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DISCORSO DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO DEL SANTO PADRE,
AL CENTRO INCONTRI DELLA PROVINCIA DI CUNEO

Sabato, 3 novembre 2012

 

ETICA, ECONOMIA E SOCIETÀ

 

Uno studioso scriveva nel 1930: “Vedo gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi e autentici della religione e delle virtù tradizionali come queste: l’amore per il denaro è spregevole e chi meno s’affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza… Preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi sa apprezzare i gigli del campo che non seminano e non filano”. Egli previde una trasformazione dell’uomo per cui “l’impegno di fare verso gli altri continuerà ad avere una ragione anche quando avrà cessato di avere ragione il fare a proprio vantaggio”[1].

Sembrerebbe la profezia di un quaresimalista, invece è del famosissimo economista britannico John Maynard Keynes, considerato il padre della macroeconomia, morto nel 1946;  è però evidente che conosceva il Vangelo, e ne aveva compreso anche la validità concreta sul piano dell’agire economico.

Questa celebre proposizione mi offre lo spunto per parlare di etica, di economia e di società. Infatti, fare vera economia sostenibile in un’ottica di lungo termine significa pensare agli altri con i quali condividere sviluppo e benessere sociale.

Dietro ogni azione economica c’è un risvolto etico, perché l’economia è una sfera dell’umano. L’etica non è un’aggiunta all’azione economica ma è intrinseca all’economia correttamente intesa. Ogni logica economica rimanda, anche se implicitamente, ad un ethos. Parlare di etica in economia è, quindi, quanto mai opportuno, se si vuole scongiurare il pericolo che corre la società qualora l’economia venisse separata dalla morale. Esperti economisti d’ispirazione cristiana e non, possono facilmente dimostrare che ogni decisione economica ha un impatto di carattere etico; e dunque è il frutto di responsabilità personale. Quando queste prerogative vengono disattese, la tecnica prende il controllo dell’uomo e pretende di diventare autosufficiente, in una sterile autoreferenzialità.

Occorre dunque osservare che la crisi di cui il mondo di oggi soffre non è solo economica ma etica. L’ipertrofia della finanza speculativa che è alla base di questa crisi è frutto di scelte, di una certa visione del mercato, di persone e di istituzioni che in momenti precisi hanno fatto quelle determinate scelte. Grave è l’errore compiuto da chi pensa che la crisi sia una questione solo tecnica, risolvibile quindi con nuovi strumenti: la soluzione alla crisi che viviamo non verrà unicamente da nuovi strumenti o da nuove manovre, o riforme; ma usciremo migliori da questi anni solo se sapremo trovare nuovi fini, nuovi progetti individuali e sociali in vista del bene comune.

Ad essere più precisi, la crisi nasce da una etica non amica dell’uomo, se così la si può chiamare, dall’etica nichilista e individualista, (che rappresenta una deformazione dell’etica utilitaristica classica), che ha i suoi teorici, maestri, testi “sacri”. Quindi si tratta di riformare profondamente questa concezione riduzionista della persona umana a favore di un’etica autentica, che è quella ben delineata nell’Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate: sussidiaria, responsabile e solidale.

La ripresa della categoria di fraternità

Le difficoltà di dialogo autentico tra etica ed economia sono in gran parte dovute all’abbandono, nelle nostre società odierne, del principio di fraternità.

E’ stata la scuola di pensiero francescana a dare alla parola fraternità il significato che essa ha conservato nel corso del tempo. Ci sono pagine della Regola di Francesco che aiutano bene a comprendere il senso proprio del principio di fraternità. Che è quello di essere una sorta di complemento essenziale del principio di solidarietà. Infatti mentre la solidarietà è il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare eguali, il principio di fraternità è quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di esser diversi. La fraternità consente a persone che sono eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali di esprimere diversamente il loro piano di vita, o il loro carisma. Le stagioni che abbiamo lasciato alle spalle, l’800 e soprattutto il ‘900, sono state caratterizzate da grosse battaglie, sia culturali sia politiche, in nome della solidarietà e questa è stata una cosa buona; si pensi alla storia del movimento sindacale e alla lotta per la conquista dei diritti civili. Il punto è che la buona società non può accontentarsi dell’orizzonte della solidarietà, perché una società che fosse solo solidale, e non anche fraterna sarebbe una società dalla quale ognuno - potendo -   prenderebbe le distanze.

E’ facile darsene conto. Come ha spiegato più volte l’economista Stefano Zamagni, vi sono due categorie di beni che concorrono al nostro benessere: quelli di giustizia e quelli di gratuità. I beni di giustizia – ad esempio quelli assicurati dal modello di welfare state – fissano un preciso dovere in capo a qualche ente (tipicamente, ma non solo, lo stato) affinché i diritti dei cittadini su quei beni vengano soddisfatti. I beni di gratuità invece – quali sono ad esempio i beni relazionali – fissano un’obbligazione che deriva dallo speciale legame che ci unisce l’un l’altro. E’ il riconoscimento di una mutua ligatio tra persone a fondare una ob-ligatio. Si noti che mentre per difendere un diritto si può ricorrere alla legge, si adempie invece ad un’obbligazione per via di gratuità, e quindi in seguito al processo di riconoscimento reciproco. Mai nessuna legge, neppure quella costituzionale, potrà obbligarci alla relazionalità.

Eppure, non v’è chi non veda quanto i beni di gratuità siano fondamentali per il bisogno di felicità che ciascuna persona si porta dentro. Perché dove non c’è gratuità non può esserci speranza. La gratuità – che per il cristiano è propriamente la carità - non è una virtù etica, come lo è la giustizia. La gratuità, infatti, riguarda la dimensione sovraetica dell’agire umano; la sua logica è quella della sovrabbondanza, mentre la logica della giustizia è quella dell’equivalenza, come già Aristotele insegnava. Comprendiamo allora perché la speranza non possa ancorarsi alla sola giustizia. In una società, per ipotesi, solo perfettamente giusta non vi sarebbe spazio per la speranza. Cosa potrebbero mai sperare i suoi cittadini? Non così in una società dove il principio di fraternità fosse riuscito a mettere radici profonde: la speranza, infatti, si nutre di sovrabbondanza[2].

Alla ricerca di un’etica universale: il fondamento nella legge naturale

A proposito del fondamento dei diritti umani, Benedetto XVI ha avvertito: “Questi diritti trovano il loro fondamento nella legge naturale inscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Separare i diritti umani da tale contesto significherebbe limitare la loro portata e cedere a una concezione relativista, per la quale il senso e l’interpretazione dei diritti potrebbe variare e la loro universalità potrebbe essere negata in nome delle diverse concezioni culturali, politiche, sociali e anche religiose”[3].

 Sono considerazioni che valgono non solo per i diritti dell’uomo, ma per ogni intervento dell’autorità legittima chiamata a regolare secondo vera giustizia la vita della comunità mediante leggi che non siano frutto dell’adesione ad un mero proceduralismo, ma che discendano dalla volontà di tendere all’autentico bene della persona e della società e per questo facciano riferimento alla legge naturale.

Sui fondamenti della legge naturale si è soffermata a riflettere anche la Commissione Teologica Internazionale la quale ha pubblicato uno studio intitolato “Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale”[4]. Nell’esporre i principi fondativi della legge naturale essa sottolinea che “nella sua ricerca del bene morale, la persona umana si mette in ascolto di ciò che essa è e prende coscienza delle inclinazioni fondamentali della sua natura, le quali sono altra cosa che semplici spinte cieche del desiderio. Avvertendo che i beni verso i quali tende per natura sono necessari alla sua realizzazione morale, formula a se stessa, sotto la forma di comandi pratici, il dovere morale di attuarli nella propria vita. Esprime a se stessa un certo numero di precetti molto generali, che condivide con tutti gli esseri umani e che costituiscono il contenuto di quella che si chiama legge naturale” (n. 45). Questi precetti sollecitano l’uomo a muoversi verso l’acquisizione dei beni necessari alla sua piena realizzazione morale. Continua il documento della Commissione Teologica Internazionale: “si distinguono tradizionalmente tre grandi insiemi di dinamismi naturali... Il primo, che le è comune con ogni essere sostanziale, comprende essenzialmente l’inclinazione a conservare e a sviluppare la propria esistenza. Il secondo, che le è comune con tutti i viventi, comprende l’inclinazione a riprodursi per perpetuare la specie. Il terzo, che le è proprio come essere razionale, comporta l’inclinazione a conoscere la verità su Dio e a vivere in società. A partire da queste inclinazioni si possono formulare i precetti primi della legge naturale, conosciuti naturalmente. Tali precetti sono molto generali, ma formano come un primo substrato che è alla base di tutta la riflessione ulteriore sul bene da praticare e sul male da evitare” (n. 46). Approfondendo questo terzo dinamismo, che si ritrova in ogni persona, la Commissione Teologica Internazionale chiarisce, inoltre, che esso “è specifico dell’essere umano come essere spirituale, dotato di ragione, capace di conoscere la verità, di entrare in dialogo con gli altri e di stringere relazioni di amicizia… Il suo bene integrale è così intimamente legato alla vita in comunità, che si organizza in società politica in forza di un’inclinazione naturale e non di una semplice convenzione… Il carattere relazionale della persona si esprime anche con la tendenza a vivere in comunione con Dio o l’Assoluto (n.50).

Di fronte al Parlamento tedesco, Benedetto XVI ha affermato: “Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato […] Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio”[5].

Evangelizzazione e dottrina sociale della Chiesa

Anche nel recente Sinodo dei Vescovi (7-28 ottobre 2012) sul tema “«La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana» si è voluto sottolineare che l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa è parte integrante della nuova evangelizzazione, enucleando, fra l’altro, che l’evangelizzazione non è da considerarsi un problema interno alla Chiesa, ma è un forte contributo allo sviluppo della giustizia e della pace nel mondo. La necessità di una rinnovata proposta dei valori contenuti nella dottrina sociale della Chiesa, balza evidente anche sotto l’aspetto economico poiché “la crisi attuale ci fa scoprire come l’avidità e la cupidigia hanno spezzato delle relazioni di senso scindendo l’economia dalla sua dimensione sociale nella vita umana. Queste relazioni possono essere ritrovate solo tramite l’amore, la fraternità e l’amicizia che devono esprimersi in rapporti interpersonali, ma anche nella vita economica e commerciale”[6].

Cito un interessante brano dell’Enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II concentrato sul diritto-dovere della Chiesa di proporre, pur senza imporre, la sua visione del mondo. “Questa, infatti, ha la sua parola da dire di fronte a determinate situazioni umane, individuali e comunitarie, nazionali e internazionali, per le quali formula una vera dottrina, un corpus, che le permette di analizzare le realtà sociali, di pronunciarsi su di esse e di indicare orientamenti per la giusta soluzione dei problemi che ne derivano… Ai tempi di Papa Leone XIII (1878-1903) una simile concezione del diritto-dovere della Chiesa era ben lontana dall'essere comunemente ammessa. Prevaleva, infatti, una duplice tendenza: l'una orientata a questo mondo ed a questa vita, alla quale la fede doveva rimanere estranea; l'altra rivolta verso una salvezza puramente ultraterrena, che però non illuminava né orientava la presenza sulla terra. L'atteggiamento del Papa nel pubblicare l’Enciclica sociale Rerum novarum (1891) conferì alla Chiesa quasi uno «statuto di cittadinanza» nelle mutevoli realtà della vita pubblica, e ciò si sarebbe affermato ancor più in seguito. In effetti, per la Chiesa insegnare e diffondere la dottrina sociale appartiene alla sua missione evangelizzatrice e fa parte essenziale del messaggio cristiano, perché tale dottrina ne propone le dirette conseguenze nella vita della società ed inquadra il lavoro quotidiano e le lotte per la giustizia nella testimonianza a Cristo Salvatore. Essa costituisce, altresì, una fonte di unità e di pace dinanzi ai conflitti che inevitabilmente insorgono nel settore economico-sociale. Diventa in tal modo possibile vivere le nuove situazioni senza avvilire la trascendente dignità della persona umana né in se stessi né negli avversari, ed avviarle a retta soluzione”[7].

Il lavoro come fattore umanizzante

Proseguo questa mia esposizione illustrando brevemente un ulteriore aspetto importante del vivere sociale, che meriterebbe di certo una più ampia trattazione.

Se, come abbiamo spiegato, la radice dell’agire economico è etico e antropologico e, quindi, il centro di ogni proposta capace di futuro deve necessariamente essere la persona umana, occorre prendere in considerazione ciò che costituisce la fonte del suo benessere: il lavoro.

Il lavoro oggi resta troppo sullo sfondo della crisi che attraversa l’intero pianeta, mentre il centro lo occupano finanza e consumo. Il primo fine che dovrebbe ricreare un nuovo progetto comune oggi è la creazione di nuovo lavoro, per una nuova stagione di piena e buona occupazione, perché quando la gente non lavora ogni progetto di bene comune e di sviluppo diventa astratto e insostenibile.

Nei tempi antichi il lavoro era per gli schiavi, l’uomo libero non lavorava: Gesù Cristo invece, prima di annunciare per tre anni il Vangelo, per venti anni ha lavorato come falegname; Paolo di Tarso si manteneva fabbricando tende e scriveva ai cristiani “chi non lavora non mangi”, e Benedetto da Norcia scriveva nella regola per i suoi monaci “prega e lavora”; così il lavoro diventava per l’uomo una attività con pari dignità della preghiera e diventava una sua attività fondamentale, costitutiva.

Nella modernità il lavoro nella teoria dell’organizzazione di Taylor[8] veniva ridotto a puro mezzo di produzione, ma per il cristiano il lavoro umano va ben oltre perché è il corrispondere alla Volontà di Dio su ciascuno: è così un atto di gratuità, un atto d’amore, una liturgia. Nell’ottica della spiritualità cristiana incarnata socialmente, il lavoro umano è impagabile: lo stipendio diventa un premio, un ritorno di gratuità; il lavoro è tale quando è amore, quando serve a creare un prodotto o fornire un servizio per una o più persone, anche se magari non le conosceremo mai, è sempre una attività svolta "per" gli altri.

Se è vero che il lavoro è fondativo del consorzio umano, allora è necessario edificare una “cultura del lavoro”, che aiuti i lavoratori a partecipare in modo pienamente umano alla vita dell'azienda[9]; una cultura capace di portare a sintesi le sue varie dimensioni, da quella economica a quella sociale a quella spirituale. Di qui l’invito a pensare in termini di “una ecologia umana”, come l’ha descritta Giovanni Paolo II nell’Enciclica Centesimus annus dove ha affermato checi si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali… Non solo la terra è stata data da Dio all'uomo, che deve usarla rispettando l'intenzione originaria di bene.. ma l'uomo è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato”[10]. Quanto a dire che occorre spostare il fuoco dell’attenzione dal lavoro come puro processo lavorativo all’opera intesa come possibilità di autorealizzazione. Ecco perché l’estromissione dell’attività lavorativa per lunghi periodi di tempo non rappresenta solo una perdita di produzione (e quindi uno spreco di risorse), ma costituisce un vero e proprio razionamento della libertà personale. Infatti, se è vero che “si impara facendo”, è del pari vero che “si disimpara non facendo”.

Mai come oggi ciò è stato vero, in un’epoca caratterizzata dalla centralità della conoscenza come motore dello sviluppo: nel lavoro, non solo si applicano le capacità già acquisite nel processo formativo. Ma avviene anche una creazione di ulteriori capacità. E’ per questa ragione che tenere a lungo fuori dell’attività lavorativa una persona significa negarle la sua fecondità e ultimamente la sua identità, una negazione che non potrà mai essere compensata da alcun sussidio di disoccupazione. In ciò sta il senso proprio della nozione, così tanto declamata, di diritto al lavoro. Si tratta non già del diritto al posto (fisso) di lavoro, come taluno vorrebbe interpretare, spesso in maniera improvvida, tale espressione. Ma del diritto alla “fioritura” personale che comporta la responsabilità della società politica civile di predisporre le condizioni per un assetto economico organizzativo tale da consentire a tutti il concreto esercizio di quel diritto.

Il senso del volontariato

La perdita del lavoro va ben oltre la perdita dello stipendio, quindi salvare le opportunità di lavoro è prioritario; qui si scopre la funzione non solo economica ma anche sociale dell’impresa, che sia essa grande o media o piccola. Molte esperienze concrete indicano la realizzabilità di una alleanza tra stato e organizzazioni della società civile per fornire servizi sociali senza affidarli tutti a grandi strutture statali, facendo invece leva sulla propensione dell’essere umano a praticare nel proprio ambito, attorno alla propria famiglia quella cultura della fraternità, della prossimità che è propria della famiglia sana, in cui è più bello fare un regalo ad un figlio che tenerlo per sé: mi riferisco al grande mondo del volontariato, quello che affronta i problemi del prossimo non per avere di che vivere, ma con il cuore, per essergli vicino e realizzarsi in questo rapporto. Questa propensione si esprime in modo organizzato nel cosiddetto terzo settore: conosco esperienze di imprese sociali che danno lavoro a centinaia di persone con disagi sociali, disabili mentali o fisici, o ex tossicodipendenti o alcolisti, o carcerati in semilibertà, anche se il lavoro risulta meno produttivo, perché consapevoli del grande valore che per costoro ha la inclusione sociale, il tornare a far parte dignitosamente di una comunità.

La profonda trasformazione che investe il mondo del lavoro in realtà non tocca solo gli aspetti oggettivi, cioè: organizzazione, occupazione o disoccupazione, retribuzione, flessibilità, precarietà, ecc., ma coinvolge in modo rilevante i suoi contenuti etico-ideali. Per questo vorrei ritornare a quanto esplicitato in precedenza e accennare alle positive conseguenze del considerare il lavoro non solo come una relazione di scambio ma anzitutto alla luce della “logica del dono” e della gratuità, come ebbe a dire Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate: “La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell'etica sociale, quali la trasparenza, l'onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica. Ciò è un'esigenza dell'uomo nel momento attuale, ma anche un'esigenza della stessa ragione economica. Si tratta di una esigenza ad un tempo della carità e della verità”[11].

Su questo fondamento si basa l’impegno del Magistero e di tutta la Chiesa per una “civilizzazione dell’economia”[12] in contrapposizione alla forte tendenza speculativa. Un’economia civile non può trascurare la valenza sociale dell’impresa e la corrispettiva responsabilità nei confronti delle famiglie dei lavoratori, della società e dell’ambiente. I diritti sociali, infatti, sono parte integrante della democrazia sostanziale e l’impegno a rispettarli non può dipendere meramente dall’andamento delle borse e del mercato. Ma questo impegno richiede una forte rettitudine morale.

La sfida etica in Europa

In quanto europei, dobbiamo sforzarci di riproporre ad ogni generazione quella base etica che ha fondato l’Europa come patria dei diritti umani, della dignità e dell’inviolabilità della persona. Se l’Europa non riscopre il legame fra essere ed agire e conseguentemente il nesso fra etica e politica, così come il contributo positivo della religione alla sua crescita, verranno a mancare gli strumenti  per affrontare gli interrogativi posti dal tempo presente.

Quando nel secondo dopoguerra nacque la prima comunità europea, si crearono le pre-condizioni ideali e spirituali per realizzare una comune terra di pace e di prosperità. Dobbiamo riportare quel grande progetto europeo nel nostro orizzonte. L’Europa l’hanno fatta soprattutto mercanti e monaci, e l’hanno fatta assieme. Le grandi fiere, gli scambi, i trattati commerciali non avrebbero creato durante il Medioevo nessuna idea di Europa senza l’azione congiunta, complementare e coessenziale del monachesimo e poi di Francesco e Domenico e degli altri numerosi carismi. Il cristianesimo, che ha anche ereditato, rielaborandola, parte della cultura classica e ebraica, ha offerto quel soffio vitale e quel respiro che ha nutrito l’Europa, la sua economia di mercato, il suo welfare, le sue banche. L’Europa oggi attraversa una crisi non solo per la mancanza di una comune politica fiscale o per i debiti pubblici, ma soprattutto perché si sono affievolite queste tradizioni ideali che hanno alimentato nei secoli il suo spirito. Mai si dimentichi, infatti, che anche l’economia di mercato post-moderna ha bisogno essenzialmente di uno spirito per poter vivere e crescere.

Conclusione

Concludo questa mia relazione nella quale ho voluto sottolineare la necessità di un corretto comportamento etico in economia; aprire una finestra sulla bontà della legge naturale inscritta nel cuore dell’uomo sotto ogni latitudine; sottolineare l’importanza del lavoro come fattore umanizzante e armonizzante dei rapporti sociali, e la sfida etica che si trova ad affrontare l’Europa, con una nota di speranza, la stessa che ho espresso in un mio recente discorso in Spagna: “Il realismo ci invita a prendere coscienza della crescente complessità delle situazioni sociali e dei loro conflitti. E la profezia ci spinge a non rinunciare a quello che, in un primo momento, potrebbe talvolta essere definito come utopico, ma che, con sguardo attento e speranzoso, può essere visto come possibilità reale. Malgrado le tante esperienze frustranti, dobbiamo credere in una lenta ma irreversibile maturazione etica dell’umanità”[13]. E dobbiamo altresì credere che ogni comportamento personale, pubblico o privato che sia, contribuisce decisamente a questa maturazione. Poiché “la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società – come scriveva Corrado Alvaro - è il dubbio che essere onesti sia inutile”. No, non è inutile, è la leva del cambio, del rinnovamento che tutti desideriamo!

Mi piace, infine, chiudere con le parole di Giuseppe Tovini (1841-1897), riprese da Giovanni Paolo II durante la celebrazione eucaristica per la sua beatificazione avvenuta a Roma il 20 settembre 1998. Tovini, padre di dieci figli, avvocato e banchiere è diventato santo non a prescindere dall’economia ma in virtù dell’economia, perché aveva compreso come la sfera socio-economica può diventare palestra di santità. “Senza la fede – ha detto Tovini in un congresso – i nostri figli non saranno mai ricchi; con la fede non saranno mai poveri”. Perché la fede autentica non può non generare opere e dove si realizzano opere non può esserci mai povertà”.

   
 
[1] KEYNES J.M., brani tratti dalla raccolta “La fine del “laissez faire” e altri scritti economico-politici”, ed. Bollati Boringhieri 1991, dove è specificato che si trattò di una conferenza dal titolo “Prospettive economiche per i nostri nipoti” tenuta a Madrid nel 1930.
[2] Cfr BERTONE T., L’etica del bene comune nella dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, 2007, pp. 35-36.
[4] Il tema «Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale» è stato sottoposto allo studio della Commissione Teologica Internazionale. La discussione generale si è svolta in occasione delle sessioni plenarie della stessa CTI, tenutesi a Roma, nell’ottobre 2006 e 2007 e nel dicembre 2008. Il documento è stato approvato all’unanimità dalla Commissione nella sessione dell’1-6 dicembre 2008.
[6] Cfr XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (7-28 ottobre 2012). Intervento di S.E. Mons. François Lapierre. P.M.E., Vescovo di Saint-Hyacinthe (Canada), in l’Osservatore Romano 15-16 ottobre 2012, p. 10.
[7] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Centesimus annus, n. 5.
[8]  Cfr TAYLOR F., L’organizzazione scientifica del lavoro (The Principles of Scientific Management), monografia scritta nel 1911.
[9] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Centesimus annus, n. 15.
[10] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Centesimus annus, n. 38.
[11] BENEDETTO XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate. n. 36.
[12] Cfr BENEDETTO XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, n. 38.
[13]BERTONE T., Discorso alla cerimonia di conferimento del Premio internazionale Conde de Barcelona, La diplomaziona del Papa tra realismo e profezia, in L’Osservatore Romano, 26 settembre 2012 p. 8.

       

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