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ORDINAZIONE EPISCOPALE DI MONS.
JOHANNES DYBA
OMELIA DEL
CARDINALE AGOSTINO CASAROLI*
Sabato, 13 ottobre 1979
Oggi questo antico e glorioso Duomo che, dall’alto delle sue guglie levantesi al
Cielo come un inno di trionfo e di speranza, ha assistito per ormai quasi 8
secoli alle vicende liete e tristi di Colonia, vive una delle sue giornate più
fauste.
Fausta per la Chiesa Cattolica che riceve oggi un nuovo Vescovo: il quale
mediante la imposizione delle mani dei Vescovi qui presenti – viene ad inserirsi
nelle file dei successori degli Apostoli, nel Collegio – cioè – di coloro che lo
Spirito Santo ha posto e continua a porre nella Chiesa di Dio come pastori e
maestri, sino a quando questa Chiesa, che ha per sé la promessa divina della
indefettibilità, continuerà a sussistere nel mondo come colonna e fondamento di
verità.
Fausta, questa giornata, per l’arcidiocesi di Colonia, oggi onorata in uno dei
suoi figli migliori: uno dei tanti che essa ha dato alla Chiesa nel corso di una
storia esemplare, incominciata quasi all'inizio stesso dell'evangelizzazione del
mondo romano, del quale Colonia Agrippina era avamposto avanzato, verso un nord
ancora misterioso.
Fausta per la Sede Apostolica, la quale, nella persona di Mons. Giovanni Dyba,
già da molti anni offerto al suo immediato servizio dalla generosità della
Chiesa di Colonia, affida ora a lui, rivestendolo della dignità episcopale, una
missione che della massima responsabilità, come collaboratore di Colui che, a
titolo del tutto singolare, è chiamato Vicario di Cristo sulla terra, il Sommo
Pontefice, il Papa.
Per questo la Chiesa di Colonia, qui così ampiamente rappresentata, con a capo
il suo illustre e venerando Pastore Cardinale Giuseppe Höffner; per questo la
Chiesa Cattolica, spiritualmente presente, tutta, in un atto che vitalmente la
interessa; per questo il Supremo Pastore, per il cui mandato io, con i Vescovi
Conconsacranti, procedo al rito della Ordinazione vescovile di Mons. Giovanni
Dyba; per questo noi tutti, lieti nella comune letizia, ma consapevoli della
grandezza dell'atto che oggi qui si compie e delle responsabilità che sono
imposte sulle spalle del nostro amico e fratello, ci siamo rivolti
all'Altissimo, facendo risuonare, sotto queste antiche volte, congiunte come
mani in preghiera, la solenne e misteriosa invocazione: Vieni, oh!, vieni,
Spirito Creatore; riempi della Tua grazia il petto di questo tuo sacerdote,
perché sia capace di far fronte ai nuovi compiti ai quali Tu l'hai chiamato. Tu,
viva sorgente; Tu, fuoco; Tu amore, donagli la Tua forza, perché la sua umana
debolezza non si riveli troppo inadeguata a sostenere il peso della sua nuova
missione al servizio della Chiesa. Egli, infatti, da oggi sarà Vescovo fra il
popolo di Dio.
2. Quale sia la missione del Vescovo, quale la sua grandezza, quale la sua
importanza e le sue difficoltà, da noi tutti abbastanza conosciuto. Ogni
Ordinazione episcopale offre occasione per richiamarlo alla comune memoria, come
oggetto di meditazione per i sacerdoti e i fedeli raccolti intorno a lui.
Tutto ciò che sappiamo, e tutto ciò che si potrebbe o dovrebbe dire in occasione
di ogni Ordinazione episcopale vale anche per quella che stiamo compiendo. Però
io credo che in questa specialissima circostanza sia conveniente accennare a
qualcosa di proprio e di singolare che vi è nell'atto al quale oggi partecipiamo
e che ne fa, sotto questo aspetto, evento raro e forse unico, sinora, per la
maggior parte di coloro che vi assistono: Mons. Giovanni Dyba viene, infatti,
ordinato Vescovo, non perché destinato a reggere una diocesi o ad essere di
aiuto a qualche altro Vescovo nel governo diocesano; egli è invece mandato a
rappresentare il Sommo Pontefice in alcune Nazioni, oggi dell'Africa, domani –
possibilmente – di altro Continente.
E' naturale, quindi, chiedersi quale significato ecclesiale abbia questa
Ordinazione, oltre a quello che le proviene dal fatto che ogni Vescovo, anche
quelli che sono chiamati «titolari» hanno un posto e una funzione a tutti
comune, nel Collegio episcopale.
Tanto si è scritto e si scrive sui Rappresentanti Pontifici, in particolare di
quelli che, con il titolo di Nunzi o di Pro-Nunzi, hanno carattere o esercitano
funzioni diplomatiche. Molto si riferisce ad una storia passata e disuguale,
soprattutto per quel che si riferisce ai secoli nei quali i Papi erano Sovrani
degli Stati Pontifici, e i loro Rappresentanti erano incaricati anche delle
questioni proprie ad ogni Sovrano temporale.
Ma a noi interessa – in questo clima di meditazione e di preghiera – pensare al
Rappresentante Pontificio quale è oggi: oggi che il Papa è ed appare chiaramente
ed esclusivamente, possiamo ben dire, Pastore: infatti la sovranità temporale
della quel anche oggi egli è rivestito – e internazionalmente gli è riconosciuta
– quale Capo dello Stato del Vaticano è reale, certo, ma così limitata
territorialmente da risultare quasi simbolica; essa è inoltre ordinata al
servizio della funzione pastorale dei Papi: fornendo, cioè, a questi quel tanto
di territorio che, come si esprimeva il Papa Pio XI, è sufficiente per
garantire, in sé e di fronte al mondo l’assoluta indipendenza del Sommo
Pontefice da qualsiasi altra sovranità territoriale nell'esercizio delle sue
funzioni di Supremo Pastore della Chiesa.
Compito del Rappresentante Pontificio, anche di quello rivestito di carattere
diplomatico, è dunque di rappresentare un Pastore, il Supremo Pastore della
Chiesa. Rappresentarlo: renderlo, cioè, in qualche modo presente in quella parte
del mondo dove egli è inviato.
È, bensì, vero che in questa nostra epoca, con lo sviluppo dei mezzi e delle
tecniche di comunicazione, è facile al Papa, più che mai nel passato, rendersi
presente in ogni parte del mondo, non solo con la parola, scritta o parlata, e
con l’immagine, ma anche di persona: i viaggi apostolici, ai quali era ricorso
già, con audace e felice decisione, Paolo VI e che l’attuale Sommo Pontefice sta
sviluppando con spirito così vivacemente pastorale, non sono forse un modo per
avvicinare il Papa alle più lontane regioni della terra?
Ma si tratta pur sempre di contatti non sufficienti ad assicurare una stabile
presenza e per fare di questa un mezzo adeguato per il pieno e continuato
esercizio del servizio pastorale che è dovere del Papa nei riguardi di ogni
porzione della Chiesa di Dio: Servizio che non è diretto a sostituire od a
limitare quello dei Pastori delle Chiese Particolari, ma a sostenerlo e ad
aiutarlo, conformemente alla missione del Papa di essere «servus servorum Dei»,
e ad assicurare l’unità dei Pastori delle Chiesa intera, come «visibile et
perpetuum fundamentum unitatis».
Nota caratteristica del servizio pastorale del Papa – come, del resto, di ogni
servizio pastorale nella Chiesa – è l'amore. Esso è stato affidato, infatti, a
Pietro quasi in risposta alla triplice sua professione di amore, in risposta
alla triplice domanda di Cristo: «Simone, figlio di Giovanni, mi ama tu?»
(Gv 21,16). Anzi, il Cristo aveva chiesto ancora di più: «Mi ami tu più di
questi altri?» E Pietro, trepidante nel ricordo della sua non lontana pavida,
triplice negazione e consapevole dell'amore che, almeno uno dei suoi compagni di
vocazione, Giovanni, aveva più di lui saputo manifestare nell'ora della
Passione, non osa rispondere a questa così esigente e imbarazzante richiesta e
si limita a mormorare, quasi disperato: «Signore tu sai tutto, tu io sai che ti
amo» (ibid 21,17).
Ma l'esigenza del Signore aveva la sua ragione: avendo stabilito di affidare a
Pietro una più grande, universale responsabilità pastorale, Egli voleva
sottolineare che questa richiedeva una più grande, universale generosità di
amore verso di Lui, nella Sua persona: Se mi ami, e perché mi ami, guida i miei,
tutti i miei, tutti i miei, ai pascoli delle verità, della santità della
giustizia, della carità; confermarli, con l’autorità che ti è propria, a
cominciare da quelli stessi che con te e sotto di te sanammo Pastoni nella
fedeltà a me e alla mia parola; difendili contro gli assalti dell'errore;
sostienili, con la parola, la preghiera, l'esempio, l'azione, nelle prove e
nelle persecuzioni che non mancheranno nei secoli, durante i quali si
svilupperà, la vita della mia Chiesa.
I Rappresentanti Pontifici nelle diverse Nazioni non hanno certo, normalmente,
funzioni direttamente pastorali da svolgere, quasi che partecipassero di quelle
che spetta al Supremo Pastore, nei riguardi delle Chiese locali e dei loro
Pastori. Ma essi debbono ugualmente, e innanzitutto, rappresentare, rendere cioè
in qualche modo presente ed operante, dovunque siano inviati, l'amore del Papa
verso i suoi Fratelli nell'onere episcopale, i sacerdoti, i religiosi, le
religiose, i fedeli tutti. Amore fatto di stima, di rispetto, di riguardo, di
desiderio di aiutare senza opprimere, amore che si manifesta anche quando vi sia
da correggere; amore che sempre si propone di servire, anche quando il servizio
esige esercizio di autorità.
Su questa fondamentale caratteristica, su questo fondamentale dovere di quanti
sono destinati a rappresentare Colui che il «sensus fidelium» chiama
spontaneamente «il Santo Padre» e non su altre doti, ancor meno sulle capacità
«professionali o diplomatiche», che pur, giustamente, si richiedono nei
rappresentanti Pontifici, vorrei richiamare la particolare attenzione
dell'illustre amico che sta per assumere responsabilità di questo genere, e
l'attenzione di quanti sono qui raccolti attorno a lui, perché insieme chiedano
a lui, dallo Spirito di Dio, principalmente, il dono dell’amore per la Chiesa.
Infatti anche l’attività diplomatica del Rappresentante Pontificio, là dove egli
è inviato presso l’Autorità di uno Stato, oltreché presso l’episcopato e la
Comunità Cattolica rispettiva, è essenzialmente servizio di Chiesa: deve, cioè,
essere essenzialmente diretto a tutelare ed a promuovere i diritti e i legittimi
interessi della Chiesa e dei fedeli. Ed anche la dove ha una attività deve
spaziare in altri campi, quello, principalmente, dei problemi che interessano la
vita dell'umanità, la pace, interna ed internazionale, lo sviluppo, la
cooperazione fra i popoli, il Rappresentante Pontificio deve agire nel nome e
nello spirito con il quale il Papa sì occupa, e deve occuparsi, di queste grandi
cause della famiglia umana: sotto il profilo, cioè, morale – e quindi
profondamente evangelico – nel quale questi problemi debbono essere visti, al di
là dei loro aspetti tecnici e politici.
Amare porta, in primo luogo, a cercar di conoscere. È vero che il Papa ha modi
molteplici per rendersi conto della situazione dei singoli Paesi e delle varie
Chiese locali: in particolare mediante il contatto con i suoi Fratelli
nell’episcopato e con le Conferenze Episcopali. Ma è vero, anche, che la
presenza dei suoi Rappresentanti nelle varie parti del mondo gli offre una
preziosa possibilità in più per acquisire una conoscenza organica e
continuamente aggiornata della vita della Chiesa nel mondo, dei suoi problemi,
delle sue gioie e delle eventuali difficoltà, delle sue realizzazioni e delle
sue speranze. Naturalmente l’azione del Rappresentante pontificio, in questo
come negli altri campi della sua attività ecclesiale, deve svolgersi sempre nel
rapporto vitale e nel contatto fiducioso e fraterno con i Vescovi e con la
realtà della Chiesa locale.
Essa dev'essere guidata e illuminata, non da un puro sentimento – direi di
dovere «professionale», ma dall’amore e dalla simpatica verso la Chiesa nella
quale ha il privilegio di vivere, sicché in lui Pastori e fedeli
possano;»sentire sempre l'amore del Padre – il Santo Padre – che l'ha inviato
presso di loro e che gli fa fiducia proprio perché, oltre le sue capacità e la
sua preparazione, si attende da lui l’«intelligenza dell'amore».
Perché l'amore porta anche a comprendere: non solo, cioè, a vedere la realtà
com'è, ma, insieme, a valutarla con oggettività: più ancora, con ottimismo. Né
si creda che ciò danneggi, facendo scambiare la bellezza di un sogno ispirato
dal desiderio, figlio dell'amore con le durezze di una realtà, di fronte alla
quale sarebbe pericoloso chiudere gli occhi. L’amore porta, infine, ad agire.
Un'azione che, nel Rappresentante Pontificio, deve essere discreta, e insieme
efficace, grazie particolarmente al contatto vitale che egli saprà avere con la
Chiesa locale, al cui servizio è mandato.
La sua cordiale partecipazione ai suoi problemi, alle Sue speranze, alle sue
difficoltà, unita a un fraterno e fiducioso rapporto con l'Episcopato gli
daranno la maniera di offrire una utile, e qualche volta indispensabile
cooperazione; sia con il consiglio e con l’interessamento personale, sia
sollecitando dalla S. Sede interventi e aiuti opportuni; e cioè specialmente
quando si tratta, come nel Suo caso, Monsignor Dyba, di Chiesa di Missione.
Un ampio campo si apre così alla Sua attività apostolica, nelle Repubbliche di
Sierra Leone e Guinea, come Delegato Apostolico, ed in quella di Gambia e di
Liberia, in qualità di Pro-Nunzio. Mi piace qui ricordare che, mentre la
Nunziatura Apostolica in Liberia è la prima Rappresentanza diplomatica che la S.
Sede ha aperto in terra africana: e vi è qualcosa di altamente significativo nel
fatto che una Repubblica, nata a simbolizzare anche nel suo nome la legittima,
incontenibile aspirazione dei popoli africani alla «libertas», alla libertà,
abbia cercato per prima – in un Continente nella massima parte ancora soggetto
ad altri – 1'appoggio e il sostegno morale di un rapporto ufficiale con la Sede
Apostolica.
Ella affronta la Sua nuova missione sostenuto da una non breve e assai varia
esperienza; ultima, in ordine di tempo ma non certo di importanza, quella degli
anni spesi come Sottosegretario della Pontificia Commissione Iustitia et Pax:
due termini, questi, così profondamente cristiani, oltre che umani; due realtà,
il cui servizio è parte essenziale della missione della Chiesa e della S. Sede.
Ella conosce meglio di altri la loro importanza e la difficoltà di conciliare le
rispettive esigenze, ma sa anche che è una necessita vitale, per il mondo e per
ogni singolo Paese, saper stabilire una pace che, solo se basato sulla
giustizia, è vera e può essere duratura.
Ella porta altresì nella sua nuova missione, insieme alle doti personali che
fanno di Lei un sacerdote e un diplomatico di così alta qualità, quanto Le viene
dalla Sua origine e dalla Sua educazione tedesca. Pur essendo Rappresentante
della Santa Sede e del Santo Padre, ella porterà con Sé anche il nome di questa
vecchia e sempre nuova Germania, la cui lunga storia, intessuta di tante alterne
vicende, è così ricca di pagine straordinariamente luminose nei campi del
pensiero, dell'arte, della scienza, della santità, e che ancor oggi, nuovamente
risorta, costituisce per la Chiesa una forza particolarmente preziosa, che può e
sa generosamente venire in aiuto alle necessità spirituali e materiali di tante
altre Chiese particolari e popolazioni in stato di bisogno.
Noi L'accompagnamo, caro Monsignore, con i nostri auguri e con le nostre
preghiere.
Possa la benedizione di Dio, che io ho la gioia di invocare su di Lei anche nel
nome del Santo Padre, con noi qui spiritualmente presente, rendere felice e
fecondo di frutti il ministero che Ella sta per intraprendere!
*Archivio dell’Associazione – Centro Studi Card. A. Casaroli,
Bedonia. |