 |
VISITA UFFICIALE IN BIELORUSSIA DELL'EM.MO CARD. TARCISIO
BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO (18-22 GIUGNO 2008)
LECTIO MAGISTRALIS AL MONDO DELLA
CULTURA, AI DOCENTI ED AGLI STUDENTI DELL'UNIVERSITÀ
STATALE BIELORUSSA:
"FEDE E RAGIONE: PARLARE DI DIO ALL'UOMO DI OGGI"
19 giugno 2008
Signor Rettore,
Illustri Autorità civili e religiose,
Rappresentanti del mondo della cultura,
Signori Docenti,
cari studenti di questo Ateneo!
1. Introduzione
E’ per me un grande onore prendere la parola in questa Università Statale
Bielorussa. Vorrei pertanto ringraziare coloro che mi hanno invitato e quanti
hanno reso possibile quest’incontro. Rivolgo il mio deferente saluto a Lei,
Signor Rettore, al Corpo accademico e agli studenti. Saluto e ringrazio per la
loro presenza le Autorità di ogni grado. Rivolgo un pensiero particolare a S.E.
Mons. Tadeusz Kondrusiewiz, Arcivescovo di Minsk-Mohilev, Presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici della Bielorussia, a S. E.
Mons Aleksander Kaszkiewicz, Vescovo di Grondo, al Vice Presidente della
medesima Conferenza Episcopale, S. E. Mons. Wladyslaw Blin, Vescovo di Vitebsk e
agli alunni del Seminario Maggiore di Grodno.
Il mio saluto va poi agli illustri Rappresentanti del mondo della cultura ed
infine a tutti i presenti, senza dimenticare nessuno.
Non è certo la prima volta per me di intervenire in manifestazioni accademiche
di così alto prestigio. Per anni sono stato io stesso Rettore di Università e
conosco quanto siano proficui questi momenti di confronto e di approfondimento
culturale. Qui però prendo la parola come Segretario di Stato di Sua Santità
Benedetto XVI e vorrei pertanto, come prima cosa, rendermi interprete dei suoi
sentimenti di affetto e di stima nei confronti di voi tutti. Egli stesso è stato
per anni professore di Università e ancor oggi continua ad essere uno
stimatissimo teologo, maestro di saggezza umana e spirituale. Mi è pertanto
molto gradito trasmettervi il suo benedicente saluto.
2. Fede e Ragione
Il tema che mi è stato chiesto di affrontare concerne un aspetto della vita
dell’uomo e delle società particolarmente importante anche in questo momento
storico, segnato da tanti mutamenti culturali e sociali. Oggi più di ieri, dato
anche il vasto fenomeno della globalizzazione, le problematiche che concernono
il senso e il valore della vita dell’uomo si ripercuotono in tempo reale in
ogni angolo della terra. Il dialogo tra la fede e la ragione, tra la cultura e
la fede è ancor più necessario per affrontare le sfide emergenti in ogni
continente. “Fede e ragione: parlare di Dio all’uomo di oggi” mi pare
pertanto un argomento che ci vede tutti coinvolti nella ricerca del senso della
nostra vita.
Anche qui, in questo vostro nobile Paese, che sta vivendo una nuova stagione
della propria storia dopo le esperienze passate talora complesse e difficili, la
domanda sul senso della vita, che in larga parte coincide con quella su Dio, non
può non essere posta. Non ho certo la pretesa di esaurire una tematica tanto
vasta e tanto profonda, ma semplicemente di fornire alcune piste di riflessione
a partire dalla mia personale esperienza di uomo di studio, di credente e di
sacerdote conquistato da Cristo. Questa mia relazione sarà pertanto una ricerca
della mente e del cuore, una testimonianza che in una certa misura racconterà
anche il mio percorso di uomo e di credente, convinto che solo non escludendo
Dio dal nostro orizzonte umano la vita e la società acquistano senso pieno ed
appagante. Questo discorso sul rapporto fede e ragione, ovvero sul rapporto tra
uomo e Dio, concerne una dimensione caratteristica dell'esperienza umana. So che
è un discorso difficile, carico di problemi; riconosco onestamente la grande
difficoltà di parlare di religione e di Dio all'uomo d'oggi, parlare di Dio alla
Ragione.
L'investigazione storica mette in luce nelle religioni tradizionali dell'Oriente
e dell'Occidente il condiviso riconoscimento di una Perfezione creatrice
situata fuori del mondo: così dall'Olimpo dei Greci al culto del Sole, dal Dio
della Bibbia al Buddha le rappresentazioni dell'Essere supremo differiscono
sicuramente tra loro, ma il comune riferimento alla trascendenza assicura pur
sempre lo spazio dell'indefinibile, del totalmente altro. Oggi però ci si
interroga se tale spazio è ancora immaginabile in questa nostra età di crisi:
che ne è della religione e della fede in un contesto culturale che si definisce
“postmoderno”? In quali termini si può parlare di Dio all'uomo d'oggi?
3. La problematicità di parlare di Dio all'uomo d'oggi
Oggi chi parla di religione e di fede ha spesso la sensazione di somigliare al
clown. A questo allude Papa Ratzinger nelle prime pagine di un suo libro famoso
scritto diversi anni or sono. Vi si racconta che improvvisamente un circo prese
fuoco. Il direttore s'imbatté nel clown, già abbigliato per lo spettacolo
imminente: senza pensarci due volte, lo mandò a chiamare aiuto nel villaggio
vicino, oltretutto perché c'era il pericolo che il fuoco, divampando attraverso
i campi, s'appiccasse anche al villaggio. Il clown corse affannato a supplicare
i paesani perché andassero a spegnere l'incendio. Ma essi presero le grida del
pagliaccio per un astuto trucco del mestiere: "Il circo, dicevano, non può aver
preso fuoco; il clown ci invita a modo suo alla rappresentazione di questa
sera... E applaudivano, ridendo sino alle lacrime. Il povero clown aveva più
voglia di piangere che di ridere; e tentava inutilmente di scongiurare gli
uomini ad andare, spiegando loro che non si trattava di una finzione o di un
trucco, bensì di un'amara realtà, giacché il circo stava bruciando per davvero.
Il suo pianto non faceva altro che intensificare le risate: si trovava che egli
recitava la sua parte in maniera stupenda... La commedia continuò così, finché
effettivamente il fuoco s'appiccò al villaggio, e ogni aiuto giunse troppo
tardi: villaggio e circo andarono entrambi distrutti dalle fiamme” (Introduzione
al cristianesimo, trad. it., Brescia 1969, pp. 11-12).
La storiella fa capire quanto sia difficile parlare di religione e di Dio
all'uomo d'oggi, in un contesto culturale di progressiva secolarizzazione. I
“paesani” dell'apologo si rivelano refrattari a un annuncio che ritengono
trasmesso “per mestiere”: non prendono affatto sul serio uomini - il prete, il
teologo, i credenti... - che vedono impaludati nei panni di eredità e di
tradizioni inesorabilmente tramontate. Ai loro occhi, questi uomini appaiono
come il clown del racconto, che crede di dover trasmettere un messaggio urgente
e vitale, eppure rimane irrimediabilmente "incredibile" dinanzi al suo
uditorio. Ma non solo chi ascolta è tentato dall'incredulità. Anche nel
credente serpeggia la minaccia dell'incertezza, che nei momenti della tentazione
gli fa balenare dinanzi agli occhi la paurosa fragilità dell'intero edificio in
cui ha fede. In verità nessuno, che faccia appello alle semplici risorse umane,
è in grado di porgere agli altri la fede: nemmeno il credente a se stesso. Per
parlare di Dio occorre condividere umilmente un atteggiamento di grande povertà.
Occorre un impegno comune.
4. Linee d'impegno
Faccio qui riferimento ad un impegno che si svolge a un duplice livello.
Anzitutto sul piano pratico: l’impegno di una vita che sia veramente
orientata ai valori che le religioni continuano a predicare.
L'atteggiamento religioso autentico è chiamato ad essere "luce e lievito"
dell'esperienza umana. Anzi, i vari tentativi dell'uomo di attuare la giustizia
e la pace nel mondo sono destinati a rimanere senza successo, se i credenti e
tutti gli uomini di buona volontà non si aprono a quella formidabile, misteriosa
alternativa, che è il dono di Dio. E chi ha fatto - in qualunque modo -
l'esperienza di questo dono, è moralmente impegnato a comunicarla agli altri
uomini nella concretezza delle loro difficoltà, lotte, problemi e sfide, perché
siano illuminate e rese più umane dalla luce di Dio
In secondo luogo un impegno che coinvolge l'ambito del pensiero e della
riflessione. Chi sei, Tu, Dio per me? “Questo interrogativo – scriveva
Joseph Ratzinger - ce lo dobbiamo porre non solo per onestà nei confronti del
pensiero e per senso di responsabilità verso la ragione, ma anche per ossequio
all'intima legge dell'amore, che desidera conoscere sempre più e sempre meglio
colui al quale ha detto il suo 'sì', per essere in grado di amarlo più
intensamente" (J. Ratzinger, Introduzione..., p. 47). Il Papa Giovanni
Paolo II pone all’inizio della sua Enciclica Fides et ratio
un’affermazione fondamentale: “La fede e la ragione sono come le due ali con le
quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. E’ Dio ad
aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in
definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere
alla piena verità su se stesso (cfr Es 33,18; Sal 27 [26], 8,9; 63
[62], 2-3; Gv 14,8; 1 Gv 3,2)”.
5. Conosci la verità - Conosci te stesso
C’è dunque un’intima connessione tra la conoscenza della verità e la conoscenza
di se stessi, in quanto noi siamo parte di questa verità totale che è Dio, e che
Dio partecipa nella sua sovrana condiscendenza. Il monito Conosci te stesso
era scolpito sull'architrave del tempio di Delfi, a testimonianza di una
verità basilare che deve essere assunta come regola minima da ogni uomo che
voglia essere veramente ‘uomo’ in quanto ‘conoscitore di se stesso’.
Un semplice sguardo alla storia antica, d'altronde, mostra con chiarezza come in
diverse parti della terra, segnate da culture differenti, sorgano nello stesso
tempo le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell'esistenza umana:
chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci
sarà dopo questa vita? Questi interrogativi sono presenti negli
scritti sacri di Israele, ma compaiono anche nei Veda non meno che negli Avesta;
li troviamo negli scritti di Confucio e Lao-Tze come pure nella predicazione dei
Tirthankara e di Buddha; sono ancora essi ad affiorare nei poemi di Omero e
nelle tragedie di Euripide e Sofocle come pure nei trattati filosofici di
Platone ed Aristotele. Sono domande che hanno la loro comune scaturigine nella
richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell'uomo.
Per promuovere il progresso nella conoscenza della verità, così da rendere la
propria esistenza sempre più umana, sono molteplici le risorse che l'uomo
possiede. Tra queste emerge la filosofia, che contribuisce
direttamente a porre la domanda circa il senso della vita e ad abbozzarne la
risposta. Di fatto, la filosofia è nata e si è sviluppata nel momento in cui
l'uomo ha iniziato a interrogarsi sul perché delle cose e sul loro fine e
mostra, in modi e forme differenti, che il desiderio di verità appartiene alla
stessa natura dell'uomo. La sua forte incidenza nella formazione e nello
sviluppo delle culture in Occidente non deve farci dimenticare l'influsso che
essa ha esercitato anche nei modi di concepire l'esistenza di cui vive
l'Oriente. Ogni popolo, infatti, possiede una sua originaria saggezza che, quale
autentica ricchezza delle culture, tende a esprimersi e a maturare anche in
forme prettamente filosofiche.
6. L’aiuto della Rivelazione
La ragione possiede un suo spazio peculiare che le permette di indagare e
comprendere, senza essere limitata da null'altro che dalla sua finitezza di
fronte al mistero infinito di Dio. La Rivelazione immette nella nostra storia
una verità universale e ultima che provoca la mente dell'uomo a non fermarsi
mai; la spinge, anzi, ad allargare continuamente gli spazi del proprio sapere
fino a quando non avverte di avere compiuto quanto era in suo potere, senza
nulla tralasciare. Ci viene in aiuto per questa riflessione una delle
intelligenze più feconde e significative della storia dell'umanità, a cui fanno
doveroso riferimento in Occidente sia la filosofia che la teologia: sant'Anselmo
che, nel suo Proslogion, così si esprime: “0 Signore, tu non solo sei ciò
di cui non si può pensare nulla di più grande (non solum es quo maius
cogitari nequit), ma sei più grande di tutto ciò che si possa pensare
(quiddam maius quam cogitari possit) [...]. Se tu non fossi tale,
si potrebbe pensare qualcosa più grande di te, ma questo è impossibile”.
La verità della Rivelazione cristiana, che si incontra in Gesù di Nazareth,
permette a chiunque di accogliere il "mistero" della propria vita. Come verità
suprema, essa, mentre rispetta l'autonomia della creatura e la sua libertà, la
impegna ad aprirsi alla trascendenza. Qui il rapporto libertà e verità diventa
sommo e si comprende in pienezza la parola del Signore: "Conoscerete la verità e
la verità vi farà liberi" (Gv 8,32).
7. Verità e libertà
Secondo i Vangeli la libertà è un frutto che matura sotto il sole della verità.
Una certa cultura moderna, specie in Occidente, capovolge l'assunto e sostiene:
"praticherete la libertà, e la libertà vi farà veri". E’ la formula centrale di
un nuovo vangelo secolarizzato, agnostico, talvolta ateo, in cui la libertà
primeggia su tutto. E’ certamente indiscutibile che ogni uomo cerchi la libertà,
soprattutto se con questo termine si intende qualcosa di più complesso e ricco
della sola libertà di scelta, ma è altrettanto pacifico che l'uomo desidera
conoscere la verità, non l'errore. Nel legame fra verità e libertà il primato
spetta alla prima. Se vediamo fede e ragione come due strade rivolte alla
conoscenza della verità, si dilegua quella competizione di principio fra loro.
Competizione significa che quanto viene attribuito all'una, sarebbe sottratto
all'altra: se una acquista, allora l'altra non può che perdere. Il razionalismo
e infine l'ateismo hanno pensato così il nesso uomo-Dio: quanto più l'uomo pone
in alto Dio, tanto più si aliena e sottrae a se stesso qualcosa di essenziale.
Lo stesso schema di pensiero ritorna nel problema del legame fra libertà umana
creata e libertà divina increata. Quanto viene dato alla prima è per il
razionalismo tolto all'altra. Non viene accolta l'idea che le due libertà
possano cooperare nella produzione del bene. Quella divina come causa prima,
quella umana come causa seconda, di modo che l'atto buono proviene tutto da Dio
come causa prima e tutto dall'uomo come causa seconda.
8. Due istanze fondamentali
Per giungere a questa sinergia occorre però accogliere due istanze
fondamentali che l'allora Card. Joseph Ratzinger ebbe a commentare ampiamente in
un suo articolo su L'Osservatore Romano, il 19 novembre 1998 (p. 8). Da questo
articolo traggo alcune considerazioni.
1. la prima. L’intesa tra fede e ragione domanda che la filosofia non si
rinchiuda nel frutto delle sue riflessioni. Come deve stare in ascolto delle
scoperte empiriche, che maturano nelle diverse scienze, così dovrebbe anche
prendere in considerazione la sacra tradizione delle religioni e soprattutto il
messaggio della Bibbia come una fonte della conoscenza, dalla quale essa può
essere fecondata. Di fatto non esiste nessuna grande filosofia, che non abbia
ricevuto dalla tradizione religiosa illuminazioni ed indicazioni. Pensiamo alle
filosofie della Grecia e dell'India; pensiamo alla filosofia che si è sviluppata
all'interno del Cristianesimo o anche alle filosofie moderne, che erano convinte
dell'autonomia della ragione e ritenevano questa autonomia della ragione come
criterio ultimo del pensiero. Anche queste ultime sono debitrici dei grandi temi
del pensiero, che la fede biblica ha offerto alla filosofia: Kant, Fichte, Hegel,
Schelling non sarebbero pensabili senza gli apporti della fede, e lo stesso
Marx, anche se nella sua radicale reinterpretazione, vive tuttavia pur sempre
degli orizzonti della speranza, che aveva ripreso dalla tradizione ebraica.
Alla Parola della Bibbia l'uomo può rispondere sia con la ragione sia col cuore
e, in entrambi i casi, lo può fare sia positivamente, con l'accettazione, sia
negativamente, col rifiuto.
Nei momenti di grande splendore culturale (l'epoca ellenistica per gli ebrei,
l'epoca patristica e scolastica per i cristiani, l'epoca della kalam e
dei falasifa, per i musulmani) c'è sempre stata una feconda
collaborazione della filosofia con la Bibbia: il libro sacro ha illuminato la
ragione e la ragione da parte sua ha recepito la Parola di Dio e si è nutrita
della sua verità. La modernità, con l'assolutizzazione della ragione e
l'esclusione di qualsiasi autorità religiosa, è tutta segnata dal rifiuto del
Libro Sacro da parte della ragione. Si inizia con la secolarizzazione e si
finisce con la demitizzazione; da parte sua la filosofia non ha più nulla da
apprendere dalla Bibbia. Nel mondo attuale, che sta attraversando una crisi
culturale epocale, il pensatore religioso - cristiano, ebreo, musulmano -
filosofo o teologo che sia, deve difendere la capacità della ragione di fare
della buona filosofia e, facendo della buona filosofia, fare della buona esegesi
e della buona teologia.
2. La seconda istanza. Ci sono alcune scoperte ed alcuni concetti fondamentali,
che il pensiero filosofico non può trascurare: il concetto del Dio personale e
più in generale il concetto di "persona" è stato formulato solo nell'incontro
tra fede e filosofia. L’Enciclica già citata di Giovanni Paolo II, Fides et
ratio, rimanda al concetto di uomo come immagine di Dio, cioè alla
antropologia relazionale della Bibbia, nella quale l'uomo viene concepito come
essere in relazione ed a partire di qui, dalla condizione relazionale dell'uomo,
diviene visibile poi anche quel Dio che in esso è rappresentato (n. 80). A ciò
si aggiunge come ulteriore concetto fondamentale il concetto di peccato e di
colpa; segue il concetto dell'uguaglianza e della libertà degli uomini così come
l'idea di una filosofia della storia. A partire di qui il Papa formula tre
postulati della fede alla filosofia: essa deve ritrovare la dimensione
sapienziale di ricerca del senso ultimo e globale della vita (n. 81); appurare
la capacità dell'uomo di giungere alla conoscenza della verità (n. 82), da cui
consegue poi, come terza, l'esigenza di una filosofia di portata autenticamente
metafisica. Ciò significa a sua volta che il pensiero umano non può arrestarsi
al fenomeno, ma deve raggiungere al di là delle apparenze l'essere stesso, deve
passare dal "fenomeno al fondamento" (n. 83). Oggi l'impossibilità di andare al
di là del fenomeno, dell'aspetto delle cose che ci appare, è divenuto
addirittura un dogma. Ma non è forse l'uomo in realtà amputato nel suo essere
più profondo, se si arresta solo alle apparenze? In questo punto delicato
del pensiero odierno si tocca direttamente il cuore del messaggio evangelico.
Per il vangelo di Giovanni, l'uomo non deve piegarsi alle apparenze, non deve
erigere l'apparenza a realtà ultima, ma al di là delle apparenze deve ricercare
la gloria di Dio, cioè lo splendore luminoso della verità e ad essa rivolgersi.
Spesso conta ciò che "appare", viene detto, scritto e mostrato, più che i fatti
stessi. L'opinione, che viene diffusa, è più importante di quel che in realtà è
avvenuto ed il concetto di "esperienza", con tutti i suoi limiti, viene spesso
innalzato anche nella teologia a criterio ultimo. Ma "La Parola di Dio fa
continui riferimenti a ciò che oltrepassa l'esperienza" perché l'uomo non è
limitato al mondo delle apparenze, dell'esperienza soggettiva. La rivelazione è
più di un'esperienza, ma proprio così ci dona un'esperienza di Dio e ci aiuta a
mettere insieme le nostre esperienze, ad ordinarle correttamente, a comprenderle
nel discernimento degli spiriti criticamente e positivamente ed a comunicarle.
9. Conclusione
Per rendere più concreto ed esistenziale il nesso tra fede e filosofia, e
l'aiuto reciproco che possono darsi, prendendo spunto da una originale
invenzione scenica del filosofo italiano Vittorio Possenti, convocheremo in modo
emblematico dinanzi allo sguardo della mente quattro figure: Socrate, Gesù,
Pilato, Abramo, osservandoli nel loro agire.
Socrate e Gesù sono due personaggi, per non pochi aspetti simili. Socrate è
considerato il padre della filosofia, degno di quell'amore che il giovane
Platone gli serbò per tutta la vita. Gesù è la Parola eterna incarnata, o
comunque personalità d'eccezione e grande maestro di morale, come Kant
riconosceva. Socrate si aggira per la piazza pubblica, l'agorà, pone domande,
chiede: che cosa è la giustizia? che cosa il bene? e la felicità? Da queste
domande e da quelle dei filosofi ionici precedenti è nata la filosofia. Socrate
dunque interroga. Gesù invece è interrogato lungo le strade della Galilea e
della Giudea: è interrogato dagli scribi e dai farisei, dal giovane ricco, dal
popolo, da sua madre, da Pilato, dal sommo sacerdote, dagli apostoli, dai
discepoli, ecc. E’ interrogato perché rispondendo renda testimonianza alla
verità.
Socrate non è la verità, perciò interroga: domanda per sapere. In Cristo gli
interlocutori avvertono qualcosa di grande e di misterioso, forse la verità
stessa, perciò egli è interrogato. Chi interroga, non sa, ma cerca. Chi è
interrogato, sa, ed è interrogato su quanto sa. Ciò pone una diversità fra i due
personaggi, che è la differenza tra la filosofia e il divino. La filosofia cerca
Dio, ma non è divina: essa non sa ma cerca di sapere e si affatica nello sforzo
della ricerca raramente raggiungendo una condizione di quiete.
Emerge un'altra differenza. Socrate chiede allo scopo di raggiungere la verità
sulle essenze etiche. Cristo è ultimamente interrogato in ordine a lui stesso:
chi sei tu? gli si chiede. Insieme gli si domanda: che cosa è la
verità? Questioni sulla identità di Gesù e questione della verità si
congiungono e si fondono. Quest'ultima fu la domanda di Pilato durante il
processo a Gesù: "che cosa è la verità?" (quid est veritas?), ma non
attende la risposta. Aveva troppa fretta. Fretta di chiudere il caso in
qualche modo, di non scontentare troppo le parti che gli stavano a cuore, di cui
desiderava garantirsi l'appoggio. Pilato è forse il prototipo di tanti
personaggi importanti, che hanno sempre qualcosa di urgente che li attende e
niente di essenziale da fare. Pilato è distratto e perciò non aspetta la
risposta: si rivolge alla folla chiedendo: che cosa volete che io faccia di lui?
Egli domanda, non però in ordine alla verità. La verità non risponde ai
frettolosi. Se possiamo trarre un insegnamento dal dialogo tra Gesù e
Pilato, è l'invito alla quiete e alla calma: reiterare la domanda e attendere
con pazienza e perseveranza la risposta. Socrate da parte sua domanda senza
stancarsi, in modo non finto. Non ha fretta. Forse è un contemplativo, anzi lo
è, come è attestato dall'episodio di Potidea durante una campagna militare,
quando rimase fisso in ininterrotta meditazione per un giorno intero ed
un'intera notte, sollevando la meraviglia di compagni e militi (cfr. Simposio,
220 c ss).
Che cosa dobbiamo pensare di Gesù, di Socrate, di Pilato? Gesù, interrogato sulla sua divinità, sta oltre la filosofia e la fede.
Socrate ci appare il rappresentante della filosofia; Pilato si presta a
interpretazioni plurime: è l'autorità infedele al suo compito; è il curioso che
pone domande distratte; forse anche l'intellettuale multiuso che ha sempre
troppe cose da fare. Se abbiamo trovato il rappresentante della filosofia, non
c'è ancora venuto incontro quello della fede, che non può essere né Pilato, né
il Verbo Incarnato. C’è un altro personaggio: Abramo il padre di tutti i
credenti; egli credette contro ogni speranza (spes contra spem).
"Abramo credette, perciò egli è giovane; poiché colui che spera sempre la cosa
migliore, costui invecchia perché deluso dalla vita; chi si tiene sempre pronto
al peggio, costui invecchia precocemente; ma colui che crede, conserva un'eterna
giovinezza", scrisse Kierkegaard in Timore e tremore. Socrate è il padre
della filosofia e Abramo il padre dei credenti. C’è qualcosa di notevole,
capace di stabilire una segreta affinità fra i due personaggi, che ci
sorprende nel comportamento di Socrate e in quello di Abramo, ed è
l'obbedienza ad una voce che a loro viene rivolta, e dal cui ascolto nascono
esiti diversissimi. Per obbedire alla voce della coscienza, Socrate rimane nel
carcere di Atene, bevendo la cicuta e affrontando la morte. Per obbedire alla
voce di Dio, Abramo esce dalla sua terra natale e va. L'uno rimane, l'altro
va: l'uno resta nel carcere, l'altro esce dal suo paese. L'uno va incontro
alla morte, l'altro all'ignoto. Entrambi sono uniti dall'aver ascoltato una voce
che parlava in loro e dall'averle obbedito. E' la voce che chiama e parla in
ogni uomo. Essi hanno ascoltato e obbedito. Anche oggi, è importante che la
ragione, la filosofia postmoderna, pur segnata da svolte scettiche e tentazioni
formalistiche, si ponga in ascolto della lezione di Socrate, senza chiudere gli
occhi su quella di Abramo. Grazie a voi tutti per avermi seguito!
|