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PRECETTO PASQUALE CON LA PARTECIPAZIONE
DELL'ISPETTORATO DI PUBBLICA SICUREZZA PRESSO IL VATICANO

OMELIA DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO DEL SANTO PADRE

Domus Sanctae Marthae
Vaticano, 23 aprile 2009

 

Cari amici dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza presso il Vaticano!       

Ci ritroviamo insieme attorno all’altare, per quello che si è soliti chiamare il “precetto pasquale”. Grazie per il vostro invito a presiedere la celebrazione eucaristica, un’occasione importante, ancor più in questo tempo di Pasqua, per rinnovare la nostra fede, andando alla sua vera sorgente, che è appunto il mistero pasquale, e cioè la morte e la risurrezione di Gesù.

Riguardo alla Pasqua come tempo nella storia, scriveva l’allora Cardinale Ratzinger, ora nostro amato Papa Benedetto XVI: «Gesù non voleva morire in un giorno qualsiasi; la sua morte aveva significato per tutta la storia, per l'umanità, per il mondo. Per questo essa doveva intrecciarsi con una precisa ora cosmica e storica. Essa coincide con la Pasqua dei Giudei, così come è presentata e ordinata in Es 12. Giovanni e la lettera agli Ebrei mostrano che essa assume in sé anche il contenuto di altre feste, soprattutto quella della riconciliazione, ma la sua vera data è la Pasqua: la sua morte non è un qualche incidente imprevisto, è una “festa” - porta a compimento ciò che nella Pasqua era stato simbolicamente inaugurato»[1].

Ha richiamato alla nostra mente e al nostro cuore questa verità fondamentale, anche la preghiera che abbiamo fatto all’inizio della Santa Messa, con cui abbiamo chiesto a Dio di farci gustare in ogni tempo della vita i frutti della Pasqua che si attua appunto nella celebrazione di questi santi misteri.

L’odierna celebrazione eucaristica costituisce inoltre un momento propizio per ringraziare tutti voi, che quotidianamente assicurate l’ordine pubblico attorno al Vaticano e in Piazza S. Pietro, favorendo l’incontro del Papa con i numerosi pellegrini che giungono da ogni parte del mondo. Anche a nome di Sua Santità vorrei pertanto rinnovarvi la più sincera gratitudine. Sono questi i grati sentimenti con cui vi saluto tutti cordialmente: il Prefetto Salvatore Festa, il Dirigente dott. Giulio Callini, i funzionari, gli agenti e tutti voi qui presenti, con un ricordo anche per i vostri familiari.

Quando i cristiani si raccolgono per “la frazione del pane” – così chiamava l’Eucaristia la prima comunità apostolica - , non sono un gruppo di individui isolati collocati uno accanto all’altro, non sono persone che si identificano per la loro appartenenza a questa o a quella categoria, ma formano e sono un solo “corpo”, uniti da Cristo, Capo della Chiesa. E questa unità, questa comunione è anzitutto dono di Dio: è lui ad accomunarci e a renderci tutti fratelli senza distinzione di razza e cultura. Vivere l’Eucaristia, è pertanto lasciare che il Signore ci unisca in lui per costruire un mondo retto dal reciproco rispetto e dalla ricerca sincera della giustizia e della pace.

Partecipare in modo attivo all’Eucaristia comporta pertanto impegnarsi a compiere il lavoro, che ognuno di noi è chiamato a svolgere nella società, con dedizione e amore, con equità ed equilibrio, con senso di responsabilità e attenzione al bene comune.

Le letture bibliche, che abbiamo appena ascoltato, ci offrono al riguardo non pochi utili spunti di riflessione. La prima, tratta dagli Atti degli apostoli, narra che gli apostoli, con Pietro a capo, riempiti di Spirito Santo, annunciavano il Vangelo, senza lasciarsi intimorire da minacce e ricatti, rispondendo però alla violenza con la dolcezza dell’amore. E’ nata così la Chiesa: da un piccolo gruppo di uomini che, “conquistati” da Cristo, sono diventati suoi testimoni intrepidi e pieni di coraggio. In questo tempo pasquale, la Chiesa ci addita il loro esempio affinché anche noi riscopriamo la nostra vocazione cristiana, quella di essere testimoni di un Dio che si è fatto simile a noi anche nella sofferenza e che non ci ha lasciati soli; testimoni della verità, convinti - come ripetevano i primi discepoli di Gesù – che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”.

L’annuncio dei primi discepoli e la loro testimonianza sono giunti fino a noi grazie a donne e uomini coraggiosi, che hanno dato voce con la loro esistenza al mistero di Cristo. Oggi, la liturgia ne ricorda uno: san Giorgio martire del III o IV secolo, certamente prima dell’editto di Costantino. Originario della Cappadocia era diventato un ufficiale dell’esercito; convertito dalla madre al cristianesimo, rinunciò al suo rango e, imprigionato a causa della fede, affrontò con fermezza il martirio. Alla sua figura è legata la nota leggenda dell’orribile drago, che faceva morire tanta gente innocente. Per placarne l’ira occorreva offrirgli vittime umane, e una volta toccò al re dargli in pasto la propria figlia. Ma un giovane Cavaliere, di nome Giorgio, incatenò il drago e, trascinandolo per la città al guinzaglio come mansueto agnello, affermava di essere venuto in nome di Cristo a liberare la popolazione da quel terribile drago e ad annunziare a tutti la salvezza attraverso il battesimo. Il popolo percepì il significato dell’evento e, a cominciare dalla principessa e dalla sua famiglia, si convertirono e ricevettero tutti il battesimo

Di una fede solida, come quella delle prime comunità cristiane, c’è molto bisogno anche in questo nostro tempo, segnato spesso da una cultura nichilista, che si erge a maestra di nuovi sistemi di comportamento umano; si registrano in effetti nell'opinione pubblica pressioni e condizionamenti, che rischiano di affievolire la testimonianza dei cristiani e talora sembrano respingere la pratica della fede nella sfera del privatistico. Oggi però come ieri non mancano testimoni autentici, veri martiri, donne e uomini pronti a testimoniare, a costo della vita, la loro fedeltà a Cristo.

Dove trarre l’energia spirituale indispensabile per questa fedeltà al proprio battesimo? Nella pagina del Vangelo Gesù ci dice che “chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non crede al Figlio non vedrà la vita". Occorre dunque incontrare e affidare la propria vita a lui, il Figlio di Dio che si è fatto carne. La sua nascita e la sua morte in croce sono un atto d'amore infinito per l'umanità in preda alla morte a causa del peccato. Cari amici, ognuno di noi deve prendere posizione dinanzi Cristo. Non possiamo restare indifferenti: l'indifferenza di fronte all'amore è già di per sé un rifiuto. Nella Pasqua contempliamo Gesù, luce del mondo, che non si accontenta di rinnovare i segni della benevolenza divina verso di noi, ma si fa lui stesso presente qui nell’Eucaristia, sommo sacramento, segno sensibile e credibile dell'Amore che è Dio stesso. E coloro che mettono Cristo al centro della loro vita, ricevono da lui la luce, vivono della sua stessa vita divina.

Anche a voi, cari amici, è chiesto di essere ogni giorno, nei vari ambienti in cui vivete - famiglia, lavoro, luoghi di svago – credibili e gioiosi testimoni di Gesù crocifisso e risorto e del suo amore. Sia questo il vostro costante desiderio! Ve lo auguro di cuore mentre vi assicuro la mia preghiera per voi, per i vostri cari e per tutti i progetti che vi stanno a cuore. Interceda per voi san Giorgio e soprattutto la Vergine Maria, che in questo tempo di Pasqua, invochiamo come “Regina del cielo”.


 
[1] RATZINGER J., Introduzione allo spirito della liturgia, Cinisello Balsamo 2000, p. 94

 

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