, 4).

Su questo punto vorrei sostare ulteriormente in meditazione e preghiera per due motivi: primo, perché la pace è sempre presente nell'azione della Chiesa; secondo, perché siamo nella casa della Regina della Pace. Inoltre, come dimenticare che in questi nostri tempi la pace è continuamente violata e ostacolata con grave sofferenza di tanti nostri fratelli e sorelle? Penso, in primo luogo, proprio alla Terra Santa, dove si trovano il monte Sion e Gerusalemme. Questa Terra è ancora senza pace: dal monte Ermon al deserto del Neghev continua ad essere martoriata da conflitti che l'attuale situazione geopolitica mediorientale ha aggravato. Pure in altre nazioni la pace è a rischio: mentre vi parlo sono purtroppo molto numerosi i focolai di guerra, piccoli e grandi, che bruciano in tanti angoli di questo nostro pianeta. E che dire della violenza che insanguina le nostre città? Pace invochiamo per le famiglie più provate da sfide e difficoltà. Sì, cari fratelli e sorelle, eleviamo a Maria, Regina della Pace, una corale invocazione perché ci ottenga il dono prezioso della pace: la pace del cuore, innanzitutto, che, come amava ripetere il Servo di Dio Giovanni Paolo II, è condizione indispensabile perché renda serene ed unite le famiglie, fraterna e solidale la convivenza nelle città, nelle nazioni e nel mondo intero. Per noi cristiani la pace vera è Cristo. Lo ricorda l'apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini: Gesù è "Colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia... per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio... distruggendo in se stesso l'inimicizia" (2, 14-16)

L'umanità è in cammino verso la pace; è in cammino verso Cristo. È Lui il "monte" elevato degli ultimi tempi verso il quale si dirige con speranza il popolo cristiano. Nell'Orazione Colletta, all'inizio della Santa Messa, abbiamo implorato che, "per la potente intercessione [di Maria], ... possiamo ... giungere al Cristo, monte santo della salvezza" (Messale proprio della Madonna di Montallegro).

Gesù in persona è la santa montagna in cui finalmente Dio e l'uomo si incontrano, in cui "misericordia e verità", "giustizia e pace" si sposano per sempre (cfr Sal 84, 11). Gesù è insieme il sacerdote, il sacrificio e il tempio in cui giunge a compimento il culto "in spirito e verità" (cfr Gv 4, 23-24): a Lui, "innalzato da terra" nel mistero della sua morte e risurrezione (cfr Gv 3, 13; 12, 32), possiamo "volgere lo sguardo" per trovare perdono e avere la vita eterna. Il Signore è l'Agnello immolato e vivo, che il Libro dell'Apocalisse presenta ritto sul monte Sion alla fine dei tempi (cfr Ap 14, 1). Gesù è dunque il significato ultimo e pieno che il simbolo del monte contiene. E tuttavia, questo significato non toglie, anzi, conferma e rafforza il simbolo stesso, nel suo valore primario.

Gesù stesso infatti amava ritirarsi a pregare sui colli della Galilea; e da quelle alture, dolcemente digradanti verso il lago, rivolse ai discepoli e alle folle i suoi memorabili insegnamenti sul Regno dei cieli; scelse un alto monte per mostrare agli Apostoli il suo volto glorioso; prediligeva il Monte degli Ulivi per passare le notti vicino a Gerusalemme (Lc 21, 37); dopo la sua risurrezione, diede appuntamento ai discepoli su un monte della Galilea dove consegnò loro il mandato missionario (Mt 28, 16-20); infine, ancora sul Monte degli Ulivi si congedò da loro per ritornare al Padre, da dove era venuto (cfr Lc 24, 50).

Che significa tutto questo? Lo sappiamo bene: significa che noi esseri umani abbiamo bisogno di segni e di gesti, di spazi e di tempi adatti per vivere la nostra religiosità. Ecco perché i monti della Liguria sono coronati di santuari. Per la maggior parte essi sono intitolati alla Beata Vergine Maria, alla quale giustamente si rivolge la pietà del popolo cristiano, perché "da Lei è nato il sole di giustizia, Cristo nostro Dio". Dall'alto del "monte" che è Cristo, Maria "vede" compiersi il disegno di Dio. Disegno di pace e non di sventura.

Maria magnifica il Signore, lo benedice e vede che "tutte le sue vie sono giustizia" (Dt 32, 4), che "santa è la sua via" (Sal 76, 14), pur attraverso gli errori di cui è intessuta la storia umana. Maria vede Cristo attraverso la storia; vede il volto del suo Figlio attraverso gli avvenimenti contorti, complicati dagli interessi egoistici che ostacolano il dipanarsi del disegno di Dio. Lei vede sempre la Via, cioè Cristo. Tiene fisso il cuore su di Lui. E magnifica il Signore! Maria, assunta in Cielo, vede la storia "dall'alto", e sostiene la nostra speranza; ma al tempo stesso cammina con noi nel faticoso pellegrinaggio terreno.

Maria cammina con noi! A te, "la Benedetta tra le donne" ci rivolgiamo ora con fiducia, con le parole dell'inno della Lettera di san Paolo agli Efesini, che leggiamo come tutte volte alla tua augusta persona: "Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ti ha benedetta con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ti ha scelta, prima della creazione del mondo, per essere santa e immacolata al suo cospetto nella carità predestinandoti a essere sua figlia adottiva per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ti ha dato nel suo Figlio diletto" (Ef 1, 3-6). E ancora: "In lui sei stata fatta anche erede, essendo stata predestinata secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché tu fossi a lode della sua gloria, tu, che prima hai sperato in Cristo" (Ef 1, 11-22). Guardando a Te, Maria nostra Madre, noi figli riconosciamo e comprendiamo il nostro destino più originario e più vero: essere benedetti in Gesù colmati del suo amore, essere figli nel Figlio, vivere a lode e gloria della sua grazia e partecipare alla sua eredità.

Maria, tu che sei la benedetta, tu che per prima hai sperato in Cristo, noi ti preghiamo: rafforza la nostra speranza e rendici testimoni di Cristo, nostra pace. Amen!

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