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VISITA UFFICIALE IN BIELORUSSIA DELL'EM.MO CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO (18-22 GIUGNO 2008)

LECTIO MAGISTRALIS AL MONDO DELLA CULTURA, AI DOCENTI ED AGLI STUDENTI DELL'UNIVERSITÀ STATALE BIELORUSSA:
"FEDE E RAGIONE: PARLARE DI DIO ALL'UOMO DI OGGI"

19 giugno 2008

 

Signor Rettore,
Illustri Autorità civili e religiose,
Rappresentanti del mondo della cultura,
Signori Docenti,
cari studenti di questo Ateneo!

1. Introduzione

E’ per me un grande onore prendere la parola in questa Università Statale Bielorussa. Vorrei pertanto ringraziare coloro che mi hanno invitato e quanti hanno reso possibile quest’incontro. Rivolgo il mio deferente saluto a Lei, Signor Rettore, al Corpo accademico e agli studenti. Saluto e ringrazio per la loro presenza le Autorità di ogni grado. Rivolgo un pensiero particolare a S.E. Mons. Tadeusz Kondrusiewiz, Arcivescovo di Minsk-Mohilev, Presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici della Bielorussia, a S. E. Mons Aleksander Kaszkiewicz, Vescovo di Grondo, al Vice Presidente della medesima Conferenza Episcopale, S. E. Mons. Wladyslaw Blin, Vescovo di Vitebsk e agli alunni del Seminario Maggiore di Grodno.

Il mio saluto va poi agli illustri Rappresentanti del mondo della cultura ed infine a tutti i presenti, senza dimenticare nessuno.

Non è certo la prima volta per me di intervenire in manifestazioni accademiche di così alto prestigio. Per anni sono stato io stesso Rettore di Università e conosco quanto siano proficui questi momenti di confronto e di approfondimento culturale. Qui però prendo la parola come Segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI e vorrei pertanto, come prima cosa, rendermi interprete dei suoi sentimenti di affetto e di stima nei confronti di voi tutti. Egli stesso è stato per anni professore di Università e ancor oggi continua ad essere uno stimatissimo teologo, maestro di saggezza umana e spirituale. Mi è pertanto molto gradito trasmettervi il suo benedicente saluto.

2. Fede e Ragione

Il tema che mi è stato chiesto di affrontare concerne un aspetto della vita dell’uomo e delle società particolarmente importante anche in questo momento storico, segnato da tanti mutamenti culturali e sociali. Oggi più di ieri, dato anche il vasto fenomeno della globalizzazione, le problematiche che concernono il senso e il valore della vita  dell’uomo si ripercuotono in tempo reale in ogni angolo della terra. Il dialogo tra la fede e la ragione, tra la cultura e la fede è ancor più necessario per affrontare le sfide emergenti in ogni continente. “Fede e ragione: parlare di Dio all’uomo di oggi” mi pare pertanto un argomento che ci vede tutti coinvolti nella ricerca del senso della nostra vita.

Anche qui, in questo vostro nobile Paese, che sta vivendo una nuova stagione della propria storia dopo le esperienze passate talora complesse e difficili, la domanda sul senso della vita, che in larga parte coincide con quella su Dio, non può non essere posta. Non ho certo la pretesa di esaurire una tematica tanto vasta e tanto profonda, ma semplicemente di fornire alcune piste di riflessione a partire dalla mia personale esperienza di uomo di studio, di credente e di sacerdote conquistato da Cristo. Questa mia relazione sarà pertanto una ricerca della mente e del cuore, una testimonianza che in una certa misura racconterà anche il mio percorso di uomo e di credente, convinto che solo non escludendo Dio dal nostro orizzonte umano la vita e la società acquistano senso pieno ed appagante. Questo discorso sul rapporto fede e ragione, ovvero sul rapporto tra uomo e Dio, concerne una dimensione caratteristica dell'esperienza umana. So che è un discorso difficile, carico di problemi; ri­conosco onestamente la grande difficoltà di parlare di religione e di Dio all'uomo d'oggi, parlare di Dio alla Ragione.

L'investigazione storica mette in luce nelle religioni tradizionali dell'Oriente e dell'Occi­dente il condiviso riconoscimento di una Perfezione creatrice situata fuori del mondo: così dall'Olimpo dei Greci al culto del Sole, dal Dio della Bibbia al Buddha le rappresentazioni dell'Essere supremo differiscono sicuramente tra loro, ma il comune riferimento alla trascendenza assicura pur sem­pre lo spazio dell'indefinibile, del totalmente altro.  Oggi però ci si interroga se tale spazio è an­cora immaginabile in questa nostra età di crisi: che ne è della religione e della fede in un conte­sto culturale che si definisce “postmoderno”?  In quali termini si può parlare di Dio all'uomo d'oggi?

3. La problematicità di parlare di Dio all'uomo d'oggi

Oggi chi parla di religione e di fede ha spesso la sensazione di somigliare al clown. A questo allude Papa Ratzinger nelle prime pagine di un suo libro famoso scritto diversi anni or sono. Vi si racconta che improvvisamente un circo prese fuoco. Il direttore s'imbatté nel clown, già abbigliato per lo spettacolo imminente: senza pensarci due volte, lo mandò a chiamare aiuto nel villaggio vicino, oltretutto perché c'era il pericolo che il fuoco, divampando attraverso i campi, s'appiccasse anche al villaggio. Il clown corse affannato a supplicare i paesani perché andassero a spegnere l'incendio. Ma essi presero le grida del pagliaccio per un astuto trucco del mestiere: "Il circo, dicevano, non può aver preso fuoco; il clown ci invita a modo suo alla rap­presentazione di questa sera... E applaudivano, ridendo sino alle lacrime.  Il povero clown aveva più voglia di piangere che di ridere; e tentava inutilmente di scongiurare gli uomini ad andare, spiegando loro che non si trattava di una finzione o di un trucco, bensì di un'amara realtà, giacché il circo stava bruciando per davvero.  Il suo pianto non faceva altro che intensificare le risate: si trovava che egli recitava la sua parte in maniera stupenda... La commedia continuò co­sì, finché effettivamente il fuoco s'appiccò al villaggio, e ogni aiuto giunse troppo tardi: villag­gio e circo andarono entrambi distrutti dalle fiamme” (Introduzione al cristianesimo, trad. it., Brescia 1969, pp. 11-12).

La storiella fa capire quanto sia difficile parlare di religione e di Dio all'uomo d'oggi, in un contesto culturale di progressiva secolarizzazione. I “paesani” dell'apologo si rivela­no refrattari a un annuncio che ritengono trasmesso “per mestiere”: non prendono affatto sul se­rio uomini - il prete, il teologo, i credenti... - che vedono impaludati nei panni di eredità e di tradizioni inesorabilmente tramontate. Ai loro occhi, questi uomini appaiono come il clown del racconto, che crede di dover trasmettere un messaggio urgente e vitale, eppure rimane irrime­diabilmente "incredibile" dinanzi al suo uditorio. Ma non solo chi ascolta è tentato dall'incredulità. An­che nel credente serpeggia la minaccia dell'incertezza, che nei momenti della tentazione gli fa balenare dinanzi agli occhi la paurosa fragilità dell'intero edificio in cui ha fede. In verità nessuno, che faccia appello alle semplici risorse umane, è in grado di porgere agli altri la fede: nemmeno il credente a se stesso. Per parlare di Dio occorre condividere umilmente un atteggiamento di grande povertà. Occorre un impegno comune.

4. Linee d'impegno

Faccio qui riferimento ad un impegno che si svolge a un duplice livello. Anzitutto sul piano pratico: l’impegno di una vita che sia veramente orientata ai valori che le religioni continuano a predicare.  L'atteggiamento religioso autentico è chiamato ad essere "luce e lievito" dell'esperienza umana. Anzi, i vari tentativi dell'uomo di attuare la giustizia e la pace nel mondo sono destinati a rimanere senza successo, se i credenti e tutti gli uomini di buona volontà non si aprono a quella formidabile, misteriosa alternativa, che è il dono di Dio. E chi ha fatto - in qualunque modo - l'esperienza di questo dono, è moralmente impe­gnato a comunicarla agli altri uomini nella concretezza delle loro difficoltà, lotte, problemi e sfide, perché siano illuminate e rese più umane dalla luce di Dio

In secondo luogo un impegno che coinvolge l'ambito del pensiero e della riflessione. Chi sei, Tu, Dio per me? “Questo interrogativo – scriveva  Joseph Ratzinger - ce lo dobbiamo porre non solo per onestà nei confronti del pensie­ro e per senso di responsabilità verso la ragione, ma anche per ossequio all'intima legge dell'a­more, che desidera conoscere sempre più e sempre meglio colui al quale ha detto il suo 'sì', per essere in grado di amarlo più intensamente" (J. Ratzinger, Introduzione..., p. 47). Il Papa Giovanni Paolo II pone all’inizio della sua Enciclica Fides et ratio un’affermazione fondamentale: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. E’ Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere alla piena verità su se stesso (cfr Es 33,18; Sal 27 [26], 8,9; 63 [62], 2-3; Gv 14,8; 1 Gv 3,2)”.

5. Conosci la verità - Conosci te stesso

C’è dunque un’intima connessione tra la conoscenza della verità e la conoscenza di se stessi, in quanto noi siamo parte di questa verità totale che è Dio, e che Dio partecipa nella sua sovrana condiscendenza. Il monito Conosci te stesso era scolpito sull'architrave del tempio di Delfi, a testimonianza di una verità basilare che deve essere assunta come regola minima da ogni uomo che voglia essere veramente ‘uomo’ in quanto ‘conoscitore di se stesso’.

Un semplice sguardo alla storia antica, d'altronde, mostra con chiarezza come in diverse parti della terra, segnate da culture differenti, sorgano nello stesso tempo le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell'esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita? Questi interrogativi sono presenti negli scritti sacri di Israele, ma compaiono anche nei Veda non meno che negli Avesta; li troviamo negli scritti di Confucio e Lao-Tze come pure nella predicazione dei Tirthankara e di Buddha; sono ancora essi ad affiorare nei poemi di Omero e nelle tragedie di Euripide e Sofocle come pure nei trattati filosofici di Platone ed Aristotele.  Sono domande che hanno la loro comune scaturigine nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell'uomo.

Per promuovere il progresso nella conoscenza della verità, così da rendere la propria esistenza sempre più umana, sono molteplici le risorse che l'uomo possiede. Tra queste emerge la filosofia, che contribuisce direttamente a porre la domanda circa il senso della vita e ad abbozzarne la risposta.  Di fatto, la filosofia è nata e si è sviluppata nel momento in cui l'uomo ha iniziato a interrogarsi sul perché delle cose e sul loro fine e mostra, in modi e forme differenti, che il desiderio di verità appartiene alla stessa natura dell'uomo. La sua forte incidenza nella formazione e nello sviluppo delle culture in Occidente non deve farci dimenticare l'influsso che essa ha esercitato anche nei modi di concepire l'esistenza di cui vive l'Oriente. Ogni popolo, infatti, possiede una sua originaria saggezza che, quale autentica ricchezza delle culture, tende a esprimersi e a maturare anche in forme prettamente filosofiche.

6. L’aiuto della Rivelazione

La ragione possiede un suo spazio peculiare che le permette di indagare e comprendere, senza essere limitata da null'altro che dalla sua finitezza di fronte al mistero infinito di Dio. La Rivelazione immette nella nostra storia una verità universale e ultima che provoca la mente dell'uomo a non fermarsi mai; la spinge, anzi, ad allargare continuamente gli spazi del proprio sapere fino a quando non avverte di avere compiuto quanto era in suo potere, senza nulla tralasciare. Ci viene in aiuto per questa riflessione una delle intelligenze più feconde e significative della storia dell'umanità, a cui fanno doveroso riferimento in Occidente sia la filosofia che la teologia: sant'Anselmo che, nel suo Proslogion, così si esprime: “0 Signore, tu non solo sei ciò di cui non si può pensare nulla di più grande (non solum es quo maius cogitari nequit), ma sei più grande di tutto ciò che si possa pensare (quiddam maius quam cogitari possit) [...]. Se tu non fossi tale, si potrebbe pensare qualcosa più grande di te, ma questo è impossibile”.

La verità della Rivelazione cristiana, che si incontra in Gesù di Nazareth, permette a chiunque di accogliere il "mistero" della propria vita. Come verità suprema, essa, mentre rispetta l'autonomia della creatura e la sua libertà, la impegna ad aprirsi alla trascendenza. Qui il rapporto libertà e verità diventa sommo e si comprende in pienezza la parola del Signore: "Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8,32).

7. Verità e libertà

Secondo i Vangeli la libertà è un frutto che matura sotto il sole della verità. Una certa cultura moderna, specie in Occidente, capovolge l'assunto e sostiene: "praticherete la libertà, e la libertà vi farà veri". E’ la formula centrale di un nuovo vangelo secolarizzato, agnostico, talvolta ateo, in cui la libertà primeggia su tutto. E’ certamente indiscutibile che ogni uomo cerchi la libertà, soprattutto se con questo termine si intende qualcosa di più complesso e ricco della sola libertà di scelta, ma è altrettanto pacifico che l'uomo desidera conoscere la verità, non l'errore. Nel legame fra verità e libertà il primato spetta alla prima. Se vediamo fede e ragione come due strade rivolte alla conoscenza della verità, si dilegua quella competizione di principio fra loro. Competizione significa che quanto viene attribuito all'una, sarebbe sottratto all'altra: se una acquista, allora l'altra non può che perdere. Il razionalismo e infine l'ateismo hanno pensato così il nesso uomo-Dio: quanto più l'uomo pone in alto Dio, tanto più si aliena e sottrae a se stesso qualcosa di essenziale. Lo stesso schema di pensiero ritorna nel problema del legame fra libertà umana creata e libertà divina increata. Quanto viene dato alla prima è per il razionalismo tolto all'altra. Non viene accolta l'idea che le due libertà possano cooperare nella produzione del bene. Quella divina come causa prima, quella umana come causa seconda, di modo che l'atto buono proviene tutto da Dio come causa prima e tutto dall'uomo come causa seconda.

8. Due istanze fondamentali

Per giungere a questa sinergia occorre però accogliere due istanze fondamentali che l'allora Card. Joseph Ratzinger ebbe a commentare ampiamente in un suo articolo su L'Osservatore Romano, il 19 novembre 1998 (p. 8). Da questo articolo traggo alcune considerazioni.

1. la prima. L’intesa tra fede e ragione domanda che la filosofia non si rinchiuda nel frutto delle sue riflessioni. Come deve stare in ascolto delle scoperte empiriche, che maturano nelle diverse scienze, così dovrebbe anche prendere in considerazione la sacra tradizione delle religioni e soprattutto il messaggio della Bibbia come una fonte della conoscenza, dalla quale essa può essere fecondata. Di fatto non esiste nessuna grande filosofia, che non abbia ricevuto dalla tradizione religiosa illuminazioni ed indicazioni. Pensiamo alle filosofie della Grecia e dell'India; pensiamo alla filosofia che si è sviluppata all'interno del Cristianesimo o anche alle filosofie moderne, che erano convinte dell'autonomia della ragione e ritenevano questa autonomia della ragione come criterio ultimo del pensiero. Anche queste ultime sono debitrici dei grandi temi del pensiero, che la fede biblica ha offerto alla filosofia: Kant, Fichte, Hegel, Schelling non sarebbero pensabili senza gli apporti della fede, e lo stesso Marx, anche se nella sua radicale reinterpretazione, vive tuttavia pur sempre degli orizzonti della speranza, che aveva ripreso dalla tradizione ebraica.  Alla Parola della Bibbia l'uomo può rispondere sia con la ragione sia col cuore e, in entrambi i casi, lo può fare sia positivamente, con l'accettazione, sia negativamente, col rifiuto.

Nei momenti di grande splendore culturale (l'epoca ellenistica per gli ebrei, l'epoca patristica e scolastica per i cristiani, l'epoca della kalam e dei falasifa, per i musulmani) c'è sempre stata una feconda collaborazione della filosofia con la Bibbia: il libro sacro ha illuminato la ragione e la ragione da parte sua ha recepito la Parola di Dio e si è nutrita della sua verità. La modernità, con l'assolutizzazione della ragione e l'esclusione di qualsiasi autorità religiosa, è tutta segnata dal rifiuto del Libro Sacro da parte della ragione. Si inizia con la secolarizzazione e si finisce con la demitizzazione; da parte sua la filosofia non ha più nulla da apprendere dalla Bibbia. Nel mondo attuale, che sta attraversando una crisi culturale epocale, il pensatore religioso - cristiano, ebreo, musulmano - ­filosofo o teologo che sia, deve difendere la capacità della ragione di fare della buona filosofia e, facendo della buona filosofia, fare della buona esegesi e della buona teologia.

2. La seconda istanza. Ci sono alcune scoperte ed alcuni concetti fondamentali, che il pensiero filosofico non può trascurare: il concetto del Dio personale e più in generale il concetto di "persona" è stato formulato solo nell'incontro tra fede e filosofia. L’Enciclica già citata di Giovanni Paolo II, Fides et ratio, rimanda al concetto di uomo come immagine di Dio, cioè alla antropologia relazionale della Bibbia, nella quale l'uomo viene concepito come essere in relazione ed a partire di qui, dalla condizione relazionale dell'uomo, diviene visibile poi anche quel Dio che in esso è rappresentato (n. 80). A ciò si aggiunge come ulteriore concetto fondamentale il concetto di peccato e di colpa; segue il concetto dell'uguaglianza e della libertà degli uomini così come l'idea di una filosofia della storia.  A partire di qui il Papa formula tre postulati della fede alla filosofia: essa deve ritrovare la dimensione sapienziale di ricerca del senso ultimo e globale della vita (n. 81); appurare la capacità dell'uomo di giungere alla conoscenza della verità (n. 82), da cui consegue poi, come terza, l'esigenza di una filosofia di portata autenticamente metafisica. Ciò significa a sua volta che il pensiero umano non può arrestarsi al fenomeno, ma deve raggiungere al di là delle apparenze l'essere stesso, deve passare dal "fenomeno al fondamento" (n. 83). Oggi l'impossibilità di andare al di là del fenomeno, dell'aspetto delle cose che ci appare, è divenuto addirittura un dogma.  Ma non è forse l'uomo in realtà amputato nel suo essere più profondo, se si arresta solo alle apparenze? In questo punto delicato del pensiero odierno si tocca direttamente il cuore del messaggio evangelico. Per il vangelo di Giovanni, l'uomo non deve piegarsi alle apparenze, non deve erigere l'apparenza a realtà ultima, ma al di là delle apparenze deve ricercare la gloria di Dio, cioè lo splendore luminoso della verità e ad essa rivolgersi.

Spesso conta ciò che "appare", viene detto, scritto e mostrato, più che i fatti stessi.  L'opinione, che viene diffusa, è più importante di quel che in realtà è avvenuto ed il concetto di "esperienza", con tutti i suoi limiti, viene spesso innalzato anche nella teologia a criterio ultimo. Ma "La Parola di Dio fa continui riferimenti a ciò che oltrepassa l'esperienza" perché l'uomo non è limitato al mondo delle apparenze, dell'esperienza soggettiva.  La rivelazione è più di un'esperienza, ma proprio così ci dona un'esperienza di Dio e ci aiuta a mettere insieme le nostre esperienze, ad ordinarle correttamente, a comprenderle nel discernimento degli spiriti criticamente e positivamente ed a comunicarle.

9. Conclusione

Per rendere più concreto ed esistenziale il nesso tra fede e filosofia, e l'aiuto reciproco che possono darsi, prendendo spunto da una originale invenzione scenica del filosofo italiano Vittorio Possenti, convocheremo in modo emblematico dinanzi allo sguardo della mente quattro figure: Socrate, Gesù, Pilato, Abramo, osservandoli nel loro agire.

Socrate e Gesù sono due personaggi, per non pochi aspetti simili. Socrate è considerato il padre della filosofia, degno di quell'amore che il giovane Platone gli serbò per tutta la vita. Gesù è la Parola eterna incarnata, o comunque personalità d'eccezione e grande maestro di morale, come Kant riconosceva. Socrate si aggira per la piazza pubblica, l'agorà, pone domande, chiede: che cosa è la giustizia? che cosa il bene? e la felicità? Da queste domande e da quelle dei filosofi ionici precedenti è nata la filosofia. Socrate dunque interroga. Gesù invece è interrogato lungo le strade della Galilea e della Giudea: è interrogato dagli scribi e dai farisei, dal giovane ricco, dal popolo, da sua madre, da Pilato, dal sommo sacerdote, dagli apostoli, dai discepoli, ecc. E’ interrogato perché rispondendo renda testimonianza alla verità.

Socrate non è la verità, perciò interroga: domanda per sapere. In Cristo gli interlocutori avvertono qualcosa di grande e di misterioso, forse la verità stessa, perciò egli è interrogato. Chi interroga, non sa, ma cerca. Chi è interrogato, sa, ed è interrogato su quanto sa. Ciò pone una diversità fra i due personaggi, che è la differenza tra la filosofia e il divino. La filosofia cerca Dio, ma non è divina: essa non sa ma cerca di sapere e si affatica nello sforzo della ricerca raramente raggiungendo una condizione di quiete.

Emerge un'altra differenza. Socrate chiede allo scopo di raggiungere la verità sulle essenze etiche. Cristo è ultimamente interrogato in ordine a lui stesso: chi sei tu? gli si chiede. Insieme gli si domanda: che cosa è la verità? Questioni sulla identità di Gesù e questione della verità si congiungono e si fondono. Quest'ultima fu la domanda di Pilato durante il processo a Gesù: "che cosa è la verità?" (quid est veritas?), ma non attende la risposta. Aveva troppa fretta. Fretta di chiudere il caso in qualche modo, di non scontentare troppo le parti che gli stavano a cuore, di cui desiderava garantirsi l'appoggio. Pilato è forse il prototipo di tanti personaggi importanti, che hanno sempre qualcosa di urgente che li attende e niente di essenziale da fare. Pilato è distratto e perciò non aspetta la risposta: si rivolge alla folla chiedendo: che cosa volete che io faccia di lui? Egli domanda, non però in ordine alla verità. La verità non risponde ai frettolosi. Se possiamo trarre un insegnamento dal dialogo tra Gesù e Pilato, è l'invito alla quiete e alla calma: reiterare la domanda e attendere con pazienza e perseveranza la risposta. Socrate da parte sua domanda senza stancarsi, in modo non finto. Non ha fretta.  Forse è un contemplativo, anzi lo è, come è attestato dall'episodio di Potidea durante una campagna militare, quando rimase fisso in ininterrotta meditazione per un giorno intero ed un'intera notte, sollevando la meraviglia di compagni e militi (cfr. Simposio, 220 c ss).

Che cosa dobbiamo pensare di Gesù, di Socrate, di Pilato? Gesù, interrogato sulla sua divinità, sta oltre la filosofia e la fede. Socrate ci appare il rappresentante della filosofia; Pilato si presta a interpretazioni plurime: è l'autorità infedele al suo compito; è il curioso che pone domande distratte; forse anche l'intellettuale multiuso che ha sempre troppe cose da fare. Se  abbiamo trovato il rappresentante della filosofia, non c'è ancora venuto incontro quello della fede, che non può essere né Pilato, né il Verbo Incarnato. C’è un altro personaggio: Abramo il padre di tutti i credenti; egli credette contro ogni speranza (spes contra spem). "Abramo credette, perciò egli è giovane; poiché colui che spera sempre la cosa migliore, costui invecchia perché deluso dalla vita; chi si tiene sempre pronto al peggio, costui invecchia precocemente; ma colui che crede, conserva un'eterna giovinezza", scrisse Kierkegaard in Timore e tremore. Socrate è il padre della filosofia e Abramo il padre dei credenti. C’è qualcosa di notevole, capace di stabilire una segreta affinità fra i due personaggi, che ci sorprende nel comportamento di Socrate e in quello di Abramo, ed è l'obbedienza ad una voce che a loro viene rivolta, e dal cui ascolto nascono esiti diversissimi.  Per obbedire alla voce della coscienza, Socrate rimane nel carcere di Atene, bevendo la cicuta e affrontando la morte.  Per obbedire alla voce di Dio, Abramo esce dalla sua terra natale e va.  L'uno rimane, l'altro va: l'uno resta nel carcere, l'altro esce dal suo paese. L'uno va incontro alla morte, l'altro all'ignoto. Entrambi sono uniti dall'aver ascoltato una voce che parlava in loro e dall'averle obbedito. E' la voce che chiama e parla in ogni uomo. Essi hanno ascoltato e obbedito. Anche oggi, è importante che la ragione, la filosofia postmoderna, pur segnata da svolte scettiche e tentazioni formalistiche, si ponga in ascolto della lezione di Socrate, senza chiudere gli occhi su quella di Abramo. Grazie a voi tutti per avermi seguito!

 

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