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SOLENNE RIAPERTURA AL CULTO
DELLA CATTEDRALE DI SAN GERLANDO DI AGRIGENTO
OMELIA
DEL CARD. TARCISIO
BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO DEL
SANTO PADRE
Domenica, 23 novembre 2008
Eccellenza Reverendissima,
distinte Autorità, cari fratelli e sorelle!
E’ ancora viva in me l’emozione per la cerimonia civile di ieri, per la quale
rinnovo la mia gratitudine al Sindaco, alle Autorità intervenute e agli
organizzatori sia per il conferimento della cittadinanza onoraria di questa
vostra cara Città, sia per il premio internazionale Empedocle per le scienze
umane. Ci ritroviamo quest’oggi raccolti come comunità cristiana in quest’antica
basilica Cattedrale, intitolata a San Gerlando, che viene solennemente riaperta
al culto. Fu proprio il Santo Vescovo, vostro celeste Patrono, a farla
costruire, sul finire del secolo XI, intitolandola alla Vergine Maria e a San
Giacomo. Dopo circa duecento anni ne diventò lui stesso titolare, cosicché il
suo nome rimane legato a filo doppio a questo tempio.
Desidero anzitutto recarvi
il saluto del Santo Padre Benedetto XVI. Egli assicura la Sua vicinanza
spirituale e mi ha incaricato, in questa felice circostanza, di partecipare a
voi e all’intera comunità agrigentina una speciale benedizione. A mia volta
saluto cordialmente tutti voi: l’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro, con i
presbiteri e i diaconi; i religiosi e le religiose; i responsabili delle
associazioni e dei movimenti ecclesiali, i giovani e tutti i fedeli. Rinnovo il
mio cordiale e grato saluto al Signor Sindaco e alle altre autorità civili, e
ringrazio tutti coloro che hanno cooperato per la preparazione e la
realizzazione dell’odierno importante evento ecclesiale.
Mentre siamo radunati
in questa chiesa Cattedrale che ha ritrovato tutto il suo splendore, la liturgia
ci invita a celebrare il mistero del tempio fissando lo sguardo sul nostro
Signore Gesù Cristo, Re dell’universo. E’ questa infatti l’ultima domenica
dell’anno liturgico, e il popolo di Dio, al termine del pellegrinaggio
spirituale attraverso la vita e la storia di questi dodici mesi, alza gli occhi
al volto di Cristo Re, come appare nei grandi mosaici absidali delle antiche
basiliche.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci dice anzitutto che il volto
di Cristo, rivelazione del mistero invisibile del Padre, è quello del Pastore
buono, che si prende cura delle sue pecore disperse, le raduna, le fa pascolare
e poi riposare al sicuro; va in cerca della smarrita e cura quella malata (cfr
Ez 34,11-12.15-17). Alla luce di questa stupenda immagine biblica, fatta propria
e realizzata pienamente da Gesù stesso, il tempio sacro ci appare come l’ovile
dove il Buon Pastore raccoglie tutti noi, sue pecore, come lo spazio sicuro dove
si sperimenta l’abbraccio paterno di Dio. Esso però non è mai un luogo chiuso,
perché si apre – ed oggi in modo particolare noi festeggiamo la nuova apertura
di questa chiesa al culto – si apre a tutti coloro che vogliono pregare e fare
comunione con Gesù, Fratello e Signore universale.
Se ogni chiesa è l’ovile dove
il buon Pastore raccoglie il suo gregge, lo è a un titolo speciale la
Cattedrale. La Cattedrale è il cuore della Diocesi, e il cuore della Chiesa deve
coincidere col Cuore di Cristo, pieno di amore misericordioso per tutti i
peccatori. In questo tempio, dove si trova la “Cattedra” del Pastore diocesano,
il popolo cristiano accorre per trovare la verità e la pace: verità e pace non
solo superficiali, ma vere, profonde, che il mondo non può dare perché vengono
solo da Dio. La verità e la pace che Gesù ci ha acquistate a prezzo del suo
sangue, prendendo su di sé i peccati del mondo e ottenendoci la riconciliazione.
Qui, in questo luogo santo, il gregge si raccoglie, trova sicurezza e pascolo
attorno al buon Pastore.
Farò pascere le mie pecore, e le farò riposare (Ez
34,15).
Certo, il buon Pastore è anzitutto Lui, il Signore Gesù, che – come dice
il profeta Ezechiele nella prima lettura – separa le pecore dalle capre, e le
guida ai pascoli di vita eterna. Ma il riferimento al buon Pastore richiama a
noi oggi l’antico e venerando pastore della Chiesa agrigentina, sepolto in
questa stessa Cattedrale che ne porta il nome: san Gerlando, il patrono
principale dell’Arcidiocesi e della città. Agli inizi del secondo millennio
cristiano, dopo la dominazione islamica, questo santo vescovo si dedicò con zelo
eroico a organizzare la vasta porzione di Chiesa siciliana che gli era stata
affidata, e che di fatto comprendeva i territori attuali delle province di
Agrigento, di Caltanissetta e, in parte, delle Arcidiocesi di Palermo e di
Monreale.
“San Giullannu senza ddannu – San Gerlando, difendici dai pericoli” –
è la giaculatoria antica che i fedeli continuano a rivolgere a questo santo,
ricco di misericordia, i cui dodici anni di episcopato, dal 1088 al 1100, sono
riassunti in maniera lapidaria da un antico documento, che lo definisce:
“generoso nella povertà, pio nell’ospitalità, munifico nel donare, splendido
nella carità”. Così il santo Patrono appare come il modello di chi – secondo la
parola di Matteo – “dà da mangiare agli affamati, da bere agli assetati…”: di
chi, insomma, soccorre efficacemente il prossimo, riconoscendo nel volto del
povero il volto di Cristo.
Nel suo complesso, la sua vita ci indica come
prepararci all’inevitabile giudizio finale di cui ci ha parlato il Vangelo,
quando il Signore separerà le pecore dalle capre. Tutto dipenderà da come
ciascuno si comporta durante la sua esistenza terrena. Se uno ha un “cuore
duro”, chiuso alla misericordia e all’amore è lontano da Gesù, prima ancora di
essere “mandato via”: anzi si è allontanato da se stesso, “passando oltre” i
poveri nel bisogno ed è quindi per questo già giudicato. Se invece si comporta
come san Gerlando, pronto ad andare incontro ai fratelli e specialmente a chi è
in difficoltà, allora fin d’ora “è benedetto”, perché si fa prossimo “a uno di
questi piccoli”. “In verità io vi dico – sentenzierà il Re dell’universo – tutto
quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete
fatto a me” (Mt 25, 40). Il paradiso e l’inferno – osserva il celebre
romanziere, A.J. Cronin – “sono nel cavo della mano”: per chi semina amore, già
qui è paradiso; per chi semina odio e violenza, già qui è inferno. Le scelte
pratiche in una direzione piuttosto che nell’altra “separano” e giudicano coloro
che le attuano.
Così la concreta e semplice prassi dell’amore del prossimo si
rivela amore per Cristo. La scelta per i poveri, con i quali Gesù stesso si
identifica, è scelta evangelica, è adesione di vita a Cristo, anche in maniera
indipendente dal grado di consapevolezza di chi la opera. Ma occorre subito
aggiungere che l’amore del prossimo – per essere realmente quello di Gesù – deve
alimentarsi alla comunione con Dio, al suo amore per noi. L’autentico testimone
della carità deve poter dire, insieme all’apostolo Giovanni: “Ciò che noi
abbiamo contemplato, ossia il Verbo della vita, noi lo annunciamo a voi!” (1 Gv
1-4). In definitiva, dunque, il ricordo di san Gerlando, illuminato dalle
letture e dall’odierna solennità liturgica, ci invita tutti a un serio esame di
coscienza sulla nostra coerenza cristiana, e ci stimola a una più generosa
testimonianza del Vangelo della carità.
A questo proposito vorrei limitarmi a
proporvi, cari fratelli e sorelle, un semplice spunto di riflessione. È
certamente vero che praticare la carità nel contesto sociale di oggi non è
facile. Anzitutto perché la lista dei bisogni si è fatta più lunga che mai;
inoltre, perché la recessione economica preoccupa tutti, mentre restano da
salvaguardare ad ogni costo alcune priorità legittime: prima – si suole dire –
debbo pensare ai miei, alla mia famiglia, al prossimo più prossimo…; poi ci sono
gli altri. Ma dopo che ho pensato ai miei, rimangono ancora tempo e risorse per
gli altri, per quel poi? Come al solito Gesù nel Vangelo non offre risposte
preconfezionate per i singoli problemi della vita, né pretende sostituirsi alla
nostra coscienza responsabile. Tanti sarebbero certamente gli interventi da
compiere e non tutto si può fare, ma ciò che conta è che ogni nostra azione
esprima con chiarezza l’orientamento di fondo che deve anima la nostra vita: non
l’interesse egoistico, ma la generosità e l’amore. Alla fine della vita, diceva
san Giovanni della Croce, saremo giudicati sull’amore.
Cari fratelli e sorelle,
raccolti in questo giorno di festa in questa Basilica chiamata la “chiesa madre”
dell’Arcidiocesi di Agrigento, volgiamo lo sguardo verso Colei che è la Madre in
persona, la Beata Vergine Maria, che ha portato in grembo il Re dell’universo e
che, associata alla sua morte redentrice, è diventata la madre di tutti i
credenti. Oggi la contempliamo alla destra del Re dell’universo, e le chiediamo
con amore filiale di benedire questa Chiesa e questa Città di Agrigento. O
Maria, nostra Madre e Regina, fa’ che ascoltiamo sempre la voce del Buon Pastore
e ci lasciamo guidare da Lui sulla via della vita; rendici attenti ai fratelli
in difficoltà e generosi nelle opere di misericordia; fa’ che Cristo risorto
diventi pienamente il Signore della nostra vita, perché possiamo entrare nel suo
Regno e godere con te e con tutti i santi della beatitudine eterna. Amen.
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