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SESSIONE PLENARIA DELLA
PONTIFICIA ACCADEMIA DI SAN TOMMASO D'AQUINO
OMELIA DEL
CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO DEL
SANTO PADRE
Domenica, 1° luglio 2012
«O memoriale mortis Domini,
Panis vivus, vitam praestans homini,
praesta meae menti de te vivere
et te illi semper dulce sapere» (Inno Adoro te devote).
Cari fratelli e sorelle,
nel giorno del Signore, abbiamo la
gioia di ritrovarci intorno alla sua mensa. L’Eucaristia è il momento culminante
di ogni incontro ecclesiale, anche di questa Sessione Plenaria della Pontificia
Accademia di San Tommaso d’Aquino. Perciò ho voluto porre all’inizio della
nostra meditazione una strofa dell’Inno Adoro te devote. Al centro delle
vostre giornate di studio, arricchite dagli interventi degli illustri Relatori e
dalle relative discussioni, viviamo in questo momento l’ora dell’incontro, l’ora
dell’ascolto e della comunione. La viviamo in questa Cappella Paolina che
costituisce un luogo privilegiato del Palazzo Apostolico, un luogo silenzioso in
cui è custodito il Santissimo Sacramento. Da qui rivolgiamo il nostro devoto
pensiero al Santo Padre Benedetto XVI, il quale mi ha incaricato di trasmettervi
il Suo cordiale saluto e di parteciparvi la Sua Benedizione, che impartirò al
termine della Celebrazione.
Vorrei pertanto cogliere con voi
qualche spunto che ci viene dalla Parola di Dio, e lasciare che sia illuminata
in questo modo la tematica da voi già affrontata secondo numerosi punti di
vista. Il Vangelo e la prima Lettura propongono il tema di Dio e di Gesù Cristo
come sorgente di vita, che ha un potere assoluto sulla morte fisica e sulla
malattia. La seconda Lettura ci ricorda invece che la carità di Cristo è la
radice e il modello della carità ecclesiale. Entrambi questi aspetti hanno una
forte connessione con il Mistero eucaristico.
Il brano del Libro della Sapienza
e quello del Vangelo di Marco formano un dittico stupendo, proprio nella
loro diversità, nei lori modi opposti e complementari di affrontare la questione
cruciale del rapporto tra Dio e la morte. Lo scrittore sapienziale ci offre una
delle risposte più limpide e preziose alla domanda di sempre: se Dio ha creato
tutto, ed è buono, da dove viene il male? La risposta è netta: «Dio non ha
creato la morte» (Sap 1,13), ma questa «per l’invidia del diavolo è
entrata nel mondo» (Sap 2,24). Il Vangelo invece ci racconta un
avvenimento, anzi due intrecciati tra loro: la risurrezione della figlia di
Giairo e la guarigione dell’emorroissa (Mc 5,21-43). Gesù appare quale
Signore assoluto capace di risvegliare dalla morte, che per Lui è come un sonno,
e di guarire dal male anche solo al contatto con la sua persona, purché – questa
è la condizione essenziale – chi lo accosta sia animato dalla fede.
Proprio questa fede, profonda e
luminosa, anima Tommaso d’Aquino quando contempla il Santissimo Sacramento, «Panis
vivus, vitam praestans homini». Nell’Eucaristia Gesù Signore è presente come
fonte di vita; è presente in forma visibile, tangibile sotto le specie del pane
e del vino. Le specie sensibili possono essere paragonate alle vesti di Gesù,
che la donna del Vangelo vuole toccare: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue
vesti – dice –, sarò salvata» (Mc 5,28). Le toccò, e da Gesù uscì una
forza che, grazie alla sua fede, la risanò all’istante (cfr Mc 5,29-30).
Quante volte noi, specialmente noi sacerdoti, tocchiamo il Corpo eucaristico di
Cristo! Con quale fede lo facciamo? Con quale ansia di essere guariti da Lui?
Questa elemento del contatto concreto
e personale lo ritroviamo anche subito dopo, nel racconto della risurrezione
della figlia di Giairo. Entrato nella stanza dove lei giace defunta, Gesù «prese
la mano della bambina e le disse: “Talità kum”. E subito la fanciulla si
alzò e camminava» (Mc 5,41-42). Venendo a visitarci nella Comunione
eucaristica, Gesù in un certo senso ci prende per mano e ci chiama a
risvegliarci dal sonno della morte, a rialzarci dalle nostre cadute, dalle
inerzie che rallentano il nostro cammino verso la misura alta della vita
cristiana, verso la maturità di Cristo in noi. Anche qui la fede è necessaria
perché Gesù possa operare con efficacia; in questo caso la fede del padre della
fanciulla, a cui Gesù disse: «Non temere, soltanto abbi fede!» (Mc 5,36).
Queste parole sembrano riassumere il messaggio del Beato Giovanni Paolo II al
cristiano del Duemila: Non temere, soltanto abbi fede!
Sono parole che indicano bene la rotta per quello che sarà l’Anno della fede
indetto da Benedetto XVI, evento che, distribuito su un intero anno, farà di
noi, se lo vogliamo, “testimoni credibili e gioiosi del Signore risorto nel
mondo di oggi, capaci di indicare alle tante persone in ricerca la “porta della
fede” (cfr Benedetto XVI, Lett. Ap. Porta fidei, 11 ottobre 2011).
Alla luce del racconto evangelico, possiamo intendere l’appello ad una rinnovata
conversione al Signore Gesù e alla riscoperta della fede, in questo senso: Anche
se ti dicono che non c’è più niente da fare, anche se sembra che la morte abbia
avuto l’ultima parola, non temere, continua soltanto ad avere fede; anche se i
sapienti di questo mondo, riuniti al capezzale dell’umanità, deridono Gesù e lo
commiserano per la sua ingenua fiducia in Dio, tu non temere, continua a credere
e a sperare. Questo atteggiamento del cuore trova la sua figura emblematica e
culminante proprio nella fede in Gesù Eucaristia, cioè nella presenza di Lui
vivo in mezzo al suo popolo, nel mistero per cui Egli continua a trasformare l’uomo
e il mondo con il suo Sacrificio d’amore e rimane con noi per guidarci nel
cammino verso il Regno di Dio.
In questo pellegrinaggio, sostenuto
dal «Panis viatorum», la Chiesa è chiamata a seguire Gesù non solo quanto
al fine, ma anche quanto ai mezzi e ai modi per giungere al Regno. L’Apostolo lo
ricorda ai Corinzi: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi
diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Da questa «grazia»,
che si rinnova in ogni liturgia eucaristica, viene alla comunità cristiana la
forza per praticare la condivisione fraterna. Lo ricordava il Beato Giovanni
Paolo II nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia: «L’Eucaristia, essendo
la suprema manifestazione sacramentale della comunione nella Chiesa, esige di
essere celebrata in un contesto di integrità dei legami anche esterni di
comunione … poiché – e qui citava l’Aquinate – essa “è come la consumazione
della vita spirituale e il fine di tutti i Sacramenti”» (n. 38).
«Bone Pastor, Panis vere,
Jesu nostri, miserere!
Tu nos pasce, nos tuere,
Tu nos bona fac videre
In terra viventium» (Inno Lauda Sion).
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