 |
VISITA PASTORALE AD ASTANA - KAZAKHSTAN
CELEBRAZIONE EUCARISTICA
OMELIA DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO DEL
SANTO PADRE
Cattedrale Cattolica di Karaganda
Sabato, 4 dicembre 2010
Eccellenze,
cari Sacerdoti,
cari Religiosi e
Religiose,
distinte
Autorità,
cari fedeli!
All’inizio di questa solenne celebrazione eucaristica, mi è
innanzitutto gradito farmi interprete dei cordiali sentimenti di
Sua Santità Benedetto XVI, che, per mio tramite, invia a tutti
una speciale Benedizione, e assicura in questi giorni della mia
visita la Sua spirituale vicinanza. Unisco al Suo il mio
affettuoso saluto per ciascuno di voi qui presenti. In
particolare, saluto il Pastore di questa Chiesa, S. E. Mons. Jan
Paweł Lenga, e lo ringrazio per le cortesi parole che mi ha
rivolto a nome di tutti. Saluto il Vescovo Ausiliare, i
Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, i seminaristi e tutti i
fedeli, con un ricordo speciale per i giovani. Saluto le
Autorità che hanno voluto intervenire a questa festosa
manifestazione di fede. Ringrazio quanti hanno preparato la mia
visita e per ciascuno assicuro un grato ricordo nella preghiera.
Sono molto lieto di trovarmi a Karaganda, nel cuore delle
sconfinate steppe dell’Asia Centrale, e di aver potuto
constatare la presenza viva del Popolo di Dio visitando alcune
delle opere significative della Diocesi e della Chiesa Cattolica
in Kazakhstan, come i cantieri della nuova Cattedrale dedicata
alla Madonna di Fatima, della Curia Vescovile e del Centro
Sociale "Bonus Pastor"; il Monastero delle Suore Carmelitane di
clausura, il Seminario Interdiocesano, senza dimenticare la
Cattedrale di San Giuseppe, che venne edificata dai fedeli nel
1978, durante il periodo sovietico, e nella quale si trovano le
tombe di alcuni eroici Sacerdoti che in quel periodo oscuro di
sofferenza e di persecuzione dettero splendida testimonianza
della propria fede, come S.E. Mons. Alexander Hira, per oltre
vent’anni Pastore amato e generoso di Karaganda, e il Servo di
Dio P. Wladysław Bukowiński. A loro, e a tutti gli altri che
hanno consumato la vita fra stenti e prove di ogni genere,
intendo rendere omaggio a nome di tutta la Chiesa.
Celebriamo oggi la seconda domenica di Avvento, tempo
liturgico forte che ci prepara alla festa del Natale, memoria
dell’incarnazione di Cristo nella storia. Il messaggio
spirituale dell’Avvento è però più profondo e ci proietta già
verso il ritorno glorioso del Signore, alla fine dei tempi.
Adventus è la parola latina, che potrebbe tradursi con
‘arrivo’, ‘venuta’, ‘presenza’. Nel linguaggio del mondo antico
questo termine indicava l’arrivo di un funzionario regale, o
addirittura la visita di re o dell’imperatore nelle province, ma
poteva anche essere utilizzato per l’apparire di una divinità,
che usciva dalla sua nascosta dimora e manifestava così la sua
potenza divina: la sua presenza veniva solennemente celebrata
nel culto.
Adottando questo termine "Avvento", i cristiani intesero
esprimere la speciale relazione che li univa a Cristo crocifisso
e risorto. Egli è il Re, che, entrato in questa povera
"provincia" denominata Terra, ci ha fatto dono della sua visita
e, dopo la sua risurrezione ed ascensione al Cielo, ha voluto
comunque rimanere con noi, che accogliamo questa sua misteriosa
presenza nell’assemblea liturgica. Celebrando l’Eucaristia,
proclamiamo infatti che Egli non si è ritirato dal mondo e non
ci ha lasciati soli, e, se pure non lo possiamo vedere e toccare
come avviene con le realtà materiali e sensibili, Egli è
comunque con noi e tra noi; anzi è in noi,
perché può attrarre a sé e comunicare la propria vita ad ogni
credente che gli apre il cuore. Avvento significa dunque far
memoria della prima venuta del Signore nella carne, pensando già
al suo definitivo ritorno e, al tempo stesso, significa
riconoscere che Cristo presente tra noi si fa nostro compagno di
viaggio nella vita della Chiesa che ne celebra il mistero.
Questa consapevolezza, cari fratelli e sorelle, alimentata
nell’ascolto della Parola di Dio, dovrebbe aiutarci a vedere il
mondo con occhi diversi, ad interpretare i singoli eventi della
vita e della storia come parole che Dio ci rivolge, come segni
del suo amore che ci assicurano la sua vicinanza in ogni
situazione; questa consapevolezza, in particolare, dovrebbe
prepararci ad accoglierlo quando "di nuovo verrà nella gloria
per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine",
come ripeteremo tra poco nel Credo. In questa
prospettiva, l’Avvento diviene per tutti i cristiani un tempo di
attesa e di speranza, un tempo privilegiato di ascolto e di
riflessione, purché ci si lasci guidare dalla liturgia che
invita ad andare incontro al Signore che viene.
In questa domenica il Vangelo ci prepara alla venuta del
Salvatore con un insegnamento vigoroso, con un invito molto
forte alla conversione. Abbiamo infatti ascoltato l’imperativo "metanoeite":
«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt
3,1). Giovanni Battista chiama ciascuno di noi alla metanoia,
a cambiare mentalità. Chi vuole essere degno del nome cristiano
deve continuamente «cambiare mentalità». Il nostro atteggiamento
naturale ci porta a voler affermare noi stessi. Chi vuole
trovare Dio, deve continuamente camminare interiormente, andare
in una direzione diversa da quella che ci indica una mentalità
materialista, individualista, edonista. E questo vale per tutto
il nostro modo di concepire la vita. Ogni giorno, anche qui a
Karaganda, ci confrontiamo con la realtà concreta che ci
circonda. Irrompe in tutte le circostanze della vita quotidiana,
con una potenza tale che siamo tentati di pensare che non ci sia
altro che questo. Ma, in realtà, l’invisibile è più grande e
vale più di tutto il visibile. Per sperimentare questa verità, è
necessario cambiare mentalità, superare l’illusione che l’uomo
abbia solo una dimensione orizzontale, visibile, e diventare
sensibili e attenti nei confronti della sua dimensione
verticale, dell’invisibile; considerarlo, anzi, più importante
di tutto ciò che ci assale così prepotentemente tutti i giorni.
Giovanni Battista ci esorta a questa metanoia e ci dice:
convertitevi, trasformate il vostro modo di pensare, affinché
Dio divenga presente in voi e, per mezzo di voi, in queste terre
come in tutto il mondo. Neppure a Giovanni Battista fu
risparmiato questo pesante processo di cambiamento della
mentalità, del dovere della conversione. Lo vediamo proprio nel
Vangelo odierno, quando grida nel deserto e deve annunciate
Colui che neppure egli stesso conosce. Questo è anche il
compito del sacerdote e di ogni cristiano che annuncia il
Cristo. Anche noi dobbiamo dare testimonianza di Colui che
conosciamo ancora e sempre troppo poco, e per questo dobbiamo
conoscerlo sempre più pienamente! Proprio per noi sacerdoti la
figura del Battista riveste un’eloquenza particolare. Ci ricorda
con forza che non siamo chiamati a predicare noi stessi, ma
Cristo Signore. La nostra missione è annunciare Lui, preparare
la sua strada, non la nostra, affinché ogni fedele possa vivere
l’incontro personale con Cristo risorto. Perciò, cari
Confratelli, dobbiamo fuggire ogni individualismo e
personalismo, e come il Battista gioire del fatto che Gesù possa
"crescere" e noi "diminuire".
La seconda lettura, tratta dalla sezione finale della
Lettera ai Romani, contiene un caloroso appello
all’accoglienza fraterna. Come sempre, per l’Apostolo la morale
è modellata sul Cristo, e i comportamenti cristiani devono
ricalcare quelli di Cristo. Ora, Gesù si è fatto servitore dei
giudei con la sua incarnazione in un popolo, in una storia, in
una cultura precisa. Così il cristiano deve inserirsi
nell’ambiente sociale in cui vive, in una realtà talvolta
difficile, testimoniando l’amore di Dio. Carissimi fratelli e
sorelle, vi esorto ad essere sempre più figli devoti e
solleciti, fedeli al patrimonio spirituale e culturale cristiano
ereditato dai padri e capaci di adattarlo alle nuove esigenze.
Il rispetto dei diritti di ciascuno, anche se di convinzioni
personali diverse, è il presupposto di ogni convivenza
autenticamente umana. Cercate di vivere un profondo e fattivo
spirito di comunione tra di voi e con tutti, ispirandovi a
quanto gli Atti degli Apostoli attestano della prima
comunità dei credenti (At 2,44-45; 4,32). La carità, che
alimentate alla Mensa eucaristica, testimoniatela nell’amore
fraterno e nel servizio ai poveri, ai malati, agli esclusi.
Siate artefici di incontro, di riconciliazione e di pace tra
persone e gruppi differenti, coltivando l’autentico dialogo,
perché emerga sempre la verità.
La festa del Natale, che si avvicina, ridesta in noi una
meravigliosa speranza nel progetto di Dio che, malgrado tutte le
difficoltà presenti nel nostro mondo sempre travagliato da
tendenze negative, da violenze ed ostilità reciproche, si
realizza in Gesù. Il Signore viene per salvarci e, nella misura
in cui nella fede apriamo a lui i nostri cuori, possiamo avere
la certezza di essere veramente salvati, di ottenere, cioè, la
gioia, la pace e la pienezza dell’amore e di contribuire, con la
grazia di Dio, alla trasformazione positiva del mondo. E Tu, o
Vergine Maria, Madre nostra, aiuta questi tuoi figli ad
impegnarsi generosamente nella testimonianza della loro fede,
perché il Vangelo di Gesù sia conosciuto e vissuto. Amen!
|