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VISITA IN UCRAINA IN OCCASIONE DELLA BEATIFICAZIONE
DELLA SERVA DI DIO SUOR MARTA WIECKA
LVIV - KYIV, 23-26 MAGGIO 2008

CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA IN NUNZIATURA

OMELIA DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO

Kyiv, 26 maggio 2008

        

La Parola di Dio di oggi ben si presta a commemorare un santo simpatico: San Filippo Neri. Infatti abbiamo ripetutamente sentito parlare di gioia, di invito alla gioia, ed abbiamo pregato nel salmo responsoriale dicendo: esultiamo di gioia nel Signore.

La testimonianza di san Filippo Neri è stata proprio quella di comunicare la gioia che nasce dall’avere un buon rapporto con il Signore. Fiorentino di nascita, romano di adozione, “Pippo buono” come lo chiamarono presto per il suo carattere ottimista e allegro, seppur vivace, si impegnò presto nella via della santità. Maturò la sua vocazione al sacerdozio in associazioni che si dedicavano alla preghiera e all’assistenza dei pellegrini e degli ammalati poveri. Riunì intorno a sé, in un’atmosfera molto serena, un gruppo di giovani che aspiravano ad una vita più intensa. Questi giovani formarono l’Oratorio, modellato sulle regole delle congregazioni di chierici regolari. Ascolto della parola di Dio, canto (da qui prende il nome il genere musicale “Oratorio”), impegno concreto in opere di carità, crearono presto un ambiente che riuscì simpatico a numerosi giovani. Tra gli amici di san Filippo figurano i grandi nomi religiosi dell’epoca: Ignazio, Carlo, Camillo, Francesco di Sales e tutti i Papi contemporanei.

Abbiamo sentito nel brano del Vangelo di san Marco parlare di un uomo alla ricerca della vita eterna. Ma la domanda che egli rivolge al Signore è posta male perché egli si rivolge ad un “maestro buono”, ad uno fra i tanti. Egli cioè cerca un’opinione di scuola, riservandosi il diritto di scegliere o anche di non scegliere. Gesù rifiuta questo modo di fare ricordandogli l’esistenza di Dio, l’unico buono e quindi il giusto modo di rapportarsi anche con Lui. Il Signore Gesù gli fa capire che la sua risposta non sarà una opinione tra le tante, ma un ordine divino che obbliga ad agire anziché a discutere e ragionare senza fine!  E gli risponde che per avere una vita  destinata ad entrare nel regno di Dio occorre renderla libera dai legami delle ricchezze terrene. E’ bello notare che l’evangelista sottolinea l’atteggiamento di Gesù verso quell’uomo che proclamava di obbedire ai comandamenti : Gesù, fissatolo, lo amò. Il Signore ama chi ascolta e obbedisce alla sua parola ed è l’atteggiamento che il Figlio di Dio ha trasmesso con la sua vita terrena. Egli si compiace e conferma il legame di comunione che unisce la creatura al Creatore in forza di questa obbedienza. Ma il cuore di quell’uomo era già occupato dai molti beni e perciò non aveva spazio per fare la scelta radicale e decisiva, quella di seguire il Signore Gesù.  E per questo se ne andò rattristato... nonostante la sguardo d’amore del Signore. All’entusiasmo iniziale con il quale si era rivolto al Maestro, fa perciò riscontro la delusione. Pensava di avere già fatto tutto, forse cercava anche la lode, ma il Signore lo chiamava ad un ulteriore impegno, lasciare tutto e seguirlo. E’ Lui, Via, Verità e Vita, la vera promozione dell’uomo nel cammino di fede.

L’insegnamento che comunica questo brano del Vangelo va però ben inteso per non equivocare su di un tema assai avvertito in tutti i tempi ma soprattutto oggi: quello della povertà.  Sarebbe infatti una illusione proclamare che la povertà é beata perché i poveri passeranno un giorno nel Regno del benessere. Di fatto, la vera povertà richiesta al ricco non é necessariamente di “non avere nulla”, ma di compromettersi coi poveri, specialmente con quelli che mancano di intelligenza per riuscire ad organizzarsi, a difendersi e a liberarsi. E questo é un doveroso impegno soprattutto per quei cristiani che abbandonano liberamente ogni bene materiale e fanno voto di povertà. Pensiamo al grande esempio di san Francesco di Assisi, di sant’Antonio monaco d’Egitto, di san Filippo Neri  e ai tanti uomini e donne che hanno accolto questo invito di Gesù.

Impegnarsi sulla via della povertà,  oggi,  suppone che si studino le cause della miseria e che si metta mano ai mezzi che permetteranno effettivamente di migliorare la condizione di ciascuno. Solo in questo senso la povertà é evangelica.

Anche noi abbiamo ricevuto l’invito del Signore a seguirlo perché Egli ci ama per primo e ci chiama a imparare da Lui a fare altrettanto: imparare, cioè, ad amare come Lui. Come ci ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI nella sua Enciclica Deus caritas est “il comandamento dell’amore diventa possibile solo perché non é soltanto esigenza: l’amore può essere “ comandato “ perché prima é donato” (n. 14). Ed é quello che il Signore Gesù voleva proporre a quell’uomo, lasciarsi amare da Dio per amarlo a sua volta. In questo modo la vita diventa un dono per gli altri, è questa la logica del Vangelo, e non una vita inutilmente chiusa in se stessa, sprecata.

Abbiamo anche ascoltato nella prima lettura tratta dalla  Prima lettera di san Pietro, che la parola d’amore seminata nell’uomo lo fa rinascere nella nuova umanità che è stata restaurata e glorificata nella risurrezione di Cristo. Ed é una rinascita operata dalla Parola di Dio che non viene proclamata dall’esterno soltanto, ma che è scolpita nel cuore di ogni uomo: Parola di Dio in noi che é il comandamento dell’amore (1 Gv 3,9-10) Pietro, inoltre, descrive con esuberanza la felicità a cui è destinata l’umanità in Gesù Cristo, per incoraggiare i fedeli provati dalla persecuzione che viene paragonata al fuoco che purifica l’oro per metterne in risalto lo splendore. Egli vuole dirci che la prova é per la fede ciò che il fuoco è per la vittima del sacrificio che fa dei fedeli un’offerta spirituale, un sacerdozio regale a gloria di Dio.

Cari Fratelli e sorelle, il mondo nuovo di cui il Figlio dell’uomo getta le basi, non nascerà da un colpo di bacchetta magica, ma al termine di una lenta maturazione della Parola d’amore nei cuori. Il Cristo ha manifestato in sé questa crescita e ciò gli meritò di trionfare della morte, diventando per noi altare, vittima e sacerdote come ci ricorderà il Prefazio. Questa crescita in tutti i cristiani, a loro volta provati, assicura l’eredità gloriosa e incorruttibile e garantisce all’umanità la sua totale rigenerazione.

Lasciamo perciò che Cristo Signore completi l’opera che Dio Padre ha iniziato in noi.

A Lui sia lode e gloria in eterno. Amen!

                   

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