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CONVEGNO SUL VENERABILE DON GIUSEPPE QUADRIO
IN OCCASIONE DEL 75° ANNIVERSARIO
DELLA FACOLTÀ DI TEOLOGIA DI TORINO-CROCETTA

DISCORSO DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO DEL SANTO PADRE

Sabato, 10 novembre 2012

 

Il profilo spirituale di un maestro di vita e di pensiero: Don Giuseppe Quadrio

Ho letto con profonda commozione l’articolo di Don Remo Bracchi su “Il Settimanale” della Diocesi di Como di sabato 20 ottobre 2012 intitolato “Il sorriso di Don Quadrio”, redatto in occasione dell’estumulazione del corpo del nostro Venerabile a quasi 50 anni dalla morte. Si tratta di una sorprendente notizia riportata dal testimone oculare Don Ferdinando Bergamelli, presente al rito, il quale racconta: “Appena sollevato il coperchio ci è apparso uno spettacolo inaspettato. Il volto di Don Quadrio era molto ben conservato: più sottile e affilato, ma ancora con un lieve sorriso. “E’ lui!”, ho sussurrato con commozione. Quel volto sorridente, caratteristico di Don Quadrio si era conservato intatto…”. E prosegue, come è comprensibile: “Eravamo tutti commossi e pieni di meraviglia. Un’esperienza unica, commovente”.

L’evento che stiamo vivendo vorrebbe ridarci la sua immagine interiore, il suo profilo spirituale. Egli fu maestro e scrittore di teologia, e nello stesso tempo uomo di preghiera, guida spirituale e amico dei giovani avviati al sacerdozio. Un ex allievo, testimoniando lo tratteggiò in questo modo: “Era e si sentiva pienamente uomo. Uomo semplice, vero, libero, ottimista, evangelico. Da Don Quadrio si poteva andare in qualsiasi momento. Ci ascoltava con devozione, come il Vangelo, ed era tutto a disposizione”. Ci troviamo, dunque, di fronte alla vita di un uomo che ha qualcosa di importante da dire, che si fa per noi modello di vita. Alcune pennellate della sua biografia ce lo dimostrano.

Nasce a Vervio, in provincia di Sondrio, il 28 novembre 1921 nel periodo dell’avvento. Il giorno della prima Comunione di Bepìn – come veniva chiamato in famiglia – segnò una svolta nella sua vita. Fece come Domenico Savio, senza che ancora lo conoscesse, dei propositi simili: «1) Farò ogni giorno quando potrò una visita al S.S. Sacramento. 2) Ad ogni venerdì non berrò vino. Ad ogni primo venerdì del mese farò digiuno. 3) Farò delle penitenze sul mio corpo. 4) Ogni giorno ascolterà la S. Messa e farò la S. Comunione. 5) Leggerò libri di Santi e cercherò di farmi santo»[1].

Aveva appena otto anni quando, in questa temperie propizia, nacque in lui il proposito di consacrazione totale al Signore nella verginità[2]. La sua vocazione andò configurandosi come salesiana al seguito della provvidenziale lettura di una biografia di Don Bosco. Più tardi, già sacerdote, scriverà: «Oh, libro benedetto e indimenticabile, messomi tra le mani dalla Vergine santissima, affinché io trovassi in esso la mia vocazione: Don Bosco da quelle pagine mi affascinò, mi conquistò e fui suo. Io non cesserò, finché avrò vita, di benedire quel libro»[3].

Il 28 settembre del 1933 fece l’ingresso nella casa di Ivrea, intitolata al cardinale Cagliero e cominciò a distinguersi per le doti di intelligenza, di cuore, di discrezione e soprattutto di fede.

La canonizzazione di don Bosco, avvenuta nel 1934, alimentò l’ardore degli aspiranti, visitati peraltro da missionari che esponevano, passando di là, le loro gesta spesso vicine all’eroismo. Il giovane Quadrio era come un braciere che ardeva in un contenitore fragile. La sua salute, infatti, era fragile e cagionevole. Il suo sogno era partire come i suoi compagni per il Brasile, ma il Signore aveva altri piani. I Superiori si accorsero subito dei suoi talenti, della sua riuscita negli studi, mai oggetto di invidia da parte di chicchessia, data la sua capacità di dissimularla con umiltà e semplicità, e soprattutto di farsi amare con il suo servizio e la permanente disponibilità. E perciò lo indirizzarono alla Gregoriana per gli studi filosofici e teologici. Il chierico Quadrio accettò tutto come volontà di Dio.

E così, rinunciando alla partenza per le missioni, accettò il compito di formare i formatori mettendo in pratica «il servizio della carità intellettuale» come soleva chiamarlo il Beato Antonio Rosmini. Lo fece come insegnante giovanissimo di filosofia a Foglizzo, fratello tra fratelli, comprensivo nei tempi difficili della guerra quando i morsi della fame si facevano sentire, ma esigente nella disciplina tra i suoi centocinquanta chierici studenti.

Nel periodo della Gregoriana si impose un evento teologico che ebbe il chierico Quadrio come protagonista. Il dodici dicembre 1946 fu scelto dai professori della Facoltà di Teologia come relatore di una solenne disputa aperta a tutti, sulla definibilità del dogma dell’Assunta. Fra i Docenti di diverse Università romane era presente anche Mons. Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI. Il giornale vaticano, L’Osservatore Romano, riportò l’evento in questi termini: “Ieri sera alle ore 16 ha avuto luogo nella Pontificia Università Gregoriana una solenne disputa pubblica intorno alla definibilità del dogma dell’Assunzione della Vergine Santissima. Nella limpida prolusione il disserente, Don Giuseppe Quadrio, mise principalmente in luce la definibilità dell’Assunzione corporea… Al disserente hanno quindi rivolto delle difficoltà Mons. Fares e il Padre Reginaldo Garrigou Lagrange… Gli arguenti si sono arresi di buon grado alle risposte del disserente, che si è particolarmente distinto per modestia, sicurezza e padronanza»[4]. Di quell’evento si interessò lo stesso Pio XII, che volle copia della relazione. Fu lo stesso Pio XII che il 1° novembre 1950, proclamò il dogma dell’Assunta.

L’anno successivo, il 2 febbraio 1947 fu ordinato diacono e, dopo circa un mese, il 16 marzo, fu ordinato sacerdote. Vi si preparò con intensità, con umiltà, con l’offerta totale di sé, convinto che il sacerdote è il vero prolungamento dell’Unico ed Eterno Sacerdote, e perciò con Lui e in Lui deve farsi sacerdos, altare et victima.

Dopo l’ordinazione sacerdotale continuò i suoi studi e preparò la tesi come prosieguo molto ampio della disputatio de Beata Maria Virgine in coelum Assumpta. Sostenne gli esami finali, conseguendo summa cum laude e medaglia d’oro.

Destinato al Pontificio Ateneo Salesiano di Torino-Crocetta come professore di Teologia Dogmatica, soleva preparare le sue lezioni nella preghiera.

Il Professore Don Quadrio, diede molto rilievo alla Scrittura e ai Padri, liberando la teologia dalle aridità di teoreticismi. L’agganciò alla vita, aprì ai problemi moderni. Promosse il dialogo tra scienza e fede, per esempio nel trattato De Deo creante, approfondì con equilibrio il problema dell’evoluzionismo, parlò del Capitale di Marx per prendere fondatamente le distanze dal materialismo dialettico ma sempre sottolineando agli allievi che i comunisti non erano da considerare nemici da combattere, bensì da amare. Esaltò la bellezza del sacramento del matrimonio come proiezione della vita trinitaria e del grande mistero d’amore tra Cristo e la Chiesa. Sottolineò la dignità della donna. Precorse il Concilio sulla grandezza del sacerdozio battesimale e la chiamata dei laici alla santità universale.

Dopo pochi anni di insegnamento fu eletto, ancora giovanissimo, all’onere di decano della Facoltà di Teologia.

La sua carriera, con l’affacciarsi del linfogranuloma, si arricchì maggiormente di vita vissuta e offerta. Le sequenze di questa offerta totale, scandite una per una, sono come la cronaca della tappa finale che segna la vittoria dell’atleta in corsa verso la santità.

Da maggio 1960 all’ottobre 1963 fu un continuo andare dalla Crocetta all’astanteria Martini, prima alla vecchia e poi alla nuova. Don Giuseppe soffriva da parecchi anni di ulcera gastrica ma quando si acutizzavano i dolori si intravide il peggio. La comunità tutta restò desolata dalla notizia che cominciava a diffondersi. E fu una gara per assistere l’infermo nei momenti di ricovero. Seppe della diagnosi, allora più infausta e incurabile. Ad un suo allievo confidò il suo sguardo di fede sulla situazione e citando la scrittura (Gc 1,17) disse: «Omne donum desursum, perfectum: tutto ciò che ci viene dall’alto è proprio ben fatto». E la visione di fede prevalse sulla ritrosia nel bere, in così giovane età, l’amaro calice.

Al signor Piras, suo premuroso infermiere, Don Quadrio fece questa confidenza: «Mi sono ormai abituato a soffrire con amore quello che il Signore mi ha regalato». Il primario del reparto dottor Pepino diede questa testimonianza del suo paziente: «Egli accettò la diagnosi della gravità della sua malattia in modo sereno – possiamo definirlo eroico. Posso affermare che ho seguito e curato qualche migliaio di pazienti, ma il ricordo e lo sguardo di Don Quadrio non si dimenticano»[5].

Quando fu mandato a Lourdes Don Bertetto, suo collega e amico, ci assicurò che Don Quadrio non volle pregare per la sua guarigione neppure davanti alla grotta – e diceva agli amici: «Il messaggio che ho ricevuto a Lourdes è dare carta bianca a Dio»[6].

Nel ’61 fu esonerato dall’insegnamento teologico. Di quell’anno io stesso posso offrire un ricordo personale. Nell’ottobre del 1960, dopo l’ordinazione sacerdotale e l’apostolato estivo con gli aspiranti di Chieri, fui trasferito alla Crocetta per conseguire la licenza in Teologia. Pur avendo già conosciuto e stimato Don Quadrio anche dallo studentato internazionale di Bollengo, ebbi modo di trascorrere un anno accademico accanto a lui già ammalato, con l’opportunità di colloqui e di preziose consultazioni, anche se rarefatti per rispetto alla sua malattia. Questi segnarono indelebilmente quell’anno di studio e di ministero sacerdotale e unirono Don Quadrio agli inizi del mio sacerdozio.

Erano ormai frequenti i suoi andirivieni tra casa religiosa e ospedale. Dall’ospedale scrisse una lettera agli ordinandi sacerdoti dell’ultimo anno: «Da lontano seguo affettuosamente le tappe della vostra ascesa. Vi penso con particolare intensità di preghiera. Ho qui vicino la lista dei vostri nomi che mi fanno silenziosa compagnia…Un povero prete vicino a morire, vi scongiura che siate sacerdoti santi, perché nulla è più lacrimevole e orribile di un cattivo prete. Ma non temete: la preghiera può tutto. Siate i sacerdoti di chi è infelice, povero, solo. Siate buoni, comprensivi, amabili, accoglienti. Non abbiate altra ambizione se non quella di servire, altra pretesa se non quella di essere utili. Siate in tutto, sempre, con chiunque, unicamente sacerdoti: anche in cattedra e in cortile. La vostra Messa sia il vostro tutto. Scusate la mia loquacità. E pregate per la mia salvezza»[7].

All’ospedale era sempre più edificante. Si trascinava per visitare nelle altre camere i colleghi infermi. Addirittura aiutava gli infermieri per il trasporto e la cura dei malati. Tutto il resto del giorno e della notte lo trascorreva in preghiera.

La mamma Giacomina il 6 giugno 1963 lo precedette, andò a preparargli un posto in cielo. Il figlio ormai agli estremi non poté neppure andare da lei per darle i conforti della fede. Egli ne soffrì tantissimo: era molto legato alla sua genitrice di vita e di testimonianza di fede.

Negli ultimi mesi la sorella Marianna fu costantemente al suo capezzale sia in ospedale che alla Crocetta. Prima di cadere in coma le parlò con entusiasmo e speranza del Concilio e poi le disse: «Stammi vicino, incomincia il grande viaggio». Era la sera inoltrata del 23 ottobre 1963. Alle ore 22 agonizzò. Alle 22 e 40 col sorriso sulle labbra andò incontro a Gesù, suo Tutto, cui tutto aveva offerto, per il quale tutto aveva sacrificato, che sempre e per tutto aveva lodato e ringraziato.

Magistero di vita

L’interiorità della persona si manifesta sul volto e per questo vale il detto che il volto è la finestra dell’anima. Il volto di Don Quadrio era il riflesso del suo spirito ricco di talenti, di umanità e colmo di carismi di grazia. Umile e gioviale, e nello stesso tempo saggio, da lui non trapelava agitazione anche quando viveva un suo dramma intimo; comunicava pace e stimolava a irradiarla. Rispettoso e sempre pronto ad ascoltare chiunque lo fermasse per fargli qualche richiesta. Coerente con quanto aveva scritto nel suo diario quando era a Foglizzo, giovane assistente e insegnante di 150 chierici di poco inferiori a lui in età: «Sarò per ognuno dei miei chierici un vero fratello, cordiale, affabile, sorridente, accogliente. Cercherò quelli che non mi avvicinano. Incoraggerò i timidi. Consolerò gli abbattuti. Saluterò per primo chi mi incontra. Non lascerò passare tempo notevole senza intrattenermi con tutti. Offrirò sempre un favore a tutti. Vincerò la timidezza e la ritrosia»[8]. Si può riconoscere in questi propositi un progetto di vita non solo alla misura di un Sacerdote, ma utili per chi svolge la funzione di Superiore o addirittura per chi, come il Vescovo, ha affidata la cura pastorale di una Chiesa particolare.

Un altro suo scritto di quel tempo, rivela l’esigenza di costruire la propria perfezione non in funzione di se stesso e della propria soddisfazione spirituale, ma nell’orizzonte redentivo della salvezza delle anime: “Vivere, costruirmi per costruire; vivere interamente, totalitariamente la mia vita, per farla vivere agli altri… Bisogna costruirsi, bisogna fabbricare se stessi, bisogna crescere in uomo pieno, col massimo grado di umanità, bisogna crescere nella pienezza del Cristo. Per questo ci vuole: a) riflessione, serietà, coscienza di sé e del dovere; b) studio intenso, ordinato, assimilato; c) esercizio nel crescere il proprio valore, la propria forza di volontà: d) edificare se stesso in Cristo, riguardo ai propri ideali, ai propri affetti, le proprie opere”[9]  

Uomo di relazione e di amicizia

L’uomo, dice M. Buber, è costitutivamente relazione. Essendo a immagine e somiglianza di Dio che è Trinità di Persone come relazioni sussistenti, è anch’egli essenzialmente relazione.

Il tema dell’amicizia, che si iscrive nel contesto della relazione, ci porta a considerare quanto Gesù stesso dichiara ai suoi: «Non vi chiamo più servi ma amici perché tutto ciò che ho avuto dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.» (Gv 15,14-16). Del resto l’incarnazione, in quanto condivisione di natura  che cosa è se non amicizia sul piano radicale ontologico? E cos’è l’alleanza sponsale siglata col sangue se non il culmine dell’amicizia? E la Trinità Santissima cos’è, dice Aelredo se non tessuto di eterna, profondissima amicizia? «Deus amicitia est». L’autentica amicizia sulla terra è la proiezione terrena della vita trinitaria, il cui vincolo è lo stesso Spirito Santo.

I Padri della Chiesa hanno dato un grande risalto a questa attitudine divino-umana. Il caso paradigmatico è quello dell’amicizia tra Basilio e Gregorio di Nazianzo. Questi, parlando della sua comunione col primo ha scritto: «Sembrava che avessimo un’unica anima in due corpi. La brama unica per entrambi era la virtù e vivere insieme, tesi alle future speranze»[10].

L’amicizia è l’esperienza viva della personalizzazione dei rapporti. È come farsi casa per l’altro ove ci si sente accolti per quello che si è, con i propri limiti e i propri pregi. Così ciascuno degli amici è in grado di e-ducere dall’altro il suo non ancora rivelato a se stesso. È il prodigio che si sperimentava nell’avvicinare don Bosco l’amico. Questa capacità è stata una delle più belle caratteristiche di Don Quadrio. Anche lui era capace di suscitare quel tipo di gaudio che si sperimenta nel profondo quando si ha la sicurezza di aver trovato qualcuno a cui affidare un segreto; qualcuno a cui consegnare il cuore carico di trepidazioni e speranze, di dolori e di gioie. Sapeva farsi amico con quell’atteggiamento accogliente che metteva a proprio agio colui che lo andava a visitare. Tutto lo interessava dell’altro del quale coglieva il bene anche minimo per valorizzarlo. Sapeva trasmettere la speranza e non si sottraeva alla relazione con l’amico anche nei momenti più dolorosi quando il suo fisico era flagellato dal male incurabile. Amava “con viscere materne”, si potrebbe dire nel senso biblico, e tutto con somma discrezione, a passi felpati, perciò era facile spalancargli il cuore, la cui maniglia – si sa – si trova solo all’interno. Si era fatto un decalogo di personale comportamento anche per i non ben disposti: «1) Fatti amico del tuo interlocutore. 2) Sforzati di comprenderlo. 3) Dagli ragione quando puoi. 4) Non ferire mai la sua suscettibilità. 5) Non avere fretta. 6) Prendi in mano il timone della conversazione. 7) Sii pronto a rispondere alle sue difficoltà. 8) Mostragli i valori positivi del Cristianesimo. 9) Sii profondamente convinto. 10) Prega perché non sarai tu a convertirlo, ma la grazia di Dio»[11].

È interessate un abbozzo di omelia ritrovato tra le sue carte e intitolato Il pianto di Gesù. Questa è la conclusione: «Chiediamo a Gesù un cuore tenero fino alla compassione: un cuore che sa capire, che sa scusare, che sa compatire, che sa piangere. Un cuore che sa amare disinteressatamente, senza attendere ricambio. Un amore che nessuna ingratitudine chiuda, che nessuna indifferenza stanchi. Un cuore che non abbia altre ambizioni che vivere, soffrire e amare per la felicità degli altri. Un cuore che non sa piangere se non per le altrui miserie».[12]

Uomo dal cuore buono

Don Quadrio era veramente un uomo di cuore. La sua intelligenza era funzionale al cuore e per cuore si intende l’uomo intero. Ogni giorno chiedeva un cuore simile a quello di Cristo, invocando la Madonna con la preghiera di Leonce de Grandmaison «Santa Maria, Madre di Dio conservatemi un cuore di fanciullo, trasparente e puro come una sorgente. Ottenetemi un cuore semplice che non assapori la tristezza, un cuore munifico nel donarsi, tenero alla compassione, un cuore fedele e generoso, che non scordi alcun bene e non serbi rancore di alcun male. Fatemi un cuore dolce e umile, amante senza chiedere ricambio, gioioso di sparire in un altro cuore davanti al vostro divin Figlio. Un cuore grande e indomabile che nessuna ingratitudine chiuda, che nessuna indifferenza stanchi. Un cuore tormentato dalla gloria di Gesù Cristo, ferito dal suo amore e la cui piaga non guarisca che in cielo.»[13] Questo spiega perché si è fatto amare dagli sciuscià di Roma, dai ragazzi corrigendi della Generala a Torino, dagli allievi, dagli ammalati, medici e infermieri dell’ospedale, da chiunque aveva la grazia di incontrarlo.

L’uomo di cuore rende buoni, irradia bontà, e non di rado attrae anche in chi non crede. Giuseppe Prezzolini, giornalista e scrittore, rispose a Paolo VI che gli chiedeva consigli per entrare in dialogo con i non credenti e per rendere credibile la Chiesa ai contemporanei, in questi termini: «Non c’è che un mezzo, Santità, gli uomini di Chiesa debbono essere soprattutto buoni e mirare a uno scopo soltanto che è creare uomini buoni. Non c’è nulla che attiri come la bontà. Perché di nulla noi increduli siamo tanto privi. Di gente intelligente il mondo è pieno. Quello che ci manca è la gente buona. Formarla è riattrarre gli uomini al Vangelo. Tutto il resto è secondario».

Ai sacerdoti dell’ultimo anno di Teologia Don Quadrio scriveva: «Siate i sacerdoti di chi è infelice, povero e solo. Siate buoni, comprensivi, amabili, accoglienti, a disposizione di tutti, facilmente accostabili. Non misurate né il vostro tempo né le vostre forze. Date senza calcolo, con semplicità e disinvoltura. Sorridendo. Ascoltate sempre tutti, con bontà e senza connivenza. Sforzatevi di mettervi nei panni di tutti quelli con cui trattate: bisogna comprendere per saper aiutare. Non ponete la vostra persona al di sopra di nessuno né al centro delle questioni. Siate nobilmente superiori a tutto ciò che riguarda il vostro prestigio personale»[14].

Uomo dalla volontà tenace

Ma la bontà, che raggiunge spesso vette eroiche, nasce in Don Quadrio da una volontà tenace. Egli l’ha ereditata e l’ha coltivata sin dai primi anni con quello spirito di sacrificio, che è un sacrum facere, come in una liturgia esistenziale. Il giorno della tonsura annotava: «Oggi, o Gesù, ho scelto Te come scelta definitiva ed esclusiva. Sì, o Gesù, Tu sei l’unico anelito, l’unico interesse di tutta la mia vita»[15]. E ancora più tardi scriveva: «Sacrificio della volontà, piuttosto la morte, o Gesù, piuttosto ogni male che fare una sola volta la mia volontà. Per un istante solo della giornata o della vita. Rompo la mia volontà: detrimentum feci…ut stercora»[16]. Questa citazione appena accennata della lettera ai Filippesi è oltremodo significativa. Aveva ormai, sulla linea di San Paolo, considerato ogni cosa spazzatura pur di «guadagnare Cristo e di essere trovato in Lui… perché possa sperimentare Lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze.» (Fil 3,8-10). Tutt’altro che alienazione, questa è consegna della libertà sapendo a Chi si la dona. Sulla linea appunto dell’Uomo Gesù, totalmente libero, quando si consegna al Padre: «Non la mia ma la tua volontà sia fatta» (Lc 22, 42).

La forza della sua volontà lo rendeva esigente con se stesso, comprensivo con gli altri, anche con i più indiscreti. Proprio come un frutto maturo, dolce all’esterno ma col nocciolo duro all’interno.

Uomo dalla profonda vita di fede

Il segreto di tutto questo era una profonda vita di fede. Egli viveva «come se vedesse l’Invisibile» (Eb 11, 23). Così la Scrittura tratteggia la figura di Mosè. Lo sguardo di Don Quadrio era trasfenomenico. A vederlo si notava che era tutto sinceramente interessato all’interlocutore esterno, ma anche tutto assorto nel suo Interlocutore inabitante. È questa la radice della sua forza e della sua speranza anche nei momenti di più cruda sofferenza fisica e morale.

Quando si accettano dalle mani di Dio sia le grazie dolci che le grazie dure, si sperimentano assaggi del cielo e si paga il prezzo del cielo. Fu così per Don Quadrio quando seppe della gravità del male che lo aveva colpito. Disse a chi lo assisteva in ospedale, citando la Scrittura alla lettera di Giacomo (Gc 1,17): «Omne donum desursum, perfectum. Tutto ciò che ci viene dall’alto è proprio ben fatto. Anche questo linfogranuloma può essere un dono magnifico della Provvidenza per me, in quanto è permesso per il mio vero bene». Come Teresa di Lisieux, con la cui spiritualità si sentiva in sintonia, si abbandonò alla volontà di Dio con grande serenità.

Si era abituato a immergersi nella contemplazione della Trinità Santa, a cui si rivolgeva con accenti mistici: «O mio Gesù – scrive nel diario del ’44 - quale divino compito il contemplare, il lodare, il rivivere il grande mistero dell’Amore donante del Padre, dell’Amore incarnantesi del Verbo, dell’amore uniente dello Spirito Santo»[17]. Si era anche allenato a tradurre nel concreto la vita mistica; l’imitazione di Dio Padre lo stimolava alla creatività e alla brama del fare sempre meglio; quella di Dio Figlio Salvatore lo spingeva allo “zelo per le anime”, a condividere il sitio del Maestro; quello dello Spirito si esprimeva in Lui nella passione per l’unità, nell’impegno per la riconciliazione e la pace.

Don Quadrio insegnava che è il Figlio che ci rivela il Padre e lo Spirito. E al Figlio si rivolge in una pagina di sublimità mistica unica: «O Santa Umanità del mio Fratello Gesù: o Carne sorella della mia carne, o Ossa simili alle mie ossa, o Sangue come il mio sangue, o Somiglianza ineffabile. Quanto gioisco e confido e amo e desidero in Te vivere e amare […]. Oggi ho capito, o mio Fratello Gesù, la necessità di comunicare, partecipare, convenire, concordare con Te, con la tua vita, con il tuo Santo Spirito, con le tue operazioni, giudizi, desideri, apprezzamenti. Mai come oggi ho sentito che ciò che è tuo mi appartiene intimamente, il Padre tuo, l’amore e l’amplesso di Lui, la tua carne reale e mistica, la tua missione e l’opera tua, la tua Chiesa e la Madre tua, il tuo Sangue, il tuo Spirito, la tua vita, passione e morte, risurrezione, esaltazione, la tua redenzione, la tua immolazione eucaristica, tutto questo è mio. Debbo parteciparvi in comunione intima, debbo concordare e acconsentire. Debbo evitare ogni contraddizione tre me e Te»[18].

Il sacerdote

L’amore appassionato per Gesù lo portava a vivere intensamente il Sacerdozio ricevuto come dono e a farlo vivere con gratitudine esistenziale. Atteggiamenti che troviamo espressi nella immaginetta-programma preparata per l’ordinazione in cui sta scritto: «Pregate fratelli: O sommo ed eterno Sacerdote che l’umile tuo servo hai costituito Vicario del tuo Amore concedigli un cuore sacerdotale simile al tuo: dimentico di sé, abbandonato allo Spirito Santo, largo nel donarsi e nel compatire, appassionato delle anime per tuo amore»[19].

Notiamo che l’espressione Vicarius Amoris Christi è di S. Ambrogio[20]. Il sacerdote è anzitutto l’uomo dal potere divino di celebrare l’Eucaristia. Occorre «comprendere e vivere la propria Messa. Siatene innamorati e gelosi. Essa sia la luce, gioia, l’anima della vostra vita, il vostro tutto. E tutta la vostra vita sia un prolungamento, una realizzazione della vostra Messa: cioè una fattiva predicazione del Vangelo, un generoso offertorio, una totale consacrazione, un’intima comunione con Cristo, con suo Padre e con i fratelli. Salvate la vostra Messa dalla profanazione dell’impreparazione: la Messa più fruttuosa è generalmente quella meglio preparata. Salvatela anche dal logorio dell’abitudine meccanica e frettolosa. Ogni parola sia un annuncio in persona Christi et Ecclesiae. Celebrate ogni Messa come se fosse la prima, l’ultima, l’unica della vostra vita.»[21]. Così scriveva ai suoi allievi nel primo anniversario della loro ordinazione. E in occasione del loro secondo anniversario aggiungeva: «Prima che con i vostri dotti discorsi, predicate il Vangelo con la bontà semplice, accogliente, con l’amicizia serena, con l’interessamento cordiale, con l’aiuto disinteressato adottando il metodo dell’evangelizzazione “feriale”, capillare, dell’uno per uno, a tu per tu. Entrate attraverso la finestra dell’uomo, per uscire attraverso la porta di Dio. Gettate ad ognuno il ponte dell’amicizia, per farci passare sopra la luce e la grazia di Cristo. Date sempre, senza attendere nulla. Siate servi di tutti, ma schiavi di nessuno»[22].

Metteva in guardia dall’esercizio sacerdotale avulso dal paradigma del Verbo Incarnato. «Sacerdozio e incarnazione – scriveva – sono due facce di un unico mistero, le deformazioni classiche che minacciano il nostro sacerdozio corrispondono alle false concezioni dell’Incarnazione che ci sono note dalla teologia. Ci può essere anzitutto un sacerdozio disincarnato, in cui il divino non è riuscito ad assumere una vera e completa umanità (docetismo). Abbiamo allora dei preti che non sono uomini autentici, ma larve di umanità, disumani ed estranei, incapaci di capire e di farsi capire dagli uomini del proprio tempo e del proprio ambiente. Ma forse per noi è più grave il rischio contrario: quello di un sacerdozio mondanizzato, in cui l’umano ha diluito e soffocato il divino (monofisismo). Abbiamo allora lo spettacolo lacrimevole di preti che saranno forse buoni professori e organizzatori ma non sono più “uomini di Dio” né vivente epifania di Cristo. C’è un termometro infallibile per misurare la consistenza del proprio sacerdozio: la preghiera. È la prima ed essenziale occupazione di un prete»[23].

Esortava sempre i suoi allievi o ex allievi che quando sentivano parlare delle meraviglie del sacerdozio, facessero subito l’applicazione a se stessi: io sono, come sacerdote, il destinatario di tanta sconfinata ricchezza partecipata di Cristo. E allora si sprigionerà il Magnificat e il Te Deum. «Se la Messa è questo grande mistero, uno strepitoso miracolo, ancora più incomprensibile è il mistero di come noi non riusciamo a celebrare senza morire di gioia e di amore!»[24].

Era felice, poi, quando gli veniva richiesto di amministrare il Sacramento della misericordia. Ricordava che S. Francesco di Sales diceva che il sacerdote doveva essere come un cristallo per la luce.

L’apostolo della Buona novella

Don Quadrio aveva il dono di scorgere nel profondo di ogni uomo che incontrava il punto giusto per annunciare la buona novella. Così confidava: «Cerco di predicare il Vangelo a quelli che incontro: in camera, in ospedale, in treno. Ho scoperto – finalmente – che questa è una forma di evangelizzazione sempre possibile a chiunque e dovunque. Sembra che tutti, sotto la crosta degli interessi, abbiano una grande sete di Lui e stiano sempre aspettando qualcuno che glielo faccia vedere: Volumus Jesum videre”.»[25]

Anche su questa linea possiamo dire che don Quadrio fu un autentico in-segnante. Tale parola può essere intesa etimologicamente in due accezioni. L’in-segnante è colui che addita orizzonti sempre più alti. Ed è altresì colui che segna nel profondo del cuore dei suoi discepoli. Don Quadrio si è mostrato insegnante nei due sensi. Ha additato mete sempre più alte di umanità e di speranza. E ha inciso nel profondo di quanti lo hanno avvicinato in sede di studio e presso le cattedre varie della vita, dal tempio al cortile, dal letto di ospedale all’accostamento a tu per tu che, come abbiamo visto, è il metodo da lui sempre raccomandato.

Cicerone aveva come motto-programma: habitare in oculis. Don Quadrio aveva, si può dire, nel suo DNA di uomo e di credente: habitare in cordibus. Mirava al cuore. Anche quelli che non l’hanno conosciuto vibrano al solo sentirne parlare, ne invocano l’intercessione, vogliono approfondire vita e opere. Infatti, Don Quadrio nel cortile era sempre circondato da un nugolo di allievi che gli ponevano quesiti teologici nei tempi vigiliari del Concilio. E lui, con la caratteristica lucidità, rispondeva dopo aver come sempre attentamente ascoltato.

Il Professore Teologo

Sulla cattedra di Teologia irradiava autorevolezza e suscitava un ascolto attentissimo alle sue magistrali lezioni aderenti sempre alla Scrittura, alla Tradizione, ai Padri. Le sue erano lezioni preparate, vissute, comunicate in forma convinta, coerenti e perciò convincenti. Esortava gli allievi a tradurre quanto avevano appreso in sede scientifica in vita spirituale e a concretizzarsi poi in forma pastorale e catechetica, ai diversi livelli dei destinatari.

Era insomma, come i Padri della Chiesa, un teologo santo. Proprio in quegli anni Hans Urs von Balthasar scriveva uno studio su Teologia e Santità, in cui, tra l’altro dichiarava, commentando la scarsità di teologi santi e riferendosi ai Padri della Chiesa che invece approfondivano pregando: «Nella vita di questi eroi i credenti scorsero una diretta rappresentazione della loro dottrina, la testimonianza del suo valore, e in tal modo una profonda tranquillità e sicurezza di quanto era insegnato a proposito della loro fede (…). Non ci stupiamo che nei primi secoli l’unione personale tra il ministero della dottrina e quello del pastore costituisca la normalità (…). In breve, queste colonne della Chiesa sono personalità totali: ciò che insegnano lo vivono in un’unità così diretta, per non dire nativa, che il dualismo tra dogmatica e spiritualità, tipico del pensiero successivo, è loro ignoto (…). Il pensiero successivo non conosce più il teologo totale nel senso descritto, cioè santo»[26].

Di teologi santi alla stregua di Don Quadrio abbiamo bisogno. Se ne fecero interpreti l’allora rettore della Pontificia Università Salesiana don Raffaele Farina, ed il Decano don Angelo Amato col voto unanime del Senato accademico e del Consiglio di facoltà di Teologia allorché fecero pervenire al Rettor Maggiore una petizione dell’introduzione della causa in data 12 e 19 marzo 1983. In essa viene accentuata l’esigenza di presentare un modello a quanti – docenti o ricercatori – lavorino in università con responsabilità formative ad ampio spettro nonché degli stessi allievi. Tra l’altro si dice: «La figura di don Quadrio è per tutti i docenti della nostra Università, un simbolo e una meta, un termine di confronto. Soprattutto il pensiero di avere un modello e un protettore per la nostra Università ci spinge a fare questa richiesta. L’Università ha bisogno di santità! Don Quadrio riproposto a tutti quanti abbiano l’incarico di docenza e di ricerca, dovrebbe illuminare il nostro pensiero e la nostra opera»[27].

La vetta della santità

In realtà tutta la vita del nostro Venerabile rifulse per santità, nel senso che seguì il Maestro divino lungo la via del Calvario col cuore colmo di gioia per la sua risurrezione. Ma la vetta fu raggiunta nell’ultimo stadio, quando si rivelò come un sacramento vivente del mistero della passione e morte.

Un’espressione a lui cara era stare sotto gli ulivi del Getsemani. Non era un’espressione retorica, era vita vissuta – come si è continuamente documentato. Fare compagnia a Gesù agonizzante, partecipando al suo spasimo del cuore e del corpo.

Questa esperienza interiore la esprime sin da giovane consacrato, come si rileva da una pagina del suo diario, scritta in un momento di incomprensione lacerante: «Caro fratello Gesù, ti offro quest’ora di grazia e di spasimo. L’anima mia è veramente turbata non so cosa dire, cosa fare. Ti offro questa melanconia che attanaglia, senza poter lavorare, senza poter pregare. O mio fratello dolcissimo, gli uomini mi hanno derubato, mi hanno lasciato più povero e più simile a Te. Perdona, Gesù, se oso paragonarmi a Te, ma è l’unico modo di consolarmi. Intanto ti offro tutto il mio dolore per tutte queste piccole cose. Fammi simile a Te. Fammi soffrire con Te, o mio Gesù. Sono il tuo povero fratello Beppino»[28].

La sua vita fu un incessante offertorio, culminante sul letto di morte ove – come è noto – offrì la sua morte con tutto quello che la precedeva per il buon esito del Concilio Vaticano II. Non ne potette vedere la fine, ma ne additò la meta, come Mosè, e preparò i suoi interlocutori a percorrere le nuove strade tracciate da questa novella pentecoste.

Conclusione

Don Quadrio ha visto tutto nella luce dello Spirito di Dio, ha fatto la sintesi interiore tra la contemplazione e l’azione, tra la fede e la vita, tra la tradizione e la modernità, ha realizzato quello che il Concilio Vaticano II chiama «unità di vita»[29].

Come i Santi, egli si è svuotato di sé per farsi riempire da Dio e di Dio, come fanno i veri uomini contro corrente. Ci aiuti ad imitarlo nell’oggi della Chiesa. Oggi, infatti, si sente molto parlare di “nuova evangelizzazione” anche a motivo del recente Sinodo dei Vescovi che ne ha sviscerato il contenuto e le modalità. E’ indubbio che i nuovi evangelizzatori si formano pregando Dio, mettendosi in ginocchio in adorazione, aprendosi con fiducia all’opera di Dio, che è la più efficace, ed anche rendendosi disponibili alla fraternità verso tutti. Don Quadrio è uno di questi; ci ha fatto capire che la Chiesa sulla terra è sempre un episodio di cielo. Egli ha collaborato ad aiutare il mondo “a risvegliar l’aurora” (Sal 57, 9). Ha suscitato in chi lo incontrava la nostalgia del totalmente Altro, in un mondo che Daniel Rops già aveva preconizzato come un mondo senz’anima. Don Quadrio è stato un homo Dei consapevole di essere un homo a Deo e un homo ad Deum.

In conclusione possiamo dire che tutta la sua vita è stata la ricerca dell’homo viator nei due versanti sottolineati da Guglielmo di Saint Thierry, l’amore della verità che è l’attitudinale dell’intelletto e la verità dell’amore che è quello della volontà e del cuore. Don Quadrio ha incarnato l’amore della verità per poter conseguire la verità dell’amore.

 
 
[1] Articoli di prova testimoniale proposti dal vice-postulatore della causa d. Eugenio Valentini per il processo cognizionale delle virtù eroiche del Servo di Dio, Don Giuseppe Quadrio, UPS, Roma 1985, pag 46
[2] G. QUADRIO, Vicarius Amoris, Alcune fra le pagine sacerdotali più significative del Ven. G. Quadrio, a cura di Remo Bracchi, LAS, Roma 2011
[3] A. L’ARCO, Quando la teologia prende fuoco, o.c., p.26
[4] G. QUADRIO, Vicarius Amoris, o.c.,p.9
[5] Ibid., p. 148.
[6] Ibid. p., 152.
[7] Ibid., p. 157.
[8] Articolo di prova testimoniale, o.c., p.4
[9] G. QUADRIO, Documenti di vita spirituale, 15.
[10] GREGORIO NAZIANZENO, Discorsi 43, 20
[11]  Articoli di prova, o.c., p 17
[12] Ibid., p. 288
[13] Cfr G. QUADRIO, Documenti di vita spirituale, o.c., pp 116-117
[14]  G. QUADRIO, Lettere, o.c., p 166
[15] Articolo di prova, o.c., p.5
[16] Ibid., p.21
[17] Ibid., p.14
[18] Ibid., p.13
[19] E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio.c., p.89
[20] S. AMBROGIO, Expositio Evangelii secundum Lucam, 10, 175
[21] G. QUADRIO, Lettere, o.c., p. 133
[22] Ibid., p.34
[23] E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, o.c., pp 226-227
[24] R. BRACCHI (a cura di), A 25 anni dalla morte, LAS, Roma 1989, p.165
[25] G. QUADRIO, Lettere, o.c., p 188
[26] HANS URS VON BALTHASAR, Teologia e santità, in Verbum caro, Marcelliana 1968, pp 200-202
[27] Cfr. Lettere di don Raffaele Farina e di don Angelo Amato al Rettor Maggiore, in data rispettivamente 12 e 13 marzo 1983, in Atti del Consiglio Superiore della Società Salesiana n. 309, pp 61-62
[28] Articoli di prova, o.c., p.23
[29] CONCILIO VATICANO II, Presbyterorum ordinis, n. 14

      

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